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Il sogno dell’avanguardia

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 8, 2009

Malevich

Malevich

di Simona Maggiorelli

A Como una grande mostra indaga il milieu da cui nacque la ricerca del Novento in Germania e in Russia con artisti come Kandinsky e Malevich

È costruita come un viaggio immaginario attraverso le avanguardie russe del primoNovecento (ma anche come un affondo nel retroterra filosofico che le ispirò) la mostra Maestri dell’avanguardia russa aperta nella settecentesca Villa Olmo di Como fino al 26 luglio (catalogo Silvana editrice). Una mostra – curata da Evgenia Petrova e Sergio Gatti – che attraverso un’ottantina di opere provenienti dal museo di San Pietroburgo riporta in primo piano il lavoro di artisti dai percorsi diversissimi come Casimir Malevic, Marc Chagall e Vassily Kandinskij (al quale proprio in questi giorni il Centre Pompidou di Parigi dedica una importante retrospettiva)  e il meno noto in Italia, Pavel Filonov. La stagione delle avanguardie storiche in Russia, come del resto gran parte della ricerca europea del primissimo Novecento, ci racconta questa mostra, traeva linfa dalla corrente filosofica antipositivistica che si era diffusa a partire dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, durante la stagione simbolista.

Negli ambienti artistici si leggeva Nietzsche, ma l’elite più sensibile faceva spazio anche le ricerche di un filosofo creativo e antiaccademico come Greog Simmel che metteva al centro della riflessione filosofica l’Erlebnis, intesa in senso pieno come  vita e esperienza vissuta. L’esplorazione di una fantasia libera dalle categorie razionali intrigò da subito un artista come Kandinskij, fondatore del gruppo Cavaliere azzurro insieme a Franz Marc. Già con i suoi primi acquerelli astratti Kandinskij aprì la strada a un’arte fatta di colori e linee, che non si proponeva più di raffigurare il reale, ma voleva realizzare un vocabolario creativo fuori da ogni cliché imitativo della realtà. Nel frattempo (e in parte influenzato dal medesimo contesto culturale) nasce il cubo-futurismo in Russia. Intorno al 1911-1912 in Germania e in Russia si moltiplicarono le interpretazioni eretiche del cubismo, come quella orfica, sensibile alla dimensione lirica del colore.

Malevich due

Malevich due

Fu quest’ultima tendenza, per altro di breve durata, a coinvolgere Kandinskij, come raccontano le primissime opere dell’artista esposte a Villa Olmo che presentano case e paesaggi fiabeschi fatti di solo colore. Ma poco dopo ecco le prime innovative composizioni su variazione musicale: qui i significati sono espressi solo dai colori, dalle linee e dalle forme compositive. Come una musica può evocare sentimenti e pensieri senza per questo riprodurre nessun dato realistico, così la pittura, suggerisce Kandinskij, non ha bisogno di copiare fatti oggettivi e fotografici. «L’arte deve rendere visibile ciò che non sempre lo è» annota in uno dei suoi scritti più famosi, Lo spirituale nell’arte. Intanto in Russia, raccontano i due curatori della mostra, la ricerca dell’arte astratta aveva seguito strade diverse con Casimir Malevich «che mescolava un primitivismo fiabesco tipicamente russo con le conquiste del cubismo» ma lette attraverso le composizioni razionali di Léger. Tra il 1913-1914 Malevich dipinge opere cubo-futuriste dalla composizione a-logica, affollate di lettere collages. E intanto comincia a pensare la svolta suprematista intesa, sulla carta, come supremazia della sensibilità pura. Ma già dopo la rivoluzione russa Malevic abbandonò l’arte per l’insegnamento. Dopo la condanna dell’arte astratta da parte di Stalin, poi l’approdo finale per Malevich sarà una emblematica composizione geometrica di bianco su bianco, drammatico annuncio di una caduta nel vuoto di un nihilismo assoluto.

da Left-Avvenimenti 10 aprile 2009

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picasso e la seduzione del classico

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 12, 2003

Picasso con Modigliani a parigi

Picasso e la seduzione del classico. Con questo titolo accattivante, ma che già rivela la scelta di puntare sulle opere più “commestibili” e tradizionali del pittore spagnolo, Villa Olmo a Como ospita, fino al 17 luglio 2003, un’ampia retrospettiva picassiana. Oltre centoventi opere tra dipinti, disegni, arazzi, incisioni e ceramiche provenienti da musei internazionali e da collezioni private, con cui la curatrice Maria Lluïsa Borràs ripercorre tutta la parabola artistica di Picasso, segnata da una continua ricerca, che- in realtà- solo raramente riposava su pacificate forme classiche.

Accadde forse solo nella fase della prima formazione e poi durante i periodi di crisi, durante gli anni Trenta, in cui Picasso si mise a dipingere figure massicciamente matronali e improntate a una possente monumentalità. Due momenti – insieme a quello finale dedicato alla ceramica – forse meno geniali e innovativi, ma comunque interessanti, da studiare, per capire tutti i passaggi della longeva attività artistica del pittore spagnolo. Così nella villa di Como (già protagonista mesi fa di una retrospettiva dedicata a Mirò) il percorso si snoda a partire dalla prima formazione di Picasso che, lasciata Malaga, approdò in una vivacissima Barcellona, tra il 1895 e il 1903. Sono gli anni in cui l’inventore del cubismo si esercita sulla figura umana.

L’impianto è ancora naturalistico, sono perlopiù ritratti di familiari, di amici, scene quotidiane, studi dal vivo. A questo periodo appartiene il suggestivo Torso di adolescente del 1897 e il noto ritratto del padre avvolto in una coperta di due anni prima, proveniente dal museo di Belle Arti di Malaga. Ma già nella Veduta delle terrazze e della chiesa di Santa Maria del Pi a Barcellona del 1902 la tavolozza assume toni notturni e onirici. E’ una delle prime testimonianze del passaggio al cosiddetto periodo blu. Un’ altra parentesi “classica” sarà poi quella della Deposizione del Minotauro in costume di Arlecchino, del 1936 (proveniente da Toulouse), ma anche de I banchetti e di una serie di opere realizzate negli anni Trenta  ispirate alla mitologia greca e ai miti del Mediterraneo.

Ma sotto all’attrazione per la statuaria e il vasellame calssico, c’è anche l’attenzione per una serie di miti e riti, dal Minotauro alla tauromachia, attraverso cui Picasso, con un colpo di genio, seppe rappresentare la forza cieca della pulsione di morte. Quella che si era manifestata nella guerra e quella che,- andando più a fondo -oltre la distruzione patente, è frutto dell’inconscio umano, quando si ammala. Picasso tenterà di darne rappresentazione in un’opera come  Guernica. La mostra comasca racconta anche questo importante punto di snodo dell’arte picassiana attraverso una interessante serie di disegni preparatori e incisioni autografe. (Simona Maggiorelli)

da Europa maggio 2003

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