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Vandana Shiva: le multinazionali condannano l’India al suicidio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 7, 2002

di Simona Maggiorelli

La denuncia della scienziata e scrittrice indiana intervenuta all’assemblea pubblica ‘From global to glocal’ nella tenuta toscana di San Rossore Da Avvenimenti, luglio 2002

La popolazione indiana sta morendo di fame, questa situazione ormai si trascina da molto tempo, ma negli ultimi anni è drammaticamente precipitata a causa delle menzogne dell’ingegneria genetica sostenute dagli interessi economici delle multinazionali: spazzato via in poco tempo ogni sistema di sussistenza locale, impossibile per i piccoli agricoltori indiani competere con i colossi industriali internazionali.
I più sono costretti ad abbandonare le terre. Si avvicinano alle grandi città, ma finiscono per addensarsi nella periferia, in fatiscenti slums in pessime condizioni igieniche. Di fatto, il numero dei suicidi fra i contadini in India sta aumentando di giorno in giorno.
E’ una dura e appassionata denuncia quella che Vandana Shiva, scienziata indiana che da anni si batte per la sopravvivenza del suo popolo, lancia durante l’assemblea pubblica From global to glocial che la settimana scorsa, su iniziativa del presidente della Regione Toscana Claudio Martini, si è tenuta nella tenuta toscana di San Rossore […]
Ma quale è esattamente il meccanismo economico che finisce per stritolare i produttori locali? “Ci sono multinazionali come la Monsanto – spiega Vandana Shiva – che hanno fatto dell’India il loro terreno di produzione e di profitti, raccontando al mondo intero una serie di orribili bugie intorno ai problemi della fame e alle possibili vie di soluzione”.
Si spieghi meglio. “E’ abbastanza semplice. I prodotti geneticamente modificati sono stati propagandati da queste industrie come la panacea per tutti i mali del mondo, senza fare controlli seri, badando di fatto solo al proprio profitto”.
Pensa a casi come quello del “golden rice” che ha fatto il giro del mondo? “Questo è uno dei tanti casi del genere. E’ stato detto che i semi geneticamente modificati avrebbero permesso colture intensive, raccolti sovrabbondanti, ma poi la realtà è stata tutt’altra. Mi è capitato d’incontrare una donna che vendeva pomodori lungo la strada. Il prezzo per ogni ortaggio era di una rupia, il corrispettivo di circa due euro. Si trattava di pomodori nati da colture in cui era intervenuta l’ingegneria genetica e sono venuta a sapere che lei aveva pagato almeno 10mila rupie per comprare i semi. Un costo insostenibile per qualsiasi piccolo contadino indiano. Che per acquistarli è costretto a indebitarsi entrando in un giro di strozzini e di ricattatori. Senza contare che ancora non sappiamo esattamente quali potrebbero essere gli effetti di cibo geneticamente modificato sulla salute umana”.
[…]
Qualcuno sostiene che i prodotti geneticamente modificati potrebbero essere molto utili nel settore della biomedicina: una persona potrebbe essere vaccinata mangiando per esempio una banana, o assumere un contraccettivo con una ciotola di riso. “Sarebbe una violenza a mio avviso grandissima. Sarebbe come sterilizzare masse di gente indistintamente, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o no. E poi c’è qualcosa di ancora più grave. sappiamo benissimo che un vaccino comporta l’assunzione “omeopatica” di germi di malattia in maniera che l’organismo sia in grado di sviluppare anticorpi. Ma il tutto funziona a patto che vengano somministrate precise quantità, un assunzione maggiore e incontrollata potrebbe essere letale, potrebbe portare allo sviluppo automatico della malattia che si vorrebbe prevenire”.

Girando il mondo per le sue ricerche le sarà capitato di incontrare scienziati che sostengono queste tesi? “Purtroppo molto spesso. E mi rammarica che certe belle menti della scienza ragionino come i giornali economici foraggiati dalle multinazionali”.
Un po’ come è successo nella campagna internazionale contro l’olio di senape. “In quel caso è intervenuta addirittura la Banca Mondiale a impedirne la produzione in India. I programmi governativi indiani sono stati del tutto proni a questo dettato, facendo gli interessi delle multinazionali che intanto spingevano per introdurre in India l’olio di soia in quantità massicce. Nel mio centro abbiamo fatto studi accurati, scoprendo purtroppo che l’olio di soia impedisce l’assimilazione di certe proteine fondamentali in situazioni di mal nutrizione. In più in casi di alimentazione squilibrata contribuiva a favorire l’anemia e malattie anche più gravi. A confronto l’olio di senape risultava molto più sicuro, senza trascurare che lo si può produrre molto più facilmente , che è molto nutriente e che appartiene alla tradizione indiana da secoli. Da noi per esempio le madri sono solite massaggiare la pelle dei neonati con questo olio per proteggerla”.
Le donne insomma sono state le prime a sentirne la mancanza. “Come sempre del resto, in ecosistemi locali sono sempre loro ad avvertire i mutamenti per prime. Sono state delle donne non a caso che in India hanno denunciato il fenomeno dell’ipersalinità delle acque causato dall’inquinamento”. Ha fiducia che in India la rivolta contro gli effetti negativi della globalizzazione possa partire dalle donne? “Ho molta fiducia in loro. Forse perché per secoli sono stare escluse dalla gestione del potere hanno dovuto dedicarsi alla sfera domestica degli affetti, sta di fatto che oggi le donne si trovano avvantaggiate, in possesso i una sensibilità, di un rapporto con il sentire e gli affetti profondi, che la razionalità distruttrice degli uomini troppe volte ha escluso”.

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