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Qusayr’Amra, gemma nel deserto. Recuperati i suoi straordinari dipinti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2015

Fig 02  (©ISCR)

Qusayr ’Amra

Il castello del principe Walid è un unicum nella tradizione islamica. le sue sale sono piene di pitture figurative.  Con rappresentazioni di principi, re, scene conviviali e sontuosinudi femminili. Che documentano la convivenza di tradizioni diverse agli albori dell’Islam. Ora quei complessi cicli pittorici tornano all’antico spendore grazie all’intervento dell’istituto superiore del restauro.

Di lui si narra nelle Mille e una notte. Descrivendolo come un principe generoso e leale. Ma anche se appare come una figura leggendaria nei racconti notturni di Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) regnò per poco più di un anno tra il febbraio del 743 e l’aprile del 744 d.C. Fu ucciso all’età di 38 anni, poco tempo dopo essere diventato califfo. E nella storia scritta dai regnanti che vennero dopo è additato come un personaggio dissoluto, dedito solo ai piaceri della vita e poco osservante.

La storia ufficiale, si sa, è sempre scritta dai vincitori e chi prese il potere dopo Walid non mancò di attaccarne con violenza l’immagine e l’identità. Tanto che oggi si rimane stupiti nell’apprendere che la sua residenza privata, dopo così tanti secoli, è ancora in piedi. Noto come Qusayr ’Amra, ovvero piccolo castello, il palazzo (patrimonio dell’Unesco dal 1985), sorge in una regione desertica fra Siria, Giordania e Palestina. E fatto ancor più sorprendente, conserva ancora una larga parte di cicli pittorici che ne abbellivano sia le sale interne, sia gli spazi “pubblici”, come le terme che venivano utilizzate da Walid anche per tessere relazioni diplomatiche. Riportate all’antico splendore, nel corso di una serie di spedizioni avviate nel 2011 dal team di restauratori dell’Istituto superiore per la conservazione e per il restauro (Iscr) guidato dall’archeologa Giovanna De Palma (in collaborazione con il World Monuments Fund), queste raffinate pitture sono la testimonianza viva e affascinante di una cultura musulmana, ai suoi albori, straordinariamente aperta verso le altre tradizioni.

desert-castle-loop02Come hanno documentato gli archeologi e gli storici dell’arte che hanno partecipato al convegno internazionale The colours of the Prince organizzato dall’Iscr, Qusayr ’Amra si presenta come un eccezionale crocevia di culture, o meglio, come un ideale ponte fra il mondo arabo e il Mediterraneo. Le pitture murarie di questo edificio che sorge nel deserto giordano si sviluppano per circa 380 metri quadrati. E vi compaiono al contempo elementi iconografici della tradizione bizantina, greco ellenistica, araba e persiana. Nel palazzo, rappresentazioni della corte di Walid, ritratti ideali di principi e regnanti di terre lontane, fra i quali anche un sovrano cinese e uno turco o induista, appaiono accanto a scene conviviali, di caccia e di vita quotidiana come la spremitura dell’uva a piedi nudi. Ma ci sono anche raffigurazioni di animali fantastici e figure bibliche, a cominciare da quella del profeta Giona. Colpiscono in modo particolare alcune rappresentazioni di nudi femminili, impossibili da pensare nella tradizione aniconica musulmana successiva. Secondo l’interpretazione della docente di storia medievale Maria Andaloro dell’Università della Tuscia non sono ascrivibili nemmeno alla tradizione greca, perché non si tratta di nudi anatomici e “razionali”, ma di immagini armoniose, in movimento, «rappresentate in forme fluide, senza che compaia alla vista un osso o un muscolo, tanto che – nota la professoressa – per trovare forme così morbide bisogna andar fin nel lontano Oriente buddista».

Una ipotesi suggestiva alla quale  l’archeologa Giovanna De Palma risponde spostando l’attenzione sulla ricca e tollerante koinè culturale che animava questa zona di scambi e vie commerciali all’epoca di Walid, nell’VIII secolo, principe appartenente alla dinastia omayyade, la prima dopo l’avvento di Maometto. «Il califfato omayyade è il primo a godere di cattiva fama nel mondo islamico – spiega De Palma -. Era accusato di pensare più a politiche espansioniste che a problemi di tipo teologico». Nel periodo in cui l’Islam si andava affermando, di fatto, non pretendeva la conversione, si limitava a chiedere l’obbedienza. «E in queste zone preesisteva una cultura di tipo figurativo, che non fu cancellata – approfondisce l’archeologa -. Anche se noi la conosciamo poco perché non sono sopravvissute testimonianze». Alla luce di questo contesto si comprende meglio la figura di Walid, principe colto, dalla personalità poliedrica, contrariamente a quanto hanno sostenuto poi i suoi detrattori.

desert-castle-loop08«Qusayr ’Amra è un unicum – ribadisce Giovanna De Palma -. Sapevamo che esisteva una pittura islamica, ma questo è uno dei pochissimi esempi sopravvissuti di rappresentazioni con figure umane e zoomorfe. L’Islam almeno in origine non era aniconico – sottolinea l’archeologa – ma non ci è rimasto nulla di quell’epoca più antica, se non alcuni frammenti che vengono da un altro castello anch’esso probabilmente fondato da Walid. Ci sono poi alcuni piccoli residui che vengono da Samarra, la capitale del Regno Abasside e altri che provengono dai Fatimidi d’Egitto». Insomma, sintetizza Giovanna De Palma, «che a quell’epoca dipingessero si sapeva. Non è una novità. Ma questo è l’unico ciclo che ci ha permesso di vedere cosa dipingevano. E la sua eccezionalità sta anche nel fatto che è rimasto pressoché intatto. Non si conoscono altri esempi. A parte i dipinti della Cappella Palatina di Monreale che fu realizzata da artigiani arabi». Così, se in seno al Cristianesimo nacque una feroce iconoclastia, non possiamo dire che l’Islam sia stato fin dall’inizio iconofobico? «Io sono una archeologa classica – risponde De Palma – non una studiosa dell’Islam, ma certamente il fatto che le pitture ci fossero come dimostra il castello di Walid, non ci permette di ipotizzare un’iconofobia. Direi piuttosto che le civiltà semitiche che noi conosciamo, così come quelle musulmane, sono società aniconiche, che non favoriscono la rappresentazione umana». Il primo episodio che viene preso a simbolo dell’iconoclastia, come è noto, è quello dell’Esodo, quando Mosè distrugge il vitello d’oro.

Fig 08 bis (foto Alex Sarra, ©ISCR)Mentre il rapporto con la figura umana è stato conservato dagli omayyadi. «Che erano aniconici nei monumenti religiosi – dice De Palma – .O meglio parzialmente aniconici perché a Damasco i mosaici sono ancora parzialmente figurativi. Ma non lo erano nelle rappresentazioni all’interno di palazzi privati».
Ma se gli omayyadi furono tolleranti, non lo furono i loro successori. Nei secoli si sono registrati molti esempi di fondamentalismo contro le immagini e viene da chiedersi perché siano state risparmiate le pitture di Qusayr ’Amra. «Io stessa non riesco a spiegarmelo – confessa De Palma -, certo il castello era poco visitato, ma ci sono testimonianze del passaggio di beduini. Che sappiamo hanno una cultura in parte indipendente e un ruolo particolare. Potrebbero in qualche modo aver contribuito a proteggerli»

dal settimanale Left

The treasures of#Qusayr’Amra, 

interno-qusayr-amraIn the Thousand and One Nights he is described as a prince generous and loyal. But even if he appears as a legendary figure in the stories of Sharazade, Walid Ibn Yazid, (Walid II) reigned for just over a year between February 743 and April 744 AD. Infact he was killed at the age of 38, shortly after he became caliph. And in the history written by the rulers who came after him, he is tipped as a dissolute character, devoted only to pleasures of life and not very observant. The official story, as we know, is always written by the victors and who took power after Walid attacked violently his real identity. So hardly that today we are almost astonished to learn that his private residence, after so many centuries, is still standing. Known as Qusayr ‘Amra, the palace (UNESCO 1985) is located in a desert region between Syria, Jordan and Palestine. And – surprising fact – it still retains a large part of pictorial cycles that graced the inner rooms but also the “public” ones like the baths that were mostly used by Walid for diplomatic relations. The have been restored and brought to their original splendor, during a series of expeditions undertaken in 2011 by the team of restorers of the Italian Institute for the conservation and restoration (Iscr) led by archaeologist Giovanna De Palma (in collaboration with the World Monuments Fund) . These refined paintings are the living testimony of a Muslim fascinating culture, in its early days, extraordinarily open to other traditions.

Fig 14 (©ISCR)It has been documented by Archaeologists and art historians who participated in the international conference The colors of the Prince organized by ICR in Rome. In this symposium Qusayr ‘Amra has been presented as a great crossroads of cultures,and even as an ideal bridge between the Arab world and the Mediterranean. The wall paintings of this building (which is located in the Jordanian desert stretching for about 380 square meters) present iconographic elements of many different traditions: Byzantine, Hellenistic, Arabic and Persian too. In the palace we can see representations of Walid’s court, fantastic portraits of princes and rulers of distant lands, including a Chinese, Turkish and Hindu sovereigns. But we can discover also lively convivial scenes, hunting scenes and episodes telling about everyday life with barefoot people pressing grape. What strikes us more is the cohabitation of pagan elements like of fantastic animals with biblical figures as the prophet Jonah.

And the fact that in these cycles of “frescos” we can see even some representations of female nudes, later totally banned by the aniconica Muslim tradition. According to the interpretation of the medieval history expert Maria Andaloro ( university of Tuscia) these female nudes can not be ascribed to the Greek tradition, because they there is not anatomical description and they appear like harmonious moving images. ” These nudes are represented in fluid forms, hiding any bone and muscle. If you want to find forms like these you have to go down to the far Buddhist East “, she said.

qasr-amra-ladyBut this suggestive hypothesis finds some oppositors. The roman archaeologist Giovanna De Palma, for istance, brings back the attention to the rich and tolerant cultural koinè that animated this trade area at Walid times, in the VIII century. Prince Walid belonged to the Umayyad dynasty, the first after Muhammad. “The Umayyad Caliphate was the first to gain a bad reputation in the Islamic world” De Palma explains. “He was accused to be interested more in expansionist policies than in theological problems.

“In that early period, in fact, Muslims did not pretend conversion, but merely ask obedience. “And in these areas where the figurative culture had a long tradition, it was not canceled – the archaeologist says -. Although we know almost nothing about the way these pictures could survive in more oppressive times. Only in the tolerant context of the early Islamwe can understand a figure like prince Walid. He had a poliedric personality, despite what his detractors argued twisting the truth.

“’Qusayr’ Amra is unique under several aspects” Giovanna De Palma underlines. “We knew there was an Islamic painting, but this is one of the few surviving examples of representations with human figures and zoomorphic ones. Originally Islam was not aniconic. But there is nothing left of that oldest pictures. We have only some other fragments coming from another castle, probably founded by Walid, and small residues from Samarra, (the Abbasid capital of the Kingdom) and from the Fatimids Egypt.

“To cut i short – Giovanna De Palma says – this is the only cycle that allowed us to see what they painted. Its uniqueness lies in the fact that remained almost intact. There are no other examples known. Apart from the paintings of the Monreale Palatine Chapel that was built by Arab craftsmen. “A fierce iconoclasm arose in Christianity . It is well known. But we can not say that Islam has been aginst imagines  since the beginning. I am a classical archaeologist, not a scholar of Islam, but certainly these paintings in Walid’s castle do not allow us to hypothesize a sort of iconofobia. I would say that the Semitic civilization as we know it – as well as the late Muslim ones – was an aniconic society, which do not favor the human representation”. The first episode of iconoclasm, in fact, is in the Exodus, when Moses destroys the golden calf.

The pictures with human figure were preserved by the Umayyads. “There were aniconic monuments but Damascus mosaics, for example, are still partially figurative” Giovanna De Palma says.

By the way, if the Umayyads were tolerant, their successors were not. During the centuries there have been many episodes of fundamentalism against images and we wonder why the paintings in Qusayr ‘Amra were not destroyed. “I myself can not explain it”, De Palma admits. “Certainly the castle was little visited, but the Bedouins lived some important signes here. We know they still have an indipendent culture and a special role in some muslim countries. Th Bedouuins may have contributed in some way to protect the paintings in ‘Qusayr’ Amra “.

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Sindbad e i tesori omaniti

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 15, 2012

Dall’antico porto di Sumhuram partivano incenso, reaffinate ceramiche e sculture. Campagne di scavo dell’Università di Pisa portano nuove conoscenze sulla storia di questa cosmopolita area dell’Arabia Felix

 

di Simona Maggiorelli

 

Oman, cammelli attraversano una laguna in Salalah-Dhofar

Sulle orme di Sindbad il marinaio, l’anti Ulisse per eccellenza, che diversamente dal fedele marito di Penelope, cedeva alla bellezza femminile in ogni porto. (Salvo poi darsela a gambe se le usanze locali prevedevano che gli sposi fossero sepolti insieme qualora uno dei due morisse)

Di Sindbad, come è noto, narrano le Mille e una notte, immaginando che, partito da Bassora, come tanti marinai delle epoche più antiche, il  leggendario marinaio  fosse arrivato alla costa più meridionale della penisola araba e da lì salpato alla conquista dei sette mari, lungo le rotte che secoli dopo sarebbero state di Marco Polo.

Da sempre legato alla tradizione alla navigazione e alla vita portuale l’Oman, che nei testi mesopotamici era indicato come Magan, è la punta estrema di quella che fu l’Arabia Felix come la chiamavano i romani che da queste terre, soprattutto in età augustea, importavano incenso pregiato per profumare case e cerimonie pubbliche. Ma l’eudàimon Arabia (come la chiamò Alessandro per non averla conquistata) era anche il punto di partenza delle carovane di mirra, spezie e altri prodotti che da queste terre raggiungevano Roma, la Grecia e oltre.

Dal fiorente e cosmopolita porto di Sumhuram, nell’area di Khor Rori, oggi patrimonio Unesco, ne partivano quantità ingenti anche verso l’India e la lontana Cina, insieme a ceramiche decorate, incensieri scolpiti, spade e amuleti in forma di serpentelli e atri oggetti in metallo  dal momento che la regione omanita è ricca di miniere sfruttate fin dal III millennio a.C.

Raffigurazione di serpente, Salut

Qui per quindici anni, dal 1997 a oggi, un team di archeologi italiani guidati dall’orientalista Alessandra Avanzini dell’Università di Pisa ha condotto un’ampia campagna di scavo allargandosi fino fortezza di Salut. Gli importanti reperti portati alla luce sono stati esposti, fino a lo scorso 7 luglio, nel Museo nazionale di San Matteo nella mostra Oman, il paese di Sindbad il marinaio.

Nel 1996 quando Avanzini vide per la prima volta il sito di Khor Rori, nel Dhofar, intuì che lo studio di questo sito avrebbe potuto portare nuove conoscenze alla storia dei commerci nell’antichità. E con coraggio, quando ancora, il sultanato omanita era trascurato dalle campagne archeologiche che si fermavano nel sud dello Yemen, avviò i primi scavi sistematici.

Le scoperte sono state sorprendenti come siè potuto  vedere anche nella esposizione pisana dove erano esposti raffinati oggetti in pietra e in bronzo come il bacile, trovato nel tempio più importante di Sumhuram: di datazione incerta, fra il II e il I secolo a.C., come molti altri reperti scavati in questa zona sfoggia un’iscrizione a rilievo in elegante alfabeto sudarabico, mentre dei chiodini sul fondo documentano anche antiche operazioni di restauro.

Incisioni rupestri, Oman

Insieme al bacile altri oggetti e frammenti confermano che la pratica delle iscrizioni in geometrico e stilizzato alfabeto sudarabico era diffusa in Yemen come in Oman, dove le prime iscrizioni sono attestate dall’inizio del primo millennio a. C. In un arco di tempo che arriva al VI secolo d.C.  se ne contano più di quindicimila, incise sulle pareti delle montagne, sulle mura della città, su stele e statue.

da left- avvenimenti

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Le sette vite di Shahrazad

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 27, 2009

di Simona Maggiorelli

mani

Shirin Neshat

Odalische in vesti diafane, uomini con il naso adunco che brandiscono scimitarre, geni e minareti. Un armamentario di figurine degne di Walt Disney. «Quando anni fa giocavo a flipper con uno storico modello della Williams “Tales of the Arabian nights” era proprio questo il panorama di personaggi che mi trovavo davanti» racconta ne La favolosa storia delle mille e una notte l’arabista Robert Irwin. Il suo libro appena uscito per Donzelli – non ingannino le parole dell’autore – è un dottissimo invito a liberarsi delle stereotipie che hanno accompagnato in Occidente la diffusione popolare dei racconti di Shahrazad.  «Oggi- scrive lo studioso inglese – sia da noi che nel mondo islamico, la straordinaria ricchezza delle Mille e una notte è stata ridotta a una manciata di immagini kitsch. Molti occidentali conoscono solo il minaccioso mondo arabo dei titoli giornalistici, che parlano di talebani di fatwa, di kamikaze…». Ma assicura Irwin (che sulla scorta del palestinese Said ha scritto pagine acuminate contro l’Orientalismo), «c’è un altro Medio Oriente ancora da scoprire sugli scaffali di ogni libreria occidentale che si rispetti: un luogo fatto di incanto, passione e mistero». Così in questo suo ultimo libro Irwin ci introduce in questo mondo fantastico, facendo chiarezza sulle traduzioni, sulle manipolazioni e sulle censure che questo grande libro ha subito nei secoli. Una vicenda che, nel nostro Paese, l’editore Donzelli ha contribuito a sbrogliare, pubblicando qualche anno fa la prima traduzione italiana delle Mille e una notte fatta direttamente dall’arabo, sulla base dell’edizione critica stabilita nel 1984 da Muhsin Mahdi. Ma ora tornando a tuffarci in quel mondo di principi tolleranti, donne intelligenti e combattive e maghi misteriosi che ci avevano affascinato da piccoli, impariamo qualcosa di più della cultura araba medievale che è alla base di questa raccolta di storie che i cantori tramandavano oralmente: scopriamo, con Irwin, una cultura araba sorprendentemente «ottimista, tollerante e pluralista». E che proprio per questo – anche in anni non lontani- è stata bersaglio della censura religiosa. Basti dire che nel 1985 un capo della commissione “moralità” del ministero dell’interno egiziano promosse una crociata contro un’edizione libanese del libro, accusata di attentare all’integrità della gioventù egiziana.  E fu proprio il Nobel Nagib Mahfuz – a cui idealmente è dedicata la Fiera del libro 2009  – uno degli scrittori che si batté di più contro l’assurda censura delle Mille e una notte.

is50164lMa che cosa contengono di tanto scandaloso questi antichi racconti della tradizione araba, noti con alcune varianti dal Mali al Marocco, dal Nord Africa, all’India, alla Cina? La studiosa che più si è dedicata a questa ricerca, come è noto, è la  marocchina Fatema Mernissi. In libri che sono già dei classici, come L’harem e l’Occidente (Giunti) ma anche nel recente Le 51 parole dell’amore (Giunti) Mernissi fa piazza pulita dei pregiudizi  che campeggiano nella pittura occidentale da Ingres a Matisse,che ci hanno sempre fatto vedere l’harem come un luogo pacificato di odalische passive e perennemente disponibili. Ma l’obiettivo più appassionato della studiosa di Fes è sempre stato quello di riscattare il personaggio della narratrice Shahrazad da quella etichetta di donna astuta e ingannatrice che le è stata cucita addosso dall’Occidente.  Minacciata di morte dal saltano impazzito di gelosia, il suo parlare gentile nella notte ( in arabo “samar”) suggerisce Mernissi, era un modo per cercare un rapporto più profondo con l’altro, per dialogare su un piano diverso da quello diurno, cercando di capire e di fermare la pazzia. Altro che mera astuzia! Shahrazad usa la sua cultura, la sua sensibilità e la sua intelligenza per leggere la mente dell’altro provando a “curarlo”.  Contrariamente a ciò che lasciano intendere le fantasie occidentali sull’harem «in Oriente- scrive Mernissi – il solo uso del corpo, ovvero del sesso privo della mente, non aiuta minimamente la donna a cambiare la sua situazione. Shaharazad insegna alle donne che la sola arma è coltivare l’intelletto e la sensibilità, acquisire conoscenza, per dialogare con gli uomini invitandoli a confrontarsi con il diverso da sé». Di fatto grazie all’originale lavoro di comparazione fra cultura occidentale e mediorientale, che Mernissi svolge da trent’anni, alcune delle nostre più ferree convinzioni, per esempio, riguardo al modo di vedere la donna e di intendere il desiderio nelle due diverse tradizioni, finiscono a carte quarantotto.

Così, mentre con la raccolta e lo studio di storie orali dalle più remote zone montane dell’Atlante e del deserto del  Sahara, Mernissi porta in luce un patrimonio culturale pre islamico che diversamente dalla legge coranica, non stabilisce affatto il diritto degli uomini di dominare le donne, dalla comparazione fra la tradizione letteraria e iconografica di Oriente e di Occidente la studiosa deduce che, se gli arabi hanno costruito gli harem perché temevano «la forza incontrollabile che c’è nelle donne», l’occidente razionale, nonostante libertà e diritti, l’identità e la diversità delle donne la nega interamente.

Ancora una volta Le mille e una notte e il modo in cui Shahrazad è stata letta in Occidente può aiutarci a capire qualcosa di più.  Il suo “primo viaggio” in Occidente fu grazie a Jean Antoine de Galland, primo traduttore del grande libro di racconti arabo. L’interesse del pubblico colto occidentale fu immediato quando i 12 volumi furono pubblicati tra il 1704 e il 1717. Ma per oltre un secolo, ricostruisce Irwin, furono solo le avventure di Sinbad, di Aladino e Alì Baba a catalizzate l’attezione. Lei avrebbe dovuto aspettare fino a quel 1845 quando Edgar Aallan Poe pubblicò The Thousand and second tale of Shahrazad ma cambiando il finale, e facendola morire. E se l’erotismo fu un elemento di attrazione per un pubblico occidentale «stretto – scrive Mernissi – fra i divieti dei preti e una rigida razionalità», l’immagine che passa, per esempio, attraverso Nijinsky nella Shéhérazade dei Balletti russi fu un misto di «esotismo, androginia, schiavitù e violenza», quando «al contrario- sottolinea Mernissi – l’antico e risoluto messaggio di Shahrazad implicava proprio l’insistenza sulla differenza tra i sessi».

Poi sarebbero venuti gli anatemi talebani e la censura a cui accennavamo, ma la sopravvivenza delle Mille e una notte, per fortuna, segue percorsi carsici e riemerge- ad esempio – anche nelle pagine di scrittrici di oggi, nei racconti delle autrici iraniane che Anna Vanzan ora ha raccolto nel volume Figlie di Shahrazad (Bruno Mondadori). Ma quel che più colpisce, a dire il vero è la sopravvivenza e la penetrazione che ha avuto in Occidente una tradizione meno nota al grande pubblico, ovvero la letteratura medievale sull’amore scritta da maestri sufi (vedi Il Sufismo di William C. Chittick, appena uscito per Einaudi) e la poesia erotica della tradizione araba antica, quella che la scrittrice siriana Salwa Al-Neimi ci ha fatto conoscere attraverso le pagine del suo romanzo La prova del miele (Feltrinelli). Caso letterario esploso in Francia l’anno scorso, il libro sarà presentato alla Fiera del libro il 16 maggio con una conferenza della scrittrice dedicata all’eros  nel mondo arabo. Curiosamente lo stesso titolo della conferenza tenuta dalla protagonista del romanzo . E se la realtà, qui a Torino, invera la fantasia, il gioco di rimandi fra l’autrice e il suo alter ego narrante si fa ancora più serrato, rafforzando la sensazione che La prova del miele sia in parte autobiografico. Al centro del libro un incontro con un uomo che fino alla fine manterrà per il lettore una immagine indefinita, misteriosa Del resto la protagonista stessa non lo chiama mai per nome, ma si riferisce a lui come il Pensatore, facendone una presenza fisica e sensuale, ma senza descrizioni. Il lettore sa quello che basta,ovvero che quello è l’uomo che ha fatto ritrovare il desiderio alla protagonista, colta bibliotecaria di un dipartimento di arabistica (esattamente come Salwa Al-Neimi), ma anche che le ha fatto ritrovare la memoria dell’infanzia a Damasco e il gusto per l’antica letteratura erotica della tradizione araba, letta fin da ragazzina clandestinamente. Un interesse per la filosofia islamica sull’amore che la scrittrice trasmette a sua volta al lettore,che si trova così sedotto ad andare a leggere direttamente Abu Hashin ( autore sufi fra i più antichi che morì nel 772  d.C)  e al -Daylami che teorizzò l’amore come luce sfolgorante, «colui che ama- scriveva – è rischiarato dal suo genio e illuminato nella sua natura», ma anche e soprattutto il pensatore andaluso Ibn Hazm che otto secoli fa scrisse un  trattato che ha influenzato profondamente il pensiero occidentale. E se Mernissi con altri studiosi ipotizza una precisa influenza dei mistici sufi sulla nascita della poesia trobadorica e sul Dolce stil novo, Al-Neimi ci fa conoscere le riflessioni di mistici come Ibn al-Azraq che affermava: «Ogni desiderio che l’uomo asseconda gli indurisce il cuore, eccetto l’atto sessuale» . «Le mie letture segrete mi fanno pensare che gli arabi siano l’unico popolo al mondo per i quali il sesso è una grazia di cui essere riconoscenti a Dio- scrive Salwa Al-Neimi nel romanzo-. L’insigne e prode shykh Sidì Muhammad al- Nifzawì, sia pace all’anima sua, comincia così la sua opera il Giardino profumato: sia gloria a Dio che ha voluto che il più grande piacere dell’uomo fosse la vulva delle donne e che per esse fosse il pene degli uomini.  Che la vulva trovi pace, che si plachi, che trovi soddisfazione solo dopo aver conosciuto il pene e viceversa…».
Ancora nel XIV secolo, il sapiente di Damasco Idn Qayyim al Jawziyya nel trattatto Il giardino degli amanti, scriveva che la lingua araba ha 60  parole per esprimere l’amore e la passione,compresa quella fisica. In barba a Platonee ai suoi discendenti.

da Left-Avvenimenti 15 maggio 2009

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