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La gemma armena di Mush

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2012

di Simona Maggiorelli

Armenia, altopiano di MushUn popolo “mite e fantasticante” che conviveva pacificamente con altri popoli in Anatolia. Così Antonia Arslan raccontava gli armeni alle soglie del feroce genocidio del 1915 perpetrato dai turchi, in un intenso (e pluripremiato) romanzo, nutrito di memorie personali e di famiglia, come La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004). Ora la scrittrice veneta di origini armene aggiunge un nuovo tassello alla storia ferita della propria gente, ricostruendo ne Il libro di Mush (Skira) la vicenda di uno dei manoscritti più importanti del medioevo armeno, un codice miniato del Duecento che nei secoli ha attraversato rocambolesche avventure rischiando più volte di andar distrutto. Arslan lo immagina come una delle poche cose che una famiglia in fuga dalla devastazione turca dei villaggi di Mush, riuscì a portare con sé, facendone inconsapevolmente il simbolo di una cultura millenaria che si è cercato di cancellare «in modo lucido e criminale».

E anche questa volta, come nei  suoi precedenti lavori la narrazione si fa epos, canto intriso di nostalgia per una terra e una vita irrimediabilmente perdute. E se la masseria delle allodole era la casa sulle colline dell’Anatolia dove nel 1915 furono trucidati tutti i maschi di una famiglia, adulti e bambini, dando inizio all’odissea delle donne, trascinate poi fino in Siria con marce forzate, i villaggi della piana di Mush diventano in questo nuovo libro di Arslan il simbolo della cancellazione di una intera tradizione culturale. «Nella piana di Mush mille villaggi sono stati rasi al suolo. Di alcuni resta solo il nome, nella memoria dei pochi superstiti in esilio e nelle parole di qualche canzone», racconta la scrittrice che left ha raggiunto telefonicamente alle soglie del tour nelle librerie.

Bambini armeni di una scuola di Mush

«La valle delle montagne del Tauro, vicino a Sassun, ovviamente è ancora lì», continua Arslan. «Ed è ancora una piana molto fertile, situata com’è fra due fiumi. Mush, non a caso, significa nebbia». Ancora oggi la natura selvaggia degli altopiani appare straordinariamente integra «ma di Armeni non c’è più nemmeno l’ombra». Ora la regione è abitata da Curdi, a loro volta mal tollerati dal governo turco, e soprattutto da Aleviti, a lungo perseguitati perché considerati eretici all’interno dell’Islam. Ma con un po’ di immaginazione, si possono ancora scovare alcune tracce del passato armeno come ha raccontato il giornalista inglese Christopher de Bellaigue che si è trasferito in queste terre per raccontarne gli inquieti umori. Nel libro Terra ribelle. Viaggio fra i dimenticati della storia turca (EDT), de Bellaigue si è messo sulle orme delle persone scomparse, ha raccolto l’eco delle antiche incomprensioni che si trascinano fino ad oggi, ma soprattutto ha saputo raccontare il vuoto, l’assenza armena, densa di senso. « Dal 1915 fino a pochi anni fa monumenti, case, monasteri, scuole tutto ciò che si poteva ricondurre alla cultura armena è stato scientemente distrutto» denuncia Arslan. Il manoscritto attorno a cui si snoda il racconto è sopravvissuto quasi per miracolo. «Fu scritto e assemblato intorno al 1202», ricostruisce la scrittrice. «Ma durante una invasione il proprietario venne ucciso. Un mercante turco se ne impadronì e lo mise in vendita. Alcuni monaci armeni riuscirono poi a mettere insieme i soldi per ricomprarselo. Così dal 1207 al 1915 il manoscritto è stato la gemma del monastero dei Santi Apostoli nella valle di Mush. Purtroppo però – dice Arslan -i vandali del 1915 non ebbero la stessa intelligenza del mercante turco del XIII che aveva intuito il valore del manoscritto».

Di fatto negli anni intorno alla prima guerra mondiale non solo i testi della cultura armena furono distrutti ma anche le architetture furono rase al suolo. Tanto che poco o nulla resta oggi delle stupefacenti «chiese di cristallo» di cui scrisse il critico Cesare Brandi. «Questa è una parte della nostra storia di cui si parla di meno e a cui io tengo molto – confessa la scrittrice -. L’architettura armena del IV-V secolo fu un’elaborazione originalissima, nata sulla base della tarda architettura romana. Gli architetti armeni escogitarono soluzioni geniali per costruire in un territorio sismico. Realizzando chiese a pianta centrale dagli angoli aguzzi verso il cielo. Costruzioni che solo gli uomini e non i cataclismi naturali, nei secoli, sono riusciti a distruggere. Se ne possono vedere alcuni esempi, ancora oggi, in quella parte di Armenia che una volta era una repubblica dell’Urss. Di queste scrisse un critico come Brandi sul Corriere della sera».
Intanto quelle architetture svettano ancora nella prosa lirica della Arslan, capace in modo particolare di ridare voce a chi non ce l’ha più, restituendo al lettore quello spessore emotivo del vissuto che la ricostruzione storica, pur importantissima, perlopiù non trasmette. «Un romanzo, se è davvero riuscito, non parla solo alla coscienza del lettore. Ci si entra dentro con un livello di attenzione emotiva fortissima. Coinvolge totalmente e poi si vuole saperne di più. Allora sì, un saggio per quanto scritto in modo più arido, trova terreno fertile. Ciò detto – precisa – trovo importantissima la fioritura saggistica che oggi documenta il genocidio armeno in modo incontrovertibile».

Soprattutto in Francia, dove la comunità armena è molto attiva, negli ultimi anni, sono usciti molti lavori importanti che denunciano il genocidio di un milione e mezzo di Armeni nei primi decenni del Novecento.  E la questione sta riemergendo con forza anche nel dibattito politico francese. «Un dibattito francese che va di pari passo con la forte irritazione del governo turco che forse sperava che la vicenda del genocidio fosse legata solo a un gruppo di vecchietti… ormai in estinzione – nota Arslan-. Ma avvicinandoci al centenario del genocidio (che cadrà nel 2015) quel dramma sta riemergendo con forza, grazie a una ricca messe di proposte editoriali. Oltralpe vive una comunità di 600/700.000 Armeni e la questione è ineludibile. Anche se ho molte perplessità riguardo alla strada della censura di Stato, imboccata dalla Francia, con una legge che punisce il negazionismo del genocidio. Questo tipo di norme – avverte Arslan- si possono facilmente stravolgere».

da left-avvenimenti

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La rabbia che nasce da certi ricatti “umanitari”

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 26, 2009

Alan Drew

Alan Drew

Fra le macerie del terremoto che colpì Istanbul nel 1999.  Lo scrittore Alan Drew indaga le radici della diffidenza verso l’Occidente, denunciando gli interventi “pelosi” di Ong Usa che barattano aiuti con conversioni’autore del romanzo Nei giardini d’acqua: «Non possiamo dimenticare che molti villaggi curdi furono rasi al suolo  dal governo turco  con armi americane»

di Simona Maggiorelli

Fra le macerie del grande terremoto che colpì Istanbul del 1999 s’intrecciano le vite di persone, che forse non si sarebbero mai incontrate. Nei giardini d’acqua (Piemme) l’appassionato romanzo d’esordio dello scrittore americano Alan Drew,  la storia del piccolo Ismael, scampato alla morte dopo essere rimasto giorni sotto i detriti, e quelle di sue padre Sinan, curdo inurbato con la forza dal governo turco, per caso e per necessità, dopo il disastro, si legano a quelle di Markus, un americano che lavora con un’associazione umanitaria evangelica e a quella di altri suoi connazionali che da ospiti si faranno occupanti, barattando aiuti con conversioni, alla propria religione e all’“American way of life”. «Sinan per molti versi è il personaggio cardine di questa vicenda – racconta al quotidiano Terra il giovane scrittore californiano – . È un uomo non più giovane che con il sisma ha perso i parenti e la casa. E aveva già perduto tutto una prima volta quando fu costretto a lasciare l’Anatolia, durante le deportazioni di massa con cui il governo turco intendeva sradicare il Pkk dalle campagne. «Di fatto operazioni fatte con armi americane e in cui interi villaggi curdi sono stati rasi al suolo» denuncia Drew .
Ma poi tornando a parlare del romanzo, «mi interessava esplorare la situazione di estrema vulnerabilità in cui si trova Sinan e insieme di rabbia verso gli americani, che gli avevano ucciso il padre e dai quali, ora, era costretto a farsi aiutare».

cover Drew Un interesse che Drew ha sviluppato da romanziere, nel dare profondità psicologica ai suoi personaggi, ma anche da attento conoscitore della Turchia e di Istanbul in particolare, città amatissima («per la sua unicità  e il suo essere crocevia di differenti culture») dove lo scrittore ha vissuto per tre anni insegnando letteratura in un liceo privato. «Con la mia compagna siamo arrivati a Istanbul esattamente tre giorni prima del terremoto – ricorda Drew -. Quella notte la palazzina tremò forte, ma non ci furono danni. Era antisismica, un edificio costruito ad hoc per gli ospiti americani della scuola». Ma nel cuore storico di Istanbul, invece, fu una vera devastazione con migliaia di morti. «Ricordo ancora le parole di un giornalista della Cnn- chiosa Drew -. Davanti alle macerie disse: “Un terremoto non fa distinzioni, colpisce democraticamente”. Non era vero. Noi stranieri avevamo dei privilegi, eravamo stati protetti. Non così la gente dei quartieri popolari».  Ma poi nei giorni della difficile ricostruzione quello che colpì il giovane insegnante (oggi docente universitario e scrittore di successo) fu vedere quanto poco “disinteressate” fossero le campagne di aiuti dell’esercito e di certe organizzazioni umanitarie Usa.

La storia di  un personaggio come Markus, in questo senso, è emblematica. È un americano che vive a Istanbul da diciannove anni e continua a rivolgersi ai turchi come se fossero persone immature, come se dovessero essere guidati verso una «cultura occidentale superiore». Ma non solo. Tipi come Markus sfruttano il rapporto con i terremotati  per cercare di convertirli. «Persone di fede  musulmana ricevevano aiuto da persone che volevano imporre loro la strada per il paradiso cristiano. Non è difficile immaginare quanta rabbia possa suscitare un ricatto del genere. Personalmente sono stato sopraffatto da quella esperienza – ammette Drew –  così ho cercato di mettermi dalla parte di Sinan».  Leggendo si sente  con chiarezza da che parte batte il cuore dell’autore. La passione è la linfa di questo libro, il suo principale motore. «Quando scrivevo – dice Drew – pensavo soprattutto ai lettori Usa  che non conoscono come stanno davvero le cose in Turchia».

da Terra del 3 giugno 2009

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Saccheggio in Mesopotamia

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 3, 2009

fales-nuovoCercando di fare capolino oltre la cronaca più spiccia. Oltre lo stillicidio di notizie che, a singhiozzo, dopo i giorni feroci del saccheggio sono comparse sui giornali. Puntando a ricostruire passo dopo passo la storia di uno dei più importanti musei dell’area dell’antica Mesopotamia: il museo di Baghdad. Dalla nascita nel 1923 sotto l’egida degli inglesi, alla nazionalizzazione del 1974, ai saccheggi avvenuti durante la Guerra del Golfo, fino al clamoroso sfascio dei primi giorni del dopo Saddam.

Con più di 15mila pezzi trafugati in una manciata di giorni, dall’ 8 al 12 aprile 2003, al termine della rapida invasione dell’Iraq da parte delle forze angloamericane, con migliaia di reperti poi rivenduti al mercato nero e via internet. Oggetti d’arte, che in parte poi sono comparsi in Siria, in Giordania, in Arabia Saudita, ma anche nelle botteghe antiquarie di mezza Europa e degli Stati Uniti.

A ripercorrere da vicino queste vicende in un prezioso volume di 470 pagine, Saccheggio in Mesopotamia, edito dalla casa editrice universitaria Forum di Udine è l’archeologo Frederick Mario Fales, uno dei primi italiani ad andare, più di vent’anni fa a scavare, insieme a colleghi tedeschi e inglesi, i siti archeologici dell’antica Mesopotamia, luoghi dai nomi mitici come Selucia, Babilonia, Ninive.

Lavoravamo negli scavi mentre sopra di noi volavano gli aerei della guerra Iran Iraq, che andavano a bombardare i Curdi” racconta l’archeologo. “Sotto il regime di Saddam – ricorda Fales – ho conosciuto il museo nel suo fulgore”: una teoria di oltre ventotto gallerie dedicate alla cultura sumera, babilonese, assira, arrivando fino all’età achemenide, ellenistico romana, e poi islamica. Con reperti che risalgono fino a 10mila anni fa.

Tra questi anche la famosa Dama di Uruk, misterioso e unico volto femminile scolpito prima dell’età del bronzo, molto prima che la civiltà di Uruk, raccontano gli studiosi, consegnasse all’umanità l’invenzione della scrittura. Un reperto che, per fortuna, compare oggi nella lista dei beni in salvo (alcuni dei pezzi più preziosi, racconta Fales nel suo libro, erano stati depositati prima della guerra in località segrete). Diversa la sorte toccata, invece, ad altri pezzi come, ad esempio, il vaso di alabastro del tempio di Uruk che risale a tremila anni prima di Cristo: è stato ritrovato sì, ma gravemente danneggiato.
E, se nel caos del 2003, il dramma era stato soprattutto la spoliazione del museo di Baghdad, nel 2004 i danni maggiori sono venuti dagli scavi calndestini dei siti archeologici : l’epicentro del racket dei furti, nel Dhi Qar, nei centri a nord di Nassiriya, come Ash Shatrah e Ar Rifa’i. I ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya, dove non c’era sorveglianza.

Una strage su commissione, denunciano gli archeologi. E un danno gravissimo, irreparabile. Perché gli scavi fatti da incompetenti distruggono il contesto, separano il reperto dal suo tempo, dal suo significato. E in questo modo si finisce per perdere una quantità immensa di dati e informazioni. Ma chi c’è dietro quest’evento che si è ripetuto ogni giorno quasi inalterato dal 1991 si domanda Fales.” Purtroppo, per miseria,cercando di sopravvivere alla guerra – dice Fales  – soprattutto iracheni impoveriti che si recano ogni giorno al loro ‘lavoro’ di sterrare le aree archeologiche a caccia di reperti di pregio per poi cederli a ricettatori locali, dietro i quali ci sono organizzazioni internazionali dedite al commercio di reperti antichi. Un traffico – aggiunge – che spesso serve a riciclare denaro sporco”.

L’embrago americano  ha fatto le fortune della classe dirigente irachena – spiega Fales – ma il resto della popolazione irachena ha subito una severa proletarizzazione per un decennio, e le depredazioni di pezzi d’arte non hanno certo cambiato la loro situazione”. Ad arricchirsi, semmai, sono stati altri: antiquari, collezionisti, multinazionali. “Sul campo – prosegue l’archeologo – non sono rientrati soldi, è rimasta solo la ferita aperta di un mnemocidio, un assassinio della memoria storica”. E l’angoscia, per questa vertiginosa perdita non si placa, neanche oggi che arrivano notizie incoraggianti sui ritrovamenti e nonostante gli aiuti internazionali tesi alla ricostruzione del museo di Baghdad con l’ausilio  di metodologie ammodernate. Anche perché, denuncia Fales, in questi lunghi anni di guerra non si sono perse solo ricchezze artistiche ma si è interrotta quella crescita di nuove generazioni di esperti, studiosi e archeologi iracheni che aveva cominciato a produrre risultati importanti fino agli inizi degli anni Novanta. “A causa della  pauperizzazione degli statali causata dall’embargo – spiega – con conseguente impennata dell’inflazione c’è stata nell’ultima decina di anni una massiccia serie di abbandoni con migrazioni verso il settore privato e, soprattutto, verso altri paesi del Medio Oriente”.

“Oggi è urgente aiutare gli archeologi iracheni a difendere con dignità la propria reputazione professionale rispetto ai nuovi amministratori occidentali, che tendono ad epurare chi aveva un precedente ‘ tesseramento’ nel Baath,  è urgente -conclude Fales – cercare di aiutarli perché possano riprendere le redini dell’attività archeologica del paese riportando l’Iraq nella rete moderna dell’archeologia scientifica”

Da articoli del settimanale  Avvenimenti e del quotidiano Europa pubblicati  nel 2004

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