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Una vita contro il cancro

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 10, 2012

Umberto Veronesi

Oncologo di fama mondiale ha messo a punto tecniche chirurgiche sempre più innovative per il tumore al seno, che sono state adottate a livello globale. Nel 2003 ha creato la sua Fondazione per il progresso delle scienze. A colloquio con l’ex ministro della Sanità Umberto Veronesi

«C’è una frase di Giovanni Falcone contro il senso ineluttabilità e il fatalismo che mi è rimasta fortemente impressa», scrive il professor Umberto Veronesi ad incipit del nuovo libro Il primo giorno senza cancro, edito da Piemme. «La mafia – disse un giorno Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine». Con una convinzione analoga e quanto mai tenace Veronesi ha dedicato la sua vita alla lotta contro il cancro e oggi finalmente si sente di poter annunciare che non è lontano il giorno in cui questa malattia potrà dirsi debellata.

Professor Veronesi, lei scrive che non è lontano il giorno «in cui potremo dire che per un tumore non si muore più». Prevedendo che entro una ventina d’anni si potrà arrivare a conoscere tutte le cause biologiche e ambientali dei tumori. Cosa sappiamo oggi dei fattori che determinano il tumore?

Oggi conosciamo con certezza alcune cause. La prima è il fumo che è attualmente la principale causa evitabile di morte prematura: le ultime previsioni, diffuse al World oncology forum di Lugano, parlano di un miliardo di persone uccise dal tabacco in questo secolo, mentre erano cento milioni lo scorso secolo. Soltanto in Italia muoiono ogni giorno circa 100 persone soltanto per tumore del polmone, la più diffusa e grave, anche se non l’unica, malattia legata al fumo. La seconda è l’alimentazione scorretta. In questo caso il legame causa-effetto non è così chiaro e immediato come per il fumo, ma sappiamo che il sovrappeso, e più in generale un consumo eccessivo di grassi di origine animale,  causa circa il 35% dei tumori e sappiamo che i gruppi di popolazione che adottano una restrizione calorica sono significativamente  meno colpiti dai tumori. La terza causa conosciuta sono i virus  come  l’HPV (Human Papilloma Virus,) all’origine  il cancro del collo dell’utero,e  l’HBV, il virus  della epatite B che può causare il tumore del fegato, e i virus  che causano alcune leucemie, il linfoma di Burkitt e il cancro naso faringeo. Esiste infine una categoria di sostanze cancerogene, come l’amianto o le amine aromatiche, che sono state catalogate e messe al bando dai luoghi di lavoro e vita sociale.

Quali sono le nuove ricerche sul cancro che lei reputa più promettenti?

Tutta la ricerca è promettente e si può dividere sommariamente in due macro aeree: una che ha l’obiettivo di curare meglio il cancro (con nuovi farmaci, nuove particelle, nuove tecnologie) e l’altra che si concentra invece sull’indagine delle sue cause, per eliminarle. Nell’area terapeutica, mi aspetto nei prossimi quarant’anni risultati  significativi, che potrebbero innalzare la guaribilità generale fino all’ 80% dei casi. Nella seconda area vedo la svolta più lontana. Come ho scritto nel libro, il primo giorno senza cancro sarà quello in cui non ci ammaleremo più.

Una decina di anni fa  quando gli scienziati annunciarono di saper decodificare il genoma si disse che tutto questo avrebbe avuto ricadute positive e immediate per debellare il cancro, ma così non è stato, perché? Dall’attuale lavoro degli scienziati per sequenziare più approfonditamente il Dna che cosa possiamo aspettarci?

La promessa del Dna era quella di scoprire l’origine della malattia, vale a dire che cosa e come si crea il danno al Dna, che innesca i meccanismi  di cancerogenesi. In realtà ci siamo trovati di fronte ad una complessità maggiore di quella attesa. Il cancro, va ricordato, non è una malattia, ma centinaia di  malattie diverse che per convenzione riuniamo sotto un’unica categoria. Ognuna di queste malattie ha una sua evoluzione.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche di nuovi farmaci molecolari. A che punto siamo arrivati?

I nuovi farmaci rappresentano una delle  aspettative più forti della ricerca genetica, ma hanno effettivamente tardato ad entrare in clinica. Oggi sono circa 30 quelli utilizzati. Nei prossimi anni tuttavia  il ritardo sarà rapidamente recuperato.

Lei è il medico che ha inventato la quadrectomia permettendo alle donne affette da tumore di conservare il seno e di non dover subire l’intervento come una lesione della propria identità femminile.  A che punto è oggi la cura del tumore al seno e quanto è importante che le donne che si sono ammalate non smettano di sentirsi “femminili”, “desiderabili”?

Il tumore del seno è oggi uno di quelli a più elevata guaribilità. Se scoperto per tempo, quando è impalpabile e rilevabile solo strumentalmente, è guaribile nella quasi totalità dei casi e con interventi che rispettano  l’integrità del corpo femminile. Dunque  la salvezza per le donne esiste:  la diagnosi precoce con mammografia ed ecografia. Con questo non intendo sminuire il “peso” della malattia. Il seno è simbolo della femminilità perché racchiude armonicamente la valenza della sensualità e della maternità e una diagnosi di cancro distrugge l’armonia fra la donna e il suo corpo. Per questo dico sempre ai miei medici che bisogna togliere il tumore non solo dal corpo, ma anche dalla mente. La senologia si è impegnata molto in questo senso, alleandosi alla chirurgia plastica e ricostruttiva e dando importanza  al risultato estetico degli interventi chirurgici. Oggi credo che se la donna è capita nel suo profondo da medici e familiari, può trovare dentro di sé le risorse per guarire anche psicologicamente dal cancro al seno.

Nella sua lunga esperienza le è capitato di rilevare un nesso fra depressione e minore reattività alle cure?

La depressione porta ad una minore reattività alla vita nel suo insieme e dunque una  minore adesione alla cura. Una persona  che non è motivata a guarire, non si sottopone alle  visite, non crea alleanza terapeutica con il proprio mendico, non segue le terapie e così via. Non si può parlare tuttavia  di minore risposta clinica alle terapie, così come non si può determinare un legame causa-effetto fra depressione e insorgenza di tumore, come da molte parti viene ipotizzato.

Simona Maggiorelli

Dal settimanale left-avvenimenti del  3-9 novembre 2012

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Quel Cagliostro di Yves Klein

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2009

A Lugano una mostra dedicata all’inventore dei monocromi blu. In dialogo con l’opera della sua compagna Rotraut. Mentre esce un suo testo inedito in Italia

di Simona Maggiorelli

blu Klein

blue klein

Della «meteora» Yves Klein che ha attraversato fulminea l’avanguardia del Novecento è stato detto pressoché di tutto. E il contrario di tutto. Sussunto tout court nel Nouveau réalisme dal critico Restany, che fu suo primo mentore, è stato poi ascritto all’astrattismo per i suoi monocromi di intenso blu Oltremare, un vibrante tono di colore, passato alla storia come “blu Klein”.
Ma c’è stato anche chi lo ha etichettato «artista zen», per la sua passione per le arti orientali e per certe sue enigmatiche «ricerche sul vuoto». Per non parlare poi di quella critica che, alla fine degli anni Sessanta  lo ridusse a mero anticipatore delle performance dell’action painting e della pop art americana. Definizioni queste (ma se ne potrebbero citare molte altre) che, anche quando non alterano del tutto il contenuto della ricerca di Yves Klein, bloccano la sua poliedrica avventura nell’arte in un singolo “fotogramma”. Una parabola artistica che nell’arco di pochi anni (Klein era nato nel 1928 e morì prematuramente nel 1962) si sviluppò fra tecniche e generi diversi, passando dai monocromi ai monogold, dai rilievi planetari alle fontane di acqua, alle sculture con il fuoco, alle architetture di aria, alle antropometrie, in un continuo tentativo di fondere arte e vita. Non in senso meramente estetizzante alla Oscar Wilde. Ma facendo dell’arte e della ricerca la propria vita. E al tempo stesso tentando di non far fuori la creatività dalla vita quotidiana. Elementi della biografia e della poetica di Yves Klein che, fuori da ogni mitizzazione, emergono con chiarezza dalla mostra che il direttore del Museo d’arte di Lugano, Bruno Corà, ha voluto dedicare alla sua opera, facendola “dialogare” con quella di Rotraut, la scultrice tedesca che fu sua compagna di arte e di vita. Un paso doble che porta nelle sale del museo svizzero (fino al 13 settembre, catalogo bilingue Silvana editoriale) un centinaio di opere di Klein e 22 sculture di Rotraut: forme essenziali in ferro e colore che evocano immagini stilizzate di donne che danzano, cavalli in corsa, forme giocose e vitali che Rotraut pensa per spazi en plain air. Nella parte dedicata a Klein e realizzata in collaborazione con Daniel Moquay dell’archivio Klein di Parigi, di fatto, sono ripercorsi tutti i cicli più importanti della sua opera. A cominciare dai suoi magnetici monocromi frutto di una originale ricerca sul colore puro, lontana dalla marmorea fissità dei monocromi di Malevich e tanto più dalle razionalissime campiture di colore tipiche di Mondrian.

Yves Klein

Yves Klein

Nella conferenza tenuta alla Sorbona nel 1959 – che ora l’editore O barra O edizioni pubblica in italiano insieme ad altri scritti nel volume Verso l’immateriale dell’arte, Klein mette in relazione i suoi monocromi con la ricerca sulla luce e sul colore di Delacroix, ma soprattutto con il blu di Giotto. «Considero Giotto come il vero precursore della monocromia» annota Klein in questo suo illuminante testo trascritto dalla registrazione, chiamando in causa certi “ritagli di cielo” degli affreschi di Assisi definiti «affreschi monocromi uniformi». Ma in questo prezioso volumetto si incontrano anche suggestivi frammenti di autobiografia. In uno scritto del 1960, intitolato con autoironia Yves il monocromo, Klein ricorda i giochi che faceva da bambino con il colore, il gusto di inzuppare le mani nella tinta e stamparle sulle pareti, come facevano gli uomini preistorici nelle grotte francesi che conservano straordinarie pitture rupestri. «Poi, però – ammette Klein – ho perso l’infanzia… e, adolescente, ho incontrato il nulla. Non mi è piaciuto. Ed è così che ho fatto la conoscenza del vuoto, il vuoto profondo, la profondità blu!». è l’inizio della sua avventura nell’arte. «La pittura non è più per me in funzione dell’occhio… – scrive Klein – la vera qualità del quadro, il suo essere, una volta creato, si trova oltre il visibile, nella sensibilità pittorica allo stato della materia prima». Klein detesta il rozzo materialismo, contro il quale scrive frasi fulminanti. Ma avverte anche i pericoli di una ricerca che rischiava di diventare assoluta, troppo astratta. «Monocromizzavo le mie tele con accanimento, poi si liberò il blu onnipotente che regna ancora e per sempre – scrive -. È a quel punto che non mi sono più fidato. Ho ingaggiato delle modelle nel mio studio, per dipingere non davanti a loro, ma con loro. Passavo troppo tempo in studio, non volevo restare così, solo soletto, nel meraviglioso vuoto blu che vi stava crescendo…». Parole in parte autocritiche, in parte rivelatrici di altro, che lasciano intendere che la dittatura del blu cominciava ad andargli stretta. E nella ricerca di Klein si aprì d’un tratto un nuovo ciclo, quello delle antropometrie, ricreando i giochi infantili con modelle spalmate di colore, che si muovevano «come pennelli umani». Un divertissment, ma anche una ricerca sul tema della presenza-assenza, dell’impronta, della traccia, in cui contavano, dice Klein, «non solo la forma del corpo e le sue linee» ma anche «il clima affettivo» di chi si prestava al gioco. «Quei segni pagani nella mia religione dell’assoluto monocromo – ammette Klein – mi hanno subito ipnotizzato». Opere che, al pari dei monocromi della prima ora, non mancarono di suscitare scandalo fra i benpensanti.
Nel libro di O barra O edizioni compare anche una spassosa recensione firmata da Dino Buzzati della mostra che Klein fece a Milano nel 1957. Con il titolo Blu Blu Blu fu pubblicata sul Corriere d’Informazione. Buzzati, in calce alla cronaca degli sghignazzi del pubblico, racconta che Klein a Milano vendette due opere al «modestissimo prezzo di 25mila lire al quadro». Uno dei due acquirenti era Lucio Fontana.

Quando molti anni dopo, nel 1968, la rivista Art et Création chiese a Fontana un ricordo di Yves Klein, l’artista italo-argentino ripose di getto: «Klein era una cosa incredibile. Non era solo una simpatia epidermica, ma tutta la sua personalità mi interessava». E alla domanda fatidica: che cosa rappresentava la sua opera? «Yves Klein rappresentava lo spirito nuovo. Diverso dai pittori espressionisti come Rothko, che si occupa della vibrazione luminosa dello spazio. Diverso da Pollock che vuole distruggere lo spazio, farlo esplodere, rompere il quadro. Diverso da me che cerco uno spazio altro. Lui era per l’infinito». Una riflessione che meriterebbe un intero saggio.

dal left- Avvenimenti   22 maggio 2009

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