Articoli

Posts Tagged ‘ricerca artistica’

Raffaello liberato dai pregiudizi

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2009

Passione per le donne e per la creazione di immagini. Successi e nessun tormento spirituale. Una mostra ad Urbino invita a rileggere la storia del divin pittore

di Simona Maggiorelli

Raffaello, ritratto di donna, la muta

Raffaello, ritratto di donna, la muta

<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Raffaello pittore senza mistero: così chiaro, sereno, perfetto, al punto da rasentare quasi il distacco e apparire inafferrabile. Certo, le sue figure non hanno la plastica tormentata fisicità di quelle di Michelangelo, né quell’alone di mistero delle creature leonardesche. Ma la sua passione per la conoscenza, per l’invenzione di nuove immagini, la laicità e la fiducia nell’umano che connotano la sua pittura sono state troppo sbrigativamente liquidate dalla critica d’arte del ‘900, come già notava André Chastel. Quasi che il divino pittore fosse rimasto prigioniero del suo stesso mito di facilità e versatilità nel dipingere.  Senza contare poi che la vicenda artistica di Raffaello, fatta di passione per le donne e per la pittura, di successi e nessun tormento spirituale, non poteva che risultare insulsa allo sguardo alterato di certa critica esistenzialista convinta che genio sia sinonimo di pazzia.

Tanto che si sono dovuti aspettare gli illuminanti studi di Rudolf e Margot Wittkover negli anni Sessanta perché l’opera di Raffaello cominciasse a essere riletta nel suo giusto contesto storico e perché si riprendesse a studiare periodi ancora poco approfonditi come quello della sua formazione: una lacuna che, dopo la mostra londinese del 2004 e quella romana di due anni fa, ora la rassegna Raffaello e Urbino si sforza di colmare, raccogliendo in Palazzo Ducale una quarantina di  sue opere giovanili (pitture e disegni) accanto a opere che raccontano il contesto urbinate degli ultimi decenni del Quattrocento.

Di fatto, fin da bambino nella bottega del padre, Giovanni Santi (pittore ma anche poeta) Raffaello ebbe la possibilità di farsi una formazione ampia e di prendere rapporto con la raffinata cultura umanistica che si respirava alla corte di Guidobaldo da Montefeltro animata da intellettuali come Marsilio Ficino, fondatore del Neoplatonismo. Così che a diciassette anni il giovane artista poteva già firmarsi “magister”, come ricostruisce Lorenza Mochi Onori nel catalogo Electa che accompagna la mostra. Rimasto orfano a undici anni  Raffaello aveva dovuto far di necessità virtù, mettendosi al lavoro in bottega, ma quel che più colpisce delle sue prime opere,a cominciare dallo stendardo per la Santissima Trinità di Città di Castello dipinto nel 1500, è la grande maturità espressiva di questi lavori.

Da subito quello di Raffaello fu uno stile alto e personale, fatto di accattivante chiarezza, ma anche percorso da una certa inquietudine fiamminga mutuata da maestri come Giusto Di Gand e Pedro Berruguete che avevano lavorato a Urbino. Dalla tradizione tosco emiliana Raffaello aveva preso la cura nel disegno e la usava per tratteggiare immagini delicate, intimamente sensibili.  Al centro dei quadri di Raffaello, anche se di soggetto sacro, c’è sempre la grandezza e la dignità dell’umano. Accanto all’eleganza formale, ciò che più conta per lui è il pensiero che c’è dietro l’immagine. E quando poi per affrescare La loggia di psiche avrà a disposizione molti collaboratori, Raffaello riserverà a se stesso la creazione dell’immagine e la regia, lasciando però che l’opera finale fiorisse nell’ operare artistico collettivo.  Purtroppo“quel sogno di libertà” del Rinascimento interpretato da Raffaello come ricerca di una bellezza che non fosse solo involucro di lì a poco sarebbe tramontato. Come ci ricorda Antonio Forcellino nel suo Raffaello. Una vita felice (Laterza).

Il sacco di Roma del 1527 e l’incalzare della Riforma protestante avrebbero cambiato radicalmente il quadro, già sette anni dopo la morte di Raffaello. «Ma ancora oggi – annota lo scrittore e restauratore Antonio Forcellino – un approccio laico alla storia del Rinascimento può permettere di guardare con occhi nuovi all’opera di Raffaello riservando non poche sorprese. Nell’ultimo secolo intorno all’arte si è costruita la leggenda del tormento e della disperazione da cui la creazione artistica riscatterebbe, con la sua forza di sublimazione. Letto senza pregiudizi Raffaello smonta impietosamente l’ultima traccia di questo mito romantico».

».

da Left Avvenimenti del 3 aprile 2009

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il sogno di fare arte insieme

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 15, 2005

Ad Arles la fine dell’amicizia fra Van Gogh e Guaguin. La vicenda raccontata in  grande mostra a Brescia

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Erano giorni di attesa febbrile. Ma anche di speranza. Van Gogh ne era convinto: l’arrivo di Gauguin nella propria casa, la piccola casa gialla di place Lamartine ad Arles, in Provenza dove si era da poco trasferito dopo una brutta crisi, avrebbe portato ad entrambi nuovo slancio nella ricerca artistica.Era l’autunno del 1888 e Van Gogh, mentre aspettava da Gauguin la conferma definitiva del suo trasferimento in Provenza, scriveva lettere entusiaste al fratello Theo, gallerista a Parigi, che li aveva fatti conoscere.Lo schivo e introverso Van Gogh sperava che l’inizio di un più stretto sodalizio artistico con Gauguin potesse realizzare il sogno di una “comune” di artisti, dove le difficoltà materiali e l’incomprensione ostile di chi non accetta la libertà dell’artista non uccidessero la creatività. Quell’incontro tanto sperato avvenne, finalmente, il 22 ottobre del 1888.
Ma non andò come Vincent aveva sperato. I rapporti con Gauguin presto si guastarono. E una violenta crisi di Van Gogh segnò la rottura. Il pittore francese raccolse in fretta le sue cose e se ne andò a rilassare i nervi nei più tranquillizzanti paradisi naturali della Polinesia. Per Vincent quella bruciante delusione aprì la strada a una serie crisi psichiche sempre più laceranti e che, appena qualche anno dopo, lo porteranno al suicidio. Morte in qualche modo annunciata da quella malinconica sedia vuota che resta, non a caso, come uno dei segni più forti e disperati della pittura di Van Gogh. Cosa successe davvero  fra i due in quelle giornate in Provenza? Gauguin, come del resto Theo Van Gogh, dietro gesti di cortesia e di aiuto, nascondeva una lucida indifferenza, un’inconsapevole pulsione a tarpare la genialità di Vincent? Marco Goldin, curatore della colossale mostra di Brescia (dal 22 ottobre al 19 marzo, la più ampia in assoluto, dopo quella del 2001 di Chicago e Amsterdam) suggerisce tra le righe questa intrigante chiave di lettura. Lo fa mettendo a confronto nelle sale del complesso bresciano di Santa Giulia centocinquanta opere di Van Gogh (1853-1890) e Gauguin (1848-1903) – tele disegni, bozzetti, oli, ma anche lettere autografe e documenti – che, passo dopo passo raccontano la formazione dei due artisti in Olanda e in Francia, i debiti con la generazione degli impressionisti, le scelte artistiche più personali e quella rivoluzione del colore, che, a partire dalla lezione dei fauve e di Cézanne in particolare, portò i due artisti ad avvicinarsi, per subito separarsi proiettandosi verso orizzonti assai diversi: vette altissime di potenza espressiva per Van Gogh in visionarie immagini di campi di grano, potenti vedute notturne e autoritratti che, incuranti della verità documentarista, trasmettono, con pennellate che sembrano graffi di dolore, tutta la forza di un tempestoso vissuto interiore. Per Gauguin, invece, dopo la fuga dalla casa di Van Gogh lo scenario sarà quello di un rassicurante tuffo nell’esotico, in una pittura che finge il pittoresco e espelle la profondità, accumulando ritratti stilizzati di fanciulle dalla pelle scura che si susseguono più o meno identici, nulla lasciando trasparire di una tridimensionalità interiore.
Per trasmettere le sue riflessioni critiche e la sua chiave interpretativa dello storico incontro-scontro fra i due artisti, Marco Goldin anche questa volta, come già nelle grandi mostre di Treviso dedicate all’impressionismo, a Cézanne e allo stesso Van Gogh, punta su un doppio canale: su una selezione accurata delle opere provenienti dai musei di Amsterdam e di Parigi, ma anche “rastrellate” in mete sperdute d’Oltreoceano. E insieme, per attrarre un pubblico il più possibile ampio, su una sapiente teatralità.

Van Gogh, la propria sedia vuota

Van Gogh, la propria sedia vuota

Ricorrendo a un allestimento di forte impatto scenografico e, questa volta, anche praticando la scena in senso stretto con un testo teatrale che racconta i giorni di Van Gogh e Gauguin ad Arles. E che, trascritto in stralci, fa da guida ai visitatori lungo le otto sezioni della mostra; dove in parallelo si squadernano gli anni della formazione di Gauguin nella Parigi dell’impressionismo e quelli di Van Gogh in Olanda, contrassegnata dalla tipica pittura scura e bituminosa dei Mangiatori di patate. Poi gli anni di Gauguin in Bretagna con la celebre Vegetazione tropicale del 1887, la scoperta del colore di Van Gogh a Parigi, il soggiorno ad Arles, per approdare nel finale fra i potenti ritratti de La famiglia Roulin e il folgorante Seminatore del 1888 che apre l’ultima tranche della breve e intensa carriera artistica di Van Gogh. E che Goldin gioca in contrappunto con un ampio carnet di dipinti e disegni tahitiani di Gauguin.

Da Europa 15 ottobre 2005

Dalle lettere: Gauguin a Theo, da Arles, nel dicembre 1888:

“Caro signor Van Gogh, vi sarei molto grato se mi inviaste parte del denaro, a conti fatti sono costretto a rientrare a Parigi, Vincent e io non  possiamo assolutamente vivere in pace fianco a fianco, data un acerta incompatibilità di carattere e il bisogno che abbiamo entrambi di tranquillità per il nostro lavoro. E’ un uomo di notevole intelligenza, lo stimo molto e lo lascio con rammarico, ma vi ripeto che è necessario…

cordialmente

Paul Gauguin

Vincent a Theo, dopo la crisi e il ricovero, da Arles 17 gennaio 1889:

Mio caro Theo grazie  per la bella lettera e per i 50 franchi che conteneva… (…)sentite non voglio insistere sull’assurdità di questo  modo di fare ( di Gauguin, riguardo alle continue richieste di soldi ndr). Supponiamo che quella sera io fossi fuori di me quanto si vuole, perché però l’illustre compagno non si è mantenuto calmo?… non insisterò oltre su questo punto. Non potrò mai lodarti abbastanza per aver pagato Gauguin in modo che non possa che essere contento dei rapporti avuti con noi… se Gauguin fosse a Parigi per studiarsi un po’ bene o per farsi studiare da uno specialista, in fede mia, non so proprio cosa ne verrebbe fuori. In più di una occasione gli ho visto fare cose, che tu ed io non ci permettremmo mai di fare, in quanto esseri di ben altro sentire….


Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: