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Viaggio in 3D nell’arte preistorica

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 5, 2012

Parte da Bordeaux una mostra itinerante che riproduce, con strumenti di alta tecnologia, le straordinarie pitture rupestri della grotta di Lascaux,  chiusa al pubblico dal 1963

di Simona Maggiorelli

Lascaux, mostra in 3D

Dal 1963 le grotte di Lascaux non sono più visitabili. La cosiddetta Cappella Sistina del Paleolitico, che era stata scoperta nel 1940 da quattro ragazzi vicino a Montignac, fu chiusa al pubblico per tentare di rimediare ai guasti provocati da migliaia di visitatori che nel corso di vent’anni, con la loro semplice presenza e il respiro, avevano irrimediabilmente alterato il microclima di questa straordinaria grotta dipinta della Dordogna francese, risalente a 15mila anni fa.

Uno sciagurato impianto di refrigerazione aveva completato il danno e le pitture si sono ricoperte di muffe. Tanto che l’Unesco ha più volte minacciato di inserire Lascaux nella lista dei beni patrimonio dell’umanità a rischio di sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre team di esperti sono impegnati in delicate operazioni di restauro, l’assoluta necessità di tutela di queste splendide pitture rupestri, non poteva non andare di pari passo con un’esigenza di conoscenza e di divulgazione scientifica. Da qui è nata l’iniziativa Lascaux in 3D, una mostra itinerante, prodotta dalla Dordogna e dalla Regione dell’Aquitania, che è stata inaugurata il 13 ottobre scorso a Bordeaux e che agli inizi dell’anno prossimo partirà per un lungo tour negli Stati Uniti, in Canada e in Asia. Una mostra kolossal che in ottocento metri quadrati di esposizione squaderna una serie di riproduzioni minuziose e tecnicamente avanzatissime dei più importanti “affreschi” di Lascaux. Mentre la regia di Olivier Retout cerca di ricreare l’immersione nelle atmosfere silenziose della grotta e il gioco di luci e ombre delle torce che gli artisti della preistoria usavano per illuminare le pareti su cui ancora oggi campeggiano affascinanti e complesse composizioni di animali e segni astratti.

Tori, bisonti, uri giganteschi, ma anche elegantissimi cavalli, come la coppia dei cosiddetti “cavalli cinesi”, essenziali nella forma e quasi stilizzati. E poi animali immaginifici come liocorni, frutto della fantasia di donne e uomini che dipinsero Lascaux sfruttandone l’andamento parietale, le rientranze e le estroflessioni per determinare effetti prospettici e dare tridimensionalità alle figure, con una piena padronanza, anche estetica, dello spazio. Accanto a queste vivide rappresentazioni di animali, più o meno realistiche, la mostra di Bordeaux documenta anche la presenza nel pozzo di Lascaux di un’immagine misteriosa ed estremamente sintetica di essere umano, la sagoma di un “uomo uccello” che si scontra con un bisonte impetuoso: è questa l’unica scena “narrativa” della grotta, sulla cui interpretazione sono stati versati fiumi di inchiostro senza che si sia arrivati ancora a una lettura certa. «I nostri antenacultura ti del paleolitico avevano una realtà interiore complessa e raffinata nonostante il loro stile di vita “primitivo”», scrive l’antropologo Ian Tattersall, curatore dell’American Museum of Natural history di New York, nel suo nuovo libro Masters of the planet uscito nel 2012 negli Usa e sarà tradotto e pubblicato in Italia da Codice edizioni.

«Decine di millenni fa vivevano persone che non costruivano case né coltivavano i campi ma erano capaci di bellissime pitture», racconta lo studioso. «Ma per quanto noi abbiamo a disposizione materiali eccezionali che si sono conservati nel tempo e che testimoniano della grande forza creativa dei nostri antenati non sappiamo realmente quali fossero i valori e i messaggi che volevano esprimere attraverso le pitture rupestri. Quello che possiamo affermare invece con certezza – sottolinea Tattersall – è che avevano una mente creativa già pienamente sviluppata. Lo deduciamo dalla qualità anche estetica di questi affreschi in cui rappresentazioni realistiche di animali, tratteggiati con perizia e forza espressiva, sono mescolate a motivi geometrici, figure stilizzate, linee e segni. Segni che venivano giustapposti in modi raffinati e complessi». Ogni immagine nelle grotte di Lascaux, realistica o geometrica che sia, «esprime un senso che va al di là della sua mera forma», ribadisce Tattersall, autore di molti studi sull’arte preistorica e di testi di antropologia come Il mondo prima della storia Raffaello Cortina) e Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali (Garzanti). «Quelle espressioni artistiche significavano qualcosa di molto più profondo rispetto a ciò che siamo in grado di rilevare  oggi direttamente», dice riprendendo i fili di una lunga intervista rilasciata a left nel gennaio scorso. Con la forza di un linguaggio per immagini creativo e irrazionale, gli artisti del paleolitico riuscivano ad esprimere valori universali. «E questa è una delle ragioni per cui l’arte preistorica risuona dentro di noi profondamente» conclude lo studioso. «Per quanto l’arte abbia conosciuto differenze infinite, per quanto la cultura abbia attraversato fasi di espressione diverse nei millenni, è una cosa che unisce tutti gli esseri umani a qualsiasi epoca appartengano. È che ci distingue dagli animali».

da Left-Avvenimenti

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Barceló, il primitivo

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 10, 2009

miquel barcelo'

miquel barcelo'

Imprendibile Miquel Barceló, curioso viaggiatore e ricercatore fra tecniche e stili. Innamorato di “arte primitiva”, dei paesaggi di Maiorca dove è nato, e ancor più dei deserti del Mali, incessantemente rimescola tradizione e innovazione. Figlio d’arte, cresciuto in Accademia, questo cinquantaduenne artista che il Padiglione spagnolo della 53° Biennale di Venezia ha eletto a suo unico rappresentante in laguna, ha il pregio di sapersi esprimere attraverso una pittura materica viva, grezza, immediatamente comunicativa. Solo all’apparenza naif.

Dietro a certe sue figure stilizzate che sembrano incise su una superficie stratificata di lunga sedimentazione geologica e, più ancora, dietro a certe sue marine lattee, fatte di soffici onde, che quasi si lasciano toccare, in realtà non ci sono solo riferimenti all’arte preistorica spagnola e alla pittura materica contemporanea del catalano Tàpies. Ma vi si può leggere in filigrana anche una dichiarato e personalissimo omaggio alla lezione di Lucio Fontana, quando nel Manifesto Blanco scriveva di «un’arte nuova che prende i suoi elementi dalla natura»; di un’arte astratta che non è rappresentazione realistica di uomini, animali e cose, ma che prende energia dalla materia viva, dal movimento delle forme naturali che, hanno capacità di svilupparsi, per poi rappresentare qualcosa di altro e di più profondo. Ma da Fontana Miquel Barceló dichiara anche di aver mutuato una certa idea di arte tetradimensionale che va oltre la classica tridimensionalità, per creare ambienti che alludono a una spazialità nuova e – nella lettura che ne fa l’artista spagnolo – più umana. Così, quando nel 2004 fu chiesto a Barceló di affrescare la cappella S. Pere della cattedrale di Palma di Maiorca, lui ha interamente riplasmato le pareti interne della chiesa con una pittura stratificata fatta di solo colore, rendendole porose, accidentate, vissute, togliendo loro quella geometrica e ripida verticalità con cui l’architettura gotica esprimeva il rimando a un orizzonte divino e metafisico.

Ancora più divertito e, per certi versi, spiazzante l’intervento che Barceló ha realizzato l’anno scorso nella sala dei diritti umani nel palazzo dell’Onu a Ginevra, mescolando tradizione barocca e dripping alla Pollock, fino a trasformare l’intera cupola ellissoidale della sala (di 1.300 metri quadri) in un mosso antro rococò, con il colore che cola dal soffitto in concrezioni simili a stalagmiti. Visto da sotto, nella visione d’insieme, i vari colori formano un affascinante e movimentato quadro astratto. Un’opera imponente, di grande impatto visivo, e che è valsa all’artista spagnolo anche qualche accusa di gigantismo. A noi è sembrata piuttosto un’opera ironicamente anti monumentale e che racconta appieno lo spirito più giocoso e vitale dell’universo artistico di Barceló, legato paganamente al flusso della vita, alla materia, ma con un forte senso della storia umana, del passare del tempo e dei geniali salti in avanti che uno scatto di fantasia può produrre. Così nell’improvvisa intuizione dell’artista anche il meccanico e ripetitivo lavoro delle termiti può essere utile all’immagine nuova che lui intende cavare dal legno. Ma anche i pigmenti locali e addirittura le sabbie e i diversi sedimenti fluviali del Senegal, del Burkina Faso e del Mali nelle mani dell’artista capace di esprimere una propria e originale visione, possono diventare strumenti preziosi di espressione. Ce lo raccontano in particolare i disegni realizzati da Barceló negli anni Ottanta e Novanta durante alcuni dei suoi numerosi viaggi in Africa ma anche alcuni nuovi e intensi paesaggi realizzati in piccole tele in anni più recenti. Insieme a una selezione di ceramiche, dal 7 giugno, sono esposti nella personale che Enrique Juncosa dedica a Barceló nei giardini della Biennale, all’interno del padiglione spagnolo.

dal settimanale left avvenimenti 5 giugno 2009

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Andrea Bellini: Ho arte da vendere

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 7, 2008

Critico, curatore ma anche direttore della più grande Fiera del contemporaneo. Da New York a Torino. L’irresistibile ascesa di un ex enfant prodige in controtendenza con la “fuga di cervelli” di Simona Maggiorelli

Andrea Bellini - photo Franco Borrelli

Andrea Bellini

Nell’Italia della diaspora dei cervelli, ma anche dei talenti (visto il numero crescente di giovani artisti e curatori “in fuga” a New York o a Londra) quella di Andrea Bellini è una storia contro corrente. Dopo il lavoro nella Grande Mela come editor di Flash art e anni trascorsi a studiare e a scrivere in giro per il mondo, Cina compresa, il trentasettenne, ex enfant prodige della critica ha accettato la scommessa del rientro in Italia. E con profitto, si direbbe. Dal momento che, dal 7 al 9 novembre, firma la sua seconda edizione di Artissima, la più importante fiera italiana del contemporaneo, mentre si parla di lui come probabile nuovo direttore del Castello di Rivoli, al posto di una curatrice di rango come Ida Gianelli, giunta a fine mandato. Due lavori, quello di critico-curatore e quello di direttore di una mostra mercato, di fatto agli antipodi. Ma Bellini giura, non inconciliabili. «Io concepisco Artissima come un’avventura intellettuale – racconta -. Le fiere d’arte sono diventate ormai degli eventi complessi. Con un pubblico di artisti, critici d’arte, curatori, direttori di musei, giornalisti e semplici appassionati, non solo di collezionisti. Una fiera di alto livello ha una capacità informativa senza uguali per l’arte contemporanea. A Torino, per esempio, ospitiamo oltre 130 galleristi da diversi continenti: un centinaio di grandi esperti d’arte che perlustrano il mondo di oggi alla ricerca dei migliori talenti. In Fiera il pubblico entra in contatto con l’arte nel suo farsi, con un processo culturale in atto. Insomma, non ho mai pensato di dover abbandonare qualcosa del mio giudizio critico o dell’aspetto culturale del mio lavoro. Anzi. Nella gestione di Artissima cerco di attingere a tutte le mie competenze e a tutta la mia creatività per trasformare la Fiera in un luogo di scoperta e di sorpresa.
Achille Bonito Oliva dice che i curatori sono diventati dei “camerieri” al servizio delle attese del pubblico e della spettacolarizzazione, abbandonando l’impegno critico. Come ci si salva da questa deriva in tempi di “mostrite” ovvero d’inflazione di mostre a scarso contenuto scientifico?
Guardi, i curatori sono i veri protagonisti del sistema dell’arte, altro che camerieri delle aspettative del pubblico. Quando si costruisce una mostra non si abbandona affatto l’impegno critico. Al contrario, una buona mostra dovrebbe rappresentare proprio uno “statement” in termini di critica d’arte. Se per abbandono del giudizio critico lei intende l’abbandono di un certo tipo di scrittura saggistica, falsamente colta e pseudo-creativa, penso che sia un bene che stia sparendo. Per quanto riguarda la “mostrite” (ecco un caso di spettacolarizzazione del linguaggio) non dimentichiamo che il sistema dell’arte è almeno cento volte più grande che negli anni Sessanta. Ovviamente ci sono oggi più artisti, più opere, più fiere, più curatori e più mostre, ma dov’è il problema? Chi può decidere a priori la grandezza ideale del sistema dell’arte?
In tempi di crisi economica quali scenari intravede?
La crisi si farà sentire presto anche sul mercato dell’arte, ovviamente con delle differenze. Le fiere che hanno costruito parte del loro successo sul denaro degli speculatori di borsa ne risentiranno maggiormente. Non è il caso di Artissima, perché è sostenuta da collezionisti – tra cui molti italiani – che magari non investono cifre enormi sull’arte ma possono farlo con costanza. Si tratta di professionisti o anche di piccoli e medi imprenditori, veri conoscitori d’arte contemporanea.
Quali differenze ci sono fra il sistema dell’arte italiano e quello internazionale?
Fondamentalmente c’è una differenza di dimensioni e quindi di complessità.
In Italia gli studenti denunciano un sistema scolastico al collasso che impedisce una formazione adeguata. E intanto 1.300 milioni di euro saranno sottratti dalla Finanziaria alla cultura. Che ricadute ci saranno?
Ricadute pesanti. Questo governo ci preoccupa molto, esprime un atteggiamento nei confronti della cultura da Repubblica delle banane.
Che cosa ha significato per lei lavorare, da giovanissimo, nella redazione di Flash Art a New York?
Essere redattore di un’importante rivista d’arte a New York per diversi anni mi ha dato la possibilità di confrontarmi con decine di critici, curatori e artisti, e poi di visitare centinaia di mostre al mese, un’esperienza intellettuale e visiva veramente straordinaria. Direi che ho imparato tutto in quella fase.
Dopo la laurea in filosofia si è dedicato allo studio dell’arte, anche preistorica. Che cosa l’ha affascinata?
Sono interessato a tutta la cultura visiva dell’umanità: sono convinto esista una strettissima relazione tra lo sviluppo cognitivo della specie e la parallela creazione di immagini. Studiare archeologia preistorica e la cosiddetta “arte preistorica” mi ha aiutato a capire meglio il senso della nostra presenza nel mondo.
La grande arte ha tempi interni di sedimentazione, va oltre il presente, che cosa resterà negli anni a venire del lavoro di personaggi come Damien Hirst e dei suoi animali in formalina, che anche fisicamente si stanno già squagliando?
Damien Hirst è già nella storia dell’arte. Ha realizzato lavori fondamentali legati ai temi eterni dell’umanità: la morte, la felicità, la bellezza e forse anche la speranza.
Tra ricerca e mercato, per lei, non c’è nessuna discrasia?
La ricerca ha sempre un mercato. Da sempre le opere più importanti esprimono un valore per la comunità culturale, e quindi hanno un prezzo. Giotto nella Firenze del 1300 era un artista di successo, ricco e rispettato. Come oggi Damien Hirst. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due artisti che hanno fatto ricerca, sono entrati nella storia dell’arte e sono stati contesi dai collezionisti (dai grandi committenti religiosi nel caso di Giotto).
Cinema e videoarte aprono nuove frontiere nell’arte contemporanea?
L’arte va in tutte le direzioni e utilizza tutti i media possibili, quindi li rinnova costantemente: non esistono in questo senso barriere o linguaggi esauribili.
Il predominio sulla scena internazionale dei musei americani e anglosassoni sembra andare di pari passo con il predominio internazionale di un’arte iperrazionalista, analitica, tecnologica, “puritana” e insieme iperrealista come la cloaca di Wim Delvoye. Nel sistema del contemporaneo sono rare le tracce di una fantasia più profonda?
Guardi io non sono affatto d’accordo. Il sistema dell’arte su scala mondiale è molto complesso, e al momento sono molto importanti anche spazi espositivi a Parigi e Berlino solo per fare qualche esempio. Poi non è assolutamente vero che nel sistema contemporaneo non ci sono tracce di una fantasia più profonda: le assicuro che – per quanto riguarda l’arte – questo è uno dei momenti più straordinari e interessanti che l’umanità abbia mai vissuto. Basta aprire gli occhi e le orecchie.

Left 45/08

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