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Cultura bene comune. Left incontra Settis

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 28, 2013

Salvatore Settis

Dopo anni di assalti al patrimonio da parte dei governi di centrodestra . E di  tagli al ministero dei beni culturali operati senza soluzione di continuità anche da governi di centrosinistra, i cittadini si ribellano e si organizzano in associazioni per cercare di invertire la rotta. E difendere la Costituzione. Di cultura, diritti, democrazia  abbiamo discusso il 30 maggio a Roma, in un incontro con Salvatore Settis organizzato da left.   A cui  hanno partecipato Fabrizio Barca, Pippo Civati, Vittorio Emiliani, Tomaso Montanari, Michele Dantini, Andrea Ranieri e molti altri.

Il video dell’evento:http://www.mawivideo.it/2013/05/la-cultura-scende-in-campo/

di Simona Maggiorelli
“Non avrei proprio mai pensato che un piccolo libro come Indignatevi! Potesse avere una tale ripercussione e mobilitare così tante persone» si legge nell’ultimo lavoro di Stéphan Hessel. Un piccolo, appassionato pamphlet dal titolo Non arrendetevi (Passigli, 2013) in cui il vecchio partigiano francese, scomparso o scorso febbraio, annotava: «Il fatto è che il movimento dei giovani spagnoli del 2011 ha adottato l’indignazione come bandiera e ne ha fatto un appello per tutti». Dando voce a un movimento dal basso, estraneo al mondo dei partiti tradizionali e che «ha rappresentato qualcosa di nuovo ed è stato l’espressione di un rifiuto delle manovre di un’oligarchia non solo finanziaria». In nome della democrazia, della difesa dei beni comuni. Un movimento spontaneo di “pezzi” della società civile – ci ricorda Salvatore Settis nel libro Azione popolare (Einaudi, 2012) – che in Italia ha preso una pluralità di forme dai Movimenti per l’acqua a Se non ora quando, dall’Onda degli studenti alle manifestazioni per i diritti civili. Portando sulla scena pubblica battaglie per quelli che la sinistra tradizionalmente ha sempre chiamato bisogni, ma anche per irrinunciabili esigenze che riguardano la persona nel sua complessità.
Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L'Aquila

Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L’Aquila

Esigenze di partecipazione, di conoscenza, di formazione, di realizzazione della propria identità professionale e umana, di pieno riconoscimento di diritti civili e di autodeterminazione. «Davanti alla sordità dei partiti (tutti) di fronte al grande tema del bene comune – scrive Settis – alla loro capacità congenita di elaborare una visione lungimirante e democratica del governo del Paese, alla loro alleanza di fatto nel devastare ambiente e paesaggio, la nascita spontanea di movimenti e associazioni di cittadini in Italia (se ne contano almeno 20mila negli ultimi anni) è un segnale positivo di enorme importanza e straordinarie potenzialità». Un manifesto che possa raccogliere queste variegate istanze c’è già secondo l’archeologo e storico dell’arte della Scuola Normale: è la Costituzione. Una Carta lungimirante e ancora oggi modernissima che pone fra i doveri della Repubblica ( art.9) la difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio. Un aspetto che non riguarda solo “la contemplazione estetica” ma essenziale anche per il diritto alla salute come drammaticamente ci mostra il caso di Taranto e dell’Ilva. Nella Carta «la figura del cittadino e della cittadinanza – prosegue Settis – intesa sia come comunità che come orizzonte di diritti è definita attraverso calibrate convergenze. L’art. 3 prescrive che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge e nella Carta è scritto che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ma come ben sappiamo, insieme all’articolo 21 che tutela la libertà di espressione e il diritto di cronaca, questo punto della nostra Costituzione è largamente disatteso. Grazie a una lunga serie di “contro riforme” che hanno riguardato la scuola, l’università, la ricerca. E grazie ad ormai ventennali attacchi al nostro patrimonio artistico, messo a rischio dalla mancanza di una adeguata tutela (a causa del depauperamento delle soprintendenze), ridotto a feticcio dal marketing della valorizzazione ad opera di manager che hanno trattato le opere d’arte come fossero panini McDonald’s, svenduto in operazioni di cartolarizzazione imbastite dai governi di centrodestra per fare cassa. Con la soppressione della storia dell’arte in molte scuole superiori, inoltre, si è sferrato un attacco frontale alla conoscenza. Quanto al paesaggio, su di esso hanno pesato scellerate politiche di condoni, la cementificazione selvaggia, senza nessun disegno urbanistico, mentre le logiche emergenzialistiche messe in campo dopo terremoti o altri eventi naturali hanno finito per intaccare quella straordinaria fusione fra patrimonio artistico e contesto paesaggistico che rende unica l’Italia.
azione-popolareAl di là di ogni ridicola enfasi sulla vastità del patrimonio d’arte italiano strombazzata da politici ignoranti e pronti a farne “petrolio” da saccheggiare ( De Michelis docet). Su questo punto mettono i puntini sulle “i” Bruno Arpaia e Pietro Greco nel libro La cultura si mangia! (Guanda, 2013) in cui si ricorda utilmente che l’Italia è sì in testa alla classifica mondiale con i suoi 45 siti archeologici riconosciuti dall’Unesco ma anche che l’Italia ne ha solo 3 in più della Spagna e 5 in più rispetto alla Cina. Un libro, questo scritto a quattro mani da Arpaia e Greco, che tratteggia un quadro efficace del modo a dir poco miope di agire della classe politica italiana di destra (ma anche di centrosinistra) riguardo ai beni culturali. Fin dal titolo che rovescia quel rozzo «con la cultura non si mangia» pronunciato il 14 ottobre 2010 da Giulio Tremonti, che da ministro ha tagliato un miliardo e mezzo di euro all’università e 8 miliardi alla scuola pubblica, per non parlare dei tagli al ministero dei beni culturali e al Fus.
Proprio grazie alla “finanza creativa” di Tremonti il bilancio del ministero dei Beni culturali nel 2008 fu praticamente ridotto della metà. Senza che l’allora ministro Sandro Bondi protestasse. Anzi cercò di silenziare Salvatore Settis allora a capo del Consiglio superiore dei beni culturali, che messo di fronte all’impossibilità di svolgere il proprio compito, fu praticamente costretto a dimettersi. E presto sostituito da Andrea Carandini, attuale presidente del Fai. Nel 2013 – val la pena di ricordarlo qui – il bilancio del ministero dei Beni culturali è ulteriormente sceso del 6,1 per cento. Anche in questo caso senza che Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali del governo Monti, facesse alcuna opposizione. E se non ci saranno cambiamenti di rotta, sono previsti ancora tagli per 125 milioni nel 2014, e di 135,7 nel 2015, come ha scritto Tomaso Montanari su Il Fatto quotidiano.
La crisi picchia duro, si è giustificato il governo dei tecnici guidato da Monti. «Ma proprio in momenti di crisi occorre sostenere finanziariamente la cultura» ha sottolineato Settis intervenendo Solone del libro di Torino contro quella che il professore chiama «la religione dell’austerità sostenuta dalla destra». Citando il Nobel Krugman a supporto. A noi tornano in mente anche le parole di Martha C. Nussbaum: «Solo i Paesi che hanno continuato a investire in cultura sono riuscite a fronteggiare in qualche modo la crisi, guardando al futuro». A questo tema la filosofa americana ha dedicato un intero libro a cui per brevità rimandiamo. S’intitola Non per profitto ( Il Mulino 2012) e mette in luce, con dovizia di dati, perché le democrazie hanno bisogno della cultura. E di quella umanistica in particolare.
 da left- 25 maggio- 31 maggio 2013
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Il potere delle immagini

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2011

Il nuovo libro di Francesco Bonami confronta opere e icone quotidiane

di Simona Maggiorelli

Antonello da Messina, Madonna velata

C’è una  grande casa di vetro popolata di farfalle campeggia nell’ala del nuovo Macro di Roma che inaugurata il 4 dicembre scorso. Pensata come un grande incubatore, questa speciale serra riproduce in scala la Farnsworth House californiana dell’architetto Mies Van der Rohe. Nell’intenzione di Bik Van der Pol (Enel Award 2010) nasce come un invito a rispettare l’ambiente che ci circonda. Perché, come ci ricorda il direttore del Premio, Francesco Bonami «quando le farfalle scompaiono significa che l’ambiente è stato alterato in modo tragico».

Critico e curatore di fama internazionale (oggi vive e lavora perlopiù a New York) Bonami è anche un attento e pungente osservatore di ciò che accade nel panorama culturale nostrano su Il Riformista e in libri come Dopotutto non è brutto (Mondadori), come Irrazionalpopolare (con  Luca Mastrantonio, per Einaudi) e come il nuovissimo Dal Partenone al panettone da poco uscito per Electa.

teschio di Orozco

Anche per questo, e visti i ricenti crolli, la nostra conversazione non può che partire dal dramma che stanno vivendo Pompei e  molti altri siti archeologici nostrani. «Vede. il  fatto è che noi italiani viviamo una perenne contraddizione- fa notare Bonami -, ci vantiamo di essere il Paese con il più ampio patrimonio d’arte nel mondo e al tempo stesso non lo curiamo, ce ne freghiamo». Dunque  la mancata tutela di Pompei non sarebbe solo una questione di tagli ai finanziamenti alla cultura e di dissennate politiche di emergenza? «Il nostro problema è la mentalità. Come cittadini e come amministratori e ministri, a vari livelli rei di questo disastro. In questo- rincara il critico fiorentino- rientra anche il fatto che un ministro dei Beni culturali possa pensare che con un manager alla valorizzazione (l’ex manager McDonald’s Mario Resca ndr) si possa risolvere il problema di una generale mancanza di senso civico». Così un modello di gestione importato dagli Stati Uniti qui produce danni, più di quanti ne faccia Oltreoceano dove la volorizzazione dell’arte ha una storia breve e recente. «L’imprenditoria da noi in Italia  è diseducata a pensare cosa significhi partecipare collettivamente di una cultura. In America, invece – racconta Bonami – l’imprenditore investe, certo perché ne ha vantaggi fiscali, ma anche perché ha un senso dello spazio collettivo in cui vive. Io lo chiamo egoismo civico. Non è filantropia. Investe in cultura perché è convinto di fare bene anche a se stesso: perché una città dove i musei e le scuole funzionano dà valore anche a chi ci vive. Da noi, invece, chi investe lo fa solo per avere visibilità, non per una migliore immagine e qualità di vita collettiva. Un esempio? Guardi come è impacchettata di pubblicità Venezia».

Cristo morto di Mantegna

Proprio a proposito di arte e ricerca di visibilità personale, da ex direttore della Biennale di Venezia, Bonami  cosa pensa della decisione del ministro Sandro Bondi di affidare il Padiglione Italia a Vittorio Sgarbi, già sindaco di Salemi, soprintendente al Polo museale veneto, nonché supervisore degli acquisti del MAXXI? «Vede in Italia oggidì esistiamo solo se passiamo per il mezzo televisivo, quindi personaggi come Sgarbi, o come Philippe Daverio, si sentono insigniti di un potere superiore, quasi divino. I media danno loro la sensazione di poter far tutto. Quando invece si hanno competenze limitate. E questo – prosegue il critico – sta producendo un disastro nel mio settore, nella cultura, ma anche in altri campi. La notarietà mediatica in Italia è un lasciapassare per tutto. In questo quadro, dunque,  Sgarbi, con il suo padiglione Italia, ancora una volta ci farà apparire in modo molto imbarazzante agli occhi del mondo».

Da parte sua Vittorio Sgarbi, del resto già mesi fa, salutò il suo incarico in laguna stigmatizzando i suoi predecessori in modo non proprio gentile e dando allo stesso Bonami dello «spiritoso dilettante». Mentre Luca Beatrice, responsabile del padiglione Italia 2009 in chiave passatista, plaudiva al progetto sgarbiano “150 artisti per 150 anni dell’Unità d’Italia”, come occasione per mostrare e portare in primo piano l’iconografia di destra. Ma anche come un modo per fare fuori «la cricca dell’arte povera che si autocelebra come unica critica d’arte, in stile regime sovietico» Da parte sua Bonami fa spallucce alle punzecchiature del super Vittorio e nel suo ultimo libro Dal Partenone al panettone (Electa), fuori dalle polverose accademie, rivendica la possibilità di analizzare la forza comunicativa delle immagini in piena libertà, attraverso nessi inediti, talora anche “inauditi”.

Che Guevara, ucciso

Così il colpo di testa del calciatore Zidane campeggia accanto a un particolare di un affresco di Masaccio, la foto di Che Guevara morto è accostata al Cristo morto di Mantegna, la Madonna velata di Antonello da Messina è accanto a una libera reinterpretazione di Orozco, Anche nella critica d’arte, insomma, è tempo di rivalutare l’intelligenza che procede  per intuizioni. «L’arte oggi è uno dei tanti ambiti che usa le immagini. Lo fa anche la pubblicità, lo fanno le riviste. E a volte attraverso questi mezzi emergono delle icone che pur non essendo artistiche, acquistano quella notorietà e quella fama che compete alle grandi opere. Tanto che l’immagine di Che Guevara morto è più popolare del Cristo morto di Mantegna». Senza dimenticare però che l’arte è creazione di immagine, non solo comunicazione o documentazione. «L’arte- sottolinea Bonami – crea una soglia che noi attraversiamo. Nel mio libro non intendo dire che tutto sia arte. Parlo del potere delle immagini e le confronto con quelle che realizzano gli artisti. L’arte, insomma, è quel linguaggio che ci regala uno scarto, che ci fa capire in un mondo diverso, che ci dà la possibilità di vedere le cose in un modo più libero di quanto ci consentano la pubblicità o altri linguaggi. Anche perché – approfondisce – l’arte in realtà non ha nessuno scopo, mentre la pubblicità o il foto giornalismo ne hanno uno ben preciso e pragmatico» E a chi obietta che anche l’arte oggi deve fare i conti con il mercato? «Rispondo che in fondo non è vero perché gli artisti creano a prescindere, prima di avere un mercato, prima di esporre, per un’esigenza personale, per comunicare qualcosa di profondo». E non come piatta mimesi del reale. Nel suo nuovo libro Bonami, non a caso, parla del realismo come valore, ma anche come zavorra dell’arte italiana. «L’Italia è un Paese che ha dei bravi artisti ma non ne ha migliaia, ce ne sono pochi che possano dare il la a nuove tendenze. Questo accade nei vari ambiti della pittura, della letteratura eccetera. Perciò credo che l’operazione che fece Luca Beatrice e che sta facendo Sgarbi, ovvero dire che esistono centinaia, migliaia, di artisti che vanno mostrati sia deleterea: è un modo per infilare dentro ad operazioni molto dubbie personaggi amici, oppure beniamini dei critici. Non è – conclude Bonami – una selezione vera e oggettiva. Andare a chiedere come ha fatto Sgarbi per il suo Padiglione a Umberto Eco, a Massimo Cacciari, ad Arbasino e ad altri di fare dei nomi da portare a Venezia, è chiedere a vanvara, non è affatto una cosa democratica. Anche perché Eco stesso ammette di non intendersi di arte contemporanea e Massimo Cacciari dice sinceramente di essersi fermato a Mondrian e di non avere interesse per ciò che è accaduto dopo».

left-avvenimenti 26 novembre 2010

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Beni culturali al collasso

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 30, 2010


Un appello di 600 intellettuali: i Beni culturali stanno morendo

Pompei, crollo

Ormai siamo «al collasso»: gli stanziamenti per i Beni culturali sono lo 0,2% del bilancio dello Stato contro lo 0,9 in Francia e l’1,2 in Gran Bretagna, per non parlare dei «clamorosi errori commessi nell’Aquila post terremoto e a Pompei».

È il grido di dolore lanciato dall’Associazione nazionale dei tecnici per la tutela dei beni culturali e ambientali, con l’Associazione archeologi, il Comitato per la bellezza, Italia Nostra e la Rete dei comitati per la difesa del territorio, firmato da 600 intellettuali italiani e stranieri, tecnici, urbanisti ed ex sovrintendenti. Chiedono le dimissioni di Sandro Bondi, definito un «ministro fantasma», «liquidatore del ministero per i Beni culturali».
L’appello, intitolato «No alla morte della cultura», è stato indirizzato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Duro l’ex soprintendente di Pompei, Piergiovanni Guzzo: «I crolli sono stati causati da errori della Protezione civile che un modesto archeologo avrebbe saputo evitare». «Al ministero non ci sono più neanche i soldi per pagare le bollette» ha rincarato Irene Berling. Seguita da Vittorio Emiliani: «Bondi passa il suo tempo a via dell’Umiltà. Fa meglio quando non c’è».
la replica del ministro: «L’appello a favore delle mie dimissioni è importante — afferma Sandro Bondi — perché è l’espressione di un mondo che nulla ha a che fare con la vera cultura e che è all’origine dei mali di cui soffre oggi il nostro Paese e in particolare della crisi in cui versa il sistema dei beni culturali».

26 novembre 2010

IL NUOVO CROLLO A POMPEI E L’INCOMPETENZA DI BONDI: LA DENUNCIA DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE ARCHEOLOGI
Dopo l’appello dei 600 intellettuali, il 30 novembre 2010 un nuovo crollo a Pompei: questa volta a sbriciolarsi è un muro della Domus del Moralista, già parzialmente danneggiata lo scorso 6 novembre per il crollo della Schola Armatorum. Il ministro Bondi: No ad allarmismi inutili.

Di nuovo un crollo a Pompei. A cedere è il muro perimetrale della “Casa del moralista” chiusa al pubblico da sempre e a una ventina di metri dalla Domuus crollata un mese fa nella via dell’Abbondanza. Il crollo riguarda un muro di fondo della casa. Recentemente erano stati eseguiti dei lavori al terrapieno retrostante la domus, che è inzuppato d’acqua. Gli interventi voluti dall’ultimo commissario Marcello Fiori, braccio destro di Guido Bertolaso, nella cosiddetta area dei ‘nuovi scavi’ sono stati fatti con ruspe. Un sistema dannoso per gli scavi (che rende illeggibile o confonde le stratificazioni del terreno).Oggi a Pompei sono arrivati i carabinieri per una perquisizione. Sequestrato il registro dei custodi, il libro dove sono tenuti a segnalare le possibili irregolarità. “Pompei è una città fragile e se continua a piovere così tutti i muri senza copertura sono a rischio”. E’ l’allarme lanciato dal soprintendente degli Scavi di Pompei Jeannet Papadopulos, dopo aver constatato di persona il cedimento di un muro di contenimento nel giardino della Casa del Moralista. Un crollo che fa seguito a quello registrato nelle scorse settimane nella contigua Casa dei Gladiatori. “I muri sono precari – ha sottolineato il soprintendente – questo che è crollato oggi, in particolare. era già stato rifatto dopo la seconda guerra mondiale, ed è venuto giù nonostante avesse alle sue spalle una staccionata di contenimento. Purtroppo sono due mesi che sto qui e non fa che piovere. Un fattore eccezionale che si va a innestare in una situazione di fragilità. In ogni caso – ha sottolineato il soprintendente – quanto accaduto oggi non è paragonabile a situazioni più gravi”.
Il funzionario dice anche che è in corso un monitoraggio di tutta l’area  e che va comunque potenziato e che con piogge eccezionali non è escluso il rischio di nuovi cedimenti.

Bondi: ‘No ad inutili allarmismi’, dichiara intanto il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi commentando il nuovo crollo avvenuto il 30 novembre  a Pompei. “Occorre circostanziare con prudenza l’accaduto – sottolinea il ministro – ed evitare ogni inutile allarmismo. La situazione a Pompei è continuamente monitorata dai tecnici della Soprintendenza, con i quali sono in costante contatto avendo ricevuto ogni rassicurazione su quanto avvenuto: il cedimento non ha riguardato nè coinvolto alcun manufatto di rilievo o di pregio storico, artistico o archeologico”. Il ministro ha poi convocato, per il pomeriggio di giovedì prossimo, una riunione al Mibac per la costituzione di una Fondazione di diritto privato per la gestione del sito archeologico di Pompei.  Saranno presenti all’incontro il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, il direttore generale del Mibac per la Valorizzazione, Mario Resca, il capo di gabinetto del ministro, Salvatore Nastasi, il segretario generale Roberto Cecchi, il nuovo direttore generale per l’Archeologia Luigi Malnati, il sovrintendente archeologico di Napoli e Pompei, il capo ufficio legislativo Paolo Carpentieri e il notaio Enrico Bellezza, maggior esperto in italia in materia di Fondazioni di diritto privato.

Le cause del crollo. Secondo il ministero dei Beni culturali il cedimento avvenuto questa mattina all’interno della domus, “che ha riguardato un tratto di mura di cinta in tufo e calcare già crollato nel corso dei pesanti bombardamenti dell’aviazione statunitense nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1943 e completamente rifatto all’indomani della guerra, è da attribuirsi alle incessanti piogge di questi giorni che stanno interessando il Meridione e in particolare la Campania e pertanto il Ministro ha dato incarico al Soprintendente e al direttore dei lavori di continuare nell’opera di monitoraggio del sito”. Intanto il ministro ha convocato, per il pomeriggio di giovedì prossimo, una riunione al Mibac per la costituzione di una Fondazione di diritto privato per la gestione del sito archeologico. Saranno presenti il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, il direttore generale del Mibac per la Valorizzazione, Mario Resca, il capo di gabinetto del ministro, Salvatore Nastasi, il segretario generale Roberto Cecchi, il nuovo direttore generale per l’Archeologia Luigi Malnati, il sovrintendente archeologico di Napoli e Pompei, il capo ufficio legislativo Paolo Carpentieri e il notaio Enrico Bellezza, maggior esperto in italia in materia di Fondazioni di diritto privato.

Il parere dell’associazione nazionale archeologici.“E’ la prova dell’incompetenza con cui è stata affrontata la situazione in cui versa Pompei dal ministro Bondi e da questo Governo”, afferma Tsao Cevoli, presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi.” A Pompei” continua Cevoli “ la situazione è più che grave: è tutto il fronte settentrionale di via dell’Abbondanza a rischiare. Ci risultano distacchi parziali di affreschi anche da altri edifici”. Dopo il crollo del 6 novembre l’area della Domus dei Gladiatori è stata solamente recintata, nulla è stato messo in sicurezza in vista di restauri e la Commissione di super esperti voluta da Bondi per salvare Pompei non ha fatto niente di niente.” Il ministro che due anni fa ha commissariato la Soprintendenza di Pompei invocando una presunta emergenza che non c’era ”sostiene Cevoli ” dopo due anni di errori si rivela incapace di affrontare la vera emergenza che oggi c’è davvero”. Conclude Cevoli “E’ per questo che L’Associazione Nazionale Archeologi si è già appellata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo scorso 25 novembre , e proprio oggi ha presentato alla stampa la campagna “Abbracciamo la cultura”, voluta da una coalizione di associazioni di volontariato e di operatori del settore, per denunciare le mancanze nella salvaguardia del patrimonio culturale italiano.”

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La tutela in ginocchio

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 27, 2010

Dopo il crollo a Pompei, la denuncia del segretario dei Radicali Italiani, Mario Staderini, contro scellerate politiche di emergenza e di favori al Vaticano da parte del governo

di Simona Maggiorelli

pompei

Segretario Staderini nei giorni scorsi un nuovo crollo a Pompei, ma c’è stato anche un crollo al Colosseo e il cedimento del soffitto della Domus Aurea a Roma. Con tutta evidenza il sistema della tutela in Italia non funziona ma nessuno nel governo ammette responsabilità. Oltreché nei tagli ai finanziamenti dove cercare le cause di questo drammatico stato di cose?

Innanzitutto nella gestione commissariale dei beni culturali, governata dalla logica dell’emergenza e degli affari. Agire con ordinanze che operano in deroga alle leggi ordinarie, svincolati da controlli e responsabilità, è un modello autoritario e criminogeno che riguarda sempre più aspetti della vita pubblica, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità cittadina, dall’Inps sino ai grandi eventi. È lo stesso modello usato all’Aquila nella gestione del post terremoto de L’Aquila, con gli effetti che abbiamo visto. Il Governo Berlusconi ne ha fatto un sistema, basta dire che dal 2008 ad oggi ha adottato 154 provvedimenti d’emergenza, uno ogni cinque giorni.

Lei ha segnalato anche che un deficit di manutenzione e di attenzione si registra soprattutto per quanto riguarda il patrimonio d’arte pre-cristiano. Nell’Italia dell’8 per mille che va alla Chiesa  anche se il cittadino firma per darlo allo Stato e delle esenzioni dall’Ici per i beni immobili ecclesiastici, è un caso?

Da anni oramai, Governo ed enti locali riservano prevalentemente all’arte sacra ed ai beni ecclesiastici i fondi pubblici dedicati ai restauri e alla conservazione di monumenti. E non parlo solo di restauro di affreschi o di Chiese di pregio artistico ma anche, per fare un esempio, di lavori di manutenzione di palazzi di Propaganda Fide che non versano in stato di emergenza. Non dimentichiamo che la Arcus (la società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo spa creata per decreto ministeriale nel 2004, ndr) ha versato quattro o cinque milioni di euro a Propaganda Fide proprio per questo e altri milioni di euro sono stati dati all’Università Gregoriana. In questo quadro, dunque, non appare un caso che nel nostro Paese gli ultimi quattro ministri dei beni culturali e ambientali siano politici molto vicini al Vaticano, dall’attuale ministro Sandro Bondi, a Francesco Rutelli, a Giuliano Urbani  a Rocco Buttiglione. Che, non dimentichiamo, fu nominato ministro dopo che Bruxelles aveva rifiutato la sua candidatura a commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza.

Domus Aurea, crollo

Concretamente da dove si evince la maggiore attenzione da parte di istituzioni pubbliche italiane per la tutela dell’arte sacra la cui tutela spetterebbe in primis agli enti ecclesiastici?

Dalle spese ordinarie, e lo si evince, come dicevamo, dai finanziamenti per decine di milioni di euro che Arcus eroga ai vari enti ecclesiastici. Persino la quota statale dei fondi ricavati dall’otto per mille e destinata alla conservazione dei beni culturali viene in gran parte, ben oltre il 50%, destinata a beni ecclesiastici quando ad essi dovrebbe provvedere la CEI con il miliardo di euro che ogni anno incassa. Per contrasto registriamo, invece, la deriva per inadeguata tutela e manutenzione a cui sta andando incontro una parte importante del nostro patrimonio d’arte pre-cristiana. Pensiamo appunto ai crolli a Pompei, nella Domus area a Roma e delle Mura aureliane, rischio che corrono da tempo il Palatino, Villa Adriana e tanti siti dell’epoca romana ed etrusca presenti in Italia.  Che con tutta evidenza non hanno goduto di altrettanta attenzione da parte dello Stato: è emblematico che per il restauro del Colosseo, uno dei siti italiani più rappresentativi e visitati, si deve andare ad elemosinare soldi da sponsor privati.

L’arte sacra, si sa, nella storia è stata anche un grande strumento di propaganda per la Chiesa. Fin dal medievo papi, vescovi e predicatori parlavano della pittura sacra come “bibbia dei poveri”. Il che, per fortuna, ha fatto sì che fosse conservata e tramandata…

E’ una finalità che ritroviamo anche oggi nei progetti delle gerarchie ecclesiastiche. Basta dire che il cosiddetto “progetto culturale” che il cardinale Camillo Ruini varò nel 1994 per la reconquista dell’Europa è ancora in piedi e vede Ruini ancora saldamente alla guida. Nell’ambito di questo progetto culturale, per esempio, sono nati anche i circoli di Scienza e vita che hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere i dogmi della Chiesa contro le ragioni del referendum sulla legge 40 riguardo alla fecondazione medicalmente assistita. Così come nell’ambito progettuale di Ruini sono cresciute precise scelte strategiche del Vaticano per favorire il turismo religioso a danno di altri tipi di turismo. E che hanno portato lo Stato Italiano a finanziare a ogni livello operazioni di restauro di parrocchie e monumenti ecclesiastici grandi e piccoli.

Detto questo, la domanda inevitabile e cruciale è: come se ne esce?

In primis ricominciando a restituire competenze a quelle istituzioni a cui sono state sottratte. In ambito archeologico e di tutela del paesaggio bisogna ridare centralità alle soprintendenze in queste anni depauperate di fondi e competenze. Devono poter tornare a esercitare un lavoro importante di controllo. Non è un caso che dal 1995 a oggi in Italia si sia edificato senza criterio riversando nel paesaggio quattro milioni di metri cubi di cemento. L’incuria e l’abuso del territorio hanno una radice precisa. Gli enti pubblici preposti devono tornare ad esercitare compitamente un potere di interdizione.

Mentre parliamo nel  Partito democratico comincia a farsi strada l’idea di una mozione di sfiducia verso il ministro Sandro Bondi, cosa ne pensa?

Penso che il ministro Bondi avrebbe dovuto dimettersi già da tempo. Non solo per inadempienze, ma per complicità con situazioni gravi come quella che in queste ore si sta registrando, per esempio, nell’area della Basilica di San Paolo a Roma, dove si stanno costruendo palazzi di quattro piani e 25mila metri cubi di cemento, proprio attaccati a questa antica basilica che è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Senza contare che sotto le fondamenta di questi palazzi resteranno sepolti per sempre importanti resti archeologici di un cimitero romano conosciuto da tempo. Su tutti questo il ministro Bondi non dice nulla. E non è che un esempio.

da left-avvenimenti

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Pompei città (archeologica) senza legge

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 30, 2010

da El Pais, Spagna 31.01.2010

Pompei

Pompei, la città romana sepolta dalla cenere del Vesuvio, Patrimonio dell’Umanità protetta dall’Unesco dal 1997, continua a soffrire, duemila anni dopo, per l’abbandono e l’imperizia delle autorità. A seguito della minaccia della camorra, che fa i suoi traffici nell’area e costruisce dove gli pare, la gestione di Pompei fu affidata la primavera scorsa dal Governo a un Commissario straordinario, manager dell’onnipotente Protezione Civile, dotato di poteri speciali. Giustificata come soluzione al “grave degrado” e allo “stato di pericolo” che minaccia l’area, nella gestione del commissario Marcello Fiori la spettacolarizzazione e la superficialità hanno fatto premio sulla qualità e la sicurezza, stando a quanto affermano esperti ed operatori del settore.

“Pompei, con 2.5 milioni di visitatori e 20 milioni di euro di entrate all’anno, è gestita oggi con uno stile volto alla spettacolarizzazione e populista non compatibile con i tempi quasi sempre lenti e poco gratificanti dell’archeologia” sintetizza un funzionario del sito che chiede l’anonimato.
Il sintomo più chiaro è che tra i 600 lavoratori di Pompei regna l’omertà. Solo i sindacalisti parlano, apertamente, con nome e cognome. Gli altri non rivelano la loro identità per paura di rappresaglie.
Un misterioso incidente è stato trasformato dalla Direzione quasi in un segreto di Stato. I lavoratori denunciano che si è voluto minimizzare dei danni molto gravi. E questo ha fatto salire nel sito archeologico una tensione che è latente da mesi.

Il 14 di gennaio un lavoro avviato in tutta fretta, a turni di sette giorni su sette, secondo i sindacalisti, per dar lustro all’imminente visita di un uomo politico (non è chiaro se si tratti del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano o del Primo Ministro Silvio Berlusconi) ha provocato il crollo di due muri, uno di 30 metri e un altro di 20. Due pareti di case antiche, secondo alcune fonti decorate con affreschi, son venute giù.
Il sindacalista della UIL Gianfranco Cerasoli spiega che l’opera fu decisa dal commissario Fiori e riguardava l’opera della via dell’Abbondanza, dove si trova la casa dei Casti amanti – scoperta nel 1987 e chiusa con impalcature da allora, e la casa di Giulio Polibio. “Hanno piazzato una gru molto grande sopra un terrapieno fragile, e con la pioggia la gru è caduta sopra il muro che circonda l’insula della casa dei Casti Amanti; questo a sua volta ha distrutto una parete contigua”, spiega Cerasoli.

Il commissario Fiori ha negato che i danni siano stati gravi, ha smentito che li avrebbe provocati una gru e li ha attribuiti alle forti piogge. Seguendo al millimetro la linea ufficiale, Fiori ha preferito annunciare che “in febbraio sarà possibile vedere lo scavo della casa dei Casti Amanti attraverso una parete in plastica trasparente e un sistema di telecamere”. Il direttore degli scavi di Pompei, l’archeologo Antonio Varone, ha accusato i sindacati di allarmismo e attenua la gravità dell’incidente, limitandolo a un “piccolo smottamento di terra”.
Tuttavia la denuncia parte dalla prestigiosa associazione privata Italia Nostra che veglia sul patrimonio culturale. Italia Nostra parla di omertà e di “distorsioni” nella gestione e ha richiesto una “trasparenza immediata”.

Una funzionaria del parco dà la sua versione allontandandosi dall’ufficio per parlare senza essere sentita “abbiamo paura, il clima qui è di intimidazione. Non sappiamo neppure quali danni realmente vi sono stati perché la consegna è di non parlare, e non hanno fatto nemmeno entrare i tecnici per fare foto”.
I sindacati spiegano che le opere in corso costeranno 33 milioni di euro e che il giorno 20 il commissario ha firmato un impegno di 200.000 euro per riparare i danni. Inoltre segnalano che 12 giorni dopo l’incidente non è stato inviato il prescritto rapporto al direttore generale del Ministero, Stefano De Caro.

Secondo Biagio de Felice del sindacato CGIL, “il comportamento di Fiori e la mancanza di reazione del ministero diretto da Sandro Bondi rivelano che lo Stato ha abdicato alla tutela del patrimonio di Napoli e Pompei e certifica il fallimento della politica culturale”.
“In questo deserto si fa strada la presunta efficacia della Protezione Civile, che a Pompei usa gli stessi sistemi che a L’Aquila. Tra noi circola questa battuta: siamo arrivati 2000 anni dopo l’eruzione, ora non c’è bisogno di affrettarci”.

Fiori è un uomo versatile e di provata capacità di lavoro. Ma i tecnici dubitano che sia l’uomo di cui Pompei ha bisogno. “E’ un luogo molto delicato, non puoi fare i lavori come se fosse un’autostrada” segnala Pietro Giovanni Guzzo, responsabile statale (soprintendente) dl sito dal 1999 al 2009. L’archeologo rileva che “a Pompei la cosa più importante è combattere l’infiltrazione della Camorra, che costruisce edifici illegali da cui osserva e controlla gli affari nella zona”.
Secondo il quotidiano l’Unità che segnalò per primo l’incidente un commerciante della zona Nicola Mercurio è diventato “il braccio destro di Fiori” Nel giugno del 2009 la polizia di Napoli scoprì un tunnel segreto di 30 metri pieno di oggetti rubati che andava dagli scavi fino a una abitazione civile.

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Il sacco del patrimonio d’arte italiano

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 29, 2010

Gli Anni zero dei beni culturali. Dieci anni di svendite e musei al collasso

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di Simona Maggiorelli

Dieci anni vissuti pericolosamente, sperperando, divorando, distruggendo la competenze sulla tutela dei beni culturali italiani. Che dall’era Craxi in poi – mercè una pensata dell’allora ministro Gianni De Michelis – sono diventati «giacimenti culturali» o, a scelta, «petrolio d’Italia». Figlia di quella mentalità predatoria fu la famigerata Patrimonio spa ideata da Giulio Tremonti nel 2002 per cartolarizzare e dismettere pezzi consistenti del nostro patrimonio (su cui scrisse un acuminato libro Salvatore Settis).

Poi sarebbero venuti i condoni e i ventilati archeocondoni (sempre targati Berlusconi). Ed eccoci a questo fine 2009 in cui, puntuale come sempre, il governo del premier fa cadere la mannaia sui finanziamenti e, di soppiatto, fa sparire gioielli di famiglia. Il fondo per i beni culturali è stato tagliato del 23 per cento rispetto al 2008 mentre si prevede che il taglio per il prossimo triennio sarà di oltre un miliardo di euro. In attuazione della legge delega sul federalismo fiscale (n.42/2009), intanto, il governo si appresta a dare il via libera alla vendita di alcuni beni di «scarso rilievo nazionale». In questo modo, per esempio, beni del demanio marittimo e assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale potranno essere venduti se, entro trenta giorni, il ministero non riconoscerà loro una rilevanza nazionale. «Quello che il governo si appresta a varare è un colpo durissimo al nostro patrimonio» denuncia Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra.

Ma sotto l’albero di Natale il governo Berlusconi ha messo anche un “regalino” per i restauratori che dal 2010 dovranno essere iscritti a un albo. Peccato che a quel “club” possa iscriversi con certezza solo il cinque per cento degli operatori del settore: ovvero chi abbia in tasca un diploma dell’Opificio delle pietre dure di Firenze e di altri due prestigiosi istituti di Roma e di Ravenna. In questo fine anno, così, si comincia a delineare il funesto bilancio di una politica culturale di centrodestra che ha scambiato la valorizzazione del patrimonio per un fatto di marketing e che tratta l’archeologia come un cataclisma, ovvero una questione emergenziale da Protezione civile. La mortificazione delle competenze nelle soprintendenze negli ultimi anni ha subito una continua escalation (come se l’Italia non potesse vantare una delle più alte tradizioni di studi nella campo della tutela).

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Ma procedere a colpi di commissariamenti come ha fatto il governo Berlusconi, con tutta evidenza, non paga. Prova ne è il calo di visitatori del 12 per cento registrato nel 2009 nel polo archeologico di Pompei (vedi il Rapporto 2009 di Federculture). Né maggior profitto ha prodotto l’aver messo il polo archeologico di Roma e Ostia Antica sotto il commissariamento gestito dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ma si è rivelata un diasastro – come del resto c’era da aspettarsi – anche la valorizzazione dei beni culturali che il ministro Sandro Bondi ha affidato al super manager Mario Resca: le sparate sugli hotel della cultura dell’ex quadro dirigente di McDonald’s e i suoi propositi dichiarati di voler fare dell’Italia «l’Eurodisney dell’arte» si scontrano con il fatto che, nonostante la crisi, secondo il nuovo studio di Federcultura, la domanda culturale delle famiglie italiane nel 2009 è aumentata riguardo a teatro, concerti e musei ma non ha trovato incentivi in risposta.

Così, mentre Obama nel suo pacchetto anticrisi ha inserito investimenti a favore dell’arte (nonostante negli Stati Uniti i musei siano per lo più a gestione privata), per portare più visitatori nei musei italiani (gli Uffizi è solo il 23esimo nella classifica mondiale) il nostro ministero, con Resca, non trova di meglio che aumentare i ristoranti interni «facendone dei locali dove si va indipendentemente dalla visita alla collezione». Federculture segnala anche una sensibile perdita di attrattività delle nostre città d’arte (-6,9 per cento) e il precipitare dei musei italiani nella graduatoria internazionale dei più visti. E mentre il ministro Bondi ora deve vedersela anche con la faccenda di tre milioni e duecentomila euro sborsati per un Michelangelo su cui si addensano dubbi di autenticità, Resca fa un’altra pensata delle sue e, allo scadere dei suoi primi 100 giorni, vara una campagna pubblicitaria per «portare gli Italiani a riscoprire il patrimonio artistico del nostro Paese e invertire il trend negativo dei visitatori». Sul cartellone campeggiano delle gru che smantellano il Colosseo. Sopra compare la scritta: «Se non lo visiti lo portiamo via».

da Left-Avvenimenti 23 dicembre 2009

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Fieramente cosmopoliti

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 17, 2009

Contaminazione di discipline e dialogo fra diverse forme espressive. A Torino va in scena la più grande mostra mercato italiana del contemporaneo.  Artissima raccontata al settimanale Left-Avvenimenti  dal direttore artistico Andrea Bellini

di Simona Maggiorelli

Andrea Bellini

Andrea Bellini

La migliore finestra sulla contemporaneità e sui giovani artisti». Così, senza sprezzatura, si autopresenta Artissima 16, la fiera torinese che sotto la guida di Andrea Bellini è diventata tout court un festival internazionale delle arti e un efficace radar di nuove tendenze. Quest’anno aprendo alla performance e alle contaminazioni fra differenti linguaggi grazie ad “Accecare l’ascolto” (il titolo è “rubato” a Carmelo Bene) vera e propria rassegna nella rassegna che, dal 6 all’8 novembre, dissemina happening al teatro Regio, al Carignano, alla Cavallerizza e in altri teatri di Torino. «Il fatto è – racconta il direttore di Artissima – che l’arte va in tutte le direzioni, secondo linguaggi e modalità espressive molte diverse. E gli artisti migliori sanno parlare del loro tempo e sanno farlo con un linguaggio innovativo. In arte non è importante solo ciò che si dice ma anche “come” lo si dice». E la scelta dei linguaggi espressivi ad Artissima 2009 non potrebbe essere più vasta: dalle sperimentazioni multimediali dei più giovani ai ritorni al concettuale, all’arte povera e perfino all’happening anni Settanta. Anni di un’avanguardia già storica che Bellini non ha conosciuto direttamente (essendo nato nel 1971) ma che ha frequentato oltreoceano negli sviluppi e nelle filiazioni newyorkesi anni Novanta. Ex redattore di Flash art negli Stati Uniti ma anche appassionato di arte preistorica, Bellini non ama compartimentazioni e steccati. E con spirito fiduciosamente cosmopolita afferma: «Non vedo aspetti negativi nella globalizzazione: il mondo dell’arte oggi è semplicemente più grande e più interconnesso. Viviamo un’epoca di straordinarie trasformazioni, bisogna avere coraggio e provare a capirle senza paure e inutili pregiudizi». Neanche verso le nuove tecnologie e il loro massiccio ingresso nell’immaginario di artisti d’Occidente e d’Oriente. Il trentunenne artista cinese Cao Fei, che si è imposto all’attenzione internazionale raccontando per immagini il veloce scorrere della vita metropolitana, per Artissima 16 ha realizzato una piattaforma pubblica per la creatività su Second life.
Bellini, la realtà virtuale è davvero una nuova frontiera d’arte?
Il web è un’altra strada che l’arte può percorrere, niente di più o di meno. In realtà gli artisti che riescono a dire qualcosa di originale facendo ricorso alle tecnologie del web sono veramente pochi. Tra questi c’è sicuramente il giovane artista americano Paul Chan e ovviamente Cao Fei che all’Astra presenta un video di Second life in anteprima mondiale, di fronte al quale ballerini danzano su coreografie ispirate al teatro di propaganda cinese anni Cinquanta.
Al contempo un maestro  come Pistoletto presenta ad Artissima, in una nuova versione scenica, una sua storica performance.
Michelangelo Pistoletto è una figura centrale dell’arte del nostro tempo: è stato tra i primi, tra il ’66 e il ’67, a percorrere la strada di un’estetica relazionale, basata sulla collaborazione con il pubblico e con artisti di altre discipline. Anno uno – Terzo paradiso, che presentiamo al Teatro Regio è un lavoro particolarmente significativo: si tratta di una scultura vivente o di un quadro parlante, se si preferisce l’immagine, che mette in scena la storia dell’umanità. Il Terzo paradiso è il paradiso che, per l’artista, dobbiamo realizzare oggi in terra, dove natura e cultura trovano un nuovo e più alto equilibrio.
La crisi, si dice, si è fatta sentire a scoppio ritardato nel mercato dell’arte.Dall’ ossservatorio di Artissima come vede la situazione?
In realtà la crisi nel mondo dell’arte, che appena l’anno scorso si preannunciava disastrosa, non è stata così dura. A oggi non è paragonabile a quella dei primi anni Novanta. Vediamo infatti già i primi segni di ripresa, il mercato si sta muovendo. Per i collezionisti è un momento buono per comprare: i galleristi sono più disposti a trattare sui prezzi e a cedere le opere più importanti.
Si parla da tempo di una sua direzione del Castello di Rivoli ( Bellini è diventato condirettore con Beatrice Merz alla fine del 2009 ndr), una delle realtà più importanti per l’arte contemporanea in Italia. Alla guida del museo guidato per vent’anni da Ida Gianelliquali sarebbero le sue priorità?
A ogni generazione spetta il compito di ripensare, anche in modo radicale se necessario, i modi in cui la cultura contemporanea viene proposta e dunque fruita.
E cosa suggerirebbe al ministro della Cultura, Sandro Bondi, per sostenere la ricerca dei giovani artisti italiani oggi  perlopiù costretti a  emigrare?
Suggerirei: conoscenza, diffusione, accademie e musei. In primis pianificare una politica culturale per la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea in Italia. E poi concentrare gli sforzi nella riforma delle accademie di Belle arti: è fondamentale ripensare i luoghi in cui gli artisti si formano. Ma bisogna anche cominciare a lavorare sulla rete museale. In realtà la lista delle richieste sarebbe lunga: il nostro sistema dell’arte contemporanea è indietro rispetto a quello di altri Paesi europei. In questo senso mi sembra che il ministro Bondi debba ancora dimostrare se è realmente interessato all’arte del nostro tempo.

A SPASSO PER LA FIERA
Al terzo giro di boa del suo mandato per Artissima, Andrea Bellini punta su un finale da record. Non solo per il numero e la qualità delle gallerie  arrivate al Lingotto di Torino da ogni parte del mondo. Ma anche per la vivacità del programma di mostre, di incontri e di spettacoli che punteggiano Artissima 16. Dal 6 all’8 novembre,  141 espositori e più di mille artisti animano la grande fiera torinese ma il pubblico di collezionisti, conoscitori e appassionati d’arte che frequenta le mostre mercato del contemporaneo, nel capoluogo piemontese, non avrà solo occasione di  guardare per comprare ma anche di partecipare per conoscere più da vicino il lavoro di grandi maestri del passato e i nuovi talenti. Tante, tantissime le proposte da non perdere di vista. A cominciare da Present future, il padiglione riservato alla ricerca e alle sperimentazioni proposte da artisti delle nuove generazioni. Scelti da un gruppo di curatori indipendenti e internazionali, i sedici progetti esposti e realizzati ad hoc per Artissima 16 mescolano i linguaggi della pittura, della fotografia, dell’istallazione. Fra i nomi degli emergenti  qui rappresentati troviamo quello di Karim Ghelloussi (vedi foto), di Adrien Issika  e Stepahnie Barbier ma anche quelli dei nostri Paolo Chiasera e Luca Francesconi. Il 6 novembre la giuria assegna il premio Illy al miglior progetto dei sedici esposti (www.illy.com).  Grandi installazioni di artisti di primo piano della scena internazionale, invece, caratterizzano la sezione Costellations. Qui, fra le altre, sono esposte opere di Marina Abramovic, di Santiago Serra e Franz West. E ancora Accecare l’ascolto, con performance e spettacoli in cui teatranti e artisti visuali lavorano assieme. E poi  The store dove si possono acquistare multipli, poster riviste e molte altre proposte di 30 artisti emergenti. Ma da quest’anno, accanto ad Artissima fumetto e Artissima volume (che propone performance live e concerti) c’è anche Artissima cinema con quaranta opere filmiche, video e documentari d’arte. La rassegna, dal titolo Black curtains, è curata da Rosalee Goldberg, direttrice della storica rassegna newyorkese Performa. Il programma completo delle iniziative su www.artissima.it.

da Left-Avvenimenti del 7 novembre 2009

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il museo del XXI secolo? Curve e movimento

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

MAXXI, Roma foto di Richard Bryant

Piani inclinati, superfici ondulate e inserti di vetro nel pavimento. L’archistar Zaha Hadid ha creato un edificio dalle forme fluide e di straordinaria eleganza
n orizzonte fluido di linee che corrono verso inaspettati punti di fuga. Spazi che si schiudono l’uno sull’altro senza soluzione di continuità. Agili scale e poi percorsi lungo ballatoi con la sensazione di una morbida salita fino alla vista mozzafiato del piano alto dalla grande vetrata, affacciato sui palazzi dello storico quartiere dove sorge il MAXXI di Roma. Il museo del ventunesimo secolo costruito dall’architetto anglo- irachena Zaha Hadid sabato e domenica prossime, a dieci anni dalla sua ideazione (e dopo non poche traversie economiche e burocratiche), apre finalmente le porte al pubblico. Anche se non è stata ancora allestita all’interno la collezione permanente di oltre 350 opere di arte contemporanea destinata a questi spazi. Nel fine settimana una coreografia creata ad hoc da Sasha Waltz accenderà di musica e danza questa grande “nave-museo”, ma chi abbia già percorso questi spazi nella breve anteprima di ieri può testimoniare che anche l’esperienza che offrono le sue sale nude e vuote non è indifferente. I piani inclinati dei pavimenti, le superfici ondulate, l’assenza di barriere e confini danno il senso di un luogo aperto alla fantasia e all’immaginazione. «Fin dagli inizi la mia idea è stata quella di costruire un campus d’arte, piuttosto che un museo in senso stretto» ha detto la stessa Hadid presentando in conferenza stampa la sua opera. «Ho progettato il MAXXI- ha spiegato- in modo che i curatori delle mostre, in futuro, possano organizzare i loro percorsi espositivi sviluppandoli narrativamente lungo i piani dell’edificio, oppure sfruttando gli spazi laterali». Un pensiero progettuale che poi ha preso concretamente forma nel lavoro con Patrik Schumacher, da oltre trent’anni socio e stretto collaboratore dell’archistar di Baghdad. «Con lui ricorderemo sempre ogni linea tracciata e le notti trascorse a disegnare il complesso» ha sottolineato Hadid, ringraziando poi il presidente della Fondazione MAXXI Pio Baldi per il sostegno, ma anche scherzosamente minacciando il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e l’assessore alla cultura del Comune di Umberto Croppi di tornare sovente per vegliare sul buon uso della sua creazione. Originale interprete di un nuovo modo di pensare le superfici, Hadid di fatto ha decomposto lo spazio del vecchio edificio militare di via Guido Reni per aggiungere fluidità e bellezza ma anche un funzionalità più duttile all’edificio. Un lavoro di scomposizione e ricomposizione delle forme qui realizzato usando materiali diversi, dal cemento, al ferro al vetro (con inserti anche nei pavimenti), mentre un ruolo di primo piano gioca il complesso sistema di illuminazione, che di giorno filtra o amplifica la luce naturale e di sera offre una raffinata regia di luci artificiali.

dal quotidiano Terra  del 13 febbraio 2009

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Anteprima Biennale di Venezia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Fra luci e ombre è cominciato il count down per l’attesa 53esima edizione curata da Daniel Birnbaum che aprirà il 7 giugno

di Simona Maggiorelli

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Xu Tan per la Biennale di Venezia

Immagini che parlano di un incontro fra architettura e arte nel segno di asciutta e disincarnata geometria, in controtendenza con la dichiarata spettacolarità dell’ultima Biennale di architettura , ma fino al punto da rintanarsi nel segno di un ordinato e strenuo razionalismo. Ci consoliamo solo pensando che l’assaggio di Biennale che ci è stato offerto di certo non rappresenta l’insieme. E di certo non vogliamo procedere a una stroncatura preventiva, ma solo accennare a qualche stilla di delusione per quello che abbiamo visto della ristrutturazione degli spazi del padiglione italiano realizzata dal nostro amatissimo Massimo Bartolini e da Tobias Rehberger.

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 52

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 53

E più ancora riguardo alle opere scelte da  Daniel Birnbaum di Pistoletto, Roccasalva, Berti, Mir, Starling, Zholud, Fahlstrom, Hefuna, Yongping, fra le più fredde delle rispettive produzioni. Lo diciamo con rammarico, sperando davvero di qui a due mesi di doverci ricredere. Perché dalla prossima Biennale del giovane e talentuoso Birnbaum- dopo la pesante Biennale stelle e strisce di Roberto Storr – ci aspettiamo molto. Sperando, dal prossimo 7 giugno, di poter trovare nei settantasette padiglioni nazionali e nelle trentotto manifestazioni collaterali della 52esima Biennale di Venezia una vivace visione del mondo dell’arte di oggi che ci permetta di dimenticarci all’istante del Padiglione Italia, che già si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Alle Tese delle Vergini dell’Arsenale ,infatti, i curatori Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi) promettono un inattuale “ritorno alla cosalità dell’opera e al suo essere oggetto”. “La nostra quindicina di artisti italiani capeggiati da Sandro Chia proporrà un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del Novecento, italiano e europeo”: Ipse dixit Beatrice Buscaroli, pupilla di Marcello Dell’Utri.

da Left-Avvenimenti del 27 marzo 2009


LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ARTE

Daniel Birnbaum

Daniel Birnbaum

di Simona Maggiorelli

L'installazione di Massimo Bartolini

L'installazione di Massimo Bartolini

Settantasette Paesi rappresentati e un ventaglio di manifestazioni collaterali per dare voce a quelle regioni, come la Catalogna, il Galles, la Scozia, che non si riconoscono nei propri padiglioni nazionali. E poi la compresenza del padiglione israeliano e di quello iraniano. La Biennale di arte numero 53 ridisegna la mappa geopolitica dell’arte. Anche se il giovane e quotatissimo direttore Daniel Birnbaum si schermisce: “Quando mi chiedono se la Palestina sarà rappresentata come area regionale o come Stato nazionale rispondo che la mia aspirazione è raccontare ciò che più di interessante si muove nel mondo dell’arte. E il linguaggio delle immagini non conosce nazionalità e confini”. Così l’attesa rassegna in programma dal 7 giugno al 22 novembre a Venezia, sotto il titolo bandiera “Fare mondi” promette di raccontare il presente, con slanci di apertura verso il futuro, utopico e di speranza. “ Il passato invece – prosegue Birnbaum- sarà rappresentato in mostra attraverso l’opera di alcuni artisti che già negli anni Sessanta hanno preconizzato il fenomeno della globalizzazione e i problemi connessi. Ma in chiave poetica e imprevista, Mi riferisco, per esempio ad artisti come l’austriaco Friedensreich Hundertwasser che per un periodo, incarnando il racconto di Italo Calvino, ha vissuto su un albero documentando questa esperienza”. E se la Biennale del direttore sarà una biennale aperta ad artisti proveniente da ogni parte del mondo e in questa chiave di attenzione ai temi che riguardano l’ambiente, il vivere civile, e, per così dire, un nuovo umanesimo, a farle da pesante controcanto sarà il Padiglione Italia, che si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Il nuovo Padiglione Italia alle Tese delle Vergini dell’Arsenale a cura di Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi), in controtendenza con il mondo internazionale dell’arte proporrà “ un ritorno alla cosalità dell’opera” dice Beatrice, al suo essere oggetto. Mentre Buscaroli aggiunge: “la quindicina di artisti italiani da noi selezionati, da Basilé a Bertozzi&Casoni, da Nicola Bolla, a Sandro Chia, propongono un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del nostro Novecento e di quello europeo”.

da Terra, 24 marzo 2009

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Il saccheggio dell’archeologia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 23, 2009

Complici le case d’aste e certa politica. 25mila opere ritrovate , un milione di pezzi ricettati, ladri e mercanti che agiscono indisturbati. Le pagine più nere del patrimonio archeologico italiano raccontate da Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira)


di Simona Maggiorelli


maschera di avorio II sec a.C.

maschera di avorio II sec a.C.

«Quale obbligo avevamo di restituire il torso di Mitra di Bassano romano mai dichiarato rubato?» domanda seraficamente la ex curatrice delle collezioni del Getty museum di Los Angeles, Marion True, durante l’udienza dello scorso marzo del processo che a Roma la vede imputata, insieme al mercante d’arte Robert Hecht, per 35 reperti d’arte che l’accusa sostiene essere stati trafugati in Italia e acquistati dal Getty. Fra questi anche il marmo dipinto, detto Trapezophoros del IV secolo a.C.  restituito dal Getty nell’agosto 2007.
Il processo True  ha avuto un’ennesima udienza in questo mese di maggio ma di fatto, a causa della solita lungaggine dei procedimenti giudiziari in Italia, va avanti da anni e non si sa quando  su questa brutta storia si potrà mettere la parola fine. Nel frattempo la domanda della signora True (mentre la dice lunga sulla sua attività di direttrice di museo) riporta in primo piano le gravi falle del sistema di tutela del patrimonio archeologico italiano, di cui si avvantaggiano da sempre tombaroli, mercanti di frodo, collezionisti, case d’aste e perfino importanti musei come hanno rivelato di recente l’affaire Getty e le ammissioni di colpa di musei come il Fine Arts di Boston. Falle, va detto subito, non certo ascrivibili a cattiva volontà e a scarso impegno da parte dei nostri archeologi e storici dell’arte, che ogni giorno fanno salti mortali in soprintendenze territoriali sempre più depauperate di ogni mezzo da parte del governo.

«Il primo strumento di prevenzione dei furti è la catalogazione dei reperti» ricorda utilmente l’ex presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Salvatore Settis (mesi fa frettolosamente sostituito dal ministro Bondi). Un rilievo, quello del professore, che in ogni altro Paese europeo suonerebbe ovvio. Non così in Italia, dove – come ricostruisce puntualmente Fabio Isman nel suo I predatori dell’arte perduta (Skira) – dal dopoguerra a oggi hanno agito e agiscono quasi indisturbati ladri, ricettatori e mercanti d’arte “anfibi”, capaci di muoversi altrettanto bene nel mercato nero come nelle alte sfere del mondo ufficiale dell’arte. Grazie a porti franchi di stoccaggio dei reperti in Svizzera e in alcuni altri Paesi compiacenti.

Ma anche e soprattutto grazie alla complicità di grandi case di aste che, così come la mafia fa con i soldi sporchi, danno una nuova identità ai pezzi d’arte di dubbia provenienza, “battendoli” pubblicamente. Di fatto un sistema di riciclaggio, per un giro di soldi da capogiro. Per queste vie, scrive Isman, è avvenuto «un sistematico saccheggio del sottosuolo della penisola», una razzia che «dal 1970 alla metà degli anni 2000 ha coinvolto forse 10mila persone, e milioni di reperti». Un fenomeno che non ha eguali in nessuno Stato occidentale: una depredazione capillare, “di massa” che ha arricchito vari grandi musei al mondo, dagli Usa al Giappone, nonché facoltosi collezionisti italiani, “incoraggiati”, dal 1994 in poi, dalla incultura dell’illegalità sostenuta dai governi Berlusconi con condoni e disegni di legge su archeocondoni e su proposte di vendita o di noleggio di opere conservate nei depositi dei musei. E le cose potrebbero peggiorare ancora se dovesse passare il divieto delle intercettazioni a scopi investigativi proposto dal ministro Alfano. Senza uno strumento di indagine così importante il lavoro dei carabinieri del nucleo di Tutela del patrimonio risulterebbe pressoché impossibile. Senza intercettazioni, per esempio, non si sarebbero potute sventare le frodi di un insospettabile “Mozart”, un anziano signore austriaco che faceva la guida per comitive straniere fra Roma antica e l’Etruria, e nel frattempo radunava «a Linz, dove Hitler voleva fare il suo museo, una collezione di 600 reperti trafugati in Italia». L’operazione Mozart è una delle tante storie di cronaca nera del patrimonio d’arte che attraversano il libro inchiesta di Isman, costruito dal cronista de Il messaggero collazionando una folta messe di documenti e di riscontri. «Ho seguito 15 processi e ho sentito 306 persone coinvolte in processi sul saccheggio del patrimonio culturale degli ultimi decenni», racconta Isman stesso. In alcuni casi si tratta di vicende sottratte allo stillicidio di notizie quotidiane di furti e ritrovamenti per essere ricomposte in quadri organici. In altri casi, come quello clamoroso che riguarda il Getty e i furti di un mercante d’arte come Giacomo Medici, Isman prosegue e completa con piglio da giallista il lavoro di due colleghi, Peter Watson e Cecilia Todeschini, autori di The medici Conspiracy un libro uscito nel 2006 per Public affairs press e stranamente non ancora tradotto in italiano.

da Terra del 26 maggio 2009

Il libro

Il sacco del Belpaese

Pubblicato sul settimanale left: E’ la cronaca di un impressionante saccheggio di siti di primaria importanza. E non parliamo dell’Iraq invaso dalle truppe anglo-americane, né dell’Afghanistan dove i talebani hanno distrutto antiche statue di budda. Parliamo dell’Italia e dei furti di tombaroli che, da generazioni, “lavorano” nel centro sud. Sotto l’occhio indulgente dei clienti del mercato nero dell’arte: da politici firmatari di archeo condoni a direttori di musei come il Getty che, per anni, ha acquistato pezzi di arte trafugati in Italia e “ripuliti” nel giro delle aste. Fabio Isman ne I predatori dell’arte perduta (Skira) scrive che si tratta di un milione gli oggetti trafugati e ricettati. Fra l’inchiesta e il reportage la sua è una ricostruzione appassionata di molte pagine nere della tutela dell’arte. Accanto alle vicende, ai personaggi inquisiti, un utile apparato di rassegne stampa e di documenti dei nuclei di carabinieri specializzati.

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