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Posts Tagged ‘Futurismo’

#Cézanne, l’inarrivabile

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2013

Cézanne, Paesaggio blu

Cézanne, Paesaggio blu

A guardarli dal vivo certi lussureggianti paesaggi di Cézanne e certi suoi scarni e incisivi ritratti, messi a confronto a Roma con i lavori di epigoni italiani, viene da pensare che Lionello Venturi avesse visto lungo quando, esule in Francia nel 1931 (perché si era rifiutato di firmare il Manifesto degli intellettuali fascisti) pubblicava il suo saggio su Cézanne.

Un lavoro in cui analizzava in parallelo le imperfezioni di Giotto con quelle del pittore francese: «Nulla meglio del confronto fra un paesaggio di Cézanne e uno di Giotto – scriveva – può darci l’esatta impressione della esatta intenzione a determinare la costruzione delle masse e il loro volume, a cercare il fenomeno sintetico senza nessuna preoccupazione della somiglianza con la natura». è merito di Maria Teresa Benedetti, curatrice della mostra Cézanne e gli artisti italiani, aperta fino al 2 febbraio 2014 al Complesso del Vittoriano, l’aver ricordato nel catalogo Skira che accompagna questa sorprendente collettiva quel prezioso incunabolo della critica d’arte, essenziale per avvicinarsi con cognizione di causa all’opera del solitario pittore di Aix- en Provence, l’unico artista che Picasso abbia mai riconosciuto come maestro e che, ostinato nel cercare di rappresentare il processo della visione (non meramente retinica), ci ha regalato capolavori come la serie sulla montagna Sainte-Victoire, via via sempre più scarnificata ed evanescente, via via sempre più ridotta ai suoi tratti essenziali.

Alcune di queste preziose varianti sono in mostra al Vittoriano insieme ad opere meno note come Il negro Scipione (1886) e come il magnetico Paesaggio blu, (1904-6) in cui la scomposizione della realtà secondo forme geometriche lascia il posto al ritmo fluido del colore verde – azzurro che attira lo spettatore verso la profondità della tela. Conservato a San Pietroburgo questo quadro è uno dei più emozionanti di questa esposizione che mette a confronto una ventina di opere di Cézanne, provenienti dal Musée d’Orsay, con tele di pittori italiani- da Severini a Soffici, da Morandi a Carrà e oltre -, che nella prima metà del secolo scorso si rivolgevano al maestro di Aix per uscire dalle secche di una pittura italiana attardata, ancora legata ad un naturalismo accademico d’antan. Fu così che Ardengo Soffici, più critico d’arte che artista (a Parigi si manteneva facendo disegni satirici) trasse ispirazione dalle forme solide di Cézanne, per tentare una propria via al cubismo sulla scia di Braque e Picasso. Anche se, come si vede qui, riuscì a cavarne solo aneddotiche composizioni di oggetti quando non del tutto strapaesane. Ma una lettura appiattita di Cézanne si evince anche nei tentativi di Carlo Carrà, di Mario Sironi e perfino di un giovane Giuseppe Capogrossi di estrapolarne un classicismo che nei loro lavori anni Trenta assume il sapore di un oppressivo ritorno all’ordine.

Più riuscito appare invece il tentativo di Felice Casorati che si ispirò a Cézanne nel dipingere nature morte dalla evidenza plastica quasi tridimensionale. Mentre Umberto Boccioni, con il suo ritratto di Ferruccio  Busoni, è forse l’unico artista che dimostra di aver assorbito profondamente la lezione dell’inarrivabile maestro francese e di saperla ricreare in modo del tutto originale.

dal setttimanale left-avvenimenti

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Il cubismo come arte di pensiero

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 23, 2013

Picasso, nudo,1909

Picasso, nudo,1909

di Simona Maggiorelli

«Trattare la natura secondo il cilindro, la sfera, il cono», annotava Cézanne. E di questa frase Braque, Picasso, Léger, Gris e molti altri fecero il proprio motto in quel primo decennio del Novecento che vide, a Parigi, la nascita del cubismo. Ad un anno dalla scomparsa di Cézanne, una retrospettiva al Salon d’Automne nel 1907 celebrava finalmente l’opera del maestro di Aix-en Provence e i giovanissimi artisti che al volgere del nuovo secolo alimentavano l’avanguardia ne rimasero profondamente colpiti.

La visione volumetrica e “onirica” di Cézanne li incoraggiava ad esplorare un modo nuovo di fare pittura, sempre meno legato alla visione retinica delle cose e sempre più figlia di una visione interiore e originale dell’artista capace di cogliere l’invisibile. Così, grazie al genio di Picasso  ma anche di Braque, fu subito un grande salto, un radicale cambio di paradigma nella pittura d’Occidente. Come ci avvertono inequivocabilmente le due tele, un nudo di Picasso e un paesaggio di Braque, poste ad incipit della mostra Cubisti cubismo allestita nel Complesso del Vittoriano, a Roma (fino al 23 giugno, catalogo Skira).

Da un lato un nudo femminile del pittore spagnolo, datato 1909 (proveniente da San Pietroburgo), primitivo e potente, tracciato con pochi segni essenziali; magnetico e scultoreo, per quanto scomposto secondo una pluralità di prospettive. Dall’altro la stratificata foresta di Braque, una visone sintetica e instabile, un bagno di verdi brillanti e marroni, in cui lo spettatore ha la sensazione di poter sprofondare fino a precipitare in una quarta dimensione temporale ed emotiva.

Braque 1909

Braque 1909

In entrambi i quadri i piani si aprano, non collimavano più, la “realtà” è ritratta da più angolature, secondo prospettive multiple. Il cubismo «non è arte dell’imitazione, ma arte di pensiero che tende ad elevarsi fino alla creazione» scrisse il poeta Apollinaire, rilanciando quel termine, cubismo, che il critico Luis Vauxcelles aveva coniato recensendo la mostra di Braque nella galleria di Kahnweiler nel 1908. Un’etichetta che diventò felicemente un marchio di fabbrica, fino alla fine degli anni Venti come racconta questa corposa e avvincente collettiva romana curata da Charlotte N.Eyerman e da Simonetta Lux, che raduna più di una decina di opere di Picasso (fra le quali una straordinaria donna accovacciata prestito del museo di Sant’Antonio in Texas) e altrettante di Braque, ma anche una miriade di dipinti di artisti sodali ai due, anche se di minor talento – come Gleizes, Metzinger, Gris, Feininger, Cendrars e molri altri – ma che restituiscono pienamente il vivace fermento artistico e creativo che animò la capitale francese per oltre un ventennio, anche dopo la prima guerra mondiale e fino al “ritorno all’ordine” degli anni Trenta.

Ma interessanti sono anche le finestre aperte da questa mostra sul cubismo russo con opere di Gontcharova e Popova e sul futurismo italiano attraverso opere e collage in stile cubista di Severini e Soffici. E ancora, da non perdere, al piano superiore del Vittoriano, la sezione dedicata alle intersezioni fra il cubismo e il teatro, con i costumi di scena e le scenografie del balletto Parade firmate da Léger ma anche quella che racconta la sperimentazione cubista nella moda attraverso le stoffe realizzate dalla pittrice Sonia Delaunay.

da left avvenimenti

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Il grande salto di Kandinsky

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 25, 2012

Una retrospettiva con molti inediti, in Palazzo Blu a Pisa, invita a rileggere  il passaggio epocale compiuto da Kandinsky.  Dal realismo magico all’arte astratta

Kandinsky, Cresta azzurra (1917)

Dopo la bella mostra di Aosta che raccontava l’ultimo periodo parigino di Kandinsky (vedi left del 22 maggio 2012), la riflessione sull’artista russo continua ora a livelli alti in Palazzo Blu a Pisa, dove, fino al 3 febbraio, è aperta la mostra Vassili Kandinsky dalla Russia all’Europa. Una antologica, con molti inediti e prestiti da musei e altre istituzioni russe, che ha il merito di concentrarsi sul periodo più fertile della parabola artistica di Kandinsky, quello che va dal 1901 al 1921.

Curata da Eugenia Petrova, direttrice del Museo di San Pietroburgo (che affida alcune stimolanti riflessioni alle pagine del catalogo Giunti Arte) la mostra presenta una cinquantina di opere che permettono di seguire la straordinaria evoluzione che ebbe la pittura di questo protagonista delle avanguardie storiche: dagli esordi sotto il segno del Simbolismo e dell’acceso colorismo fauve, fino ed oltre il grande salto del 1910 quando Kandinsky realizzò il suo primo acquerello astratto. Un’opera in cui non c’è più traccia di figurazione e il colore diventa un veicolo potente di espressione.

Così, dopo i paesaggi magici di una Russia rurale e antica, dopo le figurazioni fiabesche di Amazzone sui monti (1918) e il realismo magico di Nuvola dorata (1918) con i suoi villaggi naif, d’un tratto, in Palazzo Blu ci si trova davanti ad opere totalmente astratte e rivoluzionarie come Composizione su bianco (1920) e Cresta azzurra (1917): niente immagini riconoscibili, niente più rappresentazione dal vero.

Ma la rivendicazione piena e matura da parte dell’artista di poter creare forme ex novo, in libere composizioni di linee e colori.

Kandinsky, Composizione su bianco (1920)

Composizioni astratte, ma capaci di evocare significati profondi ed emozioni. Come la musica che suscita sentimenti e pensieri senza riprodurre nessun dato specifico di realtà. Non a caso molti quadri di Kandinsky s’intitolano “composizione” o “improvvisazione” e nascono nell’ambito di una originale sperimentazione fra arti visive e creazione musicale, alla ricerca di una sempre vagheggiata “opera totale”

. A Pisa documentano questa fase di ricerca quadri fiammeggianti di oro e azzurro come Composizione (Paesaggio) del 1915 e il coevo Composizione (femminile), che raramente il Museo di San Pietroburgo presta. Opere astratte il cui senso pregnante e profondo è trasmesso attraverso forme-colore e ritmi cromatici puri. Si capisce anche da queste tele che Kandinsky aveva apprezzato e rielaborato in modo personale la lezione del Futurismo e del Raggismo russo.

Per tutta la vita, perfino nel periodo apparentemente più freddo della sperimentazione di forme geometriche (negli anni in cui insegnava al Bauhaus), Kandinsky fu sempre dalla parte di un astrattismo lirico, vibrante, denso di emozioni. Lontano anni luce dalla meccanica astrazione del Costruttivismo come dalle metafisiche ricerche del suprematista Malevic intorno alla forma assoluta. Per non parlare poi della distanza abissale che lo separava da Mondrian, che andava alla ricerca delle strutture logiche e impersonali del reale. A riprova del fatto che non si possa parlare di astrattismo se non come una complessa e quanto mai articolata galassia.     Simona Maggiorelli

dal settimanale left-avvenimenti

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Galimberti, filosofo neoantico

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2011

Testo scritto per la presentazione del libro di Francesco Bucci, “Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale” (Coniglio editore) che si è tenuta giovedì 9 giugno alla Libreria Croce di Corso Vittorio a Roma. Oltre all’autore ed io,c’era anche Luca Mastrantonio de Il Riformista

di Simona Maggiorelli

“Cerco di attuare una critica dialogica che non si limita a descrivere il significato di un testo, ma entra in discussione con il suo obiettivo, postulando che ci troviamo entrambi, l’autore studiato  ed io, all’interno di un più ampio quadro, quello di una ricerca di verità e giustizia. E’ questo che mi permette di indagare con grande umiltà alcune idee, per esempio, di La Rochefoucauld e Beckett, e di ricercare in profondità su temi che riguardano la vita comune, l’incontro fra culture, l’arte. Il mio è un tentativo volto comprendere al meglio i comportamenti delll’uomo” e più in generale ” quella che io chiamo la cifra umana”. Così Todorov nel suo nuovissimo Gli altri vivono in noi e noi viviamo in loro (Garzanti).

Ecco, questa ricerca di senso profondo, indagata con metodo dialogico, la trovo pienamente inverata nel libro di Francesco Bucci  Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore) che stasera qui presentiamo alla Libreria Croce di Roma. Un saggio niente affatto ideologico.  Di grande acribia. Nulla a che fare con un libro a tesi che parta da un’idea preconcetta. Anzi. Oltreché documentatissimo e pieno di prove inconfutabili del metodo che Galimberti usa per costruire i suoi libri, questo è anche un libro pieno di sorprese, godibilissimo alla lettura, anche perché l’autore ci mette a parte delle suo stupore, man mano che si trova davanti alla riprova dell’insospettabile.

Ovvero che G. copia, incolla, riprende interi brani e cambiando una parola chiave , come se niente fosse,  li attribuisce ad un altro pensatore. Nei suoi libri ma anche nel suo lavoro di giornalismo , fino a qualche tempo fa davvero titanico, G. cita omettendo di citare le fonti, ne pratica l’assimilazione totale  le cannibalizza ( proprio al contrario di quanto propone Todorov). Come ci è capitato di dire in altre 0ccasioni, G. fa lo specchio agli altri e a se stesso in questi suoi saggi ad alto tasso di riciclaggio che Bucci in un’intervista su left-avvenimenti definisce opportunamente “libri Frankenstein”. Libri, ovvero,  che alla sua puntuale disamina testuale di “lettore forte” e attento si mostrano senza costrutto, senza un filo logico tenuti insieme solo da un formalismo tardo avanguardista. In sintonia con i futuristi che sognavano l’avvento dell’uomo dalle parti intercambiabili il Nostro realizza libri dalle parti intercambiabili . Imitando i surrealisti  adotta il caos come elemento “compositivo” e in chiave post-moderna porta allo zenith il citazionismo arrivando fino al nonsense.

Ma con Alfonso Berardinelli e il suo sferzante ritratto di certi metafisici nipotini di Heidegger potremmo dire altresì che G. si veste da filosofo neoantico, fa il verso agli antichi, recita in maschera. Come scrive Berardinelli in Che intellettuale sei? (Nottetempo): parliamo di filosofi ” che masticano e ruminano metafisica”. Sono questi, filosofi dal linguaggio oscuro, “le loro idee  sono così vaste e accoglienti da contenere il loro contrario, le loro parole sono eterne come il vuoto, eternamente ripetibili e manipolabili, senza  nessun rapporto con la realtà e il vissuto”.

Ecco rispetto a tutto questo Francesco Bucci con il suo libro compie una meritoria opera di demistificazione. Ci fa vedere,  prove alla mano, come la gergale cripticità del filosofo e psicoanalista copra un’assenza assoluta di pensiero.  Il suo parlare altisonante è il manto scintillante che offre una copertura ideologica a vecchie prediche e antiche superstizioni. A uno sguardo superficiale i libri di G. possono anche  sembrare profondi ma a ben vedere sono del tutto privi di un contenuto umano ( qui torniamo alla cifra umana di Todorov).

Il manierismo del Nostro è il risultato di un totale svuotamento di contenuto. Di più. G. si veste da neo sapiente per ripropinarci (con Freud, con Heidegger, con la Bibbia) che l’angoscia è originaria, che il dolore è insanabile, che la pazzia è insita nell’uomo fin dal peccato originale. E allora non c’è cura possibile. Come scrive G: al dolore non c’è rimedio ( nella migliore delle ipotesi)  “può essere contenuto”. Così  G. compie un falso movimento. Fingendo di proporre un pensiero nuovo sulla realtà umana annulla ogni speranza e ricerca di cambiamento, di possibile cura e trasformazione interiore.

Sotto un’apparenza di progressismo (G. è il filosofo di punta di Feltrinelli , riempie le piazze in festival di Modena ecc.) in realtà si nasconde un pensatore profondamente conservatore che ci ripropone una visione dell’uomo assolutamente obsoleta, che si avvale di concettualizzazioni addirittura ottocentesche, come l’idea che l’uomo sia dominato dagli istinti. Qui il discorso sarebbe lungo ma basta dire che già l’antropologia del Novecento con Max Sheler aveva detto che l’uomo non ha istinti…

Benché talora critico verso Freud (Nel 200 e nel 2001 su La Repubblica ha scritto di un’assenza di pensiero nella psicoanalisi) lo junghiano G si iscrive così completamente nella tradizione freudiana, non solo per quel che rigurda la concezione falsa e obsoleta della psiche umana, ma anche – e qui torniamo all’inizio- per una prassi appropriativa dei testi altrui  e un modo di impacchettare e riproporre il già noto che già contraddistingueva il padre della psicoanalisi. Basta pensare al rapporto paranoico con Fliss e qual “gioco” continuo a rubarsi le idee  rivendicandone poi la primigenitura, documentato dalle lettere fra i due. Del resto, la stessa teoria dell’istinto di morte nell’accezione di sadismo Freud l’aveva mutuata da Sabina  Spilrein ( l’amante di Jung e psiconalista di Piaget)  che gli aveva inviato la sua tesi di  laurea.  Più in generale – come ha scritto  Ellenberger nel suo documentatissimo La scoperta dell’inconscio (Bollati Boringhieri)  “Molto di ciò che viene attribuito a Freud era sapere corrente e diffuso. La sua parte fu quella di cristillazzare idee e dare loro una forma originale” ( almeno in apparenza). E in un altro passo lo studioso di storia della psichiatria annota: ” Freud fu autore di una potente sintesi, nella quale è impresa quasi disperata discernere che cosa provenisse dall’esterno e che cosa fosse un contributo originale”.

Insomma ecco un altro pensatore, esaltato come grande pensatore e che non ha pensato niente.

E viene da chiedersi perché.  E perché un giornale come la Repubblica nato negli anni Settenta in Italia proprio per colmare il ritardo scientifico e culturale che l’Italia ancora scontava abbia finito poi  -non solo con G. ma anche con Citati , Arbasino, Cacciari  –  col proprorci un pensiero che quando va bene si limita alla parafrasi degli antichi altrimenti predica l’avvento di una nuova metafisica sotto le mentite spoglie di una ontologia , con roboanti discorsi sull’Esssere. Mentore di questa operazione e sostenitore di questa visione apolittica, di un inconscio sempre barbarico e bestiale come di un eros che  soccombe all’istinto di sopravvivenza e thanathos, come è noto, è l’illuminista Eugenio Scalfari. Sull’operazione culturale messa in xampo dal direttore di Repubblica Francesco Bucci nell’appendice di questo libro che vi invito caldamente a leggere, apre molti interessanti interogativi, stimolandoci a continuare la ricerca, ad andare più a fondo per vedere chiaramente cosa si nasconde sotto certa cultura dominante.

9 giugno 2011

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Creatività nel vortice

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 6, 2011

Al Museo Guggenheim di Venezia la prima mostra ampia sul Vorticismo, il movimento inglese ispirato da Ezra Pound. Una avanguardia dalla vita breve ma che aprì la pittura inglese all’astrattismo

di Simona Maggiorelli

Dorothy Shakespear senza titolo

Con questa iniziativa della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia si colma finalmente una lacuna scientifica. Fin qui non si era mai vista in Italia una mostra sufficientemente completa sul Vorticismo, movimento inglese dalla parabola fulminante (1913- 1915) e che ebbe molti addentellati con il Futurismo italiano. A unirli, in primis, una parallela ricerca sul dinamismo, sulla  rappresentazione della velocità, sullo studio delle figure in movimento.

Analogamente a quanto andavano sperimentando da noi Bragaglia e Balla, Alvin Langdon Coburn, per esempio, realizzò con le sue vortografie una interessante serie di fotografie astratte, cercando di cogliere non solo lo spostamento del corpo nello spazio, ma anche il movimento umano nello scorrere del tempo. E ancora. Composizioni astratte di linee in movimento e forme a vortice per rappresentare forza e energia campeggiano nei quadri del primo Futurismo e di Boccioni in modo particolare. E diventano soggetto pressoché univoco delle elaborazioni pittoriche e grafiche che in Inghilterra si svilupparono nel “laboratorio” della rivista Blast, a review of the Great English Vortex, fondata da Ezra Pound con Wyndham Lewis dichiarando apertamente il proprio debito con Umberto Boccioni che aveva parlato del suo fare arte come «risultato finale di un vortice di emozioni».

Gaudier Brzeska

Ma come ci racconta questa importante mostra al Guggenheim di Venezia,  I vorticisti (fino al 15 maggio) e nata dalla collaborazione con molteplici istituzioni internazionali fra cui anche la Tate Britain di Londra, il Vorticismo non fu solo la versione più spiritualistica e letteraria del Futurismo ma -come ben evidenziano i due curatori Mark Antliff e Vivien Greene – fu anche un movimento aperto a quanto di più rivoluzionario aveva portato il Cubismo in Francia ma anche il Blaue Reiter in Germania. Basta dire che il nesso fra suono e colore indagato da Kandinskij. come del resto il suo scritto Lo spirituale nell’arte, esercitarono una grande attrazione su vorticisti inglesi come l’artista-letterato-poeta Wyndham Lewis, autore del manifesto del movimento.

Mentre il dinamismo plastico e la ricerca di forme “primitive” di Picabia e di Picasso  influenzarono fortemente la scultura del vorticista Henri Gaudier Brzeska, noto soprattutto per un totemico ritratto (in legno scolpito) del poeta Pound. Legandosi alle intuizioni più brillanti delle avanguardie i vorticisti d’Oltremanica cercarono di uscire dall’inerzia culturale del periodo edoardiano (1901-1910), ma non solo. In una Inghilterra in tumulto, in una società dinamizzata dalle lotte operaie, ma anche piena di contraddizioni, i Vorticisti cercarono di interpretare in termini artistici queste istanze di cambiamento. Purtroppo – alcuni di loro – finendo per restare impigliati in un inquieto e ambiguo esoterismo.

Da Left-Avvenimenti

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ABO e i portatori di tempo

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 2, 2010

di Simona Maggiorelli

Picasso, disegni di luce

E’ dedicato a tutti i grandi «portatori del tempo» il nuovo progetto editoriale del curatore e critico d’arte Achille Bonito Oliva. Ovvero a tutti quegli artisti, scienziati, filosofi, registi, compositori e scrittori che nel corso del Novecento hanno inaugurato un modo nuovo di sperimentare la dimensione del tempo. Che per le avanguardie storiche, per esempio, diventò d’un tratto simultaneità, sinestesia, improvvisa connessione di senso, alla velocità fulminea dell’intuizione. E questo non solo nel dinamismo della pittura futurista e nei primi esperimenti cinematografici di Balla e Bragaglia. O nelle danzanti composizioni astratte di Kandinsky.

Ma anche in settori come la musica che, con la dodecafonia, rompe la linearità di una partitura classica iscritta in un movimento ritornante e prevedibile. Per non dire poi del romanzo che, da Kafka a Joyce, abbandona la grande narrazione descrittiva ottocentesca per aprirsi a improvvise epifanie, per farsi torrenziale racconto interiore (il cosiddetto stream of consciousness). E molto oltre.  Andando ancora più a fondo con la visionarietà potente di prose liriche che trascolorano i contorni intagliati e secchi della percezione razionale.

Proprio ricercando i segni di una diversa dimensione del tempo nelle arti del XX secolo,  Achille Bonito Oliva ha ideato per Electa una Enciclopedia delle arti contemporanee, di cui il 3 settembre al festival della mente di Sarzana presenta il primo libro, dedicato al tempo comico; un volume a più mani (tutta l’opera si avvale di un team di giovani esperti) sulla cui copertina campeggia il celebre telefono di Dalì con una rossa aragosta al posto della cornetta. Un lavoro letteralmente sconfinato dacché studia come sono mutate la letteratura, la musica, la pittura, l’architettura, la videoarte, il cinema, la musica, il teatro in base «all’incursione di una nuova temporalità nel processo creativo e nella fruizione dell’opera».

Ma non è un’enciclopedia di tutto lo scibile, mette le mani avanti ABO. «Piuttosto è un progetto direzionato – dice – concepito seguendo il filo di un pensiero elaborato in vent’anni di studi che mi hanno fatto rendere conto di quanto il tempo sia il “frullatore” di ogni specificità linguistica, producendo una rivoluzione non solo linguistica, direi proprio antropologica nel contemporaneo». A questo si intreccia l’analisi dei cambiamenti apportati dallo sviluppo delle tecniche e delle tecnologie nel Novecento e che, nelle mani degli artisti, sono diventate mezzi per dilatare e accorciare la sensazione del tempo. E più in generale strumenti per allargare le potenzialità espressive «facilitando – ricorda ABO – l’avvicinamento fra discipline umanistiche e scientifiche ma anche esperimenti di commistione dei linguaggi».

Fra le sue declinazioni della temporalità spicca «il tempo interiore» affermato da alcuni artisti, ribelli alla mimesi. Picasso ne fu “il campione”?
Certamente ma anche alcuni surrealisti hanno esplorato questo ambito, evocando una fantasia che promana dal profondo. Ma nel caso di Picasso senz’altro ci troviamo davanti a una soggettività molto forte. In lui c’è quasi un furor, una straordinaria capacità scompositiva e compositiva – pensi al periodo del cubismo analitico -. Il suo è un modo personalissimo di rappresentare il tempo interiore.

Un modo di rappresentare che obbliga lo spettatore a un cambiamento?
L’irruzione del tempo interiore elimina ogni elemento di contemplazione, spinge al movimento, favorisce “una guardata curva”. C’è una voluta incompiutezza nell’arte contemporanea. Che non ha nulla a che vedere con il non finito di Michelangelo (dovuto al pensiero che l’uomo è un demiurgo terreno che non ha la forza del divino). L’arte contemporanea chiede allo spettatore una partecipazione attiva, nel creare  la sua visione completa.

Per questo primo volume sul tempo comico dice di aver preso spunto da Nietzsche.  In che modo?
Nietzsche parlava di un tempo comico come tempo dell’irrilevanza, della fine del valore della cosa in sé, come tempo della vita immediata, opposto allo spirito assoluto. Da qui ho ricavato lo spunto per l’esplorazione di alcune figure del tempo comico.

Cita anche Giordano Bruno come anticipatore di molti di questi temi.
Tornando a leggerlo mi sono reso conto che, pur nella sua concezione neoplatonica, dà importanza alla vita. C’è un forte privilegio della materia. è una strana figura Bruno, di santo e di eversore. Il suo linguaggio ha una nota di erotismo. Ama trasfigurare. E poi Bruno è caparbio. Finì al rogo per non voler dire una parolina che Galileo, invece, si lasciò sfuggire subito. Bruno ricorre alla follia per uscire dal logos occidentale.

Alla follia dell’arte, intesa come coraggio creativo, lei dedica una mostra a Ravello. In questo sistema globalizzato dell’arte dominato da un’estetica occidentale che lei stigmatizza come «puritana, razionale, asettica» c’è ancora spazio per chi fa ricerca?
Sì, ma a prezzo di una inevitabile solitudine. In questo senso parlo di follia. Come capacità di un artista di prodursi in nuove forme che intercettano e bucano l’immaginario collettivo, oggi, sempre più anestetizzato, votato a una sensibilità superficiale. Viviamo ancora in tempi di post modernità. Sono cadute le vecchie ideologie ma domina il sistema dell’arte delle sette sorelle (il circuito che va dal MoMa alla Tate, al Centre Pompidou ndr). E tutti aspirano ad andare a esporre in quei sancta sanctorum, secondo quegli standard. Con le mostre, con questa enciclopedia, da parte mia, non smetterò di massaggiare i muscoli  atrofizzati della sensibilità del pubblico.

da left-avvenimenti del 26 agosto 2010

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Schifano, dalla pittura al cinema

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 12, 2009

Mario Schifano, Futurismo rivisitato

Mario Schifano, Futurismo rivisitato

di Simona Maggiorelli

Dopo l’abbuffata celebrativa del centenario che ha imposto a Roma e a Milano retrospettive sul Futurismo ad alto tasso di apologia (nonché piene di errori) rivedere i lavori che Schifano dedicò all’avanguardia di Marinetti e compagni fa ritrovare il sorriso. Ci voleva lo sguardo irridente e immediato dell’artista romano per produrre in un flash una radiografia della burattinesca apparizione nella storia di questo gruppo stranamente assortito di artisti, interventisti, presto picchiatori, ma anche anarchici e, taluni, perfino rivoluzionari. Schifano che usava le immagini del passato come reperti da studiare e rivisitare con nuove aggiunte di significato, semplicemente riprese la famosa foto dei futuristi a braccetto, che in questi mesi abbiamo visto acriticamente riverberata in ogni dove, e ne fece una ristampa senza fondo, lasciando le figurine buffamente sospese nel vuoto. Poi le impacchettò sotto uno schermo di plastica trasparente, pronte per la soffitta.

Con sguardo corrosivo e vorace Schifano rileggeva così anche le icone della pubblicità, cercando di recuperare qualche traccia di umanità. Del Futurismo, se aveva poi salvato qualcosa, non era certo l’ideologia guerrafondaia ma neanche la retorica della macchina (tanto cara a Warhol), semmai Schifano ne aveva assorbito una certa passione per il cinema e per l’immagine in movimento. Ce lo raccontano le tante sperimentazioni che fece con questo mezzo cercando di farlo incontrare con la pittura. Ma anche sue esplicite dichiarazioni di poetica affidate a interviste, come quella che gli fece Moravia nel 1974 per Il mondo e ora riproposta nel catalogo della mostra Schifano Tuttestelle (Skira, aperta fino al 30 ottobre al MdM museum di Porto Cervo). «La pittura a un certo punto non mi è bastata più, mi sembrava rimanesse limitata solo a una cosa.

Mentre il cinema ne contiene in sé tante altre, il gesto, il movimento…», dice Schifano. E poi all’insistenza del suo intervistatore insoddisfatto:« Ma te l’ho detto! Il cinema mi è parso che potesse esprimere più cose della pittura… il cinema può esprimere l’uomo, l’umano». E con questa ricerca Schifano arriverà anche oltre, dando vita alle prime sperimentazioni di videoarte, di cui è stato a suo modo un anticipatore, insieme ai nomi più noti dell’avanguardia americana, da Nam June Paik a Bruce Nauman. (Un aspetto di recente ricostruito anche dal film di Luca Ronchi, Mario Schifano tutto, edito da Feltrinelli Rai cinema). Ma interessanti sono anche i Paesaggi tv. Schifano riportava le immagini video direttamente su tela emulsionata, isolandole dal ritmo narrativo delle sequenze e trasformandole così in quadri astratti.

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Il flop di Marinetti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 16, 2009

boccioni-01-composizione-spiralica15cmNel 1914 il teorico della «guerra igiene del mondo» andò in Russia. E Majakovsky gli organizzò un’accoglienza ostile. Al Mart un “illuminante” confronto fra avanguardia nostrana ed europea di Simona Maggiorelli

Dopo il clamore che tre anni fa suscitò la sua Italia nova. Une aventure de l’art italien 1900-1950 al Grand Palais, mostra parigina che fu accusata dalla stampa d’oltralpe di revisionismo storico e di occultare i rapporti fra futurismo e fascismo, la direttrice del Mart di Rovereto Gabriella Belli torna a esplorare il primo ’900 italiano ma, questa volta, con uno sguardo allargato all’Europa e ai rapporti che i futuristi ebbero con “Der Sturm” e con gli artisti che parteciparono all’avanguardia tedesca: da Chagall a Kandinskij, da Klee a Macke a Marc, fino allo stesso Grosz e altri espressionisti. Ma soprattutto con la mostra Illuminazioni-Avanguardie a confronto. Italia, Germania, Russia (dal 17 gennaio al Mart, catalogo Electa) insieme alla curatrice Ester Coen, la Belli ora approfondisce i contatti che il futurismo ebbe con l’avanguardia russa. Argomentando così in maniera più ampia la tesi della osteggiata mostra francese, ovvero che il futurismo italiano fu un movimento complesso e magmatico in cui, specie nei primi anni, si trovarono a convivere una tradizione intellettual-sovversiva di stampo anarcoide, un certo ribellismo borghese e un montante spirito nazional-fascista. Nell’underground romano di Bragaglia e negli ambienti intellettuali di una Milano che agli inizi del secolo sorso si faceva teatro di un primo sviluppo capitalistico e di lotte operaie avvenne questo bizzarro incontro culturale. Una ossimorica koinè che Umberto Carpi ha puntualmente ricostruito già anni fa ne L’estrema avanguardia del Novecento (Editori riuniti) e in Bolscevico immaginista (Liguori). Quasi, verrebbe da dire, anticipando alcune contraddizioni del ’68: nel futurismo istanze diversissime, quando non del tutto opposte, si incontravano nell’idea di un avanguardismo «come metodo» e in una vitalistica «febbre di ricerca». popova_01E in un primo momento anche Antonio Gramsci guardò con simpatia a questo svecchiamento della cultura italiana promesso dal futurismo con un’apertura internazionale. Ma di lì a poco l’inconciliabilità delle diverse posizioni esplose in modo deflagrante. E se gli interessanti tentativi di creare una arte progressista che si saldasse a una sinistra politica del costruttivista Pannaggi e dell’immaginista Paladini (artisti che ebbero qualche risonanza internazionale e rapporti costanti con l’avanguardia russa) finirono per arenarsi e rimanere isolati, con l’accordo fra Mussolini e i futuristi ogni velleità di sperimentazione, anche di Marinetti, dovette cedere il passo alla trinità “ordine, gerarchia, tradizione” imposta da Prezzolini e dal gruppo dei vociani. Ma già molti anni prima della definitiva normalizzazione del movimento futurista che avvenne negli anni 30 (con il suo leader assurto ad accademico d’Italia e gli ultimi futuristi mutati in  picchiatori) durante il “leggendario” viaggio in Russia di Marinetti del 1914 si sarebbero potuti leggere segni di una fredda presa di distanza da parte di quella avanguardia russa che poi Lenin ingaggiò per dipingere i treni della rivoluzione del ’17. Pagine di storia che ora, in occasione della mostra al Mart, si possono leggere nel resoconto di uno storico dell’arte russo Vladimir Lapšin, pubblicato in catalogo. Di fatto i pittori cubo-futuristi russi snobbarono il tour marinettiano mentre artisti come Mikhail Larionov, Natalia Goncharova a Olga Rozanova guardarono alla Francia non all’Italia. Senza dimenticare che fu soprattutto il poeta Majakovsky a organizzare un’accoglienza apertamente ostile alle conferenze di chi, come Marinetti, teorizzava la necessità della violenza e parlava della guerra come «sola igiene del mondo». Left 02/09




carra

Quei semi di Futurismo

Con il manifesto del Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti apparso il 20 febbraio del 1909 sul quotidiano parigino Le Figaro “l’Italia assume un ruolo di porta bandiera nel panorama delle avanguardie europee”. Così scrive Antonio Paolucci nel catalogo della mostra Futurismo avanguardia-avanguardie, dal 20 febbraio alle Scuderie del Quirinale di Roma, dopo l’anteprima al Centre Pompidou di Parigi ( vedi left del 16 gennaio 2009 e del 30 dicembre 2008). Ma il presidente della commissione scientifica delle Scuderie poi aggiunge: “Il movimento futurista è velocità, movimento, dissoluzione della forma tradizionale, contaminazione, simultaneità, rimescolamento e sovrapposizione dei codici. I suoi ideali sono il vitalismo, il modernismo, la rivoluzione radicale e permanente; valori guida delle grandi ideologie totalitarie del ‘900, dalla Russia dei Soviet all’Europa dei fascismi”. Affermazioni inaccettabili in così rozze equiparazioni che “dimenticano” che il comunismo, benché andato incontro a esiti disastrosi, aveva obiettivi del tutto opposti a quelli del fascismo. Ma se per un momento ci accontentassimo della disanima del Futurismo dovremmo dire che si tratta di affermazioni utilissime per valutare la complessa koinè di anarchismo ( nella foto I funerali dell’anarchico Galli di Carrà, 1911), interventismo, ribellismo borghese che dette vita al movimento marinettiano di inizi ‘900 a Milano. La straordinaria messe di documenti contenuti nel catalogo Futurismo 1909-2009 edito da Skira, che accompagna la mostra in corso in Palazzo Reale a Milano, offre argomentazioni ampie su quanto da un po’ di tempo cerchiamo di dire a proposito di un certo mix, di un micidiale corto circuito, fra istanze libertarie e violente, che poi avrebbe allungato un’ ombra ( con tutti i distinguo storici del caso) fino al Surrealismo e al ’68. Se ne rintracciano alcuni segni , per usare parole dello stesso Marinetti, nella “ travolgente e incendiaria” rivendicazione di un movimento aggressivo…insonne e febbrile”, che auspicava un “ salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”. Pur mettendone fra parentisi molti altri aspetti, non è difficile intravedere in queste parole i prodromi di gesti surrealisti che prendevano ad esempio gli assurdi di Lautrémont incitando a spari a caso nella folla, come massimo gesto surrealista. Certo Breton e compagni non arrivavano con Marinetti a celebrare la” guerra igiene del mondo”.

Nei primi video e fotografie Man Ray , Max Ernst e altri facevano delle belle donne un’icona. Ma il”disprezzo della donna” invocato da Marinetti che è alla base del mascolino Manifesto delle donne futuriste del 1912 sembra sinistramente riverberarsi, in forma più nascosta e inconscia, negli scritti e affermazioni di Breton e sodali , mentre la bella Kiki de Montparnasse che aveva creduto alle loro fredde lusinghe, si suicidava fra alcol e droghe. s. maggiorelli

Da Left-Avvenimenti 20 febbraio 2009

Da Left-Avvenimenti 20 febbraio 2009


Amazzoni futuriste

di Simona Maggiorelli

Per Marinetti e co. la guerra era “l’igiene del mondo”. E l’enfasi sulla violenza, così come l’adorazione della macchina (“Un automobile da corsa è più bella della Venere di Samatrocia”) lasciava intendere un universo tutto al maschile. Del resto il Manifesto del Futurismo pubblicato nel 1909 su Le Figaro è esplicito: “il disprezzo della donna” era uno dei punti cardine dei futuristi – pittori, scultori, teatranti, paroliberisti e aeropittori- che ben presto sarebbero finiti sotto lo stivale di Mussolini. L’avversione al femminismo delle prime suffragette, ree di trascurare le faccende di casa, come il disprezzo per la femme fatale decadentista, sensuale sciupa-famiglie, ne sono una traccia concretissima. E se nel 1912 Boccioni e Marinetti sfilano a Londra “sottobraccio alle pochissime suffragette carine”, in quello stesso anno, nel Manifesto Tecnico Marinetti scrive: “il calore di un pezzo di ferro o di legno è ormai più appassionante per noi del sorriso e delle lagrime di una donna”. Come documenta Giancarlo Carpi nel suo Futuriste, letteratura, arte e vita (Castelvecchi) “Linferiorità assoluta della donna” è teorizzata da Marinetti in più occasioni. Tanto che una voce di donna gli risponderà in Francia, quella di Valentine de Saint-Point, autrice del Manifesto della donna futurista, in cui – ahinoi- rivendica un ruolo di donna amazzone e guerriera. Nel centenario futurista, con il suo documentatissimo lavoro Carpi ci invita a leggere libri futuristi come L’uomo senza sesso di Fillìa accanto a quelli di Bruno Corra e del prode Marinetti. Testi che presentano una costante: “l’eroe- scrive Carpi- è avversato da donne sentimentali e portatrici di eros debilitante…”, che ostacolerebbero l’uomo proteso verso il futuro tecnologico. Ovvia conseguenza di tutto ciò, una ridda di rappresentazioni deformanti, grottesche della donna, nella pittura futurista come negli scritti. Ma il fatto tragico che Carpi racconta è l’adesione cieca che artiste oggi sconosciute ai più – come la pittrice Regina, come la danzatrice Giannina Censi e molte altre – manifestarono, facendo propria la violenza di queste immagini, assumendole come modelli.

dal quotidiano Terra

Regina, l’outsider futurista

Una mostra a Brescia riscopre il percorso originale della scultrice, dall’aeroplastica all’astrattismo

di Simona Maggiorelli

Regina

Urge un’arte nuova!” proclamava la scultrice Regina nel manifesto dell’aeroplastica futurista, stilato con Bruno Munari, Carlo Manzoni, Gelindo Furlan e Riccardo Ricas nel ’34 ( ora edito in Futuriste, Castelvecchi).”Naturalmente -scriveva l’artista – urge per noi sensibili ché tanto il pubblico se ne frega che si possa trasmettere una nuova sensibilità come non avrà certamente organizzato magnifici festeggiamenti al sig. Newton quando scoprì la forza di gravità”. Apertura ai nuovi linguaggi ( compreso quello della scienza),sperimentazione a tutto campo fra scultura, disegno, danza e musica connotano tutta l’opera di Regina, lungo un quarantennio di ricerca continua. La mostra Regina futurismo, arte concreta e oltre alla Fondazione Ambrosetti di Brescia, fino al 9 aprile 2010, invita a riscoprire il suo originale percorso dagli esordi negli anni Venti con sculture in lamina di latta e alluminio fino agli esperimenti di arte concreta con Gillo Dorfles e Munari nei primi anni Cinquanta e poi ai “divertimenti” in plexiglas colorato negli anni 60. Come emerge con tutta evidenza anche da questa personale curata da Paolo Campiglio, per Regina l’adesione al Futurismo nel 1931 non fu che una tappa. E non a caso che le sue frequentazioni in questo ambiente non riguardarono la marmaglia guerrafondaia del secondo futurismo. Piuttosto, come ricostruisce Luciano Caramel in una monografia Electa oggi pressoché introvabile, era stata la scultura di Boccioni ad interessare Regina,attratta in modo particolare dalla sua ricerca polimaterica e sulle forme in movimento. Diversamente dalle artiste che si dicevano tout court futuriste e figuravano nel movimento lanciato da Marinetti da gregarie, (quando non da mogli o fidanzate),lei seppe cogliere la spinta futurista verso un’arte nuova intuendo che si trattava di riempire quelle parole di nuovi contenuti che riguardavano l’arte astratta perché non rimanessero lettera morta.

da Left-Avvenimenti gennaio 2010

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Nel segno di Caravaggio

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Due mostre dedicate al genio del Seicento e la Biennale firmata da Birnbaum fra gli eventi più attesi del 2009 di Simona Maggiorelli

Se il 2009 sarà l’anno dell’attesa Biennale di Venezia firmata dallo svedese Birnbaum, quello alle porte, dal punto di vista dell’arte, tocca rassegnarsi, sarà anche l’anno del Futurismo e del suo inventore, quel Filippo Tommaso Marinetti che, annusato lo spirito dell’avanguardia parigina, ne fece una traduzione casereccia e fascistoide inneggiando alla nuova era «dell’uomo dalle parti intercambiabili» e al mito di una modernità fatta di sole macchine. Accanto alla ridda di mostre e pubblicazioni – perlopiù a uso romano e milanese e delle rispettive giunte – spiccano, però, oltre alla monografia edita da Skira, alcune iniziative come l’uscita del libro dello studioso di letteratura russa Guido Carpi, Futuriste. L’altra metà dell’avanguardia (Castelvecchi) e la mostra al Mart di Rovereto dedicata alle invenzioni creative del cubofuturismo russo, ben lontano dalla retorica retriva del futurismo nostrano. Ma intanto, in attesa dei cosiddetti grandi eventi, già da gennaio, fioriscono qua e là in Italia esposizioni, apparentemente “in minore” ma che hanno il pregio di invitare il pubblico a tornare a godersi grandi classici. A cominciare dalla mostra che Brera dedica dal 19 gennaio, nell’occasione del bicentenario della sua Pinacoteca, all’opera geniale di Caravaggio e incentrata su alcune opere come La cena di Emmaus del 1606, qui a confronto con un’altra edizione autografa dell’opera conservata alla National Gallery di Londra. Una mostra, quella di Brera che sarà accompagnata da catalogo Electa a cura dell’allieva di Longhi, Mina Gregori e che, idealmente, avrà un seguito a settembre, a Roma, con la rassegna Caravaggio e Bacon alla Galleria Borghese, incentrata su un confronto per molti versi ossimorico, fra il maestro del Seicento italiano e il pittore irlandese ora celebrato in una mostra alla Tate Gallery di Londra; un confronto fra antico e moderno pensato da Claudio Strinati e Michel Peppiatt, in accordo con quella ipervalutazione che le angosciate visioni di Bacon continuano ad avere da alcuni anni in Europa e negli Usa. Ancora fra i “grandi eventi” una proposta Electa nata in collaborazione con il Comune di Urbino, che in primavera ospiterà una mostra dedicata ai lavori giovanili di Raffaello raccogliendo in Palazzo Ducale una ventina di dipinti e altrettanti disegni del pittore urbinate. A Forlì invece, dal 25 gennaio, si ripercorre L’ideale classico tra scultura e pittura di Antonio Canova, con alcuni inediti confronti con opere di Raffaello e Tiziano. Dalla instancabile fucina di Linea d’ombra libri, coprotagonista di tutte le mostre di Marco Goldin, poi, una doppia proposta per la friulana Villa Manin: una mostra dal 26 settembre dedicata all’età di Corot e Monet e, quasi in contemporanea, una rassegna dedicata al simbolismo e alla secessione viennese, raccontata attraverso le opere di Boecklin, Klimt e Schiele. E poi, per approdare al Novecento, al Palaexpo di Roma (ora sotto la guida di Ida Gianelli) una mostra dedicata ad Alexander Calder, e alle sue architetture aeree in lamine colorate che cambiano forma a ogni soffio d’aria e, sempre a Roma, alla Gnam, dal 4 marzo, una retrospettiva dedicata a uno degli artisti americani contemporanei più noti: Cy Twombly. Infine, da non perdere di vista, la grande retrospettiva che la Galleria nazionale dell’Umbria dedica dal 4 aprile ad Alberto Burri, la più importante nella sua terra natale, dopo la grande mostra che gli ha appena dedicato la Triennale di Milano.

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