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Bronzino, in nuova luce

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 12, 2010

Per la prima volta a Firenze è riunito gran parte del corpus delle opere del pittore manierista. Un inedito naturalismo emerge
da alcuni suoi ritratti intimi e poco noti

di Simona Maggiorelli

Bronzino, Ritratto di donna 1530

Tornando a Firenze per l’antologica che Palazzo Strozzi dedica fino al 23 gennaio a Bronzino (1503-1572) pensavamo di andare a ritrovare l’arte raffinata e un po’ esangue di questo pittore che fu allievo e amico di quell’«omo fantastico e solitario» che era il Pontormo nella testimonianza di Vasari. Diversamente dal suo orgoglioso e introverso maestro, si sa, Agnolo di Cosimo detto Bronzino mise da parte gli ardori repubblicani per mettersi al servizio della committenza medicea, quando, finito il sogno della seconda Repubblica fiorentina, con la salita al potere di Cosimo I Medici nel 1540, se ne presentò necessità. Così con Bronzino, e più ancora con la “seconda maniera” di Daniele da Volterra, Vasari e Salviati, anche a Firenze la retorica di corte prese il posto dell’originalità inquieta e dell’irriverenza di Pontormo e di Rosso. La statica bellezza di cera di Eleonora da Toledo, ritratta da Bronzino nel 1545, sembra campeggiare al centro di Palazzo Strozzi proprio per ricordarcelo. Circondata com’è da tante scene mitologiche che, su indicazione degli intellettuali dell’Accademia di Ficino, Bronzino riempì di simboli neoplatonici e di figure scultoree, algide e smaltate, recuperate dall’antico. Grandi tele come Venere, Amore e satiro (1553) della Galleria Colonna ci appaiono qui ormai lontanissime dalla vibrante rappresentazione di Pigmalione e Galatea con cui in anni giovanili Bronzino alludeva alla liberazione di Firenze.

Ma uno dei maggiori meriti di questa bella antologica curata da Carlo Falciani e dal direttore degli Uffizi Antonio Natali è proprio questo: aver per la prima volta ricostruito a tutto raggio la parabola di Bronzino attraverso un eccezionale percorso di una sessantina di opere autografe: prestiti dei maggiori musei del mondo ma anche pezzi provenienti da collezioni private e inaccessibili. Un percorso che, con l’aggiunta di tre inediti (fra cui un’inaspettata crocifissione di recente attribuzione) permette ora di vedere chiaramente quanto ricca e poliedrica fosse la ricerca di questo pittore fiorentino del Cinquecento.

Bronzino, Lucrezia Pucci Panciatichi

Come era già accaduto nel 1996, quando con l’indimenticabile mostra L’officina della maniera Natali riaprì la discussione critica sul manierismo, con Bronzino pittore e poeta alla corte dei Medici (catalogo Mandragora) lo studioso toscano adesso sgombra ulteriormente il campo dal deja vu. Lo fa squadernando importanti inediti, come si diceva, ma anche ricontestualizzando filologicamente il lavoro di Bronzino nel dibattito cinquecentesco percorso da correnti carsiche di umanesimo esoterico ma anche da istanze riformiste (che lambirono anche la corte di Cosimo I). Una complessa koiné culturale di cui Bronzino ci ha lasciato testimonianza indiretta attraverso una serie di ritratti intimi e personali. Come quello velato di malinconia di Lucrezia Pucci finita sotto processo per eresia. O come quello che ci mostra un’anonima, ma quanto mai viva, figura di donna stagliarsi dal fondo rosso di un quadro dipinto nel 1530 e appartenente alla collezione della regina Elisabetta II.

Smessi i panni di pittore di corte, sembra di poter dire, Bronzino smetteva anche la bizzarria, il capriccio e il cifrato allegorismo, per lasciarsi andare a una ricerca sull’umanità dei soggetti rappresentati in chiave di sensibile naturalismo. Alla luce di questa nuova interpretazione (che trova sostegno in alcune pagine di Longhi) i due curatori ci invitano così a scorgere una segreta angoscia negli occhi sgranati e nello sguardo perso nel vuoto del giovane Lorenzo Lenzi, dodicenne “amato” e cantato dal Varchi. Similmente il profilo tagliente della poetessa Laura Battiferri, moglie dell’Ammannati e compagna di dispute poetiche dello stesso Bronzino, ci lascia intuire qualcosa di più di quella «anima di ferro» che le cronache del tempo  le attribuivano.

da left-avvenimenti del 5 novembre 2010

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Dürer, i colori dell’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2007

Alle Scuderie del Quirinale,una grande mostra sull’artista tedesco. Oli, acquerelli, disegni e stampe originali: un ampio percorso espositivo indaga il rapporto del pittore con il mondo artistico italiano

di Simona Maggiorelli

albrecht_durer_008_autoritratto_a_28_anni_1500Prende le mosse da un affascinante confronto con la pittura italiana l’antologica di Albrecht Dürer e l’Italia (catalogo Electa) che si apre oggi alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Indagando la lunga influenza del pittore tedesco sul Rinascimento (specie su quello delle regioni del nord Italia) e poi sulla prima Maniera di Pontormo e Rosso, che dal maestro di Norimberga mutuarono il tratto nervoso e visionario. Ma non solo. La curatrice Kristina Hermann Fiore si è inserita nel filone della riscoperta di Dürer che da alcuni anni va crescendo in Europa (con ampie e importanti rassegne come quella di Vienna e di Praga), aggiungendo allo studio dell’opera del maestro tedesco tasselli importanti che riguardano l’influenza di Dürer sul Novecento italiano, ma anche un intrigante “dialogo a due” fra Dürer e Raffaello. Un capitolo in cui Hermann Fiore si muove con particolare perizia da curatrice della Galleria Borghese e attenta studiosa del pittore urbinate.
Si scopre così che il dialogo fra Dürer e Raffaello ebbe anche fruttuosi momenti privati, di scambio di omaggi e di opere. Raffaello, in particolare, diede a Dürer il disegno preparatorio di un gruppo di figure dell’affresco della Battaglia di Ostia, mentre il pittore tedesco gli fece avere una sua testa dipinta a guazzo. «Dürer stupì Raffaello per la sua arte di dipingere alla stregua di acquerello sfruttando il fondo bianco della tela, quasi un velo per le parti chiare, con un miracoloso effetto della visibilità dai due lati della piccola tela», ricostruisce la curatrice. Le tracce di quest’incontro con la pittura di Dürer si ritroveranno poi anche nell’autoritratto frontale di Raffaello che si ritraeva secondo i modi della “imitatio Christi”, particolare cifra che ritorna spesso nella pittura del maestro di Norimberga, basta pensare al celebre autoritratto. Il quale dal contatto con la pittura italiana, e con quella di Raffaello in modo particolare, derivò un sensibile ammorbimento delle forme, maggiore armonia e attenzione alle proporzioni classiche. Ma per il pittore tedesco – che scese in Italia in due occasioni, la prima volta nel 1494 e poi tra il 1505 e il 1507 – il contatto con gli artisti “italiani” non fu sempre così facile.

Fra invidia e ignoranza, dai colleghi a Venezia e nelle città d’arte della Penisola era considerato solo un buon incisore (le sue incisioni e stampe circolavano già ampiamente in Italia). Senza contare che nella laboriosa Norimberga i pittori – diversamente da Roma dove Raffaello era già “il divin pittore” – erano ancora considerati alla stregua di artigiani. Ma il viaggio in Italia cambiò molte cose per Dürer anche da questo punto di vista. Oltre all’acquisizione dell sfumato leonardesco, del colorismo veneto e delle forme e proporzioni classiche, in Italia Dürer – che pure era un uomo colto, amico di Erasmo – maturò anche un diverso e più consapevole status di artista.
La mostra che si apre oggi a Roma racconta anche questo aspetto, ricostruendo tutta la vicenda del pittore tedesco in Italia, che ebbe un momento di svolta nel 1506, quando a Venezia dipinse La festa del Rosario per il Fondaco dei Tedeschi.
Un’opera che riusciva a fondere l’ordine, l’armonia, la dilatazione delle forme del Rinascimento maturo con l’analisi minuziosa e realistica delle figure di matrice nordica.
Lo sfolgorante luccichìo dei gioielli del Quattrocento fiammingo con il luminoso sfumato di Leonardo e Giorgione. Un risultato che nasceva dalla fusione originale di due diverse e lontane culture pittoriche, quella rinascimentale e quella “gotica”. Fu lo stesso Giovanni Bellini a tesserne le lodi. E da quel momento per Dürer fioccarono ammirazione e sempre nuovi committenti. Di ogni genere e rango, perché Dürer aveva portato con sé anche molte stampe e per tutto il viaggio fece una gran messe di schizzi, disegni e acquerelli.
Opere che ancora oggi risultano di una freschezza straordinaria. Dürer, in realtà, fu il primo artista a usare l’acquerello per registrare dal vivo i paesaggi che lo colpivano. Si divertiva a ricopiare dal vivo, con fresco realismo, animali e piante, ma erano soprattutto le persone a suscitare la sua curiosità. Una curiosità vivace, appassionata, di cui resta testimonianza anche nel suo diario di viaggio in cui, accanto a note di spesa, regali, bevute con amici, Dürer annotava impressioni, giudizi fulminanti su cose e persone. Lasciando che la superficie delle contabilità quotidiane facesse spazio all’improvviso a descrizioni intense e poetiche oppure a stigmatizzanti caricature: una passione per l’umano che Dürer trasformava di volta in volta in scrittura o in immagini pittoriche.

Così l’immediatezza, lo scavo psicologico dei ritratti a olio, a penna, a carboncino, a gesso nero, a punta d’argento finiva poi per contaminare e animare anche le pitture sacre, dando alla raffigurazione di Madonne e Santi un movimento interiore del tutto nuovo e inaspettato. Come si può vedere, da oggi e fino al 9 giugno, nell’ampio percorso della mostra Albrecht Dürer e l’Italia che nelle sale delle Scuderie del Quirinale squaderna venti oli, undici acquerelli, trentatré disegni e cinquantotto stampe originali, intercalandoli con opere di artisti italiani, da Raffaello a Caravaggio.

da Europa,  2 marzo 2007

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"La città degli Uffizi"

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 8, 2006

Fine studioso di Leonardo e di Andrea Del Sarto, Pontormo e Rosso, a cui una decina di anni fa dedicò un’affascinante mostra: L’officina della maniera. Ma anche direttore di oltre trecento restauri di dipinti e paziente riordinatore delle sale degli Uffizi culminata di recente nel recupero della sala della Niobe. Da venticinque anni Antonio Natali lavora agli Uffizi, ma mai come in questi giorni si è visto sulle cronache dei giornali. Per esserne diventato, con un passaggio del tutto naturale, il nuovo direttore. Ma anche per un fatto più spiccio, quei 1600 euro di busta paga da direttore degli Uffizi che sono finiti in prima pagina del Domenicale del Sole 24 Ore. «Lo stipendio più chiacchierato d’Italia», scherza il professore, con vena un po’ bianciardiana, da maremmano doc. «L’intento dell’articolo era lodevole, andava oltre me, per denunciare una situazione generale, molto dura; per chi lavora nei musei e nelle soprintendenze italiane — commenta Natali — ma non capisco perché essere pagato come un semplice insegnante dovrebbe essere offensivo, come qualcuno ha scritto. Mia moglie, che insegna a scuola, si è arrabbiata moltissimo».

Negli ultimi anni, però direttore, la situazione è peggiorata. Assunzioni bloccate per i giovani e un rapido allentamento di dirigenti di vaglia, alla soglia della pensione. Come, per parlare degli Uffizi, è toccato un paio di anni fa a Anna Maria Petrioli Tofani. Un ministero un po’ ingrato verso chi ha dedicato una vita al patrimonio artistico? Anna Maria è stata un’ottima direttrice, se ne è andata per raggiunti limiti d’età. Ma è vero che sono tempi questi in cui, per ragioni finanziarie, non viene concessa proroga, a nessuno. Parlando degli Uffizi, poi, penso anche che non si debba puntare sulla cronaca ma sulla storia. Perché questo è un edificio che non si misura né con i mesi né con gli anni, ma con l’eterno. Sarà la storia a giudicare quello che ognuno di noi ha fatto o avrebbe potuto fare e non ha fatto. Ma è anche vero che è difficile lavorare bene solo se le strutture mancano o se chi va in pensione non viene sostituito, come spesso capita. Nel nostro ministero, in questo senso, c’è stato un gioco al ribasso, che ha riguardato tutti i livelli e gradi della professione. Il risultato pratico è che i custodi sono sempre di meno, le segreterie sempre più sguarnite e mandare avanti un’istituzione come questa, che pesa come un carro armato e ha il motore di una Vespa cinquanta, è difficile.

Lei conosce a fondo gli Uffizi. Ci lavora dall’81. Tutti s’immaginano che sappia già dove mettere le mani, nel suo nuovo ruolo di direttore…

Dove mettere le mani? Per ora, fra i capelli. Se fossi stato chiamato a dirigere un museo, da straniero, probabilmente avrei avuto quei 4 o 5 giorni di felicità e di gratificazione. Poi magari, una volta sul posto, mi sarebbe venuto qualche pensiero. Qui sapevo già cosa mi aspettava, non ho dovuto scoprire niente. So bene che in tempi brevi bisognerà procedere al riordino della galleria. Cpn una nuova distribuzione delle opere, la ricostruzione di una trama espositiva che renda il più possibile educativa, lieve, il meno possibile impacciata una visita agli Uffizi.

Periodicamente, con la mostra “I mai visti” negli anni passati ha fatto riemergere molte opere dai depositi degli Uffizi, si parla di tanti capolavori accatastati. Cosa contengono veramente?

Come dicevo dinanzi, l’idea è quella di pensare a una diversa distribuzione dei quadri della galleria, a maggiori intervalli fra opera e opera. Un progetto in linea con le direzioni che mi hanno preceduto. Gli Uffizi fra qualche tempo godranno di spazi raddoppiati, e finalmente potranno dare la possibilità di una lettura delle opere che abbia tempi diversi. Oggi ci sono sale in cui capolavori indiscussi sono sistemati a una ventina di centimetri l’uno dall’altro. Dal momento che sono testi poetici, e non feticci turistici, come visitatore devo poter avere agio di vedere il quadro, di poterne per le mie capacità percepire la poesia interna, senza che il mio sguardo sia frastornato, come accade, dal quadro accanto di un altro artista o dello stesso artista ma di un altro periodo. Leggere insieme Foscolo e Leopardi affasteliandone le letture non è utile. In futuro i dipinti che ora si trovano all’ultimo piano passeranno al piano sottostante e recupereremo opere anche dai depositi. Ce ne sono tantissime ma non tutte sono compatibili con il tenore delle sale nobili. I depositi sono dei serbatoi del gusto: quello che oggi si considera importante magari domani non lo sarà più. Nel tempo muta il gusto e servono differenti regie. Nei depositi degli Uffizi ci sono opere che oggi la critica non ha sufficientemente rivalutato, ma non bisogna pensarli come luoghi di poca cura. Sono spazi ben ordinati, dove le opere non hanno tutti i traumi di quelle esposte. Non c’è il via vai dei turisti, c’è un’oscurità costante, non ci sono sbalzi di temperatura. Le opere più importanti, comunque, entreranno in galleria. In parte anche quelle, soprattutto del seicento e del settecento, conservate ora nel corridoio vasariano.

Un’altra ala importante degli Uffizi, che conduce fino a Palazzo Pitti. Che futuro avranno le opere che ora sono lì esposte?

Fatta la premessa che in Italia, diversamente che in Francia o altrove, il direttore di museo ha solo una certa autonomia, esprime dei pareti etici e ideologici che poi devono essere sottoposti al soprintendente con una precisa gerarchia, posso dire che la mia idea sarebbe che il corridoio vasariano fosse un piano nobile in cui non ci sia soltanto un transito aereo attraverso la città per arrivare a Boboli con mura nude o quasi spoglie. Le collezioni degli Uffizi sono talmente vaste che rinunciare al corridoio vasariano significherebbe rinunciare a un luogo dove ci sono circa settecento opere. E che non possono essere sistemate in luoghi d’avventura. Una soluzione potrebbe essere portare una parte di queste opere in galleria e, per quanto riguarda i ritratti, che sono una parte consistente, sul modello della National Gallery di Londra, far nascere qualcosa di simile all’adiacente National portrait gallery, con una ricca sezione iconografi ca di disegni e ritratti di condottieri, di principi di duchi, di scienziati, che qualche volta portano firme importanti. Potrebbero essere un archivio poetico di memorie, fatto non solo di carte fredde.

Dove potrebbe nascere questo ideale musei dei ritratti?

Dietro agli Uffizi si sta per liberare il Palazzo di Giustizia, elegante, austero, mi sono chiesto se una parte non potrebbe essere dedicata a queste collezioni che altrirnenii rischiano di restare poco viste. Oltretutto si tratta di un edificio fra il Bargello e gli Uffizi, in una sorta di strettoia, magari potrebbe essere raggiungibile passando dal sottosuolo. Io penso che il futuro dei musei nelle città di oggi sia molto nei sotterranei, come accade al Louvre. Sarebbe un polmone importante anche per il Bargello, un museo di una bellezza fuori dell’ordinario, ma costipato, che non può accogliere più nemmeno uno spillo.

Uno scenario affascinante ma rischia di scontrarsi poi con gli inceppi della burocrazia. È già successo con la Loggia progettata da Isozaki. Cosa ne pensa? Penso che vada fatta. Per ora il retro degli Uffizi è equiparabile al retro di un cinema di seconda categoria, davanti bellissimo dietro molto meno, anche maleodorante. Sarebbe nobilitato da una grande loggia. E poi se si fa un concorso a cui partecipano i più importanti organi dello Stato poi non si può dire abbiamo scherzato.

A Firenze è molto forte la tradizione del Rinascimento, ma certe opere, per i turisti, rischiano di diventare feticci?

Lo sono già per quei turisti che non si fermano nemmeno a dare uno sguardo alle altre opere che ci sono nella sala per vedere la Venere di Botticelli.

Occorrerebbe allargare lo sguardo?

Il bene con gli Uffizi coincide con il bene di Firenze. Se gli Uffizi sono ingolfati occorre che la città tutta, in ogni suo angolo diventi un polo di attrazione culturale. E può farlo. Quando ero un giovane collaboratore di Luciano Berti, una figura per me fondamentale dal punto di vista morale, di studio e di trasporto per questa città, pensai a un titolo agostiniano per una mostra “La città degli Uffizi”. Non a caso. C’è un rapporto davvero osmotico con la città. Non si tratta di un museo in una piana americana riempito con opere del Trecento e Quattrocento che arrivano da molto lontano. Le opere degli Uffizi vengono da palazzi e chiese della città. Basta dire che seguendo la linea dell’Arno, dalle finestre della galleria si intravede il complesso conventuale di San Bartolomeo da cui proviene l’Annunciazione di Leonardo. È lì accanto mentre noi guardiamo l’opera. Bisogna mantenere vivo questo rapporto. Chi fa la fila per vedere il David all’Accademia va informato che a pochi passi c’è il chiostrino dei voti dell’Annunziata dove ci sono le origini della Maniera moderna: il giovane Andrea del Sarto, l’ancor più giovane Rosso Fiorentino e il parimenti giovane Pontormo, uno snodo culturale fondamentale non solo per l’arte italiana.

Un rapporto più stretto fra patrimonio e territorio. Fa venire in mente la casa natale di Pontormo, a Empoli che lei ha appena inaugurato.

Un luogo straordinario della memoria di uno dei massimi artefici della pittura del Cinquecento. È un esempio concreto di recupero che dimostra come l’arricchimento culturale di quello che c’è intorno non sia un impoverimento di quello che c’è qui agli Uffizi e che comunque ci sarà sempre.

Simona MaggiorelliEuropa

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