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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 1, 2009

Amore e psiche M. Barney
Dalle favole berbere del VI secolo a.C. alle opere di videoarte di Matthew Barney, passando per quel grande traghettatore del mito di Amore e Psiche verso l’Occidente che fu l’africano Apuleio. Idealmente la mostra pensata e curata da Miriam Mirolla che si apre oggi a Spoleto ripercorre questo lungo viaggio, raccontandolo soprattutto dal punto di vista di artisti contemporanei. «Studiando la storia dell’arte mi sono imbattuta spesso in personaggi che si sono innamorati follemente di questo mito commissionando più opere a esso ispirate come fecero Scipione Borghese e Agostino Chigi con Raffaello» racconta Mirolla che ha realizzato questa rassegna sulla traccia del suo libro Amore e Psiche, storyboard di un mito uscito l’anno scorso per Electa. «Il tema era così forte – spiega la curatrice – da appassionare intere generazioni di artisti. Nel Rinascimento da parte della committenza alta c’era il desiderio di farlo entrare nella propria vita: quasi che avere opere che lo narrano fosse sentito come un buon viatico, un’ispirazione etica per la vita privata». L’artista che meglio ha saputo rappresentare il senso profondo di questo mito che mette al centro la donna e il rapporto più profondo con il maschile «è stato Canova – dice Mirolla -, perché seppe dare corpo a quel momento in cui Amore salva Psiche dal sonno. Amore tira fuori dal regno dei morti un essere umano: è un’invenzione fortissima che da artista seppe cogliere». Perciò la sua opera è un capolavoro. «Non solo per il talento nell’esecuzione. Ma proprio per la scelta di questo e di altri momenti narrativi clou come in Amore e Psiche stanti e nelle bellissime terrecotte».
Ma se gli artisti hanno saputo irrazionalmente cogliere il senso di Amore e Psiche e rappresentarlo, non altrettanto hanno saputo fare alcuni studiosi. «Le femministe, per esempio, lo hanno rifiutato dicendo che Psiche era una masochista», nota Mirolla.

amore e psiche Kounellis
Non così la studiosa americana Karol Gilligan e con lei una certa corrente degli women stadies. Mentre la cultura occidentale si è basata sul mito di Edipo, ovvero sulla tragedia, «il mito di Amore e Psiche dà una via d’uscita dal tragico. è un mito – dice Mirolla sulla scorta di Gilligan – che non fonda le relazioni sul dolore, ma su una interazione. E questo è un nuovo modo di vedere il mondo certamente più fertile e fecondo».
L’evento. Nella Rocca Albornoziana di Spoleto fino al 30 agosto la mostra Amore e Psiche. Story- board di un mito con opere, tra gli altri, di Duchamp, Barney, Beecroft, De Dominicis, Tracey Emin, Robin Heidi Kennedy, Kou- nellis, Richard Long, Fabio Mauri, Kiki Smith, Cy Twombly.
dal quotidiano Terra 27 giugno 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 1, 2009

Amore epsiche stanti di canova
Una mostra e un libro dedicati al mito di Amore e Psiche. Con un’affascinante chiave di lettura del racconto di Apuleio che ha profondamente ispirato migliaia di artisti nei secoli. In primis Canova di Simona Maggiorelli
«Ho letto per la prima volta la favola di Amore e Psiche in piena adolescenza. Uno di quei racconti che si leggono d’un fiato e che toccano nel profondo» annota a incipit del suo Amore e Psiche storyboard di un mito (Electa) Miram Mirolla. Un incontro e una fascinazione che poi si sarebbero ripresentate più volte nel suo lavoro di curatrice e di studio: «Durante gli studi di storia dell’arte – scrive – il tema di Amore e Psiche continuava a riemergere autonomamente, come l’acqua del fiume in un letto prosciugato». Un primo incontro, quasi inevitabile, è con la loggia di Amore e Psiche affrescata da Raffaello. Con la voglia di scoprire, fra biografia e arte, se dietro le bellezze femminili dipinte nel 1518 a Villa Farnese si celi il volto della donna che, come suggerisce il Vasari, occupava tutti i pensieri di Raffaello o piuttosto un’immagine interiore, un ideale dell’artista, come ci piace leggere nelle righe che lui stesso scriveva al Castiglione («Io mi servo di una certa idea che mi viene dalla mente»), anche se forse si trattava solo di una professione di “fede” neoplatonica.
Ma assai più potente è l’incontro con Canova: l’artista che forse più di ogni altro ha saputo rappresentare e reinterpretare il mito di Amore e Psiche in una iconografia originale . Come si evince ora anche dalla mostra che dal 25 gennaio 2009 gli dedicano i musei di San Domenico a Forlì e dove, fra molti capolavori,è ospitata la scultura conoviana Amore e Psiche stanti della foto e proveniente dal Museo russo di San pietroburgo.

Yves Klein, Venere blu, 1957
Ma l’autrice di questo libro, che unisce le parole del racconto di Apuleio alle immagini che gli artisti gli hanno dedicato nei secoli, ha il coraggio di avventurarsi anche oltre, lungo i sentieri più freddi del contemporaneo, arrivando fino al pranzo vegetariano delle top model sorelle invidiose di Vanessa Beecroft, al letto sfatto di Amore e Psiche di Tracey Emin e scovando fra i lavori di Kounellis una fiamma della lanterna di Psiche che arde solitaria perché la sua luce razionale ha messo in fuga il “sentire”, uccidendo il rapporto più profondo con l’altro, con il diverso da sé. Modi di rappresentazione e stile diversissimi fra loro ma che straordinariamente trovano una radice comune nella materia pagana di Amore e Psiche. «Sembra che alcuni episodi della favola raccontata da Apuleio siano oggetto di un’attrazione fatale per gli artisti», spiega Mirolla. Come frammenti di un affascinante discorso amoroso che continua a emergere al di là delle delle mode e dei repertori iconografici: nel magnetico busto intinto di blu oltremare della Venere di Yves Klein ( in foto), nelle ceramiche di Lucio Fontana ma, dice la studiosa, a suo modo anche dietro la “Nuvola” dell’archietetto Massimiliano Fuksas.
E se il grande traghettatore di questo mito precristiano verso l’Occidente fu quell’«attento e colto avvocato nordafricano di nome Apuleio che dopo averla trascritta in latino la imbarcò sulle navi dei romani», le radici del mito sono da ricercare con ogni probabilità nella tradizione orale di uno dei più antichi popoli preislamici: i berberi. Lo hanno sostenuto scrittori come Mouloud Mammeri, ma – ricorda Mirolla – anche studiose come Eva Cantarella e Carol Gilligan. Ma è grazie alla sensibilità di artisti e letterati (fra i primi Boccaccio) se questo mito, che parla della «potenzialità eversiva» del desiderio fra uomo e donna è sopravvissuto alle bugie di mitografi cristiani come che nel IV e V secolo imposero l’interpretazione di Psiche come allegoria dell’anima. Molti secoli più tardi Freud avrebbe dato man forte ai padri della Chiesa parlando di controllo razionale sull’inconscio (per lui sempre malato) e di una pretesa universalità del complesso di Edipo. Lo scopo, alla fine, era sempre lo stesso: imporre un controllo sul desiderio, annullare l’immagine e l’identità della donna. Left 3/09
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 30, 2009
Anteprima. Andrea Camilleri sulle tracce di Renoir e della sua bionda modella. Nel suo nuovo romanzo Il cielo rubato lo scrittore siciliano si prende una licenza da Montalbano e dalla scrittura di genere . Dal 6 maggio in libreria
di Simona Maggiorelli

Renoir
«Gentile signora, mi permetta di dirle che considero la sua lettera pervenutami ieri come il più bel regalo…Non solo per il contenuto, ma direi soprattutto per il suo giungermi inaspettata…». Parole quasi affettate, dal sapore vagamente d’antan. Con cui quel grande “contraffattore” di stili che è Andrea Camilleri nel suo nuovo romanzo Il cielo rubato (edito da Skira, in libreria dal 6 maggio) si cala nei panni dell’agrigentino, Mario Riotta: un maturo e colto notaio, che l’incipit del romanzo ci presenta sorpreso e forse già un po’ segretamente sedotto dalla lettera di una sconosciuta di nome Alma Corradi che gli ricorda un suo scritto giovanile, un libello su alcuni aspetti poco noti del viaggio in Italia del pittore Pierre Auguste Renoir. Da giovane appassionato di arte, Riotta aveva scoperto molti anni prima che nella Chiesa di Capistrano, un paesino sui monti di Vibo Valentia, una serie di affreschi rivelava la mano del pittore francese, padre dell’impressionismo. In questo insolito romanzo epistolare – del tutto fuori registro rispetto alla letteratura di genere che ha reso popolare Camilleri – il protagonista racconta così la sua scoperta alla signora Alma: «La mia nonna materna era nata proprio a Capistrano nel 1874, figlia di un muratore. Quindi aveva sette anni quando vi arrivò il Maestro. Nella sua memoria di bambina era rimasta impressa la figura di un pittore francese, che lei chiamava il signor Renuà il quale, visto che gli affreschi della chiesa locale si stavano distruggendo a causa dell’umidità, decise in qualche modo d’arrestarne la rovina definitiva operando una sorta non di restauro ma di rifacimento».
Finzione narrativa o ricostruzione storica? Camilleri nel libro coltiva sapientemente questa ambiguità. E se, fra gli altri, Mario Guarna, attento studioso di storia locale, in un saggio del 2008 edito da Ibiskos ha offerto molte prove a dimostrazione che il rifacimento fu veramente di mano di Renoir, Camilleri, forse intuendo una risultanza dell’opera non proprio alla altezza del maestro, si schermisce: «No, non sono andato a vedere gli affreschi in Calabria, del resto nel romanzo sono un fatto abbastanza marginale. Lo spunto narrativo piuttosto mi è venuto da un racconto del figlio di Pierre-Auguste Renoir: Il regista Jean Renoir scrisse di un viaggio di suo padre ad Agrigento e di un furto che avrebbe subito documentato da una lettera di suo pugno, lettera che per quanto ho studiato non ha riscontri storici. Già tutto questo era di per sé un enigma assai intrigante». Ma al gusto della sciarada che connota la produzione più squisitamente giallistica di Camilleri qui si aggiunge una costruzione letteraria colta, fin dalla forma scelta, quella del romanzo epistolare. «Mi ero un po’ annoiato a correre sempre lungo le due autostrade del romanzo poliziesco e del romanzo storico» accenna, sornione, Andrea Camilleri. E tocca scomodare più di un modello letterario, a partire da Lolita di Nabokov, per riferire qui adeguatamente di questa divertita rilettura da parte di Camilleri del topos della passione – vera o fantasticata – da parte da un uomo di una certa età per una giovane donna. In questo caso la bionda Alma – come scopriremo nel corso della lettura che- ha la bellezza luminosa e carnale della celebre Baigneuse blonde (1881) di Reinor e, fin dal nome, intriga il lettore in un gioco di specchi con Aline Chavirot la modella, amante e compagna di Renoir che il pittore ritrasse quasi ossessivamente. Nelle sue lettere Alma farà di tutto per evocare l’immagine di Aline nella mente del maturo notaio. E il climax del rapporto fra i due, in una ridda di riferimenti iconografici veri e falsi (compreso un finto ritratto di Guttuso che Alma spedisce in foto al già arreso Riotta) presenterà non poche sorprese. Come del resto spiazzante è lo stile e il linguaggio che qui Camilleri squaderna, senza il ricorso all’icastico siciliano dei suoi lavori più noti. Lo scrittore che in passato si è divertito a imitare lo stile barocco spagnolesco alla Manzoni e perfino la prosa di Boccaccio qui opta per una lingua apparentemente normalizzata, ridotta al grado zero, lasciando che la luminosità gioiosa, la pennellata morbida e la sensualità delle figure femminili di Renoir diventino l’impasto stesso dell’intera narrazione. «Le immagini pittoriche sono state un elemento fondante della mia formazione e sono sempre state per me una fonte importante di ispirazione» ci ricorda lo stesso Camilleri, in una pausa del suo lavoro di scrittura, che lo vede impegnato nel suo studio romano ogni giorno, invariabilmente, allo scoccare delle sette e mezzo del mattino. Così tornano in mente certe suggestioni caravaggesche de La storia del colore, ma anche tanti suoi romanzi storici ricchi di riferimenti alla pittura coeva. Ma ne Il cielo rubato Camilleri arriva a fare della pittura la protagonista stessa del romanzo. Puntando per giunta su un pittore più odiato che amato dalla critica moderna. «Mi intriga indagare il lavoro di scrittori e pittori che suscitano passioni forti – confessa Camilleri – ,cerco di scoprire le ragioni dell’amore ma anche quelle dell’odio. E questo in pittura avviene molto di più che non in letteratura. Basta pensare a quanta gente dice di odiare Raffaello».
E riguardo a Renoir, alla fine, a quali conclusioni è giunto? «Che indubbiamente è stato un grandissimo maestro. E non per un quadro in sé. Per capire la pittura occorre fare il possibile per cercare di vedere la mano che sta dietro al quadro. E’ il tipo di pennellata a fare la personalità di un artista. Così come è la scrittura a fare lo scrittore». Ma da questo nuovo romanzo di Camilleri non filtra soltanto il suo intenso rapporto con la storia dell’arte, ma anche quello con il cinema, qui chiamato in causa attraverso Jean Renoir, figlio d’arte e cineasta amatissimo da François Truffaut. «Un film come La grande illusione è un vero manifesto contro la guerra. Molto più di altri film venuti dopo – chiosa Camilleri-. Se fosse proiettato oggi risulterebbe di una modernità strepitosa». Truffaut scriveva che Jean Renoir non filma situazioni, non filma idee ma uomini e donne che hanno idee. «Come regista è stato una figura di artista enorme Camilleri. Nel suo cinema c’è l’impressionismo ma c’è anche e soprattutto il dono del vedere. E lo sguardo – conclude Camilleri – è la cosa più importante per un regista».
dal quotidiano Terra
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 25, 2009
Passione per le donne e per la creazione di immagini. Successi e nessun tormento spirituale. Una mostra ad Urbino invita a rileggere la storia del divin pittore
di Simona Maggiorelli

Raffaello, ritratto di donna, la muta
<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Raffaello pittore senza mistero: così chiaro, sereno, perfetto, al punto da rasentare quasi il distacco e apparire inafferrabile. Certo, le sue figure non hanno la plastica tormentata fisicità di quelle di Michelangelo, né quell’alone di mistero delle creature leonardesche. Ma la sua passione per la conoscenza, per l’invenzione di nuove immagini, la laicità e la fiducia nell’umano che connotano la sua pittura sono state troppo sbrigativamente liquidate dalla critica d’arte del ‘900, come già notava André Chastel. Quasi che il divino pittore fosse rimasto prigioniero del suo stesso mito di facilità e versatilità nel dipingere. Senza contare poi che la vicenda artistica di Raffaello, fatta di passione per le donne e per la pittura, di successi e nessun tormento spirituale, non poteva che risultare insulsa allo sguardo alterato di certa critica esistenzialista convinta che genio sia sinonimo di pazzia.
Tanto che si sono dovuti aspettare gli illuminanti studi di Rudolf e Margot Wittkover negli anni Sessanta perché l’opera di Raffaello cominciasse a essere riletta nel suo giusto contesto storico e perché si riprendesse a studiare periodi ancora poco approfonditi come quello della sua formazione: una lacuna che, dopo la mostra londinese del 2004 e quella romana di due anni fa, ora la rassegna Raffaello e Urbino si sforza di colmare, raccogliendo in Palazzo Ducale una quarantina di sue opere giovanili (pitture e disegni) accanto a opere che raccontano il contesto urbinate degli ultimi decenni del Quattrocento.
Di fatto, fin da bambino nella bottega del padre, Giovanni Santi (pittore ma anche poeta) Raffaello ebbe la possibilità di farsi una formazione ampia e di prendere rapporto con la raffinata cultura umanistica che si respirava alla corte di Guidobaldo da Montefeltro animata da intellettuali come Marsilio Ficino, fondatore del Neoplatonismo. Così che a diciassette anni il giovane artista poteva già firmarsi “magister”, come ricostruisce Lorenza Mochi Onori nel catalogo Electa che accompagna la mostra. Rimasto orfano a undici anni Raffaello aveva dovuto far di necessità virtù, mettendosi al lavoro in bottega, ma quel che più colpisce delle sue prime opere,a cominciare dallo stendardo per la Santissima Trinità di Città di Castello dipinto nel 1500, è la grande maturità espressiva di questi lavori.
Da subito quello di Raffaello fu uno stile alto e personale, fatto di accattivante chiarezza, ma anche percorso da una certa inquietudine fiamminga mutuata da maestri come Giusto Di Gand e Pedro Berruguete che avevano lavorato a Urbino. Dalla tradizione tosco emiliana Raffaello aveva preso la cura nel disegno e la usava per tratteggiare immagini delicate, intimamente sensibili. Al centro dei quadri di Raffaello, anche se di soggetto sacro, c’è sempre la grandezza e la dignità dell’umano. Accanto all’eleganza formale, ciò che più conta per lui è il pensiero che c’è dietro l’immagine. E quando poi per affrescare La loggia di psiche avrà a disposizione molti collaboratori, Raffaello riserverà a se stesso la creazione dell’immagine e la regia, lasciando però che l’opera finale fiorisse nell’ operare artistico collettivo. Purtroppo“quel sogno di libertà” del Rinascimento interpretato da Raffaello come ricerca di una bellezza che non fosse solo involucro di lì a poco sarebbe tramontato. Come ci ricorda Antonio Forcellino nel suo Raffaello. Una vita felice (Laterza).
Il sacco di Roma del 1527 e l’incalzare della Riforma protestante avrebbero cambiato radicalmente il quadro, già sette anni dopo la morte di Raffaello. «Ma ancora oggi – annota lo scrittore e restauratore Antonio Forcellino – un approccio laico alla storia del Rinascimento può permettere di guardare con occhi nuovi all’opera di Raffaello riservando non poche sorprese. Nell’ultimo secolo intorno all’arte si è costruita la leggenda del tormento e della disperazione da cui la creazione artistica riscatterebbe, con la sua forza di sublimazione. Letto senza pregiudizi Raffaello smonta impietosamente l’ultima traccia di questo mito romantico».
».
da Left Avvenimenti del 3 aprile 2009
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 16, 2009
Detestava chi copia, ma citava, alludeva e, soprattutto, ricreava le opere dei maestri.Un trittico di mostre a Parigi ci racconta un genio in dialettica continua col presente e con la storia di Simona Maggiorelli da Parigi
Ora che il trittico di mostre parigine Picasso et les maîtres (al Grand Palais, al Louvre e all’Orsay fino al 2 febbraio 2009) si offre a visite più vivibili, si può dare il giusto tempo e respiro all’emozione dei tanti capolavori qui squadernati… e senza il rischio di svenire addosso al vicino. Il fatto è che vedere la Maja di Goya accanto alla Venere di Tiziano, all’Olympia di Manet e alle libere e pagane reinvenzioni che ne fece Picasso è un’esperienza non comune. Se poi si aggiungono i percorsi dedicati al ritratto e all’autoritratto in cui quadri giovanili di Picasso (e già sorprendentemente maturi) dialogano con opere di El Greco, Rembrandt, Van Gogh e Cézanne, c’è di che rimanere senza fiato.
Per non dire poi del fascino enigmatico di un’opera cardine del Siecento come Las Meninas di Velàzquez qui a contatto con le scomposizioni e ricreazioni che Picasso seppe farne in un “corpo a corpo” durato fino alla fine della sua vita. E tutto questo mentre il Musée d’Orsay ospita le metamorfosi che la fantasia picassiana impose a quella Colazione sull’erba con cui Manet scosse i benpensanti di metà Ottocento. E, sempre in contemporanea, il museo del Louvre dà spazio alle vivaci riletture di un capolavoro di luci e ombre come le Donne di Algeri di Delacroix a cui Picasso negli anni Cinquanta dedicò una suite di quindici variazioni ispirata dalla nuova amante, Jaqueline, e in omaggio a Matisse.
Insomma, quella ideata da Anne Baldassari e da Marie-Laure Bernadac più che una mostra si presenta come una ridda di esposizioni, che si richiamano fra loro portando alla luce una fitta e vitale trama di rapporti fra opere del Novecento e dei secoli precedenti, ma anche suggerendo accostamenti inediti fra opere coeve. Un gioco labirintico di rimandi sostenuto da un pensiero che le due curatrici, benché la loro non sia una mostra a tesi, affermano con chiarezza attraverso la scelta delle tele e degli accostamenti: l’inventore del cubismo fu un artista iconoclasta, certamente il più innovativo del secolo scorso, ma non un genio chiuso in un proprio solipsismo e indifferente alla tradizione.
La sua ricerca, suggeriscono Baldassari e Barnadac, non si nutriva solo di una vita pienamente vissuta fra appassionati e tumultuosi rapporti con le donne ma anche di una continua dialettica con quelli che Picasso considerava, per ragioni le più diverse, dei masterpieces. Opere che l’artista spagnolo non solo studiava e frequentava assiduamente nei musei ma che amava collezionare in fotografie.
E se la serie di varianti dai grandi maestri, sviluppate in modo processuale (come in una sequenza cinematografica aperta) caratterizzò soprattutto gli ultimi vent’anni di attività, «fin da giovanissimo Picasso – ricorda Anne Baldassari – si confrontò con i maestri spagnoli ma anche con classici come Michelangelo e Raffaello. Pur continuando a nutrire un insopprimibile desiderio di libertà e quel piglio sovversivo che lo porterà a realizzare le più radicali innovazioni».
Picasso non copia, ma fa suo ciò che ama e cita con piglio decisamente antiaccademico. E qualche volta parodizza come si evince qui dal confronto fra il seicentesco Ritratto di un artista dell’amatissimo El Greco e la divertita “copia” picassiana che ne accentua il manierismo fin quasi alla caricatura. Più spesso l’artista di Malaga si lancia in sottili e ironiche parafrasi. Come quando nel 1901 dipinge il funerale dell’amico suicida, il pittore e poeta Casagemas esemplandolo sul potente e visionario Funerale del Conte d’Orgaz di El Greco. Ma ai santi in cielo, sostituisce un gruppo di discinte prostitute.
Con uno sberleffo anticattolico. E le traduzioni iconoclaste non risparmiano neanche colui che più di ogni altro, Picasso considerava padre della modernità: Cézanne. Nel riprendere alcuni lavori del maestro di Aix, Picasso ne coglie l’essenza e al tempo stesso ne fa una attualizzazione. Come dimostra il confronto organizzato al Grand Palais fra rispettivi studi sul nudo, ma ancor più il confronto fra due opere che ci sarebbe piaciuto vedere in mostra: Madame Cézanne con ventaglio e la rielaborazione che ne fece il pittore spagnolo, rendendo “tangibile” e vibrante la tensione interna al ritratto originale. E forse è proprio questo modo di ricreazione di un’immagine densa di significati uno degli aspetti più interessanti dell’uso che Picasso fa della lezione dei maestri. Ricreazione che va di pari passo all’uso sapiente dell’allusione. E qui il pensiero va a un’altra opera (purtroppo non in mostra) che dedicò all’amico suicida, La morte di Casagemas, realizzata con i colori prismatici di Vincent Van Gogh e le sue pennellate vorticose e materiche. Accanto alla sua testa del giovane che si sparò nel 1901 Picasso fa comparire una candela uguale a quella che arde sulla sedia vuota di Gauguin dipinta da Van Gogh. Quasi a voler regalare all’amico la sensibilità tormentata del genio olandese, assegnando al contempo a se stesso il ruolo del rude e “selvaggio” Paul Gauguin colpevole di un’assenza (un’indifferenza?) verso l’amico. Ma non solo.
Molte intuizioni creative di Picasso, ci racconta la mostra parigina, nascevano in margine a opere di artisti che lui stesso aveva eletto in un proprio ideale Parnaso. Opere che l’artista malagueño studia e assimila. E che, come accennavamo, non di rado decostruisce e ricombina senza alcun timore reverenziale. Ed è attraverso il confronto con gli altri, la conoscenza e il rifiuto che talvolta Picasso approda a un’idea nuova, una sua visione del tutto originale.
Emblematico da questo punto di vista il rapporto con l’amico e “rivale” Matisse di cui emula lo splendido notturno Vaso di pesci rossi oggi al Pompidou trasformandolo in uno studio di artista essenziale e astratto, dominato dal rosso. Mentre altrove ne critica l’impostazione realizzando opere che ne ribaltano la visione estetica e figurativa.
Tanto che l’aspra avversione di Matisse per una delle opere più rivoluzionarie di Picasso, Les demoiselles d’Avignon, si ipotizza nascesse proprio dal fatto che vi leggeva una dissacrazione della sua La gioia di vivere del 1905-1906. E se è pur vero che Picasso con queste sue vitali immagini femminili dallo sguardo ipnotico, dai contorni tagliati con il coltello, in un contrasto di colori che attiva drammaticamente la superficie del quadro, faceva apparire d’un tratto scialba la visione matissiana di uomini e donne nudi che amoreggiano in un’idilliaca natura, è altrettanto vero che Les demoiselles del 1907 appaiono come una potente opera sincretistica in cui sono sussunti e rielaborati un’infinità di riferimenti: da Matisse a Ingres, da Cézanne all’arte negra e al primitivismo iberico. E molto ancora. Contributi che, tuttavia, sono completamente fusi nell’invenzione picassiana di un’immagine che prima non esisteva. Un’immagine nuova che, per la sua irrazionale e creativa rottura di tutte le convenzioni artistiche occidentali (di bellezza, armonia, completezza, chiarezza, coerenza) rappresenta uno spartiacque nella storia dell’arte occidentale, influenzando poi generazioni e generazioni di artisti e pittori.
Left 2/09
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008
Due mostre dedicate al genio del Seicento e la Biennale firmata da Birnbaum fra gli eventi più attesi del 2009 di Simona Maggiorelli
Se il 2009 sarà l’anno dell’attesa Biennale di Venezia firmata dallo svedese Birnbaum, quello alle porte, dal punto di vista dell’arte, tocca rassegnarsi, sarà anche l’anno del Futurismo e del suo inventore, quel Filippo Tommaso Marinetti che, annusato lo spirito dell’avanguardia parigina, ne fece una traduzione casereccia e fascistoide inneggiando alla nuova era «dell’uomo dalle parti intercambiabili» e al mito di una modernità fatta di sole macchine. Accanto alla ridda di mostre e pubblicazioni – perlopiù a uso romano e milanese e delle rispettive giunte – spiccano, però, oltre alla monografia edita da Skira, alcune iniziative come l’uscita del libro dello studioso di letteratura russa Guido Carpi, Futuriste. L’altra metà dell’avanguardia (Castelvecchi) e la mostra al Mart di Rovereto dedicata alle invenzioni creative del cubofuturismo russo, ben lontano dalla retorica retriva del futurismo nostrano. Ma intanto, in attesa dei cosiddetti grandi eventi, già da gennaio, fioriscono qua e là in Italia esposizioni, apparentemente “in minore” ma che hanno il pregio di invitare il pubblico a tornare a godersi grandi classici. A cominciare dalla mostra che Brera dedica dal 19 gennaio, nell’occasione del bicentenario della sua Pinacoteca, all’opera geniale di Caravaggio e incentrata su alcune opere come La cena di Emmaus del 1606, qui a confronto con un’altra edizione autografa dell’opera conservata alla National Gallery di Londra. Una mostra, quella di Brera che sarà accompagnata da catalogo Electa a cura dell’allieva di Longhi, Mina Gregori e che, idealmente, avrà un seguito a settembre, a Roma, con la rassegna Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, incentrata su un confronto per molti versi ossimorico, fra il maestro del Seicento italiano e il pittore irlandese ora celebrato in una mostra alla Tate Gallery di Londra; un confronto fra antico e moderno pensato da Claudio Strinati e Michel Peppiatt, in accordo con quella ipervalutazione che le angosciate visioni di Bacon continuano ad avere da alcuni anni in Europa e negli Usa.
Ancora fra i “grandi eventi” una proposta Electa nata in collaborazione con il Comune di Urbino, che in primavera ospiterà una mostra dedicata ai lavori giovanili di Raffaello raccogliendo in Palazzo Ducale una ventina di dipinti e altrettanti disegni del pittore urbinate. A Forlì invece, dal 25 gennaio, si ripercorre L’ideale classico tra scultura e pittura di Antonio Canova, con alcuni inediti confronti con opere di Raffaello e Tiziano. Dalla instancabile fucina di Linea d’ombra libri, coprotagonista di tutte le mostre di Marco Goldin, poi, una doppia proposta per la friulana Villa Manin: una mostra dal 26 settembre dedicata all’età di Corot e Monet e, quasi in contemporanea, una rassegna dedicata al simbolismo e alla secessione viennese, raccontata attraverso le opere di Boecklin, Klimt e Schiele. E poi, per approdare al Novecento, al Palaexpo di Roma (ora sotto la guida di Ida Gianelli) una mostra dedicata ad Alexander Calder, e alle sue architetture aeree in lamine colorate che cambiano forma a ogni soffio d’aria e, sempre a Roma, alla Gnam, dal 4 marzo, una retrospettiva dedicata a uno degli artisti americani contemporanei più noti: Cy Twombly. Infine, da non perdere di vista, la grande retrospettiva che la Galleria nazionale dell’Umbria dedica dal 4 aprile ad Alberto Burri, la più importante nella sua terra natale, dopo la grande mostra che gli ha appena dedicato la Triennale di Milano.
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 19, 2008
Alla Galleria nazionale, nella Camera della Badessa, nel teatro Farnese, nel duomo di Parma e in altri luoghi della città emiliana la prima mostra completa di tutte le opere trasportabili dell’Allegri di Simona Maggiorelli
Se ne parla da cinque anni, fin da quando per il cinquecentenario di Parmigianino nella Galleria nazionale di Parma furono aperti nuovi inaspettati percorsi per accogliere opere come il misterioso autoritratto deformato del Louvre, la Santa Caterina dalla pelle di perla, e quel capolavoro assoluto che è il penetrante ritratto di una giovane donna detta Antea. Neanche il tempo di godersi l’emozione di vedere per la prima volta riunita tutta l’opera di Parmigianino che già si parlava di quando la sua bellezza altera e i suoi giochi alchemici avrebbero lasciato il posto alla carnalità della fantasia del Correggio e alle sue vertiginose visioni. Dopo l’assaggio offerto dalla mostra alla Galleria Borghese di Roma, da questo fine settimana il momento di Antonio Allegri detto il Correggio (1489-1534) è arrivato. E Parma, dal 20 settembre, si trasforma in una città museo dai molti percorsi. Pittore a lungo confinato al ruolo di gloria locale (per un pregiudizio vasariano assorbito acriticamente dalla storia dell’arte), pur consustanziale alle terre di Romagna per una innegabile cifra di vivida concretezza, Correggio in realtà fu pittore originalissimo. Tanto da aver l’ardire, in un’epoca in cui la committenza ecclesiastica fissava rigidamente il canone dell’arte, di dipingere un’ascensione della Vergine come quella che si squaderna nella cupola del duomo di Parma: una vorticosa e potente macchina scenica; nella luce dorata un tripudio di santi e figure dell’antico e nuovo Testamento, rappresentati in uno scorcio quanto mai ardito. Come se le figure fossero riprese con la macchina da presa, da sotto in su. Con lo spettatore che ha la sensazione quasi di essere risucchiato in quel vortice di sottane svolazzanti che lasciano scoperte gambe scalcianti. Anticipando le soluzioni della pittura barocca, ma in tempi in cui a dominare era ancora l’aurea classicità di Raffaello, una soluzione quasi eterodossa. Ma se nel repertorio sacro Correggio indulgeva nella dolcezza di classiche Madonne e nell’elegia dell’infanzia, nel ciclo di opere di argomento mitologico intraprese verso la metà degli anni Venti del Cinquecento, grazie a nuovi contatti con l’ambiente mantovano, Correggio trova la sua piena realizzazione espressiva. Nell’uso del colore, nello spessore emotivo delle figure, nella sensualità morbida dei movimenti. Per rendersene conto basta uno sguardo a Giove e Io (proveniente dal Museo di Vienna) al ritratto della Danae addormentata o agli altri quadri ispirati alle Metamorfosi di Ovidio. In mostra alla Galleria nazionale di Parma, fino al 25 gennaio, insieme a un’altra trentina di quadri e quasi altrettanti disegni.
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 2, 2007
Alle Scuderie del Quirinale,una grande mostra sull’artista tedesco. Oli, acquerelli, disegni e stampe originali: un ampio percorso espositivo indaga il rapporto del pittore con il mondo artistico italiano
di Simona Maggiorelli
Prende le mosse da un affascinante confronto con la pittura italiana l’antologica di Albrecht Dürer e l’Italia (catalogo Electa) che si apre oggi alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Indagando la lunga influenza del pittore tedesco sul Rinascimento (specie su quello delle regioni del nord Italia) e poi sulla prima Maniera di Pontormo e Rosso, che dal maestro di Norimberga mutuarono il tratto nervoso e visionario. Ma non solo. La curatrice Kristina Hermann Fiore si è inserita nel filone della riscoperta di Dürer che da alcuni anni va crescendo in Europa (con ampie e importanti rassegne come quella di Vienna e di Praga), aggiungendo allo studio dell’opera del maestro tedesco tasselli importanti che riguardano l’influenza di Dürer sul Novecento italiano, ma anche un intrigante “dialogo a due” fra Dürer e Raffaello. Un capitolo in cui Hermann Fiore si muove con particolare perizia da curatrice della Galleria Borghese e attenta studiosa del pittore urbinate.
Si scopre così che il dialogo fra Dürer e Raffaello ebbe anche fruttuosi momenti privati, di scambio di omaggi e di opere. Raffaello, in particolare, diede a Dürer il disegno preparatorio di un gruppo di figure dell’affresco della Battaglia di Ostia, mentre il pittore tedesco gli fece avere una sua testa dipinta a guazzo. «Dürer stupì Raffaello per la sua arte di dipingere alla stregua di acquerello sfruttando il fondo bianco della tela, quasi un velo per le parti chiare, con un miracoloso effetto della visibilità dai due lati della piccola tela», ricostruisce la curatrice. Le tracce di quest’incontro con la pittura di Dürer si ritroveranno poi anche nell’autoritratto frontale di Raffaello che si ritraeva secondo i modi della “imitatio Christi”, particolare cifra che ritorna spesso nella pittura del maestro di Norimberga, basta pensare al celebre autoritratto. Il quale dal contatto con la pittura italiana, e con quella di Raffaello in modo particolare, derivò un sensibile ammorbimento delle forme, maggiore armonia e attenzione alle proporzioni classiche. Ma per il pittore tedesco – che scese in Italia in due occasioni, la prima volta nel 1494 e poi tra il 1505 e il 1507 – il contatto con gli artisti “italiani” non fu sempre così facile.
Fra invidia e ignoranza, dai colleghi a Venezia e nelle città d’arte della Penisola era considerato solo un buon incisore (le sue incisioni e stampe circolavano già ampiamente in Italia). Senza contare che nella laboriosa Norimberga i pittori – diversamente da Roma dove Raffaello era già “il divin pittore” – erano ancora considerati alla stregua di artigiani. Ma il viaggio in Italia cambiò molte cose per Dürer anche da questo punto di vista. Oltre all’acquisizione dell sfumato leonardesco, del colorismo veneto e delle forme e proporzioni classiche, in Italia Dürer – che pure era un uomo colto, amico di Erasmo – maturò anche un diverso e più consapevole status di artista.
La mostra che si apre oggi a Roma racconta anche questo aspetto, ricostruendo tutta la vicenda del pittore tedesco in Italia, che ebbe un momento di svolta nel 1506, quando a Venezia dipinse La festa del Rosario per il Fondaco dei Tedeschi.
Un’opera che riusciva a fondere l’ordine, l’armonia, la dilatazione delle forme del Rinascimento maturo con l’analisi minuziosa e realistica delle figure di matrice nordica.
Lo sfolgorante luccichìo dei gioielli del Quattrocento fiammingo con il luminoso sfumato di Leonardo e Giorgione. Un risultato che nasceva dalla fusione originale di due diverse e lontane culture pittoriche, quella rinascimentale e quella “gotica”. Fu lo stesso Giovanni Bellini a tesserne le lodi. E da quel momento per Dürer fioccarono ammirazione e sempre nuovi committenti. Di ogni genere e rango, perché Dürer aveva portato con sé anche molte stampe e per tutto il viaggio fece una gran messe di schizzi, disegni e acquerelli.
Opere che ancora oggi risultano di una freschezza straordinaria. Dürer, in realtà, fu il primo artista a usare l’acquerello per registrare dal vivo i paesaggi che lo colpivano. Si divertiva a ricopiare dal vivo, con fresco realismo, animali e piante, ma erano soprattutto le persone a suscitare la sua curiosità. Una curiosità vivace, appassionata, di cui resta testimonianza anche nel suo diario di viaggio in cui, accanto a note di spesa, regali, bevute con amici, Dürer annotava impressioni, giudizi fulminanti su cose e persone. Lasciando che la superficie delle contabilità quotidiane facesse spazio all’improvviso a descrizioni intense e poetiche oppure a stigmatizzanti caricature: una passione per l’umano che Dürer trasformava di volta in volta in scrittura o in immagini pittoriche.
Così l’immediatezza, lo scavo psicologico dei ritratti a olio, a penna, a carboncino, a gesso nero, a punta d’argento finiva poi per contaminare e animare anche le pitture sacre, dando alla raffigurazione di Madonne e Santi un movimento interiore del tutto nuovo e inaspettato. Come si può vedere, da oggi e fino al 9 giugno, nell’ampio percorso della mostra Albrecht Dürer e l’Italia che nelle sale delle Scuderie del Quirinale squaderna venti oli, undici acquerelli, trentatré disegni e cinquantotto stampe originali, intercalandoli con opere di artisti italiani, da Raffaello a Caravaggio.

da Europa, 2 marzo 2007
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 20, 2006

Raffaello, La fornarina
di Simona Maggiorelli
Le stanze affrescate di Villa Borghese si offrono, fino al 27 agosto, alla prima monografica che Roma, dopo tanti anni, dedica a Raffaello.
Pare abbastanza curioso che Roma abbia trascurato per così tanti anni l’opera di Raffaello, visto che proprio nella città papale del primo decennio del ’500, il pittore urbinate, lasciatosi alle spalle una formazione attardata in provincia e sulle tracce del Perugino, diventò il “divino Raffello”, conquistando uno status e un’aurea che fino a quel momento nessun pittore aveva avuto essendo fin lì anche i più geniali artisti considerati alla stregua di artigiani o al più servitori di corte.
Con Raffaello, ci hanno insegnato gli storici dell’arte, dallo Hauser in poi, il pittore acquisisce insieme allo status di artista, libertà creativa dal repertorio iconografico sacro e dai suoi più rigidi dettami di osservanza. La mostra curata da Anna Coliva nella Galleria Borghese di Roma ce lo racconta a partire da un’opera nodale di Raffaello come Il trasporto di Cristo morto, ovvero la Pala Baglioni che Raffaello dipinse nel 1507 per la perugina Atalanta Baglioni. Riscostruita, per la prima volta in tutta la sua articolazione, e restaurata (in loco, perché fragilissima) campeggia sotto i soffitti affrescati del secondo piano della Villa museo. La tavolozza brillante di colori acidi a cui, come si è scoperto dopo aver tolto la patina di colore aggiunta negli anni ’70, Raffaello dava intensità cromatica mescolando all’impasto polvere di vetro. L’articolazione delle figure e il movimento mutuati da Michelangelo. L’espressività dei volti che risente della lezione di Leonardo, mentre tutta l’impaginazione della vicenda appare improntata a un forte pathos. La Pala Baglioni è l’opera in cui, dopo il periodo di formazione fiorentina (in cui Raffaello aveva avuto modo di studiare da vicino le opere di Leonardo e Michelangelo), il pittore umbro tenta una nuova complessità linguistica. Provando ad amalgamare le novità di inizio Cinquecento con riferimenti alla statuaria antica. Il Laocoonte era stato ritrovato a Roma nel 1506, ma la fonte, ricorda Settis in un saggio contenuto nel catalogo Skira che accompagna la mostra, era anche un sarcofago romano col trasporto funebre di Meleagro sul tipo di quello conservato nei Musei Vaticani. Fatto è che con questa opera, in cui non tutto appare risolto, in cui i due gruppi, quello del Cristo morto e l’altro incentrato sullo svenimento della Vergine non appaiono del tutto integrati, Raffaello si lascia alle spalle una volta per sempre i modi perugineschi, l’impaginato paratattico, la statuaria fissità dei volti.
Lo sposalizio della Vergine è di appena tre anni precedente alla Pala Baglioni, ma artisticamente sembrano passati secoli.Nella tela che Atalanta Baglioni gli aveva commissionato per la scomparsa del figlio Raffaello si misura già con la riscoperta dell’antico e con i contenuti della raffinata renovatio dei programmi papali, che di lì a poco lo avrebbero portato a dipingere le Stanze vaticane. Il tormento di questo passaggio nella mostra Raffaello da Firenze a Roma è testimoniato dai molti disegni preparatori che accompagnarono la realizzazione della Pala Baglioni, mentre la maggiore raffinatezza di stile passa per una serie straordinaria di ritratti che, al primo piano di Villa Borghese, catturano in un gioco di sguardi e di rimandi. Volti maschili, enigmatici, di forte penetrazione psicologica. Oppure ragazzi, di tre quarti, sfuggenti e seducenti, contro fondali naturali e atmosfere leonardesche. E poi la serie dei ritratti femminili stagliati su fondo nero o verde scuro, in cui le figure di giovani donne, dalla Fornarina di Palazzo Barberini alla Dama col Liocorno, appaiono come icone dalla forza statuaria. Dabbasso, con la luce già estiva che illumina la penombra della sala è la radiosa enigmaticità della Dama della Galleria Borghese a catturare l’attenzione, non solo per l’irrisolta sciarada filologica che l’accompagna da secoli (non si conosce con certezza né la data dell’esecuzione né la committenza) ma per la luminosità che irradia, quasi fosse composta di sola luce.
Dalla Galleria Palatina di Firenze, poi, ecco il ritratto detto La Gravida, mentre dall’estero, provengono opere celebri come Belle Jardiniere del Louvre (che esce dalla Francia per la prima volta) e la Madonna Esterhazy (da Budapest). E poi la Madonna Aldobrandini e la Madonna dai Candelabri che circondano il Cristo Benedicente di Brescia, in una collana di cinquantuno capolavori, per metà tele, composta da ventiquattro tavole e ventisei disegni.
da Europa 20 maggio 2006
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Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 18, 2003
di Simona Maggiorelli

Perugino, particolare s. sebastiano 1493-94
Dopo anni di oblio da parte della critica perché giudicato artista provinciale e attardato, la rete museale dell’Umbria invita alla riscoperta di Perugino (Città della Pieve, 1450 circa – Fontignano, 1523), pittore delle geometrie rinascimentali, di paesaggi ordinati, pacificati, cristallini.
Maestro di Raffaello Sanzio, per secoli è stato nell’ombra, aduggiato dalla grandezza e dall´aura di quello speciale allievo. Relegato nei libri di storia dell´arte a un capitoletto propedeutico allo studio della pittura del divino Raffaello, Perugino di fatto solo da una decina d’anni a questa parte comincia a conoscere una nuova stagione di studi e di interesse più largo da parte del pubblico, attratto dall´Umbria come meta di turismo culturale in paesaggi naturali ancora intonsi. (Aspetto di non poco conto in un paese come l´Italia che ancora non riesce ad attingere al proprio patrimonio d´arte come risorsa culturale e senza sfregiarlo e sperperarlo).
In questo quadro pare importante l´iniziativa di sei comuni umbri, grandi e piccolissimi, da Perugia a Città della Pieve a Corciano che hanno unito le forze per organizzare un fitto carnet di iniziative sul maestro di Città della Pieve. Un percorso di sei mostre lungo un itinerario che arriva fino a Foligno.A far da epicentro di irradiazione dei percorsi la Galleria Nazionale dell´Umbria dove si terrà una retrospettiva pressoché completa delle opere pittoriche del Perugino con polittici che tornano in mostra dopo anni di restauri e soprattutto con importanti ricomposizioni di pale smembrate, conservate in pezzi separati in musei sparsi per il mondo.
Così nella galleria perugina, oltre a una meticolosa ricostruzione della formazione dell’artista, dei suoi anni fiorentini, delle influenze di Piero della Francesca e del Verrocchio, si potrà vedere la famosa pala Chigi ricomposta coera in originale così come fu creata per al chiesa di Sant’Agostino a Siena, con predella e due pannelli conservati al Metropolitan di New York e al Museum di Chicago.
Altra tranche interessante quella che si terrà nelle gallerie sotterranee della Rocca Paolina di Perugina, con una selezione di opere di Moreau, Baschet, Goncourt, Herbert e di altri pittori europei, soprattutto francesi, che testimoniano la forte impressione che la pittura del Perugino fece in Francia quando alcune sue opere furono “rapite” da Napoleone.
Nel monastero di San Pietro un´esposizione di miniature coeve all´unica opera di questo genere che Perugino ha lasciato: uno splendido San Sebastiano conservato alla British Library. Da segnalare infine nella città natale del pittore un suggestivo percorso di opere di pittura di paesaggio, fra scorci del Trasimeno e scoscese colline umbre che Perugino trasfigurava in un paesaggio ideale, dalle atmosfere dolci. L´intero progetto e le sei mostre saranno inaugurati il 28 febbraio prossimo.
dal quotidiano Europa 17 10 2003
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