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Posts Tagged ‘Eugenia Roccella’

Fertile laicità

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 26, 2012

I nuovi risultati di cura ottenuti con le staminali embrionali  impongono di ripensare l’agenda della biotica imposta dal governo Berlusconi. Il senatore Pd Ignazio Marino riapre la discussione su fecondazione assistita biotestamento e ricerca

di Simona Maggiorelli

Il senatore e chirurgo Ignazio Marino

Ospedale San Filippo Neri, uno dei centri più importanti fra quanti nel Lazio, fra pubblico e privato, praticano la fecondazione assistita. Il 27 marzo scorso un addetto alla gestione della sala di crioconservazione si è accorto che la temperatura toccava i venti gradi invece dei meno 190 previsti per i 94 embrioni, i 130 ovociti e i 5 campioni di liquido seminale lì  conservati. Un incidente, si è detto. «Questa è una vicenda che mi ha lascia sbigottito. Come presidente della Commissione d’inchista sulla sanità del Senato ho avviato un’inchiesta» racconta il senatore Pd e luminare della chirurgia Ignazio Marino. «Dalla relazione dei Nas ho appreso che il San Filippo Neri, come altre strutture analoghe del Lazio da otto anni lavoravano senza che vi sia stato un sopralluogo delle autorità amministrative. Proprio nella regione dove i conflitti su questi temi sono stati accesissimi queste strutture non hanno sentito l’esigenza di accreditarsi dal punto di vista strutturale e professionale». Ma non è tutto.

«Leggendo l’istruttoria», prosegue Marino, «mi sembrava di avere in mano un romanzo a cui mancava l’ultimo capitolo. Erano descritti tutti gli aspetti dell’incidente. Che fine avevano fatto quegli embrioni? Ebbene, con mio grande stupore, ho saputo che sono ancora lì sigillati, a marcire. E allora come  medico e ricercatore ma anche come senatore presidente di una commissione di inchiesta mi chiedo perché non hanno detto una parola tutti coloro che fino all’altro ieri hanno alzato barricate nel sostenere le loro idee sulla vita, sulla ricerca scientifica, contro l’uso di cellule staminali embrionali che oggi sappiamo possono guarire malattie finora incurabili». Una questione, questa della ricerca sulle staminali embrionali che in Italia è particolarmente scottante, visti i molti paletti legislativi e ideologici che sono imposti ai ricercatori che lavorano in questo settore. Di questo tema Ignazio Marino parla anche nel suo nuovo libro Credere e conoscere (Einaudi); inaspettatamente, visto che si tratta di un dialogo con il cardinale Carlo Maria Martini. «Il 31 dicembre 2011, chiudendo le bozze del libro, pensavo a cosa poteva accadere se fosse andato a buon fine uno degli esperimenti che stavano facendo in Inghilterra con embrioni abbandonati nelle cliniche di infertilità nel tentativo di curare persone paralizzate da un trauma della colonna vertebrale e  rese cieche da una maculopatia della retina», ricorda Marino. Poi la notizia a lungo attesa, in primis dalle persone affette da questa patologia invalidante. Sulla rivista medica The Lancet di recente è apparso uno studio in cui si riporta il caso di una donna che è tornata a vedere dopo che in California le sono state iniettate nella retina cellule derivate da staminali embrionali. «Adesso riesce a contare le dita di una mano e a percepire il contrasto dei colori» sottolinea Marino. «Quello che mesi fa era solo un’ipotesi ora e scientificamente provato. Non possiamo più continuare ad affrontare in Italia questi temi con l’idea di tifoserie opposte riottose ad affrontare l’urgenza delle persone che soffrono e che ora possono avere una cura con queste preziosissime cellule. Dove è la nostra etica se non ci scandalizziamo per il fatto che gli embrioni abbandonati non possano essere usati a a scopi terapeutici e anzi vengono lasciati a spegnersi nel freddo? Quando dei ciechi chiederanno di poter riprendere a vedere grazie all’uso delle embrionali, gli diranno che eticamente è più giusto che essi rimangano ciechi?».

Ma in Italia, si sa la legge 40/2004 anche se non vieta direttamente di fare ricerca sulle embrionali, ipocritamente, costringe i ricercatori a lavorare solo su linee cellulari derivate all’estero. Intanto il caso di una coppia che andata a Creta a sottoporsi alla fecondazione eterologa pee non trasmettere al figlio una malattia genetica ha scritto al presidente della Repubblica per raccontare l’odissea delle coppie costrette ad “emigrare” per affermare i propri diritti. Talvolta, come in questo caso, senza successo. Di fronte alla tragedia della coppia che dopo la terapia a Creta non è riuscita a evitare la trasmissione della malattia al nascituro l’Avvenire non ha trovato di meglio che parlare di «illusione eugenetica della provetta eterologa» stigmatizzando i media che hanno sollevato il caso della coppia, come fosse un tentativo di pilotare la decisione dei giudici della Consulta che il 22 maggio si  dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale del articolo 4 (comma 3) della legge 40 che vieta l’eterologa. Secondo i dati rilevati dall’Osservatorio del turismo procreativo riportati in Fecondazione e(s)terologa, firmato per L’Asino d’oro dai ginecologi Carlo Flamigni e Andrea Borini, risulta evidente che la legge 40 con i suoi diktat ha costretto molte coppie a scegliere di cercare fuori dall’Italia la via per una gravidanza. Da un’indagine sul 2005 risulta che nel primo anno dopo l’entrata in vigore della norma sono state ben 3610 le coppie italiane che si sono rivolte a centri specializzati esteri. Per rendersi conto di cosa ha determinato la norma basti dire che nel 2003, il ricorso alla eterologa fuori dai confini era stato scelto solo da 1318 coppie che si potevano permettere di spendere fino all’equivalente di 30mila dollari nelle cliniche Usa o britanniche. «Devo dire la verità», commenta il senatore Marino, «Io sono favorevole alla eterologa, ma mi sentirei di avanzare una proposta, ovvero che si possa evitare che i bimbi nati con questa metodologia poi da adolescenti possano andare a cercare i loro genitori biologici. Dal mio punto di vista è importante proteggere i rapporti e gli affetti con cui il ragazzo è cresciuto, quella che è realmente la sua famiglia». Quanto invece alle linee guida della legge 40 (e peggiorative della norma), varate fuori tempo massimo dall’ex sottosegretaria Eugenia Roccella, quando il governo Berlusconi era già caduto, il chirurgo e senatore Marino ha pochi dubbi: «C’erano già delle linee guida accettabili varate sotto il governo Prodi, mi auguro che il governo Monti ne faccia tesoro». Ignazio Marino collaborò alla loro stesura, come e ancor più si è impegnato negli anni a mettere a punto una buona legge sul testamento biologico. Come è noto, però, l’ex governo Berlusconi ha fatto di tutto per far passare in fretta e furia alla Camera un disegno di legge che lo stesso Marino definisce «contro il testamento biologico e contro la libertà di scelta». «Stiamo parlando di un testo che imponeva a ciascuno di noi di sottoporci a terapie come l’idratazione e l’alimentazione forzata anche contro la nostra volontà. Il governo Berlusconi era determinato ad approvarla entro il dicembre 2011. Ma con l’insediamento del governo Monti quel testo deve essere finito in qualche polveroso cassetto del Senato e ho la sensazione che non riemergerà per questa legislatura. «Questo fa maliziosamente pensare», conclude Marino,«che l’urgenza del governo Berlusconi non fosse legata ad un irrefrenabile e appassionato desiderio di dotare il Paese di una legge importante sulle terapie del fine vita ma che fosse uno strumento ideologico da usare all’interno del dibattito politico e parlamentare. Spero proprio che quel disegno di legge finisca nel dimenticatoio. Lo dico come persona che crede nella laicità dello Stato e nei diritti delle persone».

da left avvenimenti del 19 maggio 2012

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L’italia laica si dà appuntamento a Reggio Emilia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2012

Contro le ingerenze vaticane e i governi baciapile. Per un’etica libera dalla metafisica. Nella città emiliana tre giorni di discussioni con Telmo Pievani, Giorello, Viano, Rusconi, Lecaldano e molti altri

di Simona Maggiorelli

Finalmente liberi da un governo di centrodestra dalla doppia morale (baciapile in Aula e bunga bunga di notte) si sperava che l’attuale governo “tecnico”, quanto meno, non proseguisse sulla strada dell’agenda bioetica vaticana adottata da Berlusconi. Ma che questa fosse, appunto,
una “pia” illusione ce l’ha fatto intendere da subito il premier Monti che, come primo gesto pubblico e istituzionale, ha scelto di andare a messa.
Nel frattempo questioni urgenti come un dibattito civile sul biotestamento e la cancellazione delle linee guida della legge 40, varate con un colpo
di mano dalla ex sottosegretaria Eugenia Roccella fuori tempo massimo, quando il governo Berlusconi era già caduto, sono finite in un limbo.

E le cose non sembrano andar meglio nelle politiche locali. Con i consultori pubblici sempre più presi d’assedio dalle associazioni religiose e un proliferare di cimiteri per feti, dal Veneto alla Toscana, voluti da amministrazioni locali di centrodestra ma anche di centrosinistra (Firenze docet). In questo quadro, che Reggio Emilia continui, con l’aiutom di un gruppo di studiosi e intellettuali, a tenere alta la propria tradizione atea e partigiana ci pare un fatto non trascurabile. Dal 20 al 22 aprile filosofi, scienziati, bioeticisti, storici e sociologi di fama internazionale torneranno ad affollare la città emiliana in occasione delle Giornate della laicità. Aprendo le porte dell’università di Modena e Reggio al più ampio pubblico per poi proseguire il dialogo nei cinema e nei teatri. Tema centrale dell’edizione 2012 sarà la pesante ingerenza vaticana che vorrebbe il Belpaese dimentico di storiche sentenze come, per esempio, 203 del 1989 in cui la Corte costituzionale scriveva che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella carta costituzionale della Repubblica». Della violenza e del dogmatismo di uno Stato etico e confessionale – come è quello italiano, quando impone l’accanimento terapeutico o obbliga, per legge, una donna a farsi trasferire in utero embrioni malati- discuteranno al festival non solo medici e scienziati, ma anche antropologi e filosofi. E mentre lo storico del diritto Sergio Lariccia e il filosofo Giulio Giorello ci ricorderanno l’importanza che ha avuto la separazione fra Stato e Chiesa nello sviluppo di moderne democrazie (Francia e Inghilterra in primis), i curatori del Rapporto sulla secolarizzazione stilato da Critica liberale e Cgil nuovi diritti dimostreranno, dati alla mano, che il Paese reale è molto più laico della sua classe dirigente. Dell’antistorica pretesa della Chiesa di imporre i suoi «valori non negoziabili» alla società multiculturale
di oggi parlerà la sociologa Chiara Saraceno, mentre i filosofi Gian Enrico Rusconi, Eugenio Lecaldano e Carlo A.Viano rilanceranno i temi forti
di un’etica laica. «È frequente sentire sulla bocca dei credenti la tesi che se Dio non ci fosse, tutto sarebbe moralmente lecito», nota Rusconi. «Per il laico invece la determinazione delle regole morali, e quindi la fondazione dei diritti, prescinde da ogni riferimento diretto a Dio. Questa posizione
si esprime nella necessità per il laico di agire etsi deus non daretur, una formula», tiene a precisare Rusconi, autore di Cosa resta dell’Occidente (Laterza 2012) ma anche di Come se dio non ci fosse (Einaudi, 2000), «che non è una dichiarazione circa l’esistenza o l’inesistenza di Dio, ma è un postulatoma è un postulato di ordine etico. È la rivendicazione della piena autonomia e responsabilità morale dell’uomo e della donna».

Più radicale nel rifiuto della religione è Telmo Pievani che a Reggio Emilia parlerà di “Scienza libera/scienza virtuosa”: «Finché ci sarà scienza sperimentale, ci saranno novità e sorprese», dice da filosofo della scienza. «Sta in questo la carica rivoluzionaria e di libertà della scienza».

da left-avvenimenti

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Il latinorum della bioetica di governo

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Dal 21 febbraio il “piotestamento” voluto da cattolici e destre torna alla Camera. Intanto a Roma, in un convegno organizzato da Politeia, scienziati e bioeticisti invitano i politici a far attenzione al senso delle parole. Che sui temi cosiddetti eticamente sensibili devono essere precise e scientifiche. Pena la lesione dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione.

di Simona Maggiorelli

«Eluana Englaro era una ragazza affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta per decisione della magistratura». Con queste parole che distorcono gravemente la realtà della vicenda Englaro, piegandola a un uso ideologico e politico, la sottosegretaria alla Salute Eugenia Roccella ha lanciato per il 9 febbraio (proprio nell’anniversario della morte di Eluana) la Giornata nazionale degli stati vegetativi. E un’equiparazione inaccettabile e violenta fra chi è in stato vegetativo permanente e chi è portatore di un handicap fisico caratterizza tutto il Libro bianco sugli stati vegetativi e di minima coscienza che Roccella ha stilato in vista della ripresa della discussione parlamentare sul biotestamento, ora calendarizzata per il 21 febbraio.

Basterebbero forse anche solo queste parole della sottosegretaria alla Salute per evidenziare quanto confuso e pericoloso sia il linguaggio di questo Governo di centrodestra in materia di bioetica. Su questioni cioè, non di natura filosofica, ma mediche e che toccano direttamente la vita e la salute del cittadino. Quel che è peggio poi è che questo “latinorum”, per dirla con il genetista Antonino Forabosco, «entra materialmente nelle leggi facendo danni immensi».Basta ricordare, solo per fare un esempio, quanto l’uso di quella parola «concepito» abbia reso antiscientifico l’impianto della legge 40 sulla fecondazione assistita, fin dall’articolo uno. Oppure basta pensare a quali conseguenze possa portare l’aver scritto religiosamente – come è stato fatto nel Ddl Calabrò sul biotestamento – che «la vita è un bene indisponibile». Degli effetti drammatici che possono produrre certe espressioni se entrano a far parte del Codice si è discusso in un convegno organizzato dallaa Consulta di Bioetica onlus, in collaborazione con Politeia e l’Italia dei Valori. In una giornata di studi, il 31 gennaio scorso, dal titolo Quale terminologia per la bioetica? e che, per la prima volta, in Palazzo Marini a Roma ha visto confrontarsi pubblicamente su questo tema scienziati come Forabosco, Flamigni e Riccio, bioeticisti come Mori, Neri a Lecaldano e un ampio arco di politici (da Marino a Di Pietro a Della Vedova a Di Virgilio). «Per legiferare in materia di bioetica è necessario definire criteri certi, basandosi su presupposti scientifici incontestabili piuttosto che politici, superficiali ed approssimativi- ha spiegato Antonio Palagiano, responsabile Sanità e Salute per l’Italia dei Valori e coordinatore della tavola rotonda. «La disinformazione, la distorsione delle notizie o la loro semplificazione che si registrano sempre più spesso quando si tratta un tema cosiddetto eticamente sensibile – ha aggiunto il parlamentare e medico ginecologo – servono per trasmettere ideologie e rappresentano uno strumento di persuasione nei riguardi di cittadini inermi. Su temi come fecondazione assistita, uso di cellule staminali, trapianti d’organi la politica deve essere dalla parte del cittadino, e quindi per una totale libertà di scelta e per il rispetto delle sensibilità individuali. L’autonomia della persona è un valore inviolabile». La legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento che sarà discussa alla Camera il 21 febbraio, «invece – sottolinea con forza Palagiano «sancisce qualcosa di grottesco, e cioè che una persona gode dei suoi diritti attraverso il consenso informato solo fin quando è cosciente; se si trova in stato di incoscienza, li perde improvvisamente, poiché l’efficacia delle sue volontà precedentemente espresse, anche per iscritto, si annulla. Perciò l’ Italia dei Valori darà battaglia in aula a questo testo di legge crudele e oscurantista».
da left- avvenimenti 4-10 febbraio 2011

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Testamento biologico. Daremo battaglia

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Proprio nell’anniversario della morte di Eluana il Consiglio dei ministri vara una strumentale giornata nazionale degli stati vegetativi. E dal 21 febbraio torna in Aula la proposta di legge Calabrò che limita  il diritto di autodeterminazione. E la presidente dell’Associazione Luca Csocioni, la deputata Maria Antonietta Coscioni promette: ” non resteremo in silenzio”

di Simona Maggiorelli

Onorevole Coscioni Il Tar della Lombardia ha bocciato come “illegittima” la disciplina varata nel 2008 dalla Giunta Formigoni perché il termine fissato delle 22 settimane contrasta con la legge la 194 sull’aborto. il Presidente della Regione Lombardia ha commentato: «questa sentenza è antiscientifica». Che dire?
Il commento del presidente della Regione Lombardia è ridicolo e neppure da prendere in considerazione. Roberto Formigoni non credo abbia alcun titolo per stabilire quello che è o non è scientifico. La sentenza comunque stabilisce non tanto la scientificità della “disciplina” Formigoni, quanto il fatto che ha prevaricato i suoi compiti e funzioni. Non è materia che debba e possa essere disciplinata dalle Regioni, ma dallo Stato.

Ignorante anche della tradizione cattolica di seppellire i feti abortiti in terra sconsacrata, il presidente Formigoni gli fa il funerale con tutti i crismi. Cosa è accaduto in Lombardia? Ci sono altre Regioni che ne seguono l’esempio?
Anche il “nuovo” Piemonte del leghista Roberto Cota, se non sbaglio, segue la strada formigoniana. Speculazione? Demagogia? In Lombardia, ad ogni modo, è stata sistematicamente occupata la sanità, militarmente vorrei dire, da parte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. E la sanità, è noto, costituisce un lucrosissimo affare: cliniche e ospedali devono soggiacere ai diktat di Comunione e Liberazione, come documenta il libro La lobby di Dio (Chiarelettere), di Ferruccio Pinotti, un giornalista peraltro cattolico. Lettura illuminante (vedi Left n.46 del 26 novembre 2010) su quello che accade in Lombardia e non solo in quella Regione.

La neonatologia ha dimostrato scientificamente che solo dalle 24 settimane il feto ha possibilità di vita autonoma. (La Carta di Firenze dice addirittura da 25 settimane). Perché la sinistra e le forze politiche progressiste stentano a fare proprie le acquisizioni della scienza lasciando che si continui a dare dell’assassina a chi abortisce?
Bella domanda. Però, riguarda il PD, e se si vuole Di Pietro e Vendola, non certo noi Radicali, che abbiamo promosso e animiamo un’associazione, la “Luca Coscioni”, che ha per suo obiettivo e ragione costitutiva la libertà di ricerca. Ricordo che il nostro slogan-programma è: “Dal corpo del malato al cuore della politica”, e questo significa appunto che crediamo che i cosiddetti temi scientifici, al pari di quelli che oggi si dicono etici, sono questioni sociali. Siamo anche gli unici ad aver organizzato due congressi mondiali, proprio per rendere “politici e sociali” queste questioni.

Per Mimesis sono appena usciti gli Atti del secondo congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che avete organizzato al Parlamento Europeo. Anche in base a quell’iniziativa di respiro internazionale cosa pensa di certi media italiani che trasmettano servizi per dire che il feto in utero ci vede e che il feto di pecora sogna? Per non parlare poi dei casi di risveglio dal coma che sulla stampa vengono contrabbandati per miracolosi risvegli da stati vegetativi permanenti?
I danni che determina questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti. La sistematica e pervicace disinformazione fa sì che queste questioni, che sono in realtà semplicissime e comprensibili da tutti, diventino ostiche. Lo abbiamo visto anche in occasione del referendum sulla legge 40 in materia di fecondazione assistita, ma potrei fare tantissimi altri esempi. Ma del resto, per tornare al caso Lombardia di cui parlavamo prima, si lascia che in certi ospedali siano affissi manifesti del sedicente Movimento della vita, dove si fa vedere un feto con fattezze ormai umane e la scritta: “Mamma, non uccidermi”. Ecco, se questa è la semina, il raccolto non può che essere quello che è. Il problema fondamentale è garantire e tutelare la volontà del paziente, dell’interessato; che al contrario è quotidianamente minacciata e pregiudicata.

Nel Libro bianco stilato dal sottosegretario alla Salute Roccella si equiparano gli stati vegetativi a una grave disabilità. Cosa ne pensa?
L’educazione e il buon gusto mi impediscono di dire cosa penso delle esternazioni e delle iniziative del sottosegretario Eugenia Roccella. Sono un quotidiano insulto all’intelligenza. Francamente mi riesce incomprensibile capire la ragione per la quale, con una furia sistematica demolisce tutto quello che ha caratterizzato e “segnato” i suoi primi vent’anni….

Il tribunale di Firenze il 12 gennaio ha detto sì al testamento biologico accogliendo il ricorso di un cittadino e sottolineando che la libertà di scegliere a quali trattamenti sottoporsi è garantita dalla Carta. Ma Casini chiede di calendarizzare il voto sul biotestamento. E per il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, il Consiglio dei ministri ha indetto la Giornata nazionale degli stati vegetativi. Come  risponderete?
Posso dire che con le mie compagne e i miei compagni radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, dentro e fuori le istituzioni continueremo a dare battaglia, come abbiamo fatto finora; centuplicheremo i nostri sforzi. Il problema sarà quello di riuscire a coinvolgere i partiti di opposizione ma non solo: anche nel centrodestra ci sono personalità laiche sensibili a questi temi. Penso, per esempio, alla collega Chiara Moroni e ai tanti come lei, che mal sopportano la deriva clericale e vaticana di cui è preda il PdL o quello che ne resta. Per il 9 di febbraio, in particolare, nella sala Mappamondo della Camera dei Deputati con i colleghi Livia Turco, Ferruccio Saro,  e la stessa Chiara Moroni presenterò il libro Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’immagine) del professor Amato De Monte e Cinzia Gori che hanno accompagnato Eluana negli attimi finali. Fondamentale riguardo a questa battaglia  sarà il ruolo giocato dai mezzi di informazione: è il presupposto fondamentale, una corretta informazione. Non per un caso noi Radicali, Marco Pannella per primo, siamo preclusi dai programmi di approfondimento politico della RAI e di Mediaset. Se la ricorda l’ultima volta che ha visto Pannella a Porta a porta o a  Ballarò?.

dal settimanale left-avvenimenti

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Un altro sano colpo alla legge 40

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 17, 2010

Fonte: ANSA 2010

Il tribunale di Catania ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla parte della legge 40 che vieta la fecondazione eterologa, quella con seme o ovuli che arrivano da donatori esteri. Un sentenza che ricalca in parte quando già stabilito con sentenza del tribunale di Firenze due settimane fa. A spiegarlo è stata l’avvocato Marilisa D’Amico, docente di diritto costituzionale all’università di Milano, del collegio di difesa della coppia che ha fatto ricorso. “Non si può discriminare una coppia in ragione del grado di sterilità”: una coppia che non ha ovuli o seme in base alla legge italiana, spiega l’avvocato Marilisa D’Amico che ha seguito il ricorso assieme agli avvocati Costantini, Clara e Papandrea, non può infatti fare uso delle tecniche di fecondazione assistita perché è vietato l’utilizzo di materiale genetico (appunto ovuli o seme) esterni alla coppia. E’ sulla base anche di questa considerazione che è stato presentato il ricorso urgente che ha portato al rinvio della legge 40 all’esame della Corte Costituzionale, per la seconda volta in pochi giorni e sempre sul tema della fecondazione eterologa, caposaldo della legge italiana. “Il tribunale di Catania ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del divieto assoluto di fecondazione eterologa – ha aggiunto il legale – rispetto al principio di eguaglianza, diritto alla saluta e conformità delle norme italiane a quelle europee”. Il ricorso era stato impostato non solo rispetto alla sentenza della Corte Europea che aveva condannato la legge austriaca, simile a quella italiana, ma soprattutto riguardo ai principi costituzionali italiani.

LEGALI COPPIA FIRENZE, MASSIMA SODDISFAZIONE – “Esprimiamo massima soddisfazione perché sulla scia del tribunale di Firenze anche il tribunale di Catania ha sollevato la questione di costituzionalità relativa al divieto di fecondazione eterologa della legge sulla fecondazione assistita”. Così gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini – che hanno già seguito il caso della coppia di Torino che ha ottenuto dai giudici di Firenze il rinvio alla Consulta della legge 40 in relazione al divieto di fecondazione eterologa – commentano il secondo rinvio alla Corte Costituzionale sul divieto di eterologa della legge 40/04. “A dispetto delle obiezioni e delle critiche di taluni all’indomani dell’ordinanza fiorentina – afferma Baldini – il tribunale di Catania con analoghe argomentazioni rinvia la legge 40 alla Consulta “. Con l’ordinanza di Firenze, sottolinea inoltre Gallo, anche vice segretario dell’associazione Coscioni, “abbiamo aperto una strada di affermazione giuridica di diritti per coppie che hanno perso irrimediabilmente il loro potenziale riproduttivo; la Corte Costituzionale è chiamata a verificare non solo che siano rispettati i diritti costituzionalmente rilevanti ma anche l’affermazione di diritti riconosciuti dalla Carta Europea dei diritti dell’uomo”.

COSCIONI, ENNESIMA VITTORIA DEL DIRITTO – “Sta accadendo quello che avevamo ampiamente previsto: una legge malfatta, il cui unico intento è quello di vietare e punire, che non ha riscontro con la legislazione europea, che viola i principi costituzionali e le elementari norme del buon senso e non regge al peso delle sue stesse contraddizioni”. Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, saluta come “un’importante vittoria del diritto e delle ragioni dell’umanità” la decisione del tribunale di Catania. “Ora attendiamo fiduciosi il pronunciamento della Corte Costituzionale – aggiunge Coscioni – E’ però evidente che la risposta ‘politica’ a una questione aperta non può che venire dalla politica stessa. In Parlamento ci sono, sia nell’ambito del centro-sinistra che del centro-destra, forze autenticamente liberali e laiche e non asservite a logiche clericali. E’ a loro – conclude – che rivolgo un appello perché questa legge medioevale e assurda sia modificata”.

ROCCELLA, PROSEGUE ATTACCO IDEOLOGICO – “E’ evidente che prosegue l’attacco ideologico alla legge sulla procreazione assistita che invece ha già resistito perché è stata sostanzialmente confermata dalla pronuncia della Corte Costituzionale del 2009 e ha ormai dimostrato di dare buoni risultati”. Così il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, commenta a margine di un convegno il nuovo rinvio alla Corte Costituzionale della LEgge 40 da parte del Tribunale di Catania. Roccella si è detta comunque “fiduciosa” rispetto alla nuova pronuncia che dovrà arrivare dalla Suprema corte “che già ha mantenuto l’impianto della legge. La Corte Costituzionale, ha proseguito Roccella, “penso vorrà tener conto delle intenzioni del Legislatore e della volontà popolare visto che la legge è stata confermata dal referendum, che erano quelle di mettere le coppie infertili nella stessa condizione di quelle fertili, non di usare la procreazione medicalmente assistita come forma di procreazione”. La fecondazione eterologa, attualmente proibita dalla legge e punto sul quale la coppia di Catania ha fatto ricorso, “provoca – ha sottolineato il Sottosegretario – moltissimi problemi a partire della compravendita degli ovociti, passando per lo sfruttamento delle donne” con le pratiche dell’utero in affitto, oltre a “mettere in discussione il diritto del bambino a conoscere e avere informazioni sui propri genitori biologici che è anche un rischio per la salute”. Non bisogna poi “sottovalutare e considerare le ricadute sociali di alcuni fenomeni come la fecondazione eterologa e vedere la questione solo in termini ideologici e ‘diritti'”. “Questa legge – ha concluso Roccella – è molto saggia e riesce a equilibrare le garanzie dei diversi soggetti coinvolti”.

BIANCHI (UDC), NON DECIDANO I TRIBUNALI – “E’ un paradosso Made in Italy: quando ci sono delle buone leggi, si fa di tutto per scardinarle”. Così Dorina Bianchi, vicepresidente dei senatori Udc e correlatrice della legge 40, la legge sulla procreazione medicalmente assistita, commenta la sentenza del tribunale di Catania. “Se proprio bisogna rivedere la legge – afferma l’esponente centrista – la strada migliore è quella che passa per il Parlamento, non certo per i tribunali. E questo vale soprattutto se si deve decidere sui delicati temi di bioetica”.

Ansa 22 ottobre 2010

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La santa ignoranza

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Un piccolo breviario. Spigolature fra gli ipse dixit vaticani. Scherzando ma non troppo

La vita. Il diritto alla vita per la vita è fra i principi non negoziabili per la Chiesa. «La vita deve essere difesa da credenti e non credenti» dice papa Ratzinger. Anche quella delle galline? chiese qualcuno opportunamente.

Sessualità. «La vita umana, dono di Dio, è da accogliere nell’intimità amorosa del matrimonio». Indi, per la Chiesa la sessualità umana come affetti, confronto di identità, dialettica fra diversi non esiste. Dovremmo solo procreare come gli animali.

Embrione. «Dio ama l’embrione, l’informe è già uomo», dice sempre il papa. Ora, la scienza dice che è un agglomerato di cellule. Ovvero un organismo solo biologico che prima di 24 o 25 settimane non ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero materno. Dunque, con Pannella, potremmo concludere che Dio è un bel feticista.

Aborto per la Chiesa «è assassinio». Come ha ribadito l’Evangelium vitae di Wojtyla. Con il cardinale Crescenzio Sepe che anni fa pubblicava un dossier anti aborto che parlava di «strage degli innocenti». Mentre su un sito web di Scienza e vita sedicenti psicologi farneticavano di «sindrome del boia», destino di ogni donna che abortisce. Dunque la legge 194 in Italia e tutte quelle che nell’Occidente moderno tanto caro a Ratzinger hanno legalizzato l’aborto?

Ru486. «Kill pill», «pesticida umano», secondo la sottosegretaria Roccella convertita sulla via di Damasco. «Le controversie sulla pillola hanno influito in modo immorale sul suo uso in Italia – dice l’accademico delle scienze Etienne Baulieu, padre della Ru486 – milioni di donne se ne servono e l’esperienza è positiva ovunque». E poi aggiunge opponendo alla morale cattolica la deontologia scientifica: «I medici sono tenuti a far soffrire i pazienti il meno possibile e non è morale che si impedisca l’uso dei farmaci che migliorano la salute della donna».

Pillola del giorno dopo. Il capo di Stato vaticano, come sempre fa, interviene a gamba tesa nelle questioni dello Stato italiano e raccomanda ai farmacisti l’obiezione di coscienza. Berlusconi arma la Roccella che antiscientificamente ne parla come di un farmaco abortivo. Ma se il governo davvero vuole evitare gli aborti, perché non ne fa un farmaco da banco?

Ricerca. «La scienza non minacci l’umanità», dice Ratzinger. La medicina sarebbe artificio e dunque “male”, la natura, di per sé “bene”. Ma anche i tumori esistono in natura. Lui, nel caso, non si curerebbe?

Eugenetica. Selezionare embrioni prima dell’impianto per avere figli liberi da malattie incurabili, per Benedetto XVI sarebbe eugenetica. Qualcuno gli spieghi che è per avere figli sani e non per il miglioramento della razza tanto agognato dai nazisti che frequentava in gioventù.

Deliri di reconquista. Facendo sempre meno presa sull’opinione pubblica, alle soglie del nuovo millennio la Chiesa decide di lanciarsi nella «reconquista». E in un progetto di «ricristianizzazione dell’Europa». Partendo dall’Italia. Come si legge nel pamphlet Contro Ratzinger (Isbn), il Vaticano convocò «un gruppo di intellettuali italiani terrorizzati dai tempi e convinti, heideggerianamente, che soltanto un dio potesse salvarli. L’idea era semplice. Per sottrarre l’Europa alla decadenza occorreva stabilire per via democratica il suo fondamento divino». Ma cascano male. E per lanciare il suo «progetto culturale» il cardinal Ruini deve affidarsi a Marcello Pera. Così le radici cristiane dell’Europa sono andate, opportunamente, a farsi benedire.

To be continued… su creazionismo, disegno intelligente, rinnovati roghi di Bruno e retroattivi per Darwin, fine vita, alienazione religiosa…
s.m.

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

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Serve vera prevenzione

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2010

Depressione post partum. Occorre più informazione. E possibilità di colloqui con terapeuti in strutture non ideologizzate. Il parere della  psichiatra Annelore Homberg

Dopo recenti fatti di cronaca, il presidente della Sigo Giorgio Vittori propone, con lo psichiatra cattolico Antonio Picano, un Tso per le donne a rischio di depressione post partum. Dott.sa Homberg, da psichiatra, cosa ne pensa?
In psichiatria non esiste un Tso perché la persona “potrebbe” ammalarsi. Si può essere ricoverati contro la propria volontà solo quando si sta già molto male. Lo psichiatra deve valutare la situazione psichica e se è compromessa, allora, secondo i termini di legge, può e deve proporre il Tso. Poi la persona dev’essere ricoverata in un Spdc. Non vedo la necessità di un’altra forma di Tso; certo, vedo la necessità che le strutture per il Tso siano civilissime e che garantiscano l’assenza di stress ambientale per la donna incinta. Il problema da affrontare è poi il post ricovero: che la donna venga seguita bene, ma questo non c’entra  col Tso extraospedaliero.
E il Tso dopo il parto?
Se una donna è depressa-suicida o se delira floridamente mi sembra più intelligente allontanarla da casa e dal bambino (aiutando i familiari a occuparsene) finché non sta meglio. Un bebé con una madre fuori di sé non si diverte certo e anche la madre si riempie di sensi di colpa. Più in generale, su questo progetto mi sorgono alcune domande. Se si vuole raggiungere il numero più alto di donne incinte, non sarebbe più sensato rivolgersi in primis ai ginecologi e ai consultori, e fare finalmente una corretta informazione in tv? Questo rivolgersi alle «donne in gravidanza ricoverate» siamo certi che poi non vada a ricadere sulle donne che chiedono di abortire, affliggendole con diagnosi di depressione e magari anche di altro? Sarò diffidente ma non riesco proprio a fidarmi di nulla che abbia l’appoggio del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella.
La donna di Passo Corese  che ha gettato la figlia dalla finestra era in terapia farmacologica. Quel giorno avrebbe dovuto recarsi a un controllo. Si è parlato di depressione. C’era di più?
Non conosco direttamente la signora ma le modalità – uccisione del bambino in modo cosiddetto incongruo e il fatto che la donna, se ho ben capito, dopo non ha tentato di togliersi la vita – in effetti fanno pensare ad altre diagnosi, di tipo delirante o prettamente schizofrenico.
Imporre test alle donne in gravidanza serve? In termini scientifici e di rapporto con le potenziali pazienti non è quanto meno improduttivo?
Non può e non deve esserci mai un obbligo a fare dei test, anche se larvato. Non esiste che un medico rincorra i pazienti perché non hanno compilato i test! Diventa un controllo assurdo. Se si vuol fare prevenzione – sempre sperando che il questionario sia valido e non una trappola – non sarebbe più pulito dare alle donne e ai familiari il questionario e i mezzi per valutare le risposte in luoghi appropriati? Poi potranno decidere se contattare chi può dar loro una mano, ovvero una struttura pubblica o comunque non ideologizzata. A parte il fatto che i questionari non contengono nulla che non potrebbe venire fuori da un colloquio (anche se ammetto che per la ricerca sono utili), vorrei ricordare che un questionario in gravidanza è una cosa e la reazione della donna e del padre quando nasce un bambino è un’altra. Tutto questo parlare di campanelli d’allarme ed elementi prognostici già durante la gravidanza ha i suoi motivi ma non deve distogliere l’attenzione dal fatto che a provocare le eventuali reazioni psichiche non è la gravidanza quanto la nascita di un nuovo essere umano. Con la situazione nuova e complessa che i neogenitori si trovano ad affrontare. A quel momento deve andare tutta la nostra attenzione. E se un intervento psichiatrico viene richiesto o è necessario, non sono certo i farmaci a risolvere ma la capacità dei terapeuti di comprendere e curare nel rapporto. Infine, una cosa banale ma importante. Se si vuole fare una prevenzione seria, non dimentichiamo il presupposto di tutto: una corretta e ampia informazione sugli anticoncezionali e la difesa della legge 194. Non si può cercare di imporre gravidanze non volute e, insieme, spacciarsi per amici che lottano contro la depressione delle donne.

da left-Avvenimenti, 9 luglio 2010

DOCUMENTI

ROMA, 20 gen 2006 – Uno scambio di battute dai toni particolarmente accesi ha animato oggi la conferenza stampa del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB). Nodo del confronto-scontro che ha visto protagonisti il presidente del CNB, Francesco D’Agostino, e il ginecologo bolognese Carlo Flamigni, il documento, diffuso nei giorni scorsi dal CNB dal titolo ‘Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum’. Flamigni lamenta la decisione di trattare nel documento non solo la depressione post-partum ma anche la questione relativa ai consultori, una scelta di cui, precisa, ”non sono stato mai informato prima dell’inizio delle riunioni plenarie”.”Molta gente mi vorrebbe bruciare vivo – ha detto Flamigni, che denuncia una scarsissima considerazione delle opinioni della minoranza da parte del CNB, relegate a postille nei documenti approvati. ”Non scrivero’ piu’ postille – ha aggiunto Flamigni – perche’ sono solo un modo per cancellare le posizioni di minoranza”. D’Agostino ribatte: ”la discussione su questo tema va avanti dal 2002, ci sono state 15 sedute di gruppo a partire da quella data, Flamigni e’ sempre stato tenuto aggiornato sull’ordine del giorno. Trovo che un’ora e mezza di discussione,oggi, su questo problema sia veramente esagerata. Cosa dovremo fare in alternativa alle postille? Forse registrare solo i voti contrari?”. Non si fa attendere la replica di Flamigni: ”c’e’ una scelta peggiore – sbotta – quella del rogo per le minoranze”. ”Nessuno ha ipotizzato il rogo”, risponde D’Agostino. ”Non ad alta voce”, ribatte Flamigni. Non e’ la prima volta che le spaccature nel CNB vedono protagonisti i due membri, ma questa volta la polemica acquista toni piu’ accesi del solito, non a caso attorno al tema della 194. ”Non voglio arrivare a dire che la depressione post-partum sia diventato un pretesto per esprimersi sui consultori, gettando ombre sulla classe medica – dice Flamigni – ma di fatto e’ diventato un documento di critica da cui emerge anche una considerazione del mondo femminile come superficiale, disattento, amorale, che ha bisogno di essere preso per mano, portato a salvamento: un atteggiamento paternalistico, ma anche un ‘revival’ di antichi contrasti tra abortisti e ‘nascisti’. Ma i risultati parlano chiaro: gli aborti con la 194 sono diminuiti”. Inaccettabile, per Flamigni, ”che la prevenzione diventi un modo per fare avere bambini alle donne gravide che possono essere convinte a non abortire”, conclude il ginecologo che sottolinea infine come ”proprio questo tipo di intervento puo’ essere una grande origine di depressione post-partum”.

(ANSA).

20-GEN-06 17:42

ABORTO: SCONTRO FLAMIGNI-D’AGOSTINO (CNB) SU DOCUMENTO

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Ru486 e pillola del giorno dopo. Dalla parte delle donne

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

Nonostante il via libera dell’Aifa alla pillola Ru486, il governatore regionale, Renata Polverini, vara autonome linee guida  per la sua somministrazione. Intanto con una proposta di legge regionale si vuole imporre per legge la difesa del diritto alla “vita” nei consultori

di Simona Maggiorelli

Ru486

«Le donne hanno atteso a lungo un farmaco che le facesse abortire in modo insieme sicuro e privo di effetti collaterali, per fortuna è arrivato il mifepristone». Con queste parole lo studioso americano Adam Schaff ha siglato un’importante ricerca sul farmaco abortivo pubblicata sulla rivista scientifica Contraception. Lo ricorda il ginecologo Carlo Flamigni a incipit del suo Ru486, non tutte le streghe sono state bruciate (L’asino d’oro edizioni) scritto con Corrado Melega. Un libro di cui left si è già occupato e che qui non esitiamo a riproporre. Non solo per l’autorevolezza dei due autori ma anche per il suo significato politico e civile nel fare piazza pulita delle molte fandonie che si ascoltano nel nostro Paese su questo farmaco. Anche da componenti del governo Berlusconi. A cominciare dalla sottosegrataria alla Bioetica, Eugenia Roccella.

Ma proprio interventi ideologici come quelli di Roccella che non ha esitato a parlare di «kill pill» per indicare la Ru486 e a usare altre definizioni che poco si attagliano a una pillola validata dall’Oms e dalla comunità scientifica internazionale. Ma fare terrorismo e ostruzionismo per impedire che le donne possano abortire senza dolore e senza sentirsi dare delle assassine sembra la priorità di un centrodestra genuflesso ai diktat vaticani. Nonostante la legge 194. Trovando illegalmente i modi per disapplicarla. E in scia con tutto questo il governatore regionale Renata Polverini ha varato le linee guida della Regione Lazio per la somministrazione della Ru486 in regime ospedaliero. Chiedendo a ciascuna struttura di mettere a disposizione due posti letto per casi di aborto farmacologico.

Un provvedimento che la ginecologa Mirella Parachini dell’ospedale San Filippo Neri e dirigente dell’Associazione Luca Coscioni non esita a definire «schizofrenico», in un momento di tagli alla sanità come questo. «Tenere fermi dei letti per interventi che sarebbero da day hospital è un controsenso – spiega – specie quando non ce ne sono abbastanza per chi ha patologie ginecologiche da ricovero». Intanto nelle settimane scorse una signora che ha scelto la Ru486 per abortire, dopo essersi rivolta all’ospedale Grassi di Ostia, ha dovuto attendere i tempi che richiede l’acquisto ad personam del farmaco, secondo la procedura usata prima che l’Aifa desse il via libera alla commercializzazione. Le linee guida non erano ancora state varate e nessuno, di fatto, si è preso la responsabilità di somministrare la Ru486. «Come è possibile che la classe medica non possa usare farmaci registrati?» si domanda indignata la ginecologa Parachini.

E la marcia contro la 194, nel Lazio, avanza ancora. Anche con quattro firme del maggior partito di opposizione, il Pd. Figurano sulla proposta di legge regionale presentata da Olimpia Tarzia di Scienza e vita. Una norma che propone di ristrutturare i consultori, aprendo a quelli privati d’impostazione religiosa per difendere valori etici (quali?) e il diritto alla vita del figlio concepito, «già considerato membro della famiglia». Purtroppo l’equiparazione che la legge 40 stabilisce fra embrione e persona ha fatto scuola. Qui, in barba a ogni evidenza scientifica, l’embrione o feto che sia, viene detto «figlio» e «membro della famiglia». Il tentativo è di riportare il Paese nella condizione di arretratezza e di mancanza di diritti in cui si trovava prima di conquiste civili fondamentali come la legge 194 che liberò le donne dai ferri delle mammane.

da left-avvenimenti del 25 giugno 2010

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Una risposta ad Assuntina Morresi

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

di Simona Maggiorelli

Cara Morresi,

Ru486

la ringrazio per la lettera e la sua attenzione per il nostro lavoro sul quotidiano Terra. Ben lieta di offrire maggiori elementi ai nostri lettori riguardo a quanto scrivevo nell’editoriale del 31 luglio, eccomi qui a risponderle. Anche se, mi permetta, trovo alquanto strano il tono del suo messaggio: fino a prova contraria in questo Paese, si possono ancora criticare libri e argomentazioni. Querele e censure non sono ammissibili in questo ambito. Fino a prova contraria siamo ancora una democrazia. Ma veniamo al libro La favola dell’aborto facile che lei scrisse e pubblicò nel 2006 con la giornalista Eugenia Roccella oggi segretaria al Welfare del governo Belusconi e strenua avversaria della commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già in uso, come lei sa, da più di dieci anni in tutto il progredito occidente.

Un libro, che già nella scelta del linguaggio rivela il filtro ideologico con cui sono stati letti i fatti. Basta dire che in più parti del vostro lavoro la Ru486 viene indicata come “kill pill”: la pillola che uccide. Un’espressione niente affatto neutra e oggettiva. Dal momento che nel suo libro manca del tutto un’informazione di base: che l’aborto farmacologico, al pari di quello chirurgico, non uccide nessuno. Le donne che decidono di abortire non sono delle assassine. L’embrione, dal punto di vista medico scientifico è un agglomerato di cellule. E, come ho già scritto, sulla scorta di quanto afferma la moderna neonatologia, il feto è un organismo biologico in evoluzione che solo intorno alla ventiquattresima settimana ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero della madre. Oltre che “kill pill”, l’espressione che ricorre spesso nel suo libro è “aborto chimico”, usato in senso dispregiativo. L’effetto di un qualunque altro farmaco non è altrettanto chimico? Ma nessuno parla di trattamento chimico dell’ulcera gastrica. Come fa notare la ginecologa Mirella Parachini, presidente della Fiapac, la Federazione internazionale dei ginecologi.

E a lei proprio in quanto medico lasciamo la parola anche riguardo ad alcuni punti del La favola dell’aborto facile. Già nell’introduzione, per esempio, lei e Roccella scrivete che nell’opinione di chi è a favore come di chi è contro la Ru486 ci sarebbe un comune equivoco: ovvero che l’aborto farmacologico sia veloce e indolore. «Fiumi di letteratura da anni descrivono le modalità con cui si svolge l’aborto medico – precisa Parachini -. Da nessuna parte si potrà mai leggere che si tratti di una procedura “veloce”. Di fatto comporta un coinvolgimento della paziente e degli operatori del centro dove viene seguita molto maggiore, sia in termini di tempo che di impegno, sia rispetto a quelli impiegati nell’atto chirurgico, che è un intervento di piccola chirurgia che può essere eseguito in pochi minuti. Tanto che viene raccomandato ai centri di interruzione volontaria di gravidanza la modalità con cui seguire un councelling del tutto diverso da quello adottato nell’aborto chirurgico». Ma, prosegue Parachini: «La consapevolezza di chi conosce questo percorso viene invece scambiata per preoccupazione». Così, le seguenti parole di Silvio Viale: «Molte donne si rivolgono all’ospedale pensando che si tratti di prendere una semplice pillola e tornare a casa, ma non è così», vengono impropriamente usate da Morresi e Roccella a conferma della propria tesi. Alla storia del dottor Viale, che al Sant’Anna di Torino avviò la sperimentazione della Ru486 per l’Italia le due autrici dedicano svariate pagine, mettendo “in luce” che Viale non solo è esponente Radicale, ma si è anche candidato nelle liste della Rosa del Pugno. Quasi a dire che la sua candidatura politica dovrebbe far sospettare delle sue parole e del suo operato medico. Ma viene da chiedersi perché una giornalista come Roccella e una docente di Chimica fisica come Morresi dovrebbere essere più attendibili nell’analisi di faccende strettamente mediche di un ginecologo?

Quanto alla tanto discussa (nel libro) sicurezza del farmaco «lo stesso comunicato dell’Aifa sulla delibera della autorizzazione alla commercializzazione del Mifepristone (Mifegyne) – ricorda Parachini – in conclusione dell’iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi europei in cui il farmaco è già in commercio scrive: la decisione assunta dal Cda rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno». In realtà i passaggi criticabili de La favola dell’aborto facile sarebbero ancora moltissimi, ma per motivi di spazio ci limitiamo a segnalarne alcune esplicite contraddizioni. Nel libro (a pagina 12) si dice che, come quando le interruzioni di gravidanza si facevano clandestinamente, «oggi con una operazione di candeggiatura dell’immaginario, che rimette a nuovo la consapevolezza sociale, ancora una volta solo nel segreto si saprà del sangue e della pena. Solo alle donne toccherà macerarsi, guardare l’assorbente cento volte al giorno, vomitare chiuse nel bagno e farsi domande angoscianti in solitudine». Poche righe prima era stato detto che «è difficile definire privato un metodo che richiede da tre a cinque – o anche più – appuntamenti in ospedale, ciascuno con una permanenza di alcune ore». Insomma, commenta Parachini, «se da una parte si punta il dito sulla sbandierata semplicità del metodo da parte dei suoi sostenitori, con le pazienti vittime di ginecologi ansiosi di “liberarsi dalla tristezza infinita degli aborti” ( pagina 83), dall’altra si accusa la tecnica di comportare un numero eccessivo di controlli ospedalieri e di essere “il metodo veloce che dura 15 giorni” ( pagina 20)». Infine, prosegue la ginecologa, quanto alla faccenda della sicurezza del farmaco contestata dalle due autrici, «nel marzo 2007 il Chmp (Commitee for medicinal products for human use) dell’Agenzia europea del farmaco ha terminato un lavoro di revisione del mifepristone iniziato nel dicembre 2005. Le conclusioni del Comitato sono state queste: i dati disponibili confermano l’efficacia del mifepristone a vari dosaggi in associazione con analoghi di prostaglandina, con la raccomandazione di informare sul rischio di infezioni fatali quando 200mg di mifepristone vengono associati alla somministrazione non autorizzata per via vaginale di compresse di misoprostolo per uso orale”. Questo dato successivo alla pubblicazione del libro conferma la validità del farmaco se usato correttamente, ed è stato approvato in seguito anche dalla commissione europea all’unanimità facendo proprio il parere positivo dell’Emea nel giugno 2007». Senza dimenticare che già nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva incluso la Ru486 nella lista dei farmaci essenziali. In sintesi, con un altro eminente ginecologo ci sentiamo di ribadire che nel libro Morresi e Roccella «interpretano la letteratura scientifica come chi non si interessa di problemi della medicina. Le cose che scrivono – prosegue Flamigni – sono testimonianza della loro personale posizione e mancano di quello spirito critico distaccato e laico che consente invece di poter valutare la letteratura medica con onestà e buon senso». Il punto è, sottolinea Flamigni, «che dalla letteratura non si può prendere solo quello conviene. E una persona che legge la realtà con gli occhiali di una forte ideologia fa proprio questo. In secondo luogo per parlarne con competenza bisogna essere persone esperte di medicina. A Roccella e Morresi andrebbe ricordato il motto latino che diceva nec sutur ne ultra crepidam, ciabattino non andare al di là delle scarpe».

dal quotidiano Terra luglio 2009

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l’aborto non è assassinio

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 26, 2010

intervento all’Università Roma III, 17 maggio 2008

di Simona Maggiorelli

Ru486

Pochi giorni fa, proprio in occasione del
trentesimo anniversario della approvazione della legge 194,Benedetto XVI è tornato a proclamare la posizione della Chiesa di Roma sull’interruzione della gravidanza. L’occasione  per questa sua ennesima ingerenza negli affari dello Stato italiano da parte del capo dello Stato vaticano è stata, il 12 maggio scorso, l’udienza accordata a esponenti del Movimento della Vita.  «Se guardiamo ai tre decenni trascorsi –  e consideriamo la situazione attuale, dobbiamo riconoscere che difendere la vita oggi è diventato più difficile perché si è creata una mentalità di svilimento progressivo del suo valore», ha detto il Pontefice, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa.
L’aborto, per il sommo pontefice, sarebbe una piaga, un flagello da combattere nella società . In particolare quella italiana.  Tralasciando per un attimo l’ legittimità di un tale intervento a gamba tesa nella legislazione di uno stato straniero come lo è l’Italia, per lo Stato Vaticano, va detto che si tratta di un’affermazione del tutto falsa. Trent’anni fa in Italia, secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), gli aborti erano circa un milione e duecentomila, oggi gli aborti legali sono circa centomila. Un decino di trenta anni fa. Un dato che parla da solo.  E  a trent’anni della sua approvazione,  la legge 194 continua ad essere una buona legge.

Le ricerche ufficiali dell’Istituto superiore di Sanità ( pubblicate ufficialmente, di anno in anno sul suo sito) dicono che , da allora, in Italia gli aborti legali sono diminuiti del 44%. E se poi  agli aborti legali si sommano quelli clandestini il calo risulta essere del 75% . In pratica si è passati dai circa 585mila aborti del 1982 ai 150mila del 2006. Ad abortire,  negli ultimi anni, sono state soprattutto le immigrate provenienti da Paesi dove l’aborto è vietato e mancano informazioni sulla contraccezione. Ma studi recenti ci dicono anche che quelle stesse immigrate, dopo qualche tempo che vivono in Italia, ricorrono meno all’interruzione di gravidanza e  al tempo stesso e fanno meno figli.

Così, in barba ai discorsi ideologici e assai poco scientificamente fondati del nuovo governo Berlusconi che, per bocca della sottosegretaria Eugenia Roccella chiede di fare un tagliando della legge 194, ci sentiamo di poter dire – insieme con la Federazione nazionale dell’Ordine dei medici – che la 194 è una buona legge. A distanza di 30 anni ancora solida e moderna.

A partire da quell’articolo 15 che raccomanda “l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità psicofisica della donna e meno rischiose per l’interruzione di gravidanza”. Che implica già – per esempio – la possibilitàdell’aborto farmacologico, come tecnica meno invasiva per le donne, rispetto all’aborto chirurgico. Con buona pace di chi, come Francesco Storace quando era ministro della Salute, ha cercato di imporre in Italia una anacronistica e immotivata nuova sperimentazione della Ru486, un farmaco che è in uso in Europa da dieci anni ed è indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità fra i farmaci essenziali.
Ma c’è anche un altro aspetto di modernità della legge, che val la pena di ricordare: la 194 non fissa un limite temporale per l’aborto
terapeutico. Il legislatore nel ‘78 fu assai più avveduto e aperto di quanto ci prospetti il dibattito politico attuale. Basta pensare al recente indirizzo
applicativo della legge 194 raccomandato dalla Regione Lombardia. Il presidente Roberto Formigoni non si è limitato a  invitare le donne che abortiscono a fare il funerale all’embrione di poche settimane (il che potrebbe anche far sorridere chi, non del tutto ignorante, sa bene che a quello stadio si tratta di poco più che un agglomerato di cellule) ma pretende di fissare un limite all’aborto terapeutico alla 21esima settimana. O, tutt’al più, dalla 22esima e 3 giorni.

Decisione , proprio la settimana scorsa dichiarata illegittima dal Tar della Lombardia e che già molti ginecologi avevano definito “una  vera e
propria canagliata”, proprio perché in quel torno di settimane matura la possibilità di capire con più chiarezza, con gli strumenti diagnostici attuali,
la vera entità del deficit del feto. Ma soprattutto perché, come dimostra la moderna  neonatologia  solo intorno alle 24 settimane il feto comincia ad avere possibilità di vita autonoma, fuori dell’utero. Un seme di una pianta, caduto casualmente sul terreno, –  assicurano gli scienziati-  avrebbe più
possibilità di vita  di un feto che non abbia ancora raggiunto i sei mesi nella pancia materna.
Ma Ratzinger  insiste invocando – fuori da ogni realtà di scienza –  una tutela per l’essere umano, a suo dire, “già pieno e completo
fin dal concepimento, benché informe nell’utero materno”. “Essere informe – continua il papa- “sul quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di dio”. E così Giuliano Ferrara, mettendosi in scia con il suo capitano Achab di bianco vestito, ha varato la sua lista pro life, proponendo un’odiosa moratoria contro l’aborto – odiosa perché falsa , antiscientifica – in analogia con la pena di morte, mentre il premier  Berlusconi, facendo a chi la spara più grossa, ha annunciato già da alcuni mesi di voler addirittura cambiare lo statuto dei diritti dell’uomo suggerendo all’Onu di fare propria la tutela del diritto alla vita, fin dal concepimento.

E tutto questo mentre l’Europa va in tutt’altra direzione. Non solo i singoli Paesi come l’Inghilterra, la Spagna e perfino il Belgio, ormai all’avanguardia nella ricerca scientifica sulle staminali embrionali e sulla clonazione terapeutica. Ma  L’Europa tutta dopo che, alla metà di aprile, la Commissione Pari Opportunità del Parlamento Europeo ha proposto  con successo un documento per favorire l’accesso delle donne all’interruzione di gravidanza . In pratica il documento del Parlamento europeo  sollecita gli Stati membri del Consiglio d’Europa che ancora non l’hanno fatto – Andorra, Irlanda, Malta e Polonia – a depenalizzare l’aborto, ma denuncia  anche che , nei Paesi in cui l’aborto è legale, “le condizioni non
sono sempre tali da garantire alla donna l’effettivo esercizio di questo diritto”. Tra gli ostacoli indicati dal rapporto redatto dalla europarlamentare
austriaca del partito socialista Gisela Wurm: “la mancanza di dottori che accettino di praticare l’interruzione di gravidanza, i ripetuti e obbligatori
consulti medici, il periodo di tempo concesso per la riflessione e i lunghi tempi di attesa”. In più il rapporto approvato a larga maggioranza dalla
Commissione pari opportunità sottolinea anche la necessità di rendere  la contraccezione “facilmente agibile, anche dal punto di vista economico” e “di introdurre l’educazione sessuale e alla contraccezione nelle scuole”.

Per contrasto risultano ancora più netti i contorni del violentissimo attacco alla 194 in atto in Italia. Che poi, a questo punto possiamo dirlo, è un attacco all’identità stessa della donne e alla loro libertà. Ma in Italia non è faccenda di questo ultimo anno di storia, nonostante negli ultimi mesi si siano registrati fatti indegni di un Paese civile come il blitz della polizia nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Napoli.

Volendo fare un minimo di storia  vadetto che la genesi di quello che stiamo vivendo oggi risale almeno al 2004, ovvero all’entrata in vigore della legge 40, sulla fecondazione medicalmente assistita. Ma a essere più precisi si potrebbe tornare più indietro ancora ovvero a quel febbraio 1999 quando nell’aula di Montecitorio una maggioranza trasversale approvò un emendamento alla proposta di legge sulla fecondazione assistita che introduceva il diritto soggettivo del concepito. «Questo significa che un embrione ha gli stessi diritti un bambino appena nato» disse
subito il capogruppo della Lega, Alessandro Cè.

Comunque la si pensi,questo fu un brusco cambio di rotta rispetto alle conquiste della legge 194. Basta ricordare per questo che la legge sull’aborto fu anticipata da una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1975 che chiariva, senza possibilità di equivoci, che non esiste equivalenza fra i diritti dell’embrione e quelli della donna. Quella sentenza, che rese possibile poi la 194, stabiliva una gerarchia fra donna e embrione a favore della prima e in nome della tutela della sua salute e integrità psico-fisica. Al contrario, la legge 40, che all’articolo 1 equipara l’embrione a una persona, basando poi, su questo punto, tutto l’ impianto di legge, riporta la donna a un medioevo in cui lei sarebbe un semplice contenitore di un’entità sacra, intangibile, il “concepito”.

Assunto fra le figure titolari di diritti. La legge 40, di fatto, considera l’embrione persona giuridica alla stregua dei soggetti già nati. Andando contro il nostro codice civile in cui “l’acquisizione di diritti è subordinata alla nascita”. Così la maternità  tornerebbe a essere un destino, non sarebbe più una scelta, maturata nel rapporto con un uomo, rapporto creativo non solo dal punto di vista del fare figli.  Dacché con la legge 40 la donna è costretta, per legge, a farsi trasferire in utero tutti anche gli embrioni  anche se malati, le è proibita l’ eterologa che perfino alla Madonna fu concessa, (come stigmatizzava una geniale copertina del settimanale “Diario” qualche anno fa che). Non sto a ricordarvi tutti gli assurdi e crudeli divieti contenuti in questa norma, mercé anche le sue linee guida, a cui l’ex ministro Livia Turco, in corner, negli ultimi dieci giorni del suo mandato ha cambiato solo alcune virgole. Tanto che a fronte della possibilità di accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte di coppie portatrici di malattie infettive come l’hiv resta ancora in piedi  il divieto di accesso alla fecondazione  assistita per  chi è portatore di malattie genetiche. Una storia di provvedimenti cavillosi  che affonda le radici, appunto, in quel 2005 che nonostante la valanga di firme per andare al
referendum, partorì quattro quesiti così arzigogolati e capziosi che,  cardinal Camillo Ruini o meno la gente ne fu scoraggiata. E questo gioco a confondere è oggi all’acme. Basta dare uno sguardo a come i media nazionali raccontano le vicende di cui stiamo parlando.  Con notizie  sugli anatemi del papa contro l’aborto, date prima di quelle che riguardano i provvedimenti del nuovo governo italiano.

Il lessico antiscientifico e le immagini comparse sulle maggiori testate italiane negli ultimi anni parlano di un bombardamento al napalm alla mente dei lettori, appena un poco distratti. Sui giornali di centrodestra c’è di che sbizzarrirsi da questo punto di vista. Purtroppo però non solo su quelle pagine. Si leggono quotidianamente articoli in cui si parla genericamente di vita, senza distinguere fra la vita di una pianta, di un animale e di un essere umano. Sono entrate nella routine  giornalistica locuzioni quotidiane icome “ dolce morte” per parlare di eutanasia o , ancora più impropriamente di testamento biologico.
Si parla di “tutela del concepito”, ma non è chiaro se questo “concepito” sia una morula, una blastocisti o cosa altro. In occasione dei fatti di Genova, e ancor più gravemente nel caso di Napoli, si è letto sui giornali un inaudito linciaggio pubblico delle donne che hanno abortito. Il Giornale, sulla scorta di Ferrara, ha scritto “un bambino ucciso per un reality”, quando si trattava di un aborto fatto a cinque settimane dall’inizio della gravidanza. Il corollario di sottotesto, del resto, pare, chiaro: le donne meglio a casa a fare figli. Il Foglio poi, ha fatto una campagna per la tutela della privacy
dell’embrione che  sarebbe disturbata dagli strumenti di diagnosi prenatale (resta da capire come il feto abbia potuto far sapere a Ferrara che si sentiva importunato) e ne ha fatta un’altra per denunciare un presunto dolore del feto, quando la scienza ci dice che a quello stadio non ci può essere che una reazione per riflesso e non in relazione a un sentire, dal momento che il feto non ha nessunissima attività psichica, che si realizza solo alla nascita.
L’Avvenire con i vari inserti di Scienza e vita diffusi capillarmente nelle parrocchie si è inventato la sindrome del boia, a cui sarebbero destinate tutte
le donne che abortiscono. Mentre la Ru486 viene chiamata pregiudizialmente, in modo del tutto antiscientifico, Kill pill dalla neo  sottosegretaria al
ministero del Welfare, Eugenia Roccella. E ancora nelle pagine sul recente caso di Pisa si leggevano articoli che confondevano la Ru486 con la pillola del giorno dopo (la Norlevo) che non è affatto un abortivo e sulla quale è illegale fare obiezione.
E ancora si legge di apparentemente democratiche proposte di “adozione degli embrioni orfani”, quando la parola adozione e l’aggettivo orfano afferiscono a un bambino, non certo a un agglomerato di cellule. Per non dire della bassa propaganda  vaticana che si sente sui media italiani quando ci si addentra nei temi che aprono al futuro della scienza. Un vero can can: per cui esperimenti di clonazione terapeutica, ovvero di trasferimento del nucleo di una cellula diventano esperimenti di una (del resto impossibile) clonazione umana. Gli embrioni ibridi (da cui anche Papa Woytila, pare, trasse giovamento) diventano immaginifici embrioni chimera. E questo con la complicità dei soliti,
emeriti esperti. Così il genetista Bruno Dallapiccola, fondatore di Scienza e vita ha definito “ammucchiata in provetta” gli esperimenti di alcuni
ricercatori britannici, che utilizzando materiale genetico (gameti e mitocondri) di tre soggetti con tecniche di trasferimento del nucleo, avrebbero
creato embrioni che potrebbero in futuro essere indenni dalle 40 e oltre malattie (epilessia, distrofia muscolare ecc.) ereditabili proprio dai difetti
del mitocondrio.  E pochi giorni fa si è letto: quindicenne obbligata ad abortire,  speculando sul caso di questa ragazzina che aveva già avuto una
gravidanza  a 13 e dunque bisognosa di aiuto. I giornali hanno preferito invece scagliarsi contro  la 194 che non prevede affatto l’aborto coatto. E via di questo passo. Scusate l’insistenza. E questo non senza la connivenza dei giornali di cosiddetta sinistra a cominciare da certi  specchietti riassuntivi
di Repubblica che vanificano qualunque tentativo l’articolista abbia fatto per argomentare la questione in termini di approfondimento. Ma mi viene in mente anche una storica copertina dell’Espresso che per invitare a votare quattro sì al referendum sulla legge 40 pubblicò in cover una serie di bambini racchiusi in provetta che avanzano come un esercito di homuncoli nello spermatozoo, proprio come nelle raffigurazioni medievali. L’immagine scelta dice il contrario del messaggio che, sulla carta, si vorrebbe far passare.

E qui veniamo al punto, forse il più doloroso, nel constatare le armi spuntate dei giornali nei confronti di questa massiccia campagna di disinformazione e, insieme, di colpevolizzazione delle donne rispetto all’aborto.  Dire “siamo tutte assassine”  certamente non ci offre strumenti di via d’uscita. In filigrana si può leggere: siamo tutte matte e nessuna è matta, a negare la realtà delle cose. Allora mi dico che non basta, per affrontare  la situazione in cui siamo venute a trovarci, il vecchio discorso del diritto all’autodeterminazione.  I tempi sono maturi ormai perché ci possano essere una consapevolezza e un sapere scientifico diffuso che ci permetta, finalmente, di liberarci dal giogo  di un senso di colpa lungo centinaia di anni.

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