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Dal FAI a fianco di Monti: Borletti Buitoni, una candidatura discussa

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 21, 2013

Italia for sale di  Iginio De Luca

Italia for sale di Iginio De Luca

«Ho appreso della sua decisione di candidarsi in una delle liste che fanno riferimento al presidente del Consiglio. È una decisione che rispetto, confidando nelle sue buone intenzioni. Ma non posso né comprendere né condividere il fatto che la Presidente in carica del Fai appoggi un premier che in oltre un anno di governo non ha mostrato la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura».

Così scriveva il 9 gennaio scorso Salvatore Settis nella sua lettera di dimissioni dal Cda del Fai, indirizzata a Ilaria Borletti Buitoni.

«Inoltre, cosa forse persino più grave – aggiungeva il professore della Normale – il presidente Monti non ha mostrato alcuna attenzione a questi problemi nemmeno nella sua Agenda, con ciò confermando che, se tornasse alla guida del governo, proseguirebbe l’opera di sistematico smantellamento delle strutture statali della tutela e di privatizzazione del patrimonio pubblico iniziata dal governo Berlusconi e di fatto proseguita anche dal governo tecnico». Alla netta presa di distanza dell’autore del Codice dei beni culturali italiano è presto seguita una ridda di interventi non meno polemici da parte di personalità della cultura.

A cominciare dallo storico dell’arte Tomaso Montanari che stigmatizza come «gravemente inopportuna» la scelta (e il modo) di Borletti Buitoni di scendere in campo politicamente. «Monti non avrebbe mai candidato la signora Borletti Buitoni: egli ha candidato la presidente del Fai», dice Montanari. «E che ciò sia vero lo dimostra il fatto che la signora ha provato a non dimettersi, decidendo di “autosospendersi” (un’arbitraria e fittizia pratica tutta italiana, inaugurata dai politici inquisiti) per decidere il da farsi ad elezioni avvenute». In questo contesto, poco chiaro è stato anche l’uso delle primarie della cultura indette dal Fai. «La candidatura di Borletti Buitoni ha gettato una luce sinistra su questa operazione», nota Montanari. «Col senno di poi, (un poi ravvicinatissimo, visto che primarie e candidatura sono state quasi simultanee) è chiaro che erano strumentali. E questo è un pessimo inizio di conflitti di interesse».

Ilaria-Borletti-Buitoni-e-nel-Consiglio-Superiore-di-Bankitalia_h_partbMa c’è di più. «Il Fai svolge un lavoro encomiabile, con le sue 116 delegazioni e i suoi 7mila volontari per educare alla conoscenza e alla tutela dell’ambiente e del patrimonio, ma – sottolinea Montanari – gestisce alcuni beni ad esso affidati, o donati. Ora la discesa in politica di Borletti Buitoni, a fianco di Monti che ha teorizzato la “privatizzazione”del patrimonio, dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva

sostituzione alla tutela pubblica. Un patrimonio conservato materialmente e gestito da ricchi signori e signore, orgogliosi di fare charity: è questo il progetto della Costituzione sul patrimonio? Davvero la beneficenza può sostituirsi alla Repubblica nel rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza costituzionale?». E il direttore del Centro studi umanistici dell’Abbazia di San Savino per lo studio e la valorizzazione del patrimonio, Luca Nannipieri, dichiara:

«Schierandosi con una lista che non ha elaborato alcuna visione strategica e progettuale riguardo al patrimonio storico-artistico, una lista il cui candidato premier Monti non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella del Fai che ha presieduto. Si è resa protagonista di un’operazione i cui esiti sono suicidi». Quanto al fatto che la ex presidente del Fai su giornali e in tv faccia spesso riferimento alla necessità di aprire al privato nella gestione del patrimonio e senza chiarire in che termini, Nannipieri (che con lei ha avuto unduro botta e risposta su Libero) aggiunge: «La scarsa credibilità politica di Borletti Buitoni è proprio in questa ambiguità tra pubblico e privato. In politica sei credibile se dici con chiarezza cosa vuoi cambiare,quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie. Finora manca tutto questo. Forse – chiosa Nannipieri – è ciò che vuole Monti: in caso di vittoria, avere un altro ministro dei Beni culturali che, come Ornaghi, se ne sta nell’ombra, cura la placida amministrazione di un ministero ormai inconsistente, taglia nastri e non pone mai problemi».

In un momento in cui in Italia piovono 8 metri quadri di nuovo cemento al secondo e una parte consistente del nostro patrimonio rischia di andare in malora (Roberto Ippolito nel libro Ignoranti, Chiarelettere, traccia un quadro esaustivo quanto agghiacciante), non consola che anche il Fai rischi di perdere la propria autorevolezza. «La confusione è grande nel Fai», commenta Vittorio Emiliani. «Anche l’indicazione di Andrea Carandini come successore alla guida del Fai è un segno di totale spaesamento», dice il giornalista e scrittore, promotore de Il manifesto per la bellezza. «Basta ricordare che Carandini ha chiamato “talebani della tutela” i soprintendentie i difensori del patrimonio culturale»(Simona Maggiorelli dal settimanale left)

da ARTRIBUNE:

L’intellighenzia iataliana scarica Ilaria Borletti Bitoni. L’ex presidentessa del fai , candidata con Mario Monti, nuovo ministro  della cultura? Neanche per sogno. Lettera di fuoco su left

di  Helga Marsala

Salvatore Settis

Salvatore Settis

Prima le clamorose dimissioni di Salvatore Settis dal Fai, poi le dure critiche di Luca Nannipieri, giornalista di Libero e Il Giornale. Pare non avere pace l’ex presidentessa del Fondo Ambiente Italiano, Ilaria Borletti Buitoni, sospesasi esattamente un mese fa per accettare l’invito di Mario Monti a candidarsi per le prossime Politiche nella sua Scelta Civica. Il succo? Una che di cultura vive e che per la cultura dice di volersi candidare, come fa a difendere l’indifendibile vuoto di questo anno di Governo, tutto tagli e rinunce, in assenza di una qualsiasi visione generale e strategia di sviluppo?Finite le emergenze economiche (finite?!), l’Italia – con Monti – tornerà a occuparsi di cultura. Così risponde lei. Un po’ come quando il Presidente del consiglio, dopo il bagno di sangue dell’anno appena trascorso, promette di ridurre la pressione fiscale. Insomma, odore di campagna elettorale.Ma non finisce qui. Oggi altre dichiarazioni abrasive si abbattono sulla nuova avventura politica della Borletti Buitoni, nel frattempo indicata come possibile Ministro dei Beni Culturali nella prossima legislatura. È tempo di lettere pubbliche, firmate da un nucleo di intellettuali italiani, a cui questa candidatura proprio non è andata giù. Di nuovo Settis e Nannipieri, a cui si aggiungono lo storico dell’arte Tomaso Montanari e il giornalista de L’Unità Vittorio Emiliani. Il documento esce su sull’ultimo numero di Left Avvenimenti, in allegato col quotidiano diretto da Claudio Sardo. “La discesa in campo di Borletti Buitoni a fianco di Monti che ha teorizzato la privatizzazione del patrimonio”, scrive Montanari, “dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva sostituzione alla tutela pubblica“. Gli fa eco Nannipieri, con parole severe nei confronti dell’esperienza Monti: “Il candidato premier non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio. Candidandosi con Monti, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella della FAI che ha presieduto”, tornando infine, anche lui, sulla questione del rapporto tra pubblico e privato: “In politica sei credibile se dici con stringente chiarezza cosa vuoi cambiare nel Codice dei Beni culturali, cosa vuoi cambiare nel Titolo V della Costituzione, quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati, cooperative, associazioni, fondazioni o enti locali. La gestione ai privati: come, fino a che punto, con quali limiti e con quali responsabilità. Così si fa politica. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie”.Insiste Settis, lanciando strali contro un governo, quello targato Mario Monti, che non avrebbe mostrato “la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura”. Un vuoto riproposto anche, scandalosamente, nella sua nuova “Agenda”. E chiosa Emiliani, allargando il raggio d’azione del lapidario attacco: “La confusione è grande nel FAI. Anche l’indicazione di Andrea Carandini come possibile successore alla guida del FAI è un segno di totale spaesamento”. Carandini, ovvero colui che chiamò “talebani della tutela i soprintendenti e i difensori del patrimonio culturale“. Dunque, per una certa intellighenzia italica, che sia orientata più sinistra o più a destra, questa candidatura non s’aveva da fare. E per scongiurare la nomina della signora Buitoni alla guida del Dicastero della cultura – nell’incubo di un bis montiano in salsa centrista – ce le stanno mettendo tutta. Anche questa è politica. Azione, ma senza militanza. In perfetta antitesi con la scelta (civica?) di Borletti Buitoni.

Da Artslife:

Fuoco incrociato su Ilaria Borletti Buitoni

11/02/13

Alcune delle firme più note dell’arte si schierano contro Ilaria Borletti Buitoni come possibile Ministro dei Beni culturali della prossima legislatura. L’archeologo Salvatore Settis, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, il saggista Luca Nannipieri, il giornalista Vittorio Emiliani sul numero attuale di Left Avvenimenti, abbinato a L’Unità, scaricano Ilaria Borletti Buitoni come candidata della Lista Civica Monti e possibile responsabile del Dicastero della cultura.

Un giudizio bypartisan e unanime che imbarazza il FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano, di cui Borletti Buitoni è stata presidente fino alla candidatura politica, e che alcune firme del mondo dell’arte criticano in questo modo.

Tomaso Montanari afferma: “Monti non avrebbe mai candidato la signora Borletti Buitoni: egli ha candidato la presidenza del FAI, e che ciò sia vero lo dimostra il fatto che la signora ha provato a non dimettersi, decidendo di autosospendersi (un’arbitraria e fittizia pratica tutta italiana, inaugurata dai politici inquisiti) per decidere il da farsi ad elezioni avvenute. La candidatura di Borletti Buitoni  ha gettat una luce sinistra sulle primarie della cultura indette dal FAI. Col senno di poi, (un poi ravvicinatissimo, visto che primarie e candidatura sono state quasi simultanee) è chiaro che erano strumentali. E questo è un pessimo inizio di conflitto di interesse. La discesa in campo di Borletti Buitoni a fianco di Monti che ha teorizzato la privatizzazione del patrimonio, dà corpo a questa prospettiva: quella del volontariato e del privato come progressiva sostituzione alla tutela pubblica”.

Luca Nannipieri afferma: ”Ilaria Borletti Buitoni si è schierata con la Lista Monti che non ha elaborato alcuna visione strategica e progettuale per quanto concerne patrimonio storico-artistico e cultura, il cui candidato premier, Mario Monti, non ha mai citato neppure per sbaglio la parola “beni culturali” in un anno di presidenza del Consiglio. Candidandosi con Monti, Borletti Buitoni ha dilapidato non tanto la sua relativa autorevolezza, quanto quella della FAI che ha presieduto. Si è resa protagonista di un’operazione tecnicamente e legalmente corretta, ma i cui esiti sono suicidi. La scarsa credibilità politica di Borletti Buitoni è proprio in questa ambiguità tra pubblico e privato. In politica sei credibile se dici con stringente chiarezza cosa vuoi cambiare nel Codice dei Beni culturali, cosa vuoi cambiare nel Titolo V della Costituzione, quali compiti ha lo Stato e quali altri sussidia e delega a privati, cooperative, associazioni, fondazioni o enti locali. La gestione ai privati: come, fino a che punto, con quali limiti e con quali responsabilità. Così si fa politica. Altrimenti siamo agli slogan delle primarie. Finora manca tutto questo. Forse è ciò che vuole Monti: in caso di vittoria, avere un altro ministro dei beni culturali che, come Ornaghi, se ne sta nell’ombra, cura la placida amministrazione di un Ministero ormai inconsistente, gira per inaugurazioni, taglia nastri e non pone mai problemi”.

Salvatore Settis sostiene: “Ho appreso della sua decisione di candidarsi in una delle liste che fanno riferimento al presidente del Consiglio. E’ una decisione che rispetto, confidando nelle sue buone intenzioni. Ma non posso né comprendere né condividere il fatto che il Presidente in carica del FAI appoggi un premier che in oltre un anno di governo non ha mostrato la minima sensibilità per i problemi dell’ambiente, dei beni culturali, della scuola, dell’università, della ricerca, della cultura. Inoltre, cosa forse persino più grave, il presidente Monti non ha mostrato alcuna attenzione a questi problemi nemmeno nella sua Agenda, con ciò confermando che, se tornasse alla guida del governo, proseguirebbe l’opera di sistematico smantellamento delle strutture statali della tutela e di privatizzazione del patrimonio pubblico iniziata dal governo Berlusconi e di fatto proseguita anche dal governo tecnico”.

Vittorio Emiliani dice: “La confusione è grande nel FAI. Anche l’indicazione di Andrea Carandini come possibile successore alla guida del FAI è un segno di totale spaesamento. Basta ricordare che Carandini ha chiamato ‘talebani della tutela’ i soprintendenti e i difensori del patrimonio culturale”.

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Settis, in difesa del bene comune

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 18, 2012

Salvatore Settis

Salvatore Settis

Lo storico dell’arte e della Normale  difende la Costituzione come manifesto politico forte. E denuncia la continuità tra i governi Berlusconi e Monti: «La destra colta e perbene sta facendo gli stessi danni al patrimonio culturale e paesaggistico di quella precedente»

di Simona Maggiorelli

Se l’Italia ha un Codice dei beni culturali e paesaggistici lo deve a Salvatore Settis, storico dell’arte e archeologo della Normale di Pisa che non si è mai risparmiato nella battaglia per la piena attuazione della Costituzione. Che con l’articolo 9 «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione».

Rientrato in Italia nel 1999, dopo aver diretto il Getty Research Institute, Settis ha intrapreso una tenace battaglia contro la svendita del patrimonio pubblico. Cominciata nel 1991, quando il governo Andreotti provò a istituire la Immobiliare Italia Spa, e culminato dieci anni dopo con la Patrimonio dello Stato spa di Tremonti che prevedeva cartolarizzazioni e dismissioni non solo di palazzi pubblici, ma anche di pezzi di paesaggio: «Da allora le ipotesi di dismissione ricorsero assai spesso, più o meno a ogni finanziaria», scrive Settis nel suo nuovo libro Azione popolare, cittadini per il bene comune (Einaudi). «Anche con i governi di centrosinistra del 1996-2001». Per denunciare lo scellerato tentativo di mettere all’asta il Paese, nel 2002 pubblicò l’incisivo Italia spa. L’assalto al patrimonio culturale (Einaudi) e da allora la sua battaglia per la tutela e la valorizzazione non ha conosciuto soste, sul piano degli studi scientifici, ma anche su quello più direttamente politico. Arrivando, appunto, a stilare il Codice dei beni culturali nel 2004 ma anche a dimettersi da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali in dissenso con i feroci tagli alla cultura firmati dal ministro Bondi nel 2009 e con i suoi tentativi di silenziare quell’organo consultivo. Dopo tutto questo, come tacere ora davanti allo scempio della cosa pubblica che continua ben oltre la caduta del governo Berlusconi sotto l’egida del governo Monti? Perciò l’elegante e coltissimo professore, facendo suo il motto “Indignez-vous!” del partigiano Stéphan Hassel mira a scuoterci dal torpore con il suo nuovo libro (il più schiettamente politico). E ci invita a rileggere la Costituzione come manifesto politico contro «la prevalenza del profitto privato sul bene pubblico, la sopraffazione, l’arroccarsi delle caste a difesa di privilegi immeritati, la concezione di ambiente e paesaggio come materia bruta da devastare a proprio vantaggio».

Professor Settis, gli italiani hanno perso la capacità di indignarsi per il sacco della cosa pubblica?

In realtà penso che i cittadini siano sempre meno indifferenti. C’è una grande sensibilità che sta crescendo. Nonostante questo, il sacco dell’Italia è evidente. Perciò credo sia molto importante collegare il saccheggio al patrimonio culturale e al paesaggio con tutte le altre forme di saccheggio a cui stiamo assistendo, con l’economia di rapina che sta proliferando a spese dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Dobbiamo reagire. Avendo la consapevolezza che l’assalto al patrimonio culturale, così come quello a diritti come la salute e il lavoro, insieme all’assalto alle proprietà pubbliche o al demanio, sono parte di uno stesso disegno di smontaggio dello Stato; un disegno che ha il “piccolo difetto” di essere completamente illegale. Oltreché contrario all’interesse della generalità dei cittadini.

Nel suo nuovo libro scrive che il patrimonio d’arte è un “bene comune”. Ma da Craxi a Tremonti a Renzi è considerata «giacimento da sfruttare». La nostra classe dirigente non capisce che la cultura è un’esigenza irrinunciabile, non merce da depredare?

C’è una diffusa leggenda secondo cui la destra becera della stagione berlusconiana sarebbe stata sostituita da una destra colta e pulita. Ma bisogna constatare amaramente che la destra colta e tecnocratica del governo Monti fa esattamente le stesse cose della destra becera precedente. La destra di Sarkozy, invece, non ha tagliato i fondi alla cultura. Anzi ha puntato sulla ricerca come settore strategico. Beninteso la destra, come lei può ben capire, a me non piace per niente. Registro però che Frédéric Mitterrand dichiarava che i fondi del ministero della Cultura vanno considerati un santuario intoccabile. E, infatti, non furono diminuiti di un euro. Questo mentre in Italia si tagliava spietatamente. E al ministro Sandro Bondi non importava un bel niente.

Continuando il confronto, nell’attuale crisi, il ministro della Cultura del governo Hollande, Aurelie Filippetti, ribadisce che tagliare la cultura sarebbe una follia. E in Italia? 

Bisogna avere il coraggio di dirselo chiaramente. Ormai anche la sinistra è rassegnata a subire i tagli alla cultura come una sorta di fatalità, dettata dalla crisi economica. Ma non è vero. Si veda anche la Germania che reagisce alla crisi dicendo che in cultura, tuttavia, si investe. Sono sempre di più i cittadini italiani che protestano contro questa concezione marginale della cultura, vista quasi fosse un lusso. Ma non sono ancora abbastanza. Intanto i ministri Passera e Ornaghi firmano il manifesto per la cultura de Il Sole 24 ore, si stracciano le vesti per dire che non vorrebbero mai tagliare in cultura e intanto lo fanno. C’è questa doppia verità, questo doppio binario.

Al teatro Eliseo, anche la platea di addetti ai lavori degli Stati generali della cultura ha contestato apertamente i due ministri.

Ero in Cile (per un ciclo di conferenze sui beni culturali, ndr), l’ho appreso dai giornali. Ma posso dire che i ministri contestati, Ornaghi e Profumo, sono del tutto appiattiti sull’operato dei loro predecessori, Bondi e Gelmini. Trovo veramente stupefacente che un governo tecnico – appoggiato anche dal Pd – abbia una così totale assenza di prospettiva nella politica culturale del Paese. Il ministro Passera e il viceministro Mario Ciaccia, nel frattempo, continuano a dire che troveranno 80 miliardi, 100 miliardi… Parlano di infrastrutture, di autostrade, non parlano mai seriamente di messa in sicurezza del territorio nonostante il Paese sia devastato da sismi e dissestato sotto il profilo idrogeologico. Passera parla sempre in occasioni pubbliche di un’agenda culturale del governo, ma è un flatus vocis dietro al quale non si vede il più remoto progetto concreto. Per non dire poi di Ornaghi, che non fa nemmeno  promesse. Si limita a dire che lo Stato deve aspettare l’arrivo di finanziatori privati.

Per i beni culturali, Ornaghi auspica «meno Stato e più privati». 

Che dica questo è gravissimo. Sarebbe come se un ministro della Repubblica per mantenere l’ordine pubblico dicesse «sarebbe bene chiamare la mafia». Contributi privati ai beni culturali sono i benvenuti, purché funzioni (secondo Costituzione) il sistema pubblico della tutela, con risorse pubbliche.

Soprintendenze territoriali sempre più depauperate di competenze, blocco delle assunzioni e nomine politiche ai vertici delle maggiori istituzioni, come Giovanna Melandri al MAXXI. Da dove ripartire per uscire da questo impasse? 

Nel libro non suggerisco delle ricette per i beni culturali. Ho voluto dare un messaggio del tutto diverso: per poter affrontare il problema della cultura in maniera risolutiva è necessario inquadrarlo in un ambito più ampio. Il diritto alla cultura fa parte di un orizzonte costituzionale. Bisogna capire alla radice il problema. Tutte le questioni che lei cita sarebbero facilissime da risolvere se ci fosse un ministro competente capace di prendere tutti i provvedimenti necessari. Ma un tecnico di indubbia competenza come Mario Monti ha scelto come ministro della Cultura la persona più disadatta, la più lontana da questo compito. Per evitare che in futuro il ministro della Cultura sia una figura di quarta o quinta fila bisogna ridare centralità alla cultura e leggerla nell’orizzonte degli altri diritti costituzionali. L’articolo 9 non è frutto del caso. Non è un’intrusione. È assolutamente essenziale. La cultura, come il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione (scuola, università, ricerca) sono  essenziali alla democrazia, alla libertà e all’uguaglianza, cioè ai valori fondamentali della Carta. Capendo questo si trova poi anche la soluzione alle singole questioni.

La Costituzione, lei scrive, è un manifesto politico, quanto mai vivo. Non un feticcio.

I diritti che citavo concorrono parimenti a garantire l’autonomia e la dignità del cittadino. L’articolo 9 va messo in relazione con la messa in sicurezza del territorio e con la tutela del paesaggio. D’altro canto la concezione costituzionale di tutela dell’ambiente risulta dalla combinazione con la tutela della salute e va letta in parallelo all’articolo 32, inteso come diritto alla salute. Per il futuro dell’Italia dobbiamo tenere insieme tutte queste cose. Non devono essere la seconda o la terza o la quarta preoccupazione, bensì la prima. Attuando la Costituzione si creerebbe tantissimo lavoro. E ce n’è molto bisogno oggi, specialmente per le generazioni giovani.

Il giurista Stefano Rodotà è stato invitato in Tunisia perché, dopo la Primavera araba, c’è chi pensa a una costituzione sull’esempio della nostra. La nostra Carta viene presa a modello all’estero e in Italia c’è chi la ritiene inattuale?

La nostra Carta è già stata presa ad esempio da altri Paesi. L’articolo 9 è stato copiato dalla Costituzione portoghese e da quella maltese ed è stato praticamente parafrasato da Paesi del Sudamerica. Chi parla della nostra Costituzione come di “un ferro vecchio” non sa quel che dice. O forse lo sa molto bene… Chi protesta contro l’articolo 42 sul diritto di proprietà che è limitato nella Carta italiana dall’utilità sociale, ora dice – come fa Berlusconi – che è vecchia e andrebbe cambiata. E non si accorge che sta criticando una Costituzione del 1948 auspicando un ritorno allo Statuto Albertino del 1848. Nello Statuto Albertino, infatti, la proprietà privata era un valore assoluto. Ora, dire che la Carta è invecchiata per poi tornare indietro di cento anni, mi sembra una mossa suicida.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Il Governo Monti ricorre contro la Corte europea dei diritti dell’uomo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2012

di Simona Maggiorelli

Mario Monti

Il governo Monti ha  presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che il 28 agosto scorso ha giudicato la  Legge 40 sulla fecondazione assistita, una norma che lede i diritti umani.

Il  ministro della Salute Renato Balduzzi aveva preannunciato sull’Osservatore romano ( non su un giornale italiano, ma sul giornale del Vaticano) il proposito di ricorrere in appello contro la sentenza di Strasburgo sul caso di Rosetta Costa e Walter Pavan, una coppia italiana portatrice di fibrosi cistica che aveva visto riconociuto dall’Europa il diritto negato in Italia di poter accedere alla diagnosi genetica preimpiano per avere un figlio sano. Il  governo Monti  il 28 novembre ha dato seguito al proposito del ministro Balduzzi, lo ha fatto in corner, nell’ultimo giorno utile, quando le associazioni di malati speravano ormai che gli assurdi e antiscientifici divieti contenuti della norma italiana sulla fecondazione assistita sarebbero decaduti una volta per tutti.

Una decisione politica, in linea con i dettami del Vaticano e in contrasto aperto con la comunità medico scientifica. Ora il governo Monti dovrà rispondere ai cittadini italiani e in particolare a quelle, tante, coppie portatrici di malattie genetiche che sono costrette ad emigrare all’estero,  per poter accedere ( a costi altissimi)  a tecniche di diagnosi genetica preimpianto, per poter avere un figlio libero da tare genetiche e malattie invalidanti per le quali non c’è ancora una cura.

Lo scorso 28 agosto, è utile ricordare , l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 8 della Carta europea dei diritti umani, che riguarda  le scelte familiari, ma anche il diritto all’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche.  Negando alle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto, infatti,  la Legge 40/2004  si intromette indebitamente nel privato dei cittadini. Ma non solo.

Ad agosto, è utile ricordare, la  Corte di Strasburgo ha anche rilevato che la Legge 40 , in modo antiscientifico, confonde feto e bambino  e va contro l’equilibrata gerarchia di diritti stabilita nella legge 194/1978 che permette l’aborto  e riconosce che il diritto alla salute psicofisica della donna è prioritario  rispetto a quello dell’embrione, che non è persona. Ma queste importanti affermazioni evidentemente non sono state comprese dal Governo dei supertecnici guidato dal Premier Monti. Che con questa richiesta di ricorso in appello dimostra di essere del tutto sordo alle richieste dei malati che gli avevano rivolto numerosi inviti a non ricorrere. Ma si dimostra anche incurante delle 19 decisioni italiane ed europee  che dal 2004 a oggi hanno smantellato pezzo dopo pezzo la Legge 40,  perché giudicata  incostituzionale ed ideologica da Tribunali, Tar e Corte Costituzionale a vario titolo.

“La diagnosi pre-impianto permette due importanti risultati: evitare un aborto e mettere al mondo un figlio che non soffra. Mi chiedo perché questo governo non abbia agito mosso da questi semplici pensieri di rispetto del diritto della salute e abbia invece operato contro i cittadini italiani” commenta a caldo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni. Che  promette di dare battaglia.  “Le associazioni di pazienti e  più dei 60 Parlamentari italiani ed europei che con l’Associazione Luca Coscioni avevano presentato un amicus curiae nel precedente procedimento dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani  non si fermano qui: ci costituiremo davanti alla Grande Camera della  Corte Europea dei diritti dell’uomo, che dovrà pronunciarsi rispetto al ricorso italiano. Vogliamo che siano rispettati i diritti delle persone”.

La Grande Camera, infatti potrebbe anche confermare la decisione presa l’estate scorsa dalla Corte sul caso della coppia Costa -Pavan. “Quella del 28 agosto 2012 sotto il profilo giuridico è una decisione inattaccabile – commenta Filome Gallo – perché è stata presa all’unanimità. Tutti e 15 i giudici hanno espresso parare positivo motivandolo. Sono state già rigettate tutte le eccezioni avanzate dal governo italiano in prima istanza e speriamo che anche la Grande Camera possa proseguire su questa strada, noi gli offriremo tutte le informazioni necessarie per poter decidere con cognizione di causa”. Intanto l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica indice per il 30 novembre e il primo dicembre gli Stati generali dei diritti civili. Una due giorni  nella sala congressi del dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’università di Roma per discutere del caso Italia, unico Paese al mondo – dopo il Costa Rica – ad avere una legge sulla fecondazione assistita così zeppa di divieti.

left web – 28 nov 2012 20:09

Europeista con i forti, antieuropeo con i deboli:

le due facce del governo Monti

Mario Monti e Ratzinger

Mario Monti e Ratzinger

Il ricorso contro la sentenza Ue che accusa l’Italia di violare i diritti umani con la legge 40 sulla fecondazione assistita, mette a nudo una odiosa contraddizione

di Federico Tulli

Mentre la prossima settimana il governo del Costa Rica, dove la fecondazione assistita è proibita per legge, sarà giudicato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo, il governo Monti (che si dice europeista e tecnico) presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, contro la sentenza della Corte di Strasburgo che lo scorso agosto ha riconosciuto che la legge 40 viola l’articolo 8 della Carta dei diritti dell’uomo, intromettendosi nelle scelte familiari delle coppie e impedendone l’autodeterminazione quanto a scelte terapeutiche. Così, se il Costa Rica sarà costretto a rimuovere gli ostacoli ideologici che impediscono ai suoi cittadini di far ricorso alla fecondazione in vitro, l’Italia resterà l’unico Paese al mondo con divieti antiscientifici che colpiscono il diritto di accesso alle terapie di coppie portatrici di malattie genetiche. Come Rosetta Costa e Walter Pavan, genitori di una bambina affetta da fibrosi cistica, che volendo evitare di trasmettere a un’altra figlia una malattia così terribile e invalidante, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per veder riconosciuto il proprio diritto di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto. Possibilità che la legge 40 del 2004 vieta alle coppie fertili, anche se portatrici di gravi patologie genetiche. La Corte di Strasburgo, come è noto, lo scorso 28 agosto ha emesso una sentenza che ha dato ragione alla coppia italiana, riconoscendo l’aspetto antiscientifico della norma italiana sulla fecondazione assistita che confonde feto e bambino, ma anche il fatto che la legge 40 è in contrasto con la 194 che stabilisce una chiara gerarchia di priorità fra diritto alla salute psicofisica della madre e diritti dell’embrione, che non è persona. Ma il governo Monti, sordo alle lettere di malati che chiedevano di non procedere contro la sentenza della Corte Europea, in corner, nell’ultimo giorno utile ha depositato alla Grande camera della Cedu il ricorso contro la sentenza.

Fatto “curioso”, in una nota Palazzo Chigi spiega che il rinvio alla Grande Chambre «si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi». Salvaguardare l’integrità del sistema giudiziario nazionale? E le numerose sentenze emesse da tribunali italiani che dal 2004 a oggi stanno smontando pezzo dopo pezzo questa legge? Non solo, sempre nella nota si legge: «La Corte europea di Strasburgo ha deciso di non rispettare la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, ritenendo che il sistema giudiziario italiano non offrisse sufficienti garanzie». Se così fosse allora perché non emendare subito la legge 40 e le sue linee guida accogliendo quanto ha stabilito proprio sulla stessa materia, il tribunale di Cagliari poche settimane fa quando ha riconosciuto a una coppia portatrice di talassemia il diritto di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto? Le tante associazioni di coppie infertili e portatrici di malattie genetiche da Amica Cicogna a Madre Provetta, dall’Associazione Luca Coscioni a Cerco un bimbo, aspettano dal Governo Monti una risposta.

da Babylonpost/Globalist

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Il ministro Balduzzi: Il mio decreto sanità è solo il calcio di inizio

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 21, 2012

Il governo avvia la riorganizzazione della Sanità. Ma Regioni e Comuni contestano i tagli. Sul ricorso contro la sentenza sulla Legge 40: chiedere chiarimenti è interesse di tutti. Parla il ministro della Salute Balduzzi 

di Simona Maggiorelli

Il ministro della Salute Balduzzi

Ambulatori aperti 24 ore su 24, che liberano i Pronto soccorso dal sovraccarico di lavoro. Centri pubblici territoriali dove ci si può sottoporre a screening di prevenzione e consultare specialisti. Poliambulatori con una équipe di medici di base che, collegati in rete, possono per esempio inviare in ospedale via web la cartella clinica del paziente che si deve ricoverare. Li chiamano “Case della salute” e in Italia ne esistono già diversi. Sono esempi avanzati, come quello nato nella Usl 11 di Empoli per iniziativa di un gruppo di medici di famiglia. Intanto altre realtà pilota stanno crescendo in Toscana e in Emilia Romagna. Il ministro della Salute Renato Balduzzi ha deciso di farne un modello di servizio medico territoriale da estendere in tutta Italia. Questo progetto è il cuore del Decreto legge che porta la sua firma e che, dopo un iter travagliato, ha avuto il via libera del Consiglio dei ministri. Ma se il tentativo di coniugare salute e sviluppo, valorizzando le competenze mediche attive sul territorio, è stato quasi unanimemente apprezzato da operatori e Regioni, più di un dubbio è stato sollevato sulla fattibilità della “Riforma Balduzzi” che secondo il governo dovrebbe essere a costo zero. Dal 2010 al 2014, in base a quanto già stabilito da più governi, il fondo della Sanità italiana sarà privato di 21 miliardi di euro. In questa congiuntura da dove potranno venire le risorse per far partire progetti che, nella fase di start up, necessitano quanto meno di infrastrutture e di reti informatiche? Lo abbiamo chiesto allo stesso ministro Balduzzi. «Per quanto riguarda l’assistenza territoriale bisogna ricordare che i principi introdotti nel decreto sono già contenuti nella convenzione nazionale con i medici di famiglia. E in quanto tali sono già finanziati. Ora è possibile darne piena attuazione. Quanto alle Unità complesse di cura primaria, è chiaro che necessitino di risorse: la ristrutturazione ospedaliera prevista dalla spending review serve a liberare risorse. Tutto il risparmio che la Regione riuscirà a realizzare in questo modo dovrebbe finanziare la rete territoriale.

E se nascessero dei problemi sulle risorse?

Ne discuteremo con le Regioni che hanno già avviato processi di sperimentazione. Tuttavia insistere ora su questo punto rischia di diventare un alibi per chi non vuole fare nulla. E di depotenziare un cammino ormai consolidato. Quanto è scritto nell’articolo 1 del decreto non è una rivoluzione. Era già nella normativa da tempo. Noi abbiamo solo fatto sì che, grazie a principi più chiari, l’istituzione della medicina territoriale potesse essere un obiettivo raggiungibile. Visto che se ne parla da oltre 15 anni nei dibattiti scientifici.

Presidenti di Regione come Errani e Rossi, hanno contestato il ricorso al decreto in materia di salute. Dopo il confronto parlamentare la discussione approderà in conferenza Stato-Regioni?

Sì e in questo caso sarà sottoposto alla Conferenza unificata perché il decreto contiene competenze che riguardano anche i Comuni. La conferenza unificata è un parere autorevole, (obbligatorio anche se non vincolante) che il Parlamento, in sede di conversione in legge del decreto, è chiamato a prendere in considerazione. Poi nel Patto per la salute ci sarà un ulteriore confronto. L’importante era dare il calcio di inizio. Ma si arriverà a definire un accordo sia con le Regioni sia con le categorie coinvolte.

Quali i tempi di attuazione?

Attraverso un accordo fra Stato e Regioni in sede di Patto per la salute, si potrà prevedere una tempistica. Auspico che accada nel minor tempo possibile perché questa è una esigenza avvertita dagli utenti, dagli operatori, da tutti.

Il Sistema sanitario nazionale è stato una grande conquista. Ma la situazione reale dei servizi è “a macchia di leopardo”. Come garantire l’universalità del diritto alla salute anche nelle Regioni in forte deficit?

Il Sistema sanitario nazionale cerca di realizzare il massimo grado di omogeneità. Certo, i livelli essenziali di assistenza devono essere uguali ovunque. Anche se poi nella realtà non sempre accade, purtroppo. Ma il nostro sistema va in quella direzione. E i piani di rientro non significano solo l’obbligo a trovare un equilibrio finanziario. Si è visto, infatti, che un equilibrio finanziario permette di dare migliori servizi. Insomma non è tanto una questione di asticella del fabbisogno ma in alcuni casi un problema di disorganizzazione e inefficienza.

Un punto di criticità del decreto riguarda l’intramoenia. C’è il rischio di cronicizzare la situazione attuale.

Nessuna norma è intoccabile ma, ne sono certo, abbiamo fatto il massimo stante la situazione attuale. E qualche risultato l’abbiamo ottenuto intervenendo anche nelle situazioni aziendali in cui, fin qui, non era stato fatto nulla. Ora quanto succede nell’attività libero professionale è tracciabile dalla Asl, e si riesce a evitare che l’intramoenia sia un modo per bypassare le liste di attesa pubbliche. Certo c’è chi dice che il problema sia l’istituzione stessa dell’intramoenia. Posizione legittima  ma non mi pare che il nostro ordinamento abbia imboccato la strada di una sua messa in discussione. A suo tempo fu deciso che un’attività libero-professionale fatta da un medico dipendente del Sistema sanitario dentro gli ospedali  a certe regole non fosse di ostacolo alla sanità pubblica.

Lei ha annunciato il ricorso del governo contro la sentenza di Strasburgo sulla Legge 40. Una coppia di portatori di fibrosi cistica, tramite l’associazione Luca Coscioni, in una lettera chiede al Presidente Napolitano di prendere posizione a favore della diagnosi preimpianto…

Io ho il massimo rispetto per le posizioni di queste persone e la massima attenzione verso chi è in sofferenza. Ma qui bisogna evitare di confondere il dibattito sulla Legge 40 e sulla diagnosi preimpianto con la vicenda specifica della Corte europea dei diritti dell’uomo. Fin dalla prima lettura della sentenza ho detto che, a mio parere, per ragioni di tipo processuale-tecnico-giuridico io avrei proposto l’appello, per promuovere un chiarimento, perché la Corte non risponde ad alcune domande decisive per il nostro ordinamento. Un ragionamento analogo al mio l’ha fatto Massimo Luciani su l’Unità. Sviluppando quello che io, a caldo, avevo tentato di dire, ovvero che ci sono dei problemi di fondo. Per esempio il diritto ad avere un figlio sano nel nostro ordinamento non esiste. La pronuncia di Strasburgo in questo senso è ambigua. Seconda questione: ma la Corte di Strasburgo ha considerato il bilanciamento che il nostro sistema ha trovato dopo che la Corte costituzionale ha rivisto e corretto la Legge 40? Perché l’argomento dell’incoerenza è double face. Anche nel merito la sentenza di Strasburgo presenta una serie di profili problematici. Non capisco perché chiedere chiarimenti susciti reazioni così forti. È utile a tutti.

Alcuni giuristi rilevano che una sentenza o la si rigetta o la si accetta, non esiste la terza via del chiarimento…

Non vogliamo usare la parola “chiarimento”? Intendiamoci però, stiamo parlando di una giurisdizione particolare. Il vincolo delle sentenze di Strasburgo è morale. Non è dello stesso tenore di quelle della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Maria Antonietta Coscioni,

Siamo Europa non solo per le questioni economiche ma anche per una comune adesione al Consiglio d’Europa e alla Carta che tutela i diritti dell’Uomo, non crede?

Attenzione, questo è un altro equivoco. Non “siamo in Europa”. In realtà qui siamo in una prospettiva allargata che ha dentro anche la Turchia, l’Ucraina la Russia, Paesi che non stanno dentro l’Ue. È è un ordinamento diverso che ha come obiettivo la maggiore tutela e garanzia dei diritti dell’uomo. Siamo proprio sicuri che il modo in cui il nostro ordinamento tutela i diritti sia inferiore a quello della Corte di Strasburgo?

Ci sono almeno 17 sentenze di tribunali italiani che vanno nella stessa direzione di quella della Corte europea (Cedu). Scienziati di fama internazionale affermano che le Legge 40 è antiscientifica rilevando che anche la Cedu accusa la norma del 2004 di confondere feto e bambino: nella tutela dell’embrione la Legge 40 va contro la legge 194 che stabilisce invece una precisa gerarchia fra i diritti della madre e quelli del nascituro. 

Certo. Fu una sentenza della Consulta del 1975. Ora è anche possibile che la Corte costituzionale ritorni in campo. Ma dobbiamo chiederci se la soluzione di temi così delicati possa essere affidata a sentenze problematiche o se invece dobbiamo chiedere a Strasburgo  di pronunciarsi in maniera più forte e limpida.

Il Pdl preme perché il Ddl Calabrò riprenda l’iter in Aula. Dall’altra parte il senatoreFurio  Colombo del Pd presenta una sua proposta per un vero biotestamento chiamandola “legge Martini”. E il governo Monti che posizione prende?

Il governo lo ha già detto: è disponibile a concorrere a una soluzione purché questa non crei ulteriori divisioni e contrapposizioni. Il punto è trovare una soluzione che unisca.

da left avvenimenti del  15-21 settembre

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Un ricorso inconcepibile

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 20, 2012

La Legge 40 sulla fecondazione assistita viola i diritti dell’uomo. Lo ha stabilito una sentenza della Corte europea di Strasburgo. Ma il governo vuole ricorrere. Sui diritti civili cresce il distacco tra il Paese reale e l’attuale classe politica 

di Simona Maggiorelli

fecondazione assistita

La sentenza della Corte europea di Strasburgo parla chiaro: la Legge 40 sulla fecondazione assistita viola la Carta dei diritti dell’uomo.

Lo fa intromettendosi nel privato dei cittadini con norme da Stato etico, che impediscono a coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di avere accesso alla diagnosi preimpianto per avere un figlio sano.

Lo fa nell’articolato ricorrendo a un termine generico come «concepito» che apre il campo a una anti scientifica confusione fra feto e neonato. Entrando così in contrasto con la chiara gerarchia fra diritti della donna e feto stabilita dalla 194 sull’aborto, una legge che la Consulta ha definito a «rilevanza costituzionale». Ma il premier Monti che si batte perché l’Italia non esca dell’Euro e dall’Europa dei mercati, evidentemente, non ha altrettanto a cuore che il nostro Paese sia pienamente europeo anche dal punto di vista della tutela dei diritti umani.

Altrimenti perché il ministro della Salute Renato Balduzzi avrebbe annunciato l’intenzione di ricorrere contro la sentenza di Strasburgo? Peraltro in maniera alquanto precipitosa e irrituale, dopo l’annuncio spiegando le sue ragioni dalle frequenze di Radio Vaticana, subito dopo che il cardinal Bagnasco aveva attaccato i giudici di Strasburgo accusandoli di ingerenze negli affari italiani (da quale pulpito) e di aver scavalcato la nostra magistratura. Forse Bagnasco non sa della sfilza di sentenze pronunciate nei tribunali italiani a favore di coppie che,  per ragioni di salute,  chiedevano di poter contravvenire ai medievali diktat della Legge 40?

Ignazio Marino

Sentenze che anticipavano quella dei giudici di Strasburgo, e perfettamente in linea con essa, pur non facendo giurisprudenza (la sentenza della Corte europea, invece, è fonte primaria). Incurante di tutto questo il ministro Balduzzi continua a parlare di «questioni di legittimità giuridica da verificare», di non meglio precisate questioni tecniche, rispolverando espressioni inaccettabili come «stato giuridico dell’embrione» che non sentivamo più dai tempi delle crociate dell’onorevole Paola Binetti e dei cattolici di vari schieramenti per imporre la Legge 40. Fra le forze che sostengono il governo Monti solo i Radicali hanno manifestato un chiaro dissenso. E un partito di centrosinistra come il Pd come la pensa?

Nelle settimane scorse colpiva il silenzio assordante del segretario Pier Luigi Bersani. Nel libro intervista Per una buona ragione uscito nel 2011 (Laterza, a cura di Sardo e Gotor) dichiarava di aver votato sì all’eterologa e affermava che «la Legge 40 ha mostrato delle incongruenze di ordine logico e morale che per fortuna la giurisprudenza sta correggendo con sentenze equilibrate». Dalla festa di Bologna qualche giorno fa, invece, dopo aver accennato al fatto che «questa sentenza della Corte europea dovrebbe essere l’occasione per la rivisitazione della Legge 40 secondo due o tre punti», in linea con il ministro Balduzzi, Bersani ha dichiarato che «questa sentenza contiene aspetti tecnici che il governo deve valutare al di là del merito della Legge 40». Una affermazione quanto meno contraddittoria, e che lascia trasparire un certo disagio nel trattare temi che riguardano i diritti civili e la bioetica. Impressione che trova conferma nella totale assenza di questi temi dai dibattiti delle feste del Pd di queste settimane cruciali per siglare l’accordo con l’Udc di Casini.

Disagio che abbiamo toccato con mano anche quando, nel classico “giro di opinioni” per questa storia di copertina, esponenti di primo piano di area cattolica del Pd hanno preferito non parlare, adducendo motivazioni del genere: «Ora ho la testa da una parte», oppure «Non ho ancora avuto il tempo di leggere la sentenza» e via di questo passo. Qualcuno è stato più onesto, ammettendo che  «é meglio far passare questo momento di buriana nel partito» prima di affrontare tematiche cosiddette eticamente sensibili.

Pierluigi Bersani

E in chi scrive torna alla memoria il cerchiobottismo dell’allora segretario del Pd Piero Fassino che, pur schierandosi a favore del referendum sulla Legge 40, non impegnò davvero il suo partito nella battaglia referendaria, che dopo la bocciatura del quesito unico abrogativo della legge (proposto dai Radicali), esigeva una campagna di informazione capillare per spiegare quei quattro contorti e troppo tecnici  quesiti agli italiani che intanto la Cei  e il Governo Berlusconi invitano ad” andare al mare” . Ma forse merita anche ricordare qui che fu proprio Fassino a proporre il voto a scrutinio segreto sulla Legge 40 imposta dal centrodestra e che il gruppo della Margherita votò in modo compatto. (fra loro molti parlamentari che oggi militano nel Pd). Tempi lontani? Speriamo, insieme alle coppie che soffrono i divieti della legge 40 e ai tanti malati che hanno bisogno  di quella ricerca che la norma contribuisce a bloccare in Italia. Intanto però Bersani, sempre a margine della festa di Bologna, ventilava la possibilità «che il governo possa decidere di acquisire pareri in Parlamento prima di presentare ricorso contro la sentenza della Corte europea», con lo stesso meccanismo delle audizioni che all’epoca della discussione parlamentare sulla Legge 40 furono tantissime e contrarie alla norma, ma alla fine non furono tenute in nessuna considerazione.

Intanto, mentre l’Idv stigmatizza la legge sulla  fecondazione assistita  come incostituzionale e Sel auspica una sua riscrittura, si fa sentire il disagio anche all’interno del Pd, da parte di esponenti dell’ala laica che nel 2004 e 2005 si batterono contro la Legge 40.

Fra i cattolici del Pd, invece, solo la voce del senatore e chirurgo Ignazio Marino si leva con forza e chiarezza: «La Legge 40, palesemente, è stata scritta senza tener conto delle conoscenze scientifiche attuali, senza considerare le tecniche mediche avanzate che sono utilizzate in altri Paesi e, tanto meno, le difficoltà e le sofferenze delle coppie non fertili o portatrici di gravi malattie genetiche e di quei malati che sperano nelle ricerche sulle staminali embrionali che la Legge 40 sta bloccando» ribadisce con passione il presidente della Commissione d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale. «Sarebbe saggio che il governo Monti si astenesse dal ricorso contro la sentenza della Corte europea e dal prendere una posizione che è evidentemente una decisione politica e non tecnica. Sarebbe opportuno accettare questa ennesima sentenza. Del resto – prosegue Marino – le sentenze sono ormai quasi una ventina e la magistratura ha dimostrato che  molte parti della Legge 40 sono incoerenti, ingiuste, contro la scienza e contro i principi di una costituzione repubblicana e laica. Insomma la soluzione non può che essere una: quella sentenza va del tutto riscritta». «Lo dico – precisa il senatore Pd – con grande rispetto del presidente del Consiglio. Nonostante in alcune occasioni non abbia votato la fiducia al governo, prendendo posizione diversamente dal mio partito, penso che stia svolgendo un compito difficile e importante, ma qui stiamo parlando di una legge che così come era, prima dell’intervento dei tribunali, esercitava un a violenza inaudita sulle donne perché, a prescindere dalla loro età e condizione di salute, imponeva l’impianto contemporaneo di tre embrioni. Ora – sottolinea Marino – si può essere credenti o non credenti, si possono avere idee diverse, ma la differenza vera è fra pensanti e non pensanti, perché solo i non pensanti possono scrivere che l’impianto di tre embrioni in una donna di 20 anni sia lo stesso che in una di 42.  La legge è così incoerente che impedisce la diagnosi obbligando la donna, che scopre poi con l’amniocentesi di avere in grembo un feto affetto da una malattia genetica gravissima a ricorrere all’aborto. Una legge così assurda da imporre che le cellule staminali embrionali abbandonate non possano essere usate a fini di ricerca. Un legislatore in uno Stato laico non impone principi etici». Per giunta principi “etici” fondati su diktat vaticani. E che anche un uomo di Chiesa come il cardinal Martini rifiutava. Basta andare a rileggersi quel Credere e conoscere (Einaudi, 2012) che il Cardinale da poco scomparso ha scritto con Ignazio Marino.

Un volume in cui Martini avanza proposte come dare gli embrioni abbandonati alle donne single e apre alla ricerca sulle staminali, si dice contro l’accanimento terapeutico e afferma che non si può ignorare il progresso della scienza. «La storia insegna – scriveva Martini – come la chiusura aprioristica della Chiesa, e delle religioni in genere, di fronte a inevitabili cambiamenti legati al progresso della scienza e della tecnica non sia mai stata di grande utilità. Galileo docet». Parole che dovrebbero servire anche a rassicurare i cattolici del Pd. E il segretario del partito, fin troppo preso dalla questione delle alleanze. «Bersani dovrebbe dire ciò che realmente pensa, io credo che lui non sia d’accordo con la Legge 40, ma qualcosa potrà cambiare solo quando il Pd comincerà a praticare l’esercizio di affermare sì e no chiari», commenta Marino. E aggiunge: «In questo momento molte attenzioni all’interno del Pd sono rivolte alla somma matematica di alcune centinaia di migliaia di elettori che può portare un insieme di piccole formazioni. Ma quel calcolo per tornare al potere a me, Ignazio Marino, non interessa. Mi interessa modernizzare il Paese. Per questo bisogna avere idee chiare, pronunciarle a voce alta e vedere se esiste una maggioranza a sostegno di quelle idee». Anche perché i cittadini, il Paese reale, su questioni di diritti civili e che toccano la vita di tutti sembrano molto più avanti della classe politica che governa. «Andando in giro per l’Italia e incontrando tante persone – dice Marino – questo fatto è macroscopico. Ma colgo anche un certo senso di rassegnazione verso questa classe politica che non mostra segni di cambiamento. Anche per questo – conclude il senatore Pd – mi auguro che il governo non voglia perdere un pezzo di credibilità e autorevolezza facendosi trascinare in una battaglia di retroguardia in difesa di una delle leggi più ottuse e violente d’Europa». Per riaccendere il dibattito pubblico, superando questa fase di immobilismo, secondo il Radicale Marco Cappato «basterebbe un po’ di democrazia e di conoscenza, cioè qualche confronto televisivo davanti a milioni di persone. A quel punto – dice – Bersani non potrebbe permettersi di continuare ad operare contro la volontà del novanta per cento dei suoi elettori». E non si tratta solo di un discorso astratto. A Milano il Radicale Marco Cappato sta raccogliendo firme per sgretolare l’opposizione del vicesindaco Pd all’istituzione di un registro comunale per il testamento biologico approvata dal sindaco Pisapia. «Anche in questo caso, se la decisione sarà presa coinvolgendo i cittadini- conclude Cappato – l’opposizione del vicesindaco non basterà a bloccare una misura minima di civiltà. Proprio per impedire che la discussione sia relegata alle manovre di Palazzo abbiamo raccolto 6mila firme su una proposta di delibera di iniziativa popolare sul tema, che dovrà essere esaminata dal Consiglio entro l’anno».

da left-avvenimenti del l’8 -14 settembre

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I segreti di Sua Santità

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

Crimini di pedofilia, affarismo, riciclaggio di soldi, rapporti pericolosi con organizzazioni malavitose. Ecco cosa la Chiesa vorrebbe nascondere. Mentre cerca di manipolare le scelte politiche italiane sul biotestamento, sull’aborto, sulla famiglia, sulle scuole private.  Ilnuovo libro di Gianluigi Nuzzi documenta in  modo incontrovertibile  gli affari sporchi del Vaticano.

di Simona Maggiorelli

Benedetto XVI

Una lotta per il potere, senza esclusione di colpi. Così il socialista Rino Formica intervistato da La Stampa descrive quanto sta accadendo Oltretevere. «Il Papa ha finito per restare vittima dell’attuale tendenza della Curia, che oramai è diventata una cosa sola con l’eterno “partito romano”, quello che per decenni è prosperato in un intreccio di massoneria, clericalismo, affarismo. Per tanto tempo questo potere trasversale e senza principii è stato fonte di ricchezza materiale per la Chiesa, ma ha aperto la strada ora alla sua gravissima crisi», dice l’ex ministro. La cui testimonianza Gianluigi Nuzzi – con una copia della La Stampa del 29 maggio alla mano – ci legge a voce alta, sottolineandone dei passi. Alla luce della lunga carriera, da laico che ha combattuto le ingerenze vaticane, Formica sa di che parla.

Come giornalista, dopo molte e approfondite inchieste, Gianluigi Nuzzi è arrivato a una conclusione non troppo diversa. «il Vaticano è una monarchia assoluta», ribadisce, con molti lati oscuri che riguardano mancanza di trasparenza, violazioni di diritti ma anche e soprattutto le prestazioni occulte della sua banca, lo Ior, implicata in questioni di riciclaggio e intermediazioni con la mafia. E questo a dirlo non è Nuzzi ma una ordinanza di un giudice, sottolinea il giornalista di Libero e di La7.

Che dopo le 250mila copie vendute del suo Vaticano Spa uscito nel 2009 ora “rischia” di fare il bis con il nuovo Sua Santità.Le carte segrete di Benedetto XVI. uscito sempre per Chiarelettere. Onde scongiurare questa eventualità, le più alte sfere vaticane hanno accusato Nuzzi di furto e di ricettazione. Ma quello che ci sembra ancor più grave è che politici italiani come l’ex ministro (e ora senatore) Maurizio Gasparri e l’onorevole Paola Binetti abbiano chiesto il sequestro del libro perché basato su documenti riservati della Chiesa e lesivo dell’immagine del Papa.

Come se la segretezza e l’oscurantismo che vuole imporre il Vaticano «dovesse diventare per un giornalista autoscurantismo» chiosa Nuzzi. Come se il compito dei giornalisti non fosse proprio quello di scovare notizie inedite e verificate. E tenendo la schiena ben diritta rispetto al potere. Ma, più a fondo, cosa spaventa tanto il clero e certa politica riguardo al lavoro di Nuzzi?  Cosa cercando di nascondere i media concentrati sul giallo del maggiordomo e che evitano di entrare in merito al libro? “Banalmente” il fatto che accuse gravi e circostanziate rispetto alle politiche di omertà e copertura del Vaticano rispetto a crimini come la pedofilia dei preti, i traffici illeciti dello Ior compreso il riciclaggio dei soldi della mafia e i sospetti di pesanti ed eversive ingerenze nello Stato italiano abbiano trovato una inconfutabile dimostrazione in questo libro, documentatissimo, basato su lunghe ricerche e testimonianze dirompenti raccolte in giro per il mondo.

Più di quanto possa fare in articoli Nuzzi qui approfondisce, traccia nessi, riflette sul significato di scioccanti documenti pubblicati per esteso in apparato. E che «riguardano spinose questioni temporali e scandali che vanno gestiti e silenziati» come fa notare l’autore. «Ma la polvere nascosta sotto il tappeto riemerge sempre da qualche altra parte», fa notare il giornalista. Così dal suo libro si apprende che «gli abusi fisici e psicologici commessi dal fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado erano stati denunciati a Sodano e altri in Vaticano già nel 2003 ma si decise di coprire i crimini di pedofilia e di ladrocinio commessi dai Legionari».

Gianluigi Nuzzi

Intanto il papato varava una Commissione di avvicinamento per cercare di ridurre l’impatto economico delle richieste di risarcimento da parte delle vittime, «con linguaggio freddamente pragmatico, senza spendere una parola sulla gravità dei fatti e sui traumi causati sulle vittime», nota Nuzzi. Ma non solo. Da Sua Santità emergono fatti gravissimi che riguardano le istituzioni e la politica italiana: Giulio Tremonti, quando era ancora ministro della Repubblica italiana, consigliava all’allora presidente dello Ior, Gotti Tedeschi, come evitare sanzioni dell’Unione europea riguardo al mancato pagamento dell’Ici da parte della Chiesa per gli enti commerciali. E, senza soluzione di continuità il premier Mario Monti ha fatto anche peggio. «Dopo l’esposto fatto dai Radicali Italiani nel 2005 proprio riguardo alle “esenzioni Ici” l’Italia avrebbe potuto rivalersi incassando parecchie centinaia di milioni di euro, che in questo momento di crisi sarebbero stati molto utili alle casse dello Stato» ricostruisce Nuzzi. «Ma con abile operazione mediatica il Vaticano si è detto disponibile a pagare qualcosa e il premier Monti ha cambiato la normativa, così» sottolinea Nuzzi, «cambiata la legge, lo Stato italiano non potrà più ricorrere. La manovra fatta da Monti fa fuori la possibilità di potersi rivalere sull’infrazione precedente». E ancora, quanto ai tentativi delle gerarchie vaticane di imporre un’agenda politica e norme improntate a «valori non negoziabili» (perché basati sul dogma religioso) una delle pagine più “sorprendenti” di Sua Santità è la numero  297, dove è pubblicato l’originale di una nota della Santa Sede riguardo a un incontro con Giorgio Napolitano del 19 gennaio 2009. Ebbene in quella occasione il Papa, capo dello Stato Vaticano avrebbe dovuto “convincere” il presidente della Repubblica italiana a fare leggi per la tutela della famiglia e, si legge nella nota vaticana: «Si devono evitare equiparazioni legislative tra il matrimonio ed altri tipi di unione». Nel Ddl in discussione in Parlamento sul biotestamento e in altre «norme eticamente sensibili»  deve essere inserita «una chiara riaffermazione del diritto alla vita, che è diritto fondamentale di ogni persona umana, indisponibile ed inalienabile. Conseguentemente si deve escludere qualsiasi forma d’eutanasia e ogni assolutizzazione del consenso». Ma in questo documento c’è anche un capitolo sulle scuole private. La nota vaticana lascia trasparire una certa preoccupazione: «Il problema attende sempre una soluzione, pena la scomparsa di molte scuole paritarie. Occorre trovare un accordo sulle modalità dell’intervento finanziario anche al fine di superare recenti interventi giurisprudenziali che mettono in dubbio la legittimità dell’attuale situazione». Intanto il Vaticano continua senza scrupoli a incassare dalle tasse dei cittadini italiani circa sei miliardi di euro l’anno, sebbene l’articolo 33 della nostra Costituzione reciti: «Lo Stato non deve sopportare alcun onere per le scuole private».

da left Avvenimenti

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Fertile laicità

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 26, 2012

I nuovi risultati di cura ottenuti con le staminali embrionali  impongono di ripensare l’agenda della biotica imposta dal governo Berlusconi. Il senatore Pd Ignazio Marino riapre la discussione su fecondazione assistita biotestamento e ricerca

di Simona Maggiorelli

Il senatore e chirurgo Ignazio Marino

Ospedale San Filippo Neri, uno dei centri più importanti fra quanti nel Lazio, fra pubblico e privato, praticano la fecondazione assistita. Il 27 marzo scorso un addetto alla gestione della sala di crioconservazione si è accorto che la temperatura toccava i venti gradi invece dei meno 190 previsti per i 94 embrioni, i 130 ovociti e i 5 campioni di liquido seminale lì  conservati. Un incidente, si è detto. «Questa è una vicenda che mi ha lascia sbigottito. Come presidente della Commissione d’inchista sulla sanità del Senato ho avviato un’inchiesta» racconta il senatore Pd e luminare della chirurgia Ignazio Marino. «Dalla relazione dei Nas ho appreso che il San Filippo Neri, come altre strutture analoghe del Lazio da otto anni lavoravano senza che vi sia stato un sopralluogo delle autorità amministrative. Proprio nella regione dove i conflitti su questi temi sono stati accesissimi queste strutture non hanno sentito l’esigenza di accreditarsi dal punto di vista strutturale e professionale». Ma non è tutto.

«Leggendo l’istruttoria», prosegue Marino, «mi sembrava di avere in mano un romanzo a cui mancava l’ultimo capitolo. Erano descritti tutti gli aspetti dell’incidente. Che fine avevano fatto quegli embrioni? Ebbene, con mio grande stupore, ho saputo che sono ancora lì sigillati, a marcire. E allora come  medico e ricercatore ma anche come senatore presidente di una commissione di inchiesta mi chiedo perché non hanno detto una parola tutti coloro che fino all’altro ieri hanno alzato barricate nel sostenere le loro idee sulla vita, sulla ricerca scientifica, contro l’uso di cellule staminali embrionali che oggi sappiamo possono guarire malattie finora incurabili». Una questione, questa della ricerca sulle staminali embrionali che in Italia è particolarmente scottante, visti i molti paletti legislativi e ideologici che sono imposti ai ricercatori che lavorano in questo settore. Di questo tema Ignazio Marino parla anche nel suo nuovo libro Credere e conoscere (Einaudi); inaspettatamente, visto che si tratta di un dialogo con il cardinale Carlo Maria Martini. «Il 31 dicembre 2011, chiudendo le bozze del libro, pensavo a cosa poteva accadere se fosse andato a buon fine uno degli esperimenti che stavano facendo in Inghilterra con embrioni abbandonati nelle cliniche di infertilità nel tentativo di curare persone paralizzate da un trauma della colonna vertebrale e  rese cieche da una maculopatia della retina», ricorda Marino. Poi la notizia a lungo attesa, in primis dalle persone affette da questa patologia invalidante. Sulla rivista medica The Lancet di recente è apparso uno studio in cui si riporta il caso di una donna che è tornata a vedere dopo che in California le sono state iniettate nella retina cellule derivate da staminali embrionali. «Adesso riesce a contare le dita di una mano e a percepire il contrasto dei colori» sottolinea Marino. «Quello che mesi fa era solo un’ipotesi ora e scientificamente provato. Non possiamo più continuare ad affrontare in Italia questi temi con l’idea di tifoserie opposte riottose ad affrontare l’urgenza delle persone che soffrono e che ora possono avere una cura con queste preziosissime cellule. Dove è la nostra etica se non ci scandalizziamo per il fatto che gli embrioni abbandonati non possano essere usati a a scopi terapeutici e anzi vengono lasciati a spegnersi nel freddo? Quando dei ciechi chiederanno di poter riprendere a vedere grazie all’uso delle embrionali, gli diranno che eticamente è più giusto che essi rimangano ciechi?».

Ma in Italia, si sa la legge 40/2004 anche se non vieta direttamente di fare ricerca sulle embrionali, ipocritamente, costringe i ricercatori a lavorare solo su linee cellulari derivate all’estero. Intanto il caso di una coppia che andata a Creta a sottoporsi alla fecondazione eterologa pee non trasmettere al figlio una malattia genetica ha scritto al presidente della Repubblica per raccontare l’odissea delle coppie costrette ad “emigrare” per affermare i propri diritti. Talvolta, come in questo caso, senza successo. Di fronte alla tragedia della coppia che dopo la terapia a Creta non è riuscita a evitare la trasmissione della malattia al nascituro l’Avvenire non ha trovato di meglio che parlare di «illusione eugenetica della provetta eterologa» stigmatizzando i media che hanno sollevato il caso della coppia, come fosse un tentativo di pilotare la decisione dei giudici della Consulta che il 22 maggio si  dovrà pronunciare sulla legittimità costituzionale del articolo 4 (comma 3) della legge 40 che vieta l’eterologa. Secondo i dati rilevati dall’Osservatorio del turismo procreativo riportati in Fecondazione e(s)terologa, firmato per L’Asino d’oro dai ginecologi Carlo Flamigni e Andrea Borini, risulta evidente che la legge 40 con i suoi diktat ha costretto molte coppie a scegliere di cercare fuori dall’Italia la via per una gravidanza. Da un’indagine sul 2005 risulta che nel primo anno dopo l’entrata in vigore della norma sono state ben 3610 le coppie italiane che si sono rivolte a centri specializzati esteri. Per rendersi conto di cosa ha determinato la norma basti dire che nel 2003, il ricorso alla eterologa fuori dai confini era stato scelto solo da 1318 coppie che si potevano permettere di spendere fino all’equivalente di 30mila dollari nelle cliniche Usa o britanniche. «Devo dire la verità», commenta il senatore Marino, «Io sono favorevole alla eterologa, ma mi sentirei di avanzare una proposta, ovvero che si possa evitare che i bimbi nati con questa metodologia poi da adolescenti possano andare a cercare i loro genitori biologici. Dal mio punto di vista è importante proteggere i rapporti e gli affetti con cui il ragazzo è cresciuto, quella che è realmente la sua famiglia». Quanto invece alle linee guida della legge 40 (e peggiorative della norma), varate fuori tempo massimo dall’ex sottosegretaria Eugenia Roccella, quando il governo Berlusconi era già caduto, il chirurgo e senatore Marino ha pochi dubbi: «C’erano già delle linee guida accettabili varate sotto il governo Prodi, mi auguro che il governo Monti ne faccia tesoro». Ignazio Marino collaborò alla loro stesura, come e ancor più si è impegnato negli anni a mettere a punto una buona legge sul testamento biologico. Come è noto, però, l’ex governo Berlusconi ha fatto di tutto per far passare in fretta e furia alla Camera un disegno di legge che lo stesso Marino definisce «contro il testamento biologico e contro la libertà di scelta». «Stiamo parlando di un testo che imponeva a ciascuno di noi di sottoporci a terapie come l’idratazione e l’alimentazione forzata anche contro la nostra volontà. Il governo Berlusconi era determinato ad approvarla entro il dicembre 2011. Ma con l’insediamento del governo Monti quel testo deve essere finito in qualche polveroso cassetto del Senato e ho la sensazione che non riemergerà per questa legislatura. «Questo fa maliziosamente pensare», conclude Marino,«che l’urgenza del governo Berlusconi non fosse legata ad un irrefrenabile e appassionato desiderio di dotare il Paese di una legge importante sulle terapie del fine vita ma che fosse uno strumento ideologico da usare all’interno del dibattito politico e parlamentare. Spero proprio che quel disegno di legge finisca nel dimenticatoio. Lo dico come persona che crede nella laicità dello Stato e nei diritti delle persone».

da left avvenimenti del 19 maggio 2012

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L’italia laica si dà appuntamento a Reggio Emilia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 21, 2012

Contro le ingerenze vaticane e i governi baciapile. Per un’etica libera dalla metafisica. Nella città emiliana tre giorni di discussioni con Telmo Pievani, Giorello, Viano, Rusconi, Lecaldano e molti altri

di Simona Maggiorelli

Finalmente liberi da un governo di centrodestra dalla doppia morale (baciapile in Aula e bunga bunga di notte) si sperava che l’attuale governo “tecnico”, quanto meno, non proseguisse sulla strada dell’agenda bioetica vaticana adottata da Berlusconi. Ma che questa fosse, appunto,
una “pia” illusione ce l’ha fatto intendere da subito il premier Monti che, come primo gesto pubblico e istituzionale, ha scelto di andare a messa.
Nel frattempo questioni urgenti come un dibattito civile sul biotestamento e la cancellazione delle linee guida della legge 40, varate con un colpo
di mano dalla ex sottosegretaria Eugenia Roccella fuori tempo massimo, quando il governo Berlusconi era già caduto, sono finite in un limbo.

E le cose non sembrano andar meglio nelle politiche locali. Con i consultori pubblici sempre più presi d’assedio dalle associazioni religiose e un proliferare di cimiteri per feti, dal Veneto alla Toscana, voluti da amministrazioni locali di centrodestra ma anche di centrosinistra (Firenze docet). In questo quadro, che Reggio Emilia continui, con l’aiutom di un gruppo di studiosi e intellettuali, a tenere alta la propria tradizione atea e partigiana ci pare un fatto non trascurabile. Dal 20 al 22 aprile filosofi, scienziati, bioeticisti, storici e sociologi di fama internazionale torneranno ad affollare la città emiliana in occasione delle Giornate della laicità. Aprendo le porte dell’università di Modena e Reggio al più ampio pubblico per poi proseguire il dialogo nei cinema e nei teatri. Tema centrale dell’edizione 2012 sarà la pesante ingerenza vaticana che vorrebbe il Belpaese dimentico di storiche sentenze come, per esempio, 203 del 1989 in cui la Corte costituzionale scriveva che «il principio supremo della laicità dello Stato è uno dei profili della forma di Stato delineata nella carta costituzionale della Repubblica». Della violenza e del dogmatismo di uno Stato etico e confessionale – come è quello italiano, quando impone l’accanimento terapeutico o obbliga, per legge, una donna a farsi trasferire in utero embrioni malati- discuteranno al festival non solo medici e scienziati, ma anche antropologi e filosofi. E mentre lo storico del diritto Sergio Lariccia e il filosofo Giulio Giorello ci ricorderanno l’importanza che ha avuto la separazione fra Stato e Chiesa nello sviluppo di moderne democrazie (Francia e Inghilterra in primis), i curatori del Rapporto sulla secolarizzazione stilato da Critica liberale e Cgil nuovi diritti dimostreranno, dati alla mano, che il Paese reale è molto più laico della sua classe dirigente. Dell’antistorica pretesa della Chiesa di imporre i suoi «valori non negoziabili» alla società multiculturale
di oggi parlerà la sociologa Chiara Saraceno, mentre i filosofi Gian Enrico Rusconi, Eugenio Lecaldano e Carlo A.Viano rilanceranno i temi forti
di un’etica laica. «È frequente sentire sulla bocca dei credenti la tesi che se Dio non ci fosse, tutto sarebbe moralmente lecito», nota Rusconi. «Per il laico invece la determinazione delle regole morali, e quindi la fondazione dei diritti, prescinde da ogni riferimento diretto a Dio. Questa posizione
si esprime nella necessità per il laico di agire etsi deus non daretur, una formula», tiene a precisare Rusconi, autore di Cosa resta dell’Occidente (Laterza 2012) ma anche di Come se dio non ci fosse (Einaudi, 2000), «che non è una dichiarazione circa l’esistenza o l’inesistenza di Dio, ma è un postulatoma è un postulato di ordine etico. È la rivendicazione della piena autonomia e responsabilità morale dell’uomo e della donna».

Più radicale nel rifiuto della religione è Telmo Pievani che a Reggio Emilia parlerà di “Scienza libera/scienza virtuosa”: «Finché ci sarà scienza sperimentale, ci saranno novità e sorprese», dice da filosofo della scienza. «Sta in questo la carica rivoluzionaria e di libertà della scienza».

da left-avvenimenti

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