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Sgarbi d’Italia

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 2, 2011

Il critico ferrarese espone duecento artisti, scelti  da Scalfari, Eco, Luxuria, Alberoni e molti altri intellettuali.  Saltando a pie’ pari ogni competenza in materia. E inneggiando alla genialità del culatello. Un Padiglione Italia a dir poco… imbarazzante . Con soldi anche dei cittadini.

di Simona Maggiorelli

La mostra per i 150 anni dell’Unità d’Italia curata da Vittorio Sgarbi alla Biennale di Venezia conta ben duecento artisti. Non scelti in prima persona dal critico e curatore del Padiglione Italia 2011 ma segnalati dai più vari intellettuali e personaggi dell’establishment culturale. Da Scalfari a Galli Della Loggia, da Eco a  Luxuria, da Fo a Albertazzi, da  Bondi ad Alberoni. E via di questo passo… Tanto che la mostra risulta un puzzle assai bizzarro, fatto di opere dal valore diseguale e senza nesso, accatastate senza un filo di pensiero. E non poteva accadere altrimenti visto che Sgarbi, ostracizzando le competenze specifiche del settore, ha improntato la sua proposta all’ecumenismo, facendone la sagra della cooptazione e della ricerca di consenso. Quale dei ducento blasonati consiglieri, infatto, oserà criticare il critico che li ha elevati a cotanto onore?

E già se ne vedono le conseguenze, con stimati giuristi come il professor Michele Ainis che si improvvisano critici d’arte sul Corriere della Sera per giustificare la propria opa su un certo artista. Con esiti alquanto imbarazzanti: Ma tant’é. Il sindaco d Salemi, Vittorio Sgarbi, sostiene che i critici d’arte fanno parte di una mafia e. invece di occuparsi delle indagini che riguardano il Comune siciliano di cui è primo cittadino, a Venezia lancia una mostra spot, dal titolo l’Arte non è Cosa Nostra. Le sue ragioni le ha dette in una conferenza stampa-fiume a Roma in cui ha lungamente intrattenuto una riottosa platea di giornalisti sui valori metafisici della salama da sugo ferrarese. Specie se confrontata con il culatello parmense. E a buon diritto Sgarbi ha rimbrottato chi dal pubblico lo accusava di divagare: una selezione di culatelli e di salameria varia è assurta nel Padiglione Italia in rappresentanza delle “sublimi creazioni” di Spigaroli, maestro del culatello di Zibello.

“Questa è la mia Biennale e faccio cosa mi pare”, ha urlato Sgarbi alla malcapitata giornalista. Aggiungendo poi graziosamente: ” Se non le piace si faccia la sua”.Ma il museo del culatello non è il solo sogno di Sgarbi. A spese dello Stato. Accanto ci sarebbe anche quello di un museo dell follia. Ma non ha trovato posto in laguna. Così come è rimasta fuori una retrospettiva di Lucien Freud che, insieme a Fausto Pirandello, per Sgarbi, “è il più grande artista del Novecento”.

Comunque sia, su questa linea, largo spazio nella “sua Biennale”, hanno epigoni di un figurativismo tenebroso e attardato, esempi di una certa destra allieva di Sironi e che Sgarbi ha programmaticamente detto di voler riscattare in questo suo Padiglione Italia. In cui non c’é traccia del critico che talora scrive pezzi intelligenti perfino su rotocalchi come Oggi, né dell’autore di libri godibili come il recente Viaggio sentimentale nell’Italia dei desideri (Bompiani). Che si tratti di una omonimia?

da left-avvenimenti del 29 maggio 2011

Dal settimanale francese Le Monde:

L’arte non è cosa nostra. Ammucchiate in una sala dell’Arsenale, centinaia di opere allestite in  modo indegno sono appese a una specie di griglia. Non avevamo idea che l’Italia avesse prodotto tante croste. Questa esposizione, o piuttosto questa esibizione, è sovrastata da una immensa croce dove Cristo è sostituito da uno stivale italiano. L’Italia crocifissa e gli artisti messi in una tomba da Sgarbi sono una degna maniera di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia.

giugno 2011

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Venezia, a caccia di luce

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2011

Si alza il sipario sulla  Biennale diretta da Bice Curiger. Che apre il dialogo fra passato e presente con la mostra ILLUMInazioni. E fra le opere contemporanee spuntano tre capolavori di Tintoretto

di Simona Maggiorelli

Jack Goldstein, in mostra a Venezia

Identità migranti, aperte al dialogo, che si sono sviluppate entrando in rapporto con culture diverse da quella di origine in cui sono nate. E forse, anche per questo, solide, senza pregiudizi, senza paura dell’altro. Sono giovani e giovanissimi, provenienti da ogni parte del globo, ma con già alle spalle molteplici esperienze creative, gli artisti che la direttrice della 54ª edizione Biennale d’arte di Venezia Bice Curiger ha scelto, in maggioranza, per la sua mostra ILLUMINInazioni che apre ufficialmente il 4 giugno.

Quasi la metà degli 82 invitati, infatti, ha meno di quarant’anni e avrà in laguna la prima importante ribalta internazionale. Dalla iraniana (ma berlinese di adozione) Nairy Baghramian con i suoi fragili ambienti costruiti con esili shanghai colorati, a un duo molto giovane e “cool” come Birdhead che a Shanghai, in senso proprio, è nato nel 2004 scegliendo una ruvida poetica metropolitana. Fino al palestinese trapiantato a New York Seth Prince, nato nel 1973, che con le sue opere realizzate sottovuoto riflette su un’arte concettuale ridotta a solo guscio e, più in generale, su una cultura che ha fatto del vuoto e dello svuotamento di contenuto la sua stessa identità per celebrare solo la superficie. Questo solo per fare qualche esempio, fra una miriade di altri da scoprire.

«L’idea è semplice, è quella che ho cercato di riassumere anche nel titolo della mostra – spiega Curiger -. Le intuizioni, le illuminazioni creative, non conoscono confini, attraversano liberamente le barriere nazionali». Sul concetto di nazione, tuttavia, si è da sempre strutturata la Biennale di Venezia, organizzata in padiglioni (quest’anno le partecipazioni nazionali sfiorano quota novanta). «Dal mio punto di vista – approfondisce la curatrice  svizzera, da vent’anni alla guida della Kunsthaus di Zurigo – ho cercato di leggere questo ineludibile impianto nazionale della Biennale in chiave meno asfittica, dando risalto alla storia, e alla storia dell’arte in modo particolare, che qui a Venezia è presenza forte, diffusa e risonante. Sarebbe stata una pazzia da parte mia chiudermi in un autoreferenziale presente ignorando questo richiamo».

Anche a partire da qui, con una richiesta che inizialmente ha fatto alzare più di un sopracciglio in soprintendenza, Bice Curiger ha ottenuto che tre capolavori di un maestro del secondo Cinquecento come Tintoretto (1519-1594) campeggiassero all’ingresso della sua mostra: parliamo dell’Ultima cena (1592-94) del Trafugamento del corpo di San Marco (1562-’66) e della Creazione degli animali (1551-52). Tre opere provenienti dal museo dell’Accademia e dalla Chiesa di San Giorgio Maggiore e che la curatrice ha scelto per il loro carattere di forte sperimentalismo, per «l’energia visiva che irradiano».

Jacopo Robusti, detto Tintoretto, ricorda Curiger, «fece dello studio sulla luce il suo strumento di ricerca, in chiave antinaturalistica, febbrile, capovolgendo l’ordine classico, tanto che ancora oggi la sua pittura, carica di tensione, ci tocca profondamente». Così accanto ad opere di artisti del nuovo millennio che fanno della luce l’elemento cardine di installazioni, quadri, ambienti, fotografie e opere di videoarte, ecco – d’un tratto, all’ingresso della mostra – l’esplosione di luce di una delle ultime opere di Tintoretto, l’ Ultima cena, con il suo impianto teatrale, carico di pathos, che sovverte la logica razionale della prospettiva rinascimentale. Un dipinto dalla tessitura cromatica vibrante, in cui i personaggi paiono quasi sgranarsi al loro comparire sulla tela. Con una drammatica modalità espressiva che è spia del profondo mutamento umanistico-rinascimentale di fine Cinquecento.

E ancor più straniante, in mezzo a fredde opere concettuali contemporanee, ci appare la visione del Trafugamento del corpo di San Marco in cui Tintoretto usa insolitamente toni scuri per le figure in primo piano e tinte chiare e luminose per rendere irreale lo splendore freddo dell’architettura sullo sfondo. Lontani dalla carnalità di Tiziano, fuori dall’intensa e sfrangiata essenzialità che la sua arte raggiunse nella stagione più  matura, con Tintoretto siamo dentro una ricerca pienamente manierista.

E a questa cifra Bice Curiger sembra voler rendere espressamente omaggio attraverso una scelta di artisti contemporanei che variamente paiono poter ricreare oggi quel tipo di estetica. Con drammatici e dinamici contrasti di luce. Esplorando le vibrazioni espressive più profonde del colore. Fuori da ogni rassicurante naturalismo cromatico. E, ancora, sviluppando lo spazio secondo direttrici multiple, come già faceva nella Milano anni Sessanta  un maestro dell’arte cinetica come Gianni Colombo e che la direttrice della Biennale d’arte 2011 ha voluto rappresentato in mostra insieme a una manciata di pochi altri affermati maestri (da Sigmar Polke, da poco scomparso, a Pipilotti Rist, da Cindy Sherman a Urs Fischer e al duo Fischli & Weiss). Pur senza voler forzatamente ridurre ad un unicum le differenti poetiche dei protagonisti di ILLUMInazioni (aperta fino al 27 novembre, catalogo Marsilio) si può certamente ritrovare nel lavoro di alcuni artisti italiani presenti in mostra, e che conosciamo più da vicino, una cifra di inquieto “manierismo” anni Duemila. In primis nel multiforme lavoro di Elisabetta Benassi, di cui in particolare ricordiamo il video Tutti morimmo a stento (2004) in cui la trentenne artista romana indugiava con la telecamera su una stampa di Pieter Bruegel, quasi accarezzandone i particolari, per passare poi senza soluzione di continuità (ricreando quelle tonalità di colore cinquecentesche) a filmare gli oggetti di un loft disabitato e resti di auto e moto in inquadrature di suggestiva composizione pittorica.

L'ultima cena di Tintoretto

Ma una cifra modernamente manierista si può ritrovare anche nel lavoro di Meris Angioletti (classe 1977, vive fra Milano e Parigi) che usa fotografia, scultura installazioni per dare vita a “forme”, a presenze, intrappolate negli oggetti, e che allo spettatore appaiono come epifanie in momenti di rêverie. E in quello della più ribelle e iconoclasta Monica Bonvicini che – al pari di Turrell, Hlobo, Quaytman, Mirza, Gréaud e alcuni altri – ha creato un’opera ad hoc per questa Biennale. Per quanto legata ai video di avanguardia di Bruce Nauman e a certa minimal art, Bonvicini, con Curiger, condivide un’estetica fortemente legata alla storia dell’arte: «Il passato- dice l’artista veneta – permette una profonda lettura e comprensione di situazioni contemporanee e delle loro implicazioni. Ed è essenziale in questi tempi di amnesia culturale e politica».

GLI EVENTI

Leone d’oro a Franz West

Con 89 partecipazioni nazionali e  37 eventi collaterali, dopo tre giorni di vernissage, il 4 giugno alle 10 apre ufficialmente la  54esima Biennale internazionale d’arte di Venezia che resterà aperta fino al 27 novembre. Nella stessa mattinata, l’assegnazione dei Leoni d’oro. La giuria presieduta dall’ egiziano Hassan Khan, artista visivo e musista e dalla vice prsidente Carol Yinghua Lu, curatrice e critica d’arte cinese consegnerà i premi speciali alla carriera a un artista di fama internazionale come l’austriaco Franz West (per aver innovato la scultura  con i suoi Passstücke, piccole sculture maneggiabili che si completano a contatto del corpo dello spettatore) e a Sturtevant, come anticipatrice dell’arte concettuale. Fra i Padiglioni nazionali, quest’anno, da segnalare le new entries di Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh, Haiti e Bahrain (che nel 2010 è risultato vincitore alla Biennale di architettura). Dopo una lunga assenza, ritornano l’India, il Congo, l’Iraq, lo Zimbabwe, il Sudafrica, Costa Rica e Cuba.  E se la Gran Bretagna propone Mike Nelson, la Francia offre un assolo di Christian Boltanski, mentre l’Iraq e la Turchia propongono intense riflessioni d’artista sull’acqua bene primario.  Sul web: www.labiennale.org

 da left-avvenimenti del 29 maggio-3 giugno 2011

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Anteprima Biennale di Venezia

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Fra luci e ombre è cominciato il count down per l’attesa 53esima edizione curata da Daniel Birnbaum che aprirà il 7 giugno

di Simona Maggiorelli

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Xu Tan per la Biennale di Venezia

Immagini che parlano di un incontro fra architettura e arte nel segno di asciutta e disincarnata geometria, in controtendenza con la dichiarata spettacolarità dell’ultima Biennale di architettura , ma fino al punto da rintanarsi nel segno di un ordinato e strenuo razionalismo. Ci consoliamo solo pensando che l’assaggio di Biennale che ci è stato offerto di certo non rappresenta l’insieme. E di certo non vogliamo procedere a una stroncatura preventiva, ma solo accennare a qualche stilla di delusione per quello che abbiamo visto della ristrutturazione degli spazi del padiglione italiano realizzata dal nostro amatissimo Massimo Bartolini e da Tobias Rehberger.

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 52

Michelangelo Pistoletto per la Biennale 53

E più ancora riguardo alle opere scelte da  Daniel Birnbaum di Pistoletto, Roccasalva, Berti, Mir, Starling, Zholud, Fahlstrom, Hefuna, Yongping, fra le più fredde delle rispettive produzioni. Lo diciamo con rammarico, sperando davvero di qui a due mesi di doverci ricredere. Perché dalla prossima Biennale del giovane e talentuoso Birnbaum- dopo la pesante Biennale stelle e strisce di Roberto Storr – ci aspettiamo molto. Sperando, dal prossimo 7 giugno, di poter trovare nei settantasette padiglioni nazionali e nelle trentotto manifestazioni collaterali della 52esima Biennale di Venezia una vivace visione del mondo dell’arte di oggi che ci permetta di dimenticarci all’istante del Padiglione Italia, che già si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Alle Tese delle Vergini dell’Arsenale ,infatti, i curatori Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi) promettono un inattuale “ritorno alla cosalità dell’opera e al suo essere oggetto”. “La nostra quindicina di artisti italiani capeggiati da Sandro Chia proporrà un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del Novecento, italiano e europeo”: Ipse dixit Beatrice Buscaroli, pupilla di Marcello Dell’Utri.

da Left-Avvenimenti del 27 marzo 2009


LA NUOVA GEOPOLITICA DELL’ARTE

Daniel Birnbaum

Daniel Birnbaum

di Simona Maggiorelli

L'installazione di Massimo Bartolini

L'installazione di Massimo Bartolini

Settantasette Paesi rappresentati e un ventaglio di manifestazioni collaterali per dare voce a quelle regioni, come la Catalogna, il Galles, la Scozia, che non si riconoscono nei propri padiglioni nazionali. E poi la compresenza del padiglione israeliano e di quello iraniano. La Biennale di arte numero 53 ridisegna la mappa geopolitica dell’arte. Anche se il giovane e quotatissimo direttore Daniel Birnbaum si schermisce: “Quando mi chiedono se la Palestina sarà rappresentata come area regionale o come Stato nazionale rispondo che la mia aspirazione è raccontare ciò che più di interessante si muove nel mondo dell’arte. E il linguaggio delle immagini non conosce nazionalità e confini”. Così l’attesa rassegna in programma dal 7 giugno al 22 novembre a Venezia, sotto il titolo bandiera “Fare mondi” promette di raccontare il presente, con slanci di apertura verso il futuro, utopico e di speranza. “ Il passato invece – prosegue Birnbaum- sarà rappresentato in mostra attraverso l’opera di alcuni artisti che già negli anni Sessanta hanno preconizzato il fenomeno della globalizzazione e i problemi connessi. Ma in chiave poetica e imprevista, Mi riferisco, per esempio ad artisti come l’austriaco Friedensreich Hundertwasser che per un periodo, incarnando il racconto di Italo Calvino, ha vissuto su un albero documentando questa esperienza”. E se la Biennale del direttore sarà una biennale aperta ad artisti proveniente da ogni parte del mondo e in questa chiave di attenzione ai temi che riguardano l’ambiente, il vivere civile, e, per così dire, un nuovo umanesimo, a farle da pesante controcanto sarà il Padiglione Italia, che si annuncia celebrativo al massimo grado del protofascismo marinettiano. Il nuovo Padiglione Italia alle Tese delle Vergini dell’Arsenale a cura di Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice ( scelti dal Ministro Bondi), in controtendenza con il mondo internazionale dell’arte proporrà “ un ritorno alla cosalità dell’opera” dice Beatrice, al suo essere oggetto. Mentre Buscaroli aggiunge: “la quindicina di artisti italiani da noi selezionati, da Basilé a Bertozzi&Casoni, da Nicola Bolla, a Sandro Chia, propongono un omaggio a Marinetti, il maggiore genio del nostro Novecento e di quello europeo”.

da Terra, 24 marzo 2009

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Il teatro della pittura

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 31, 2009

Tele che appaiono e vaniscono nell’ombra. Renzo Piano crea una ribalta per la ricerca artistica di Emilio Vedova

di Simona Maggiorelli

Emilio Vedova, al lavoro ai dischi (1985)

Emilio Vedova, al lavoro ai dischi (1985)

Non un museo statico e freddo. Ma una grande ribalta pensata ad hoc per le opere di Emilio Vedova (1919-2006).Tele astratte dominate da rossi, gialli, verdi e neri potenti. Opere fatte di segni vibranti che in questa speciale wunderkammer ricavata da Renzo Piano nei Magazzini del Sale di Venezia, d’un tratto, compaiono alla luce, per poi  sparire nell’ombra. Un suggestivo gioco di epifanie con cui l’architetto genovese ha cercato di ricreare il modo  con cui Vedova amava mostrare i suoi lavori. «Quando Emilio voleva farmi vedere nuovi quadri – ricorda Piano – mi faceva sedere a metà dello spazio e, con l’aiuto del suo assistente, andava in una stanza vicina e lentamente tirava fuori i dipinti che disponeva sulla parete.

Emilio Vedova, Da dove 1984

Emilio Vedova, Da dove 1984

A volte i dipinti si accumulavano uno sull’altro, con un effetto di sovrapposizione spettacolare». Ma non è l’unico riferimento denso di significato. Nel colloquio con Germano Celant  pubblicato in occasione dell’inaugurazione di questa nuova sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova che aprirà  ufficialmente i battenti il 3 giugno, Piano aggiunge anche un altro elemento. La macchina scenica dei Magazzini del Sale (spazio che Vedova negli anni 70 contribuì a salvare dal degrado) si lega anche alla collaborazione fra il pittore e Luigi Nono. E all’idea che il compositore ebbe di mettere il pubblico al centro della scena, mentre i musicisti comparivano e poi sparivano nella buca dell’Orchestra.

Ma al di là del gioco di analogie e di richiami, l’impressione che si ha è che veramente questo speciale antro d’artista sia quel luogo della “maraviglia” in cui al meglio può andare in scena la personalissima ricerca di Vedova sul movimento delle forme e dei colori animati dal fluire dell’ “energia vitale”. Una ricerca, la sua, che in gioventù si nutrì di letture di Bergson e di riferimenti al dinamismo futurista per poi sfociare nell’informale (definizione che però Vedova detestava) in serie di tele dai forti contrasti cromatici, contrassegnate da violente e inquiete pennellate. Fino ad arrivare poi, in anni maturi, ad abolire il colore, per sviluppare appieno il movimento dell’immagine pittorica attraverso il dinamismo e l’essenzialità della linea. Il pennello allora diventa come uno speciale sismografo del mondo interiore dell’artista.

Mentre con litografie e lastre Vedova andava sviluppando una sorta di scrittura murale che testimonia la sua intensa partecipazione agli eventi politici e sociali del suo tempo. Ma nei Magazzini del sale, come per incanto, la cronologia salta, lasciando spazio a una simultaneità e compresenza di opere di diversi periodi che mette in primo piano la grande coerenza della ricerca artistica di Vedova.

da Left-Avvenimenti del 29 maggio 2009

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Biennale dell’anno del dragone

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 11, 2005

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Il boom dell’arte cinese. Dopo le collettive di Roma e Bologna , l’epicentro è Venezia

di Simona Maggiorelli

caiguoqiangQualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che – il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato – sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni Settanta segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra La Cina: prospettive d’arte contemporanea: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni Ottanti e Novanta, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. «Un panorama estremamente multiforme e variegato», racconta Filippo Salviati, docente di storia dell’arte dell’Estremo Oriente alla Sapienza. «Anche se – stigmatizza – arriviamo buon ultimi». Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal MoMa di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo.

woon-kar-wai-in-the-mood_loveCon un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. «Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale – dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza –. Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali». Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. «Ma in futuro – spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare». E chissà – avverte – forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, «dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante ». Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. «La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo», racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligra fia alla videoarte. «Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato – dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia». Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. «Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati – non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali». Il segreto per comprenderle? «Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude –. Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione».

Da Europa 11 giugno 2005

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Biennale Zapatera

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 4, 2005


Il 12 giugno a Venezia la 51. edizione della grande kermesse dell’arte «La sua funzione – per la curatrice Rosa Martinez – non è preservare il passato ma inventare il presente ed esplorare i confini dell’arte. Qualcosa di mutante, che si costruisce attraverso la contaminazione con la vita». Perciò aggiunge la cocuratrice Maria de Corral:«A Venezia non solo “stili”, ma artisti che rappresentano una qualche rivoluzione».

di Simona Maggiorelli

maria-de-corral-e-rosa-martinez1Difficile, a volte, commisurare progetti e pensieri: mentre in laguna c’è chi pensa in grande e allarga lo sguardo dell’arte al Mediterraneo e oltre, cercando di dare alla Biennale di Venezia un respiro veramente internazionale, i quotidiani più conservatori – Il Giornale in primis – sembrano voler fare di tutto per riportare la riflessione sull’arte a misura del nostro italico particulare.


Da un lato le due curatrici spagnole di questa cinquantunesima edizione che apre le porte il 12 giugno, Rosa Martinez e Maria De Corral, impegnate far emergere ciò che di più nuovo e vitale si muove nelle arti visive tra Occidente e Oriente. Dall’altro, un manipolo di critici e di giornalisti nostrani che continuano a fare e a rifare la conta di quanti artisti italiani figurano nelle due sedi ufficiali della mostra, all’Arsenale e ai Giardini. Con una raccolta firme vorrebbero costringere il presidente della Fondazione Biennale David Croff e il vicepresidente, il sindaco Massimo Cacciari, a fare marcia indietro e a ripristinare una lettura del panorama dell’arte ricondotta nei confini nazionali, più domestica e normalizzata. Prospettiva che, del resto, all’orizzonte già prende forma concreta, con la nomina dell’americano Robert Storr alla direzione della Biennale del 2007, allargata a progetto triennale. Da “curator” del MoMa, e in Italia da direttore della Biennale internazionale dell’arte contemporanea di Firenze, Storr non ha lasciato molti dubbi sulla sua propensione verso un tipo di arte figurativa d’antan che piace a un mercato dei grandi numeri e verso una statuaria di stampo neoclassico e di gusto molto americano, sostenendo le opere di Gina Lollobrigida. Ma tant’è. L’orizzonte del 2007 è, per fortuna, ancora molto lontano, e molto nel frattempo si agita in laguna: dallo sbarco nei giorni scorsi del magnate francese François Pinault a Palazzo Grassi (nuova sede della sua collezione privata), al progetto di Croff di creare, forse a Ca’Corner della Regina, una sede della Biennale delle arti visive da vivere e abitare tutto l’anno, con archivi, librerie, caffetterie, sul modello della Tate Modern di Londra.
Nel frattempo resta ancora tutta da scoprire e da godere questa Biennale 2005, già battezzata dalla stampa “Biennale Zapatera”, per la forte impronta di passione e di impegno civile che le due blasonate curatrici hanno voluto darle, allargando il cerchio dei paesi a 73, con il recente ingresso di Afghanistan, Albania, Marocco, Repubblica del Belarus, Kazakhistan e Uzbekistan, ospitando per la prima volta un padiglione cinese, ma soprattutto andando a caccia, ognuna con il proprio stile, di opere che raccontano il presente.


Con gusto elegante, estetizzante, più decantato, nel padiglione italiano ai Giardini, Maria De Corral presenta la sua rassegna intitolata: L’esperienza dell’arte.Con scelte più sanguigne, concrete, legate alla vita e alla mescolanza dei linguaggi all’Arsenale Rosa Martinez, in omaggio al veneziano Hugo Pratt e al suo Corto Maltese ha voluto intitolare la propria mostra: Sempre un po’ più lontano. Per entrambe, lo stesso proposito:  proposito: far vedere concretamente quanto l’equazione: Occidente uguale civilizzazione sia ormai superata. «L’utopia della democrazia – ha dichiarato la Martinez – si concretizza in una Biennale ideale che per me significa soprattutto un evento politico e spirituale». Per poi aggiungere con una esplicita dichiarazione d’intenti: «La Biennale, con la sua energia e fluidità, deve essere un modello che si rinnova ad ogni esposizione. La sua funzione non è preservare il passato ma inventare il presente e esplorare i confini dell’arte.


È qualcosa di mutante, che non si costruisce con i nomi dei big di turno ma attraverso la contaminazione con la vita, esplorando territori transnazionali e transgenerazionali». Parola di chi, come lei, Rosa Martinez, dopo essersi formata nella casba degli stili di Barcellona, ha diretto nel 1996 Manifesta 1 e l’anno dopo la Biennale di Instanbul intitolata, non a caso, On Life, Beauty, Translations per approdare poi, dopo le esperienze di Site di Santa Fé e della Biennale di Pusan in Corea, alla cura del padiglione spagnolo e alla rassegna veneziana del 2003. Nella Biennale diretta da Francesco Bonami, quella della Martinez, era una delle sezioni di più forte impatto, con l’ingresso letteralmente murato dall’artista Qui Santiago Sierra per far sperimentare allo spettatore il senso di una respingente frontiera. Evitando i rischi della vertiginosa proposta di Bonami e dei suoi 12 coautori che, nel 2003, seducevano e insieme procuravano un senso di spaesamento nel pubblico, all’Arsenale quest’anno si vedranno le proposte solo di una cinquantina di artisti, giovani ma già emersi; nomi con i quali Rosa Martinez ha già lavorato in passato (da Olafur Eliasson a Mona Hatoum, da Mariko Mori a Pascale Marthine Tayo) e che a Venezia la curatrice catalana ripropone attraverso le loro opere più dirompenti. A cominciare da quelle dichiaratamente femministe del collettivo americano Guerrilla Girls, che armate di video, foto, installazioni si sono date l’obiettivo di mandare a gambe all’aria ogni sorta di pregiudizio che riguardi il sesso o la razza. Più orientata verso uno sguardo più femminile che femminista, la madrilena Maria de Corral, direttrice dall’ ’81 al ’91 del Caixa di Barcellona e poi del programma mostre del Reina Sofia di Madrid (nonché, nel 1986, curatrice del padiglione spagnolo della Biennale con la mostra De varia commensuraciòn) ai Giardini tenta un percorso anche retrospettivo sulle novità più importanti che hanno segnato la scena dell’arte internazionale a partire dagli anni Settanta, scegliendo autori già “classici”,da Francis Bacon a Dan Graham, da Donald Judd a William Kentridge, fino a Antoni Tàpies e a Bruce Nauman. Artisti che nell’ultimo scorcio del Novecento, nel bene e nel male, sono stati presi a modello dalle generazioni più giovani.


«Indipendentemente dalle tecniche e dagli stili – scrive Maria De Corral, – mi interessa proporre alla Biennale quegli artisti che rappresentano una qualche rivoluzione». «Nulla di definitivo – avverte – ma i miei criteri sono rigorosi, anche se inseguono le emozioni ». Da parte di entrambe è proprio questa la promessa: esplorare i territori dell’intimo, i desideri, le passioni, ma anche le contraddizioni e i drammi che oggi attraversano il globo. Senza mai perdere di vista ciò che è più profondamente umano.

Da Europa 4 giugno 2005

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