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Testamento biologico. Daremo battaglia

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Proprio nell’anniversario della morte di Eluana il Consiglio dei ministri vara una strumentale giornata nazionale degli stati vegetativi. E dal 21 febbraio torna in Aula la proposta di legge Calabrò che limita  il diritto di autodeterminazione. E la presidente dell’Associazione Luca Csocioni, la deputata Maria Antonietta Coscioni promette: ” non resteremo in silenzio”

di Simona Maggiorelli

Onorevole Coscioni Il Tar della Lombardia ha bocciato come “illegittima” la disciplina varata nel 2008 dalla Giunta Formigoni perché il termine fissato delle 22 settimane contrasta con la legge la 194 sull’aborto. il Presidente della Regione Lombardia ha commentato: «questa sentenza è antiscientifica». Che dire?
Il commento del presidente della Regione Lombardia è ridicolo e neppure da prendere in considerazione. Roberto Formigoni non credo abbia alcun titolo per stabilire quello che è o non è scientifico. La sentenza comunque stabilisce non tanto la scientificità della “disciplina” Formigoni, quanto il fatto che ha prevaricato i suoi compiti e funzioni. Non è materia che debba e possa essere disciplinata dalle Regioni, ma dallo Stato.

Ignorante anche della tradizione cattolica di seppellire i feti abortiti in terra sconsacrata, il presidente Formigoni gli fa il funerale con tutti i crismi. Cosa è accaduto in Lombardia? Ci sono altre Regioni che ne seguono l’esempio?
Anche il “nuovo” Piemonte del leghista Roberto Cota, se non sbaglio, segue la strada formigoniana. Speculazione? Demagogia? In Lombardia, ad ogni modo, è stata sistematicamente occupata la sanità, militarmente vorrei dire, da parte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. E la sanità, è noto, costituisce un lucrosissimo affare: cliniche e ospedali devono soggiacere ai diktat di Comunione e Liberazione, come documenta il libro La lobby di Dio (Chiarelettere), di Ferruccio Pinotti, un giornalista peraltro cattolico. Lettura illuminante (vedi Left n.46 del 26 novembre 2010) su quello che accade in Lombardia e non solo in quella Regione.

La neonatologia ha dimostrato scientificamente che solo dalle 24 settimane il feto ha possibilità di vita autonoma. (La Carta di Firenze dice addirittura da 25 settimane). Perché la sinistra e le forze politiche progressiste stentano a fare proprie le acquisizioni della scienza lasciando che si continui a dare dell’assassina a chi abortisce?
Bella domanda. Però, riguarda il PD, e se si vuole Di Pietro e Vendola, non certo noi Radicali, che abbiamo promosso e animiamo un’associazione, la “Luca Coscioni”, che ha per suo obiettivo e ragione costitutiva la libertà di ricerca. Ricordo che il nostro slogan-programma è: “Dal corpo del malato al cuore della politica”, e questo significa appunto che crediamo che i cosiddetti temi scientifici, al pari di quelli che oggi si dicono etici, sono questioni sociali. Siamo anche gli unici ad aver organizzato due congressi mondiali, proprio per rendere “politici e sociali” queste questioni.

Per Mimesis sono appena usciti gli Atti del secondo congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che avete organizzato al Parlamento Europeo. Anche in base a quell’iniziativa di respiro internazionale cosa pensa di certi media italiani che trasmettano servizi per dire che il feto in utero ci vede e che il feto di pecora sogna? Per non parlare poi dei casi di risveglio dal coma che sulla stampa vengono contrabbandati per miracolosi risvegli da stati vegetativi permanenti?
I danni che determina questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti. La sistematica e pervicace disinformazione fa sì che queste questioni, che sono in realtà semplicissime e comprensibili da tutti, diventino ostiche. Lo abbiamo visto anche in occasione del referendum sulla legge 40 in materia di fecondazione assistita, ma potrei fare tantissimi altri esempi. Ma del resto, per tornare al caso Lombardia di cui parlavamo prima, si lascia che in certi ospedali siano affissi manifesti del sedicente Movimento della vita, dove si fa vedere un feto con fattezze ormai umane e la scritta: “Mamma, non uccidermi”. Ecco, se questa è la semina, il raccolto non può che essere quello che è. Il problema fondamentale è garantire e tutelare la volontà del paziente, dell’interessato; che al contrario è quotidianamente minacciata e pregiudicata.

Nel Libro bianco stilato dal sottosegretario alla Salute Roccella si equiparano gli stati vegetativi a una grave disabilità. Cosa ne pensa?
L’educazione e il buon gusto mi impediscono di dire cosa penso delle esternazioni e delle iniziative del sottosegretario Eugenia Roccella. Sono un quotidiano insulto all’intelligenza. Francamente mi riesce incomprensibile capire la ragione per la quale, con una furia sistematica demolisce tutto quello che ha caratterizzato e “segnato” i suoi primi vent’anni….

Il tribunale di Firenze il 12 gennaio ha detto sì al testamento biologico accogliendo il ricorso di un cittadino e sottolineando che la libertà di scegliere a quali trattamenti sottoporsi è garantita dalla Carta. Ma Casini chiede di calendarizzare il voto sul biotestamento. E per il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, il Consiglio dei ministri ha indetto la Giornata nazionale degli stati vegetativi. Come  risponderete?
Posso dire che con le mie compagne e i miei compagni radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, dentro e fuori le istituzioni continueremo a dare battaglia, come abbiamo fatto finora; centuplicheremo i nostri sforzi. Il problema sarà quello di riuscire a coinvolgere i partiti di opposizione ma non solo: anche nel centrodestra ci sono personalità laiche sensibili a questi temi. Penso, per esempio, alla collega Chiara Moroni e ai tanti come lei, che mal sopportano la deriva clericale e vaticana di cui è preda il PdL o quello che ne resta. Per il 9 di febbraio, in particolare, nella sala Mappamondo della Camera dei Deputati con i colleghi Livia Turco, Ferruccio Saro,  e la stessa Chiara Moroni presenterò il libro Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’immagine) del professor Amato De Monte e Cinzia Gori che hanno accompagnato Eluana negli attimi finali. Fondamentale riguardo a questa battaglia  sarà il ruolo giocato dai mezzi di informazione: è il presupposto fondamentale, una corretta informazione. Non per un caso noi Radicali, Marco Pannella per primo, siamo preclusi dai programmi di approfondimento politico della RAI e di Mediaset. Se la ricorda l’ultima volta che ha visto Pannella a Porta a porta o a  Ballarò?.

dal settimanale left-avvenimenti

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Ignazio Marino, la partita è ancora aperta

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 25, 2009

di Luca Bonaccorsi e Simona Maggiorelli

Ignazio Marino

Ignazio Marino

Da medico ha permesso di fare chiarezza sul caso Englaro. Poi politicamente era inciampato sulla “questione morale” dello stupratore romano. Ma il chirurgo “americano”, il cattolico laicissimo, non si è scoraggiato e ha continuato a battersi. E non dà segni di voler cedere il passo.
Bersani oggi sembra avere la vittoria in tasca. La struttura del vecchio Pci sembra reggere e l’Opa sulla Margherita, l’operazione Pd, riuscire. Che segretario crede sarà?
Fossi in lui non sarei così sicuro. Il 25 ottobre, col voto alle primarie, il risultato potrebbe sorprendere. Bersani è vincente su 300mila votanti nei circoli. Non ci vuole uno scienziato per dire che i 4 milioni di persone, che mi auguro voteranno alle primarie, potrebbero esprimere un voto diverso. Comunque, se dovesse vincere speriamo faccia un partito inclusivo e non solo di una parte. Spero che pensi a un Pd laico, democratico e di sinistra. Che attragga le forze laiche che vogliono un Paese moderno.

I sondaggi la danno terzo. In tempi di “voto utile”, perché dovrebbero scegliere lei?
Perché sono l’unico che può dire dei sì e dei no. Chiari. Ed è importante perché il Pd deve avere un’identità. Pensate alla recente questione dei respingimenti in mare: il Pd rispose con tre posizioni diverse. Ma come fa un elettore a capire “cosa” vota, così? Noi siamo chiari e netti: no al nucleare, sì alle rinnovabili, no ai respingimenti, sì alle unioni civili, eccetera.
Se vince Bersani usciranno dal Pd i cattolici integralisti alla Binetti/Rutelli per formare un nuovo centro?
Non credo. Sono io quello incompatibile con personaggi come la Binetti, che ha già annunciato la sua uscita nel caso vincessi. Non ha mai detto che lascierebbe il Pd con Bersani. Comunione e liberazione ha appoggiato spesso Bersani, mai il sottoscritto. Bersani ha dalla sua gente come Letta che sul biotestamento vota con Berlusconi.
Cosa pensa del “grande centro cattolico” di Casini?
Non disturberebbe il Pd di Bersani che ha una visione anni 80, quella in cui le segreterie dei partiti fanno accordi e alleanze sulla testa degli elettori. Io immagino un Pd grande e aperto. In queste settimane ho incontrato un numero incredibile di persone che mi hanno detto: «Ero dell’Idv o socialista o repubblicano, mi sono iscritto al Pd per sostenerla». Lo fanno per la mia visione laica dello Stato. Il partito che immagino porta dentro di sé tutte queste energie e risorse. Io vorrei dentro i Socialisti, i Radicali.

Nella corsa per la segreteria c’è chi ha detto che la laicità “non basta” per dirigere un partito. La sua risposta è stata che la laicità è qualcosa di più ampio.
Conosco il sarcasmo su di me. Ma in questa campagna elettorale sono l’unico che ha sollevato con costanza temi come il diritto di cittadinanza per un bambino che nasce sul suolo italiano, il contratto unico di lavoro a tempo indeterminato con salario minimo garantito, il reddito di disoccupazione, il no al nucleare, la tutela dell’ambiente, la questione delle energie rinnovabili. Tante questioni puntuali su problemi che le persone oggi avvertono come importanti, a partire dal lavoro e dalla crisi economica. La questione della laicità non è il solo tema della nostra mozione. E poi la laicità non è solo un obiettivo, ma un metodo

In che cosa consiste un“metodo laico”?
Metodo laico significa che, quando si affronta un problema, ci si siede tutti intorno a un tavolo con l’idea che non si è portatori della verità. Vuol dire praticare il dubbio, cambiare idea. Dopo la discussione, “laico” significa impegno a sostenere con lealtà la linea che si è decisa insieme. Questo, fino a oggi, nel Pd è mancato.
Nel suo libro appena uscito per Einaudi Nelle tue mani scrive che il progresso della scienza oggi apre una sfida epocale. Ma norme come la legge 40 o il ddl Calabrò sul testamento biologico, in via di approvazione, legano le mani al medico, impedendogli di ricorrere alle terapie che ritiene più opportune.
Un medico oggi si trova ad affrontare sfide che prima non esistevano. Non solo la politica, ma tutta la società deve prepararsi a nuovi interrogativi. Ed è un bene, perché sono legati al fatto che la scienza e la tecnica stanno progredendo in modo straordinario. Rispetto al passato oggi disponiamo di tecniche che ci permettono di curare malattie che, solo quarant’anni fa, ci avrebbero fatto allargare le braccia rassegnati. C’era un solo modo per venire al mondo, si poteva fare poco per una coppia che aveva problemi di infertilità. Pochissimo si poteva fare se una persona smetteva di respirare o smetteva di nutrirsi. Oggi, per fortuna, esistono delle tecnologie che ci permettono di salvare tante vite. L’aspettativa di vita di una donna nata nel 1900 era di 45 anni, quella di una bambina del 2009 è quasi di 85 anni, una differenza straordinaria. Dovremo essere preparati a rispondere agli interrogativi di natura etica che il progresso della tecnica e della scienza ci pongono. Già oggi ci sono quelli che riguardano la ricerca sulle staminali, la possibilità di far nascere un bambino sano da una coppia che abbia delle malattie trasmissibili geneticamente. Sono le sfide intellettuali e culturali della nostra modernità.
Ma un Parlamento può dare delle risposte su questi temi a prescindere da ciò che dicono i medici?
Un Paese può decidere di non darsi una legge su una materia, ma quello che non può fare è darsi una legge che riguarda la scienza e la sanità senza tener conto dell’opinione scientifica e dell’opinione dei medici. Un’ovvietà? Non nel nostro Paese.
«Il dovere del medico – scrive nel nuovo libro – è non accanirsi. Deve sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca sconforto». Ma lei racconta anche di una ragazza anoressica che rifiutava l’alimentazione artificiale. Un caso ovviamente del tutto diverso da quello di Welby e ancor più da quello di Eluana. Che cosa potremmo dire riguardo alla sospensione di terapie in questi tre casi?
Tre casi assolutamente differenti. Piergiorgio Welby, dopo molti anni di assistenza con un respiratore automatico, essendo arrivato a un punto in cui non poteva più nemmeno controllare la tastiera di un computer, dopo aver riflettuto e discusso tanto, dopo aver scritto una lettera al presidente della Repubblica piena di riflessioni profonde, decise di non avvalersi più di una tecnologia che riteneva “sproporzionata”. Anche senel Pd in molti, come Rosy Bindi e Paola Binetti, hanno detto che era eutanasia io penso invece che fosse un caso di libertà di scelta rispetto a una terapia. Una persona deve avere il diritto di scegliere se vuole utilizzare una terapia oppure no, l’esistenza di una tecnologia non deve costituire l’obbligo a usarla, come vorrebbe questo governo di destra con la legge sul biotestamento; una legge che rende obbligatorie idratazione e alimentazione artificiale a tutte le persone che entrano in uno stato di incoscienza. Welby era in una situazione in cui poteva e aveva il diritto di accettare o rifiutare le terapie. Una giovane donna anoressica che rischia di morire perché non si nutre è in una situazione diversa, perché ha un problema di natura psichica che dovrebbe essere affrontato con tutte le risorse possibili, aiutandola a superare la malattia. Qui bisogna usare tutto ciò che la medicina mette a disposizione per convincere la persona a curarsi. Comunque, non credo che una persona debba essere obbligata a una terapia. Per esempio non penso che una persona anoressica o un testimone di Geova che rifiuta una donazione di sangue per motivi religiosi debbano essere curati forzatamente.
Ma per certi casi è previsto il trattamento sanitario obbligatorio. E se Welby non poteva essere curato, e la morte sarebbe comunque sopravvenuta di lì a poco, diverso è il caso della ragazza anoressica che poteva essere curata con una terapia psichiatrica.
Io non sono uno specialista di malattie psichiche e nel libro scrivevo appunto della mia frustrazione di chirurgo, nel non saper aiutare qualcuno che volevo aiutare con tutto me stesso.
La Cei, il papa ed esponenti della Chiesa intervengono quotidianamente nel dibattito pubblico italiano su questioni bioetiche e sulle leggi. Ruini ha più volte ripetuto che la visione dell’uomo espressa dalla religione cattolica è un’antropologia e descrive la verità dell’uomo. Lei da medico cosa ne pensa?
Dal tempo di Galileo abbiamo appreso che tante verità sono relative.Da credente mi sento di dire che c’è una differenza fra la dottrina rivelata, le parole che può aver pronunciato Gesù e l’interpretazione che il mondo scientifico dà della natura; interpretazione che evidentemente evolve sulla base della nostra conoscenza. In altre parole io non credo che costituisca un problema il fatto di ambire a una conoscenza che si sviluppi continuamente. Un passo della prima lettera di San Paolo agli apostoli dice: «Conoscete come sarete conosciuti». Anche nella tradizione cristiana la conoscenza viene indicata per l’umanità come un bene supremo e quindi penso che conoscere di più ciò che ci circonda non debba mai costituire un problema. Semmai il problema può nascere dal modo in cui decidiamo di disporre di quella conoscenza.
Allora prendiamo l’esempio concreto del papa che in Africa scoraggia l’uso del preservativo. In un contesto in cui potrebbe salvare milioni di vite. Come commenta quelle prese di posizione che fanno inorridire i laici?
Non è mio costume commentare le affermazioni del papa. Per me non c’è contraddizione tra scienza e fede. Da medico, per me la risposta a certi quesiti è chiara. Ma capisco anche che nella Chiesa su molte questioni c’è un dibattito aperto.
Eppure gli esempi di contrasto tra scienza e religione abbondano. Prendiamo la disputa sulla natura dell’embrione, se questo sia o no persona. I medici, anche alla luce delle più recenti scoperte psichiatriche e di neonatologia, sanno ormai che solo intorno alla 24esima settimana il feto sviluppa una “possibilità” di vita autonoma, ma che solo alla nascita si attiva il cervello, nasce il pensiero, e si può parlare finalmente di persona. Lei, da medico, cosa ne pensa?
Voi tirate in ballo questioni complesse che riguardano la scienza, la filosofia, la religione e i rapporti tra queste. Direi solo che all’interno della comunità scientifica ci sono ancora posizioni diverse sul tema. Personalmente io non mi sento di immaginare una nuova vita se non c’è nuovo Dna. Per me le cose cambiano dal momento in cui avviene la fusione dei patrimoni genetici.
Ma questo accade prestissimo. Vuol dire di fatto che l’aborto è un omicidio.
Io credo che l’aborto sia sempre un dramma per una donna. E che si debba fare il possibile per evitarlo. Ciò detto, è fuori di dubbio che uno Stato laico deve avere una legge sull’aborto. Io mi sono laureato negli anni 70, prima che fosse legale. Ricordo bene le donne che arrivavano in ospedale distrutte dalle mammane. Non possiamo certo tornare a quelle aberrazioni, la salute delle donne è più importante.

da Left-Avvenimenti 25 settembre 2009

Il nostro diritto di scegliere

Qando aveva 36 anni Ignazio Marino era un chirurgo del centro trapianti di Pittsburgh e aveva 50 medici, infermieri e tecnici da coordinare per rispondere alla disponibilità improvvisa di un organo. «Nei trapianti – spiega Marino – non basta la perizia del chirurgo. Deve funzionare al meglio anche la macchina organizzativa». Ma quella notte del 1991, quando arrivò la telefonata, Marino aveva già molte ore di lavoro sulle spalle e non c’era chi potesse sostituirlo in sala operatoria. «Che fare? – si domandò – Avrei dovuto rinunciare a un organo e alla possibilità di salvare la vita di un paziente?» Così alle quattro decise di far arrivare in ospedale il paziente che, rispetto agli altri, era in condizioni complessive migliori, non sentendosi la forza e la lucidità per casi più complessi. La mattina dopo, ricorda Marino nel suo nuovo libro Nelle tue mani (Einaudi) lo tormentava il pensiero di aver scelto un malato piuttosto che un altro in base a fatti personali. Fu il direttore del Centro trapianti a dirgli: «Ma ti sei visto in faccia? Se tu avessi deciso di operare un paziente grave, in una situazione così complicata, non gli avresti salvato la vita comunque».
Scienza e rapporto con la realtà. Idee chiare e responsabilità di decidere. Queste cose fanno parte ogni giorno del lavoro medico. Nel libro che il senatore del Pd presenta a Torino spiritualità il 27 settembre (in Palazzo Carignano alle 18) di casi in cui un chirurgo si trova necessariamente solo nel decidere ne racconta molti. Interrogandosi su quale sia il confine che, in una terapia, un medico non può comunque valicare. Alla luce della sua esperienza di  chirurgo e dopo due anni di appassionata battaglia a favore di una legge sul biotestamento, oggi Marino ribadisce che «la volontà della persona circa le terapie a cui sottoporsi o meno deve essere rispettata». Salvaguardando il diritto di autoderminazione. Un diritto minacciato dal ddl Calabrò approvato dal Senato e in discussione alla Camera. Un testo di legge che, come ha più volte denunciato, va contro la letteratura scientifica considerando idratazione e alimentazione artificiale come sostegni vitali e non come terapie mediche. Ma forse, avendo a cuore una legge progressista sul biotestamento, il legislatore dovrebbe prestare orecchio anche agli psichiatri che avvertono: bisogna non sottovalutare la possibilità che il rifiuto delle terapie da parte del paziente sia legato a una patologia mentale.

dal quotidiano Terra 25 settembre 2009

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Ru486, un’attesa infinita, fra anatemi e assurdità

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 31, 2009

La riunione fiume dell’Aifa per l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva si chiude a tarda sera con l’attesa approvazione. Con Portogallo e Irlanda eravamo l’unico Paese in Europa in cui non è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza anche per via farmacologica

di Federico Tulli

Mirella Parachini

Mirella Parachini

Con il via libera del Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) al protocollo sulla pillola abortiva Ru486 si aprono finalmente anche nel nostre Paese le porte a un farmaco usato in quasi tutto il mondo per le Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg). La definitiva autorizzazione al commercio del medicinale è arrivata nella tarda serata di ieri, a larga maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno solo contrario. Si mette così la parola fine su di un iter che definire biblico è un eufemismo (oltre 24 mesi invece dei sei previsti dalla legge a partire dalla richiesta di autorizzazione inoltrata dall’azienda produttrice Exelgyn), e che ha scatenato una nuova ondata di polemiche che, del resto, accompagnano il farmaco sin da quando il ginecologo Silvio Viale avviò nel nostro Paese la sperimentazione alla clinica sant’Anna di Torino. Era il lontano 2005.

Ignorando che dal 2003 anche la stessa Oms dichiara sicuro il farmaco abortivo, avendone definito tra l’altro anche le linee guida, i rappresentanti del centrodestra sia prima che durante la riunione dell’Aifa hanno dato sfogo alle più antiscientifiche teorie sulla pericolosità del farmaco. Chi sciorinando dati falsati chi accusando di omicidio le donne che decidono di abortire, la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, il leader di Forza nuova Roberto Fiore, e alcuni senatori del Pdl tra cui Laura Bianconi e Raffaele Calabrò hanno tentato in ogni modo di influenzare la decisione dell’Agenzia. Questo, nonostante nelle scorse settimane il Comitato tecnico scientifico si fosse già pronunciato in favore dell’approvazione della Ru486: «La pillola – si legge in una nota dell’Agenzia – può essere distribuita in Italia, in quanto ciò avviene anche in altri Paesi europei e la questione è stata affrontata sia dal Comitato europeo per i medicinali per uso umano (Chmp) sia dalla Commissione europea». L’unico impedimento alla distribuzione potrebbe giungere solo nel caso emergessero «nuove evidenze scientifiche che possano porne in dubbio le conclusioni» del Chmp e della Commissione, sulla base di «rischi potenziali gravi per la salute pubblica». Evidenze che al momento non ci sono. «I 26 decessi dal 1988» di donne che hanno usato la Ru486, che la Roccella in questi ultimi giorni aveva provato a usare come grimaldello per scardinare l’evidenza scientifica che parla di un farmaco sicuro, rappresentano, come ribadito da Viale, un dato infondato: «Se anche fosse vero, e non lo è, che sono morte 26 donne, il tasso di mortalità sarebbe 10 volte inferiore dell’aspirina che chiunque può acquistare in farmacia senza ricetta medica». Dal canto suo Carlo Flamigni, ginecologo ed esponente di Sinistra e libertà, ha sottolineato che la Ru486 costituisce una valida alternativa farmacologica all’intervento abortivo. Intervenire su una questione strettamente medica sulla base di pregiudizi ideologici genera solo confusione e paura». Mentre Fiore è partito a testa basta contro il diritto alla libertà di scelta delle donne definendo l’aborto «un assassinio disinvolto». Secca la replica di Sandra Cerusico della segreteria nazionale del Pdci. «Premesso che l’aborto non è una passeggiata di salute, e che nessuna donna vi ricorre con leggerezza, non si capisce perché in presenza di nuove possibilità offerte dalla farmacologia non si possa scegliere tra due diversi metodi. L’informazione è sempre utile e necessaria per una scelta consapevole ma non può essere presa a pretesto per portare avanti un violento attacco alla 194, che è una legge di civiltà». Dopo l’autorizzazione dell’Aifa la pillola giungerà negli ospedali a fine ottobre. Sulla base delle indicazioni del Comitato la Ru486 potrà essere utilizzata solo tramite i canali ospedalieri attenendosi «alle indicazioni e alla posologia autorizzate, nel pieno rispetto di quanto previsto dalla legge 194 e con un monitoraggio intensivo dell’impiego e degli eventi avversi». Non resta che aspettare.

La storia: VENTI ANNI DOPO

Inserita dal 2005 nella lista dei farmaci essenziali dell’Oms l’Ru486 è un «farmaco sicuro» pure per i più prestigiosi enti pubblici scientifici internazionali. Dall’Agenzia europea del farmaco, al Royal college of obstetricians and gynaecologists, dall’Agence nationale d’accreditation et d’evaluation en santé all’American college of obstetricians and gynecologists tutti concordano sul fatto che il mifepristone è un medicinale che può essere usato in alternativa all’aborto chirurgico. Non è un caso se i ginecologi europei (tranne in Portogallo e Irlanda) e statunitensi lo prescrivano oramai da 10 anni. Mentre sono addirittura 20 gli anni di ritardo dell’Italia rispetto a Francia, Cina, Svezia e Gran Bretagna. Il placet alla Ru486 riguarda, tra le tante, pure l’annosa questione della corretta applicazione dell’articolo 15 della legge 194, che prevede l’aggiornamento «sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Infine, di non poco conto è la questione del risparmio per il Ssn. Si stima che a fronte di un costo medio dell’aborto chirurgico di circa 1.100 euro, il trattamento farmacologico costerà mediamente 425 euro. Considerando una media annua di circa 130mila Ivg che incidono sul Ssn per 184 milioni di euro, e una percentuale di Ivg farmacologica che andrebbe dal 10 per cento del 2009 al 40 per cento del 2011, il risparmio complessivo per la Sanità in tre anni sarebbe di oltre 27 milioni di euro.

da Terra, il primo quotidiano ecologista, 31 luglio

il commento del ginecologo Carlo Flamigni: I timori riguardo all’uso della Ru486 sono un insulto alla donna

I timori sull’uso della pillola RU486 che nessuno e’ obbligato ad assumere sono un insulto gratuito alla donna che una certa cultura e’ una sorta di ianua diaboli. E’ quanto sostiene il pioniere della fecondazione assistita il ginecologo Carlo Flamigni per il quale quello dell’Aifa e’ “un atto dovuto”. Pur se arrivato con qualche mese di ritardo. “Ci sono delle linee-guida eccellenti – avverte Flamigni – per cui l’uso della pillola avverra’ sotto stretto controllo medico: la pillola RU486 e’ da moltissimo tempo impiegata in Europa e ora lo sara’ anche da noi”. Eppure ci sono tanti timori circa il suo impiego. “Dipende tutto da che idea si ha della donna – conclude il noto ginecologo – se la si ritiene, come e’, un essere umano consapevole e capace di decidere o se invece la si ritiene una sorta di ianua diaboli, una porta aperta al diavolo e penso che tutti i timori si leghino proprio a questa credenza millenaria”.   31 luglio 2009

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La scelta di Rebiya

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 8, 2009


Perseguitata in Cina per la sua lotta non violenta in nome dei diritti umani, la coraggiosa leader dello Xinjiang si racconta.

di Simona Maggiorelli

Kadeer foto2 copyright of the World Uyghur Congress

Rebiya Kadeer

«Sono contro la violenza. In qualunque forma. Da qualunque parte provenga. Quello degli Uiguri è un popolo pacifico. Noi oggi chiediamo con forza il rispetto dei diritti umani. Vogliamo avere libertà di parola. Vogliamo che la nostra lingua e la nostra cultura non siano cancellate nella nostra terra, il Turkestan orientale, la regione che i cinesi chiamano Xinjiang». Con queste parole, pronunciate con voce ferma e gentile, Rebiya Kadeer si presenta al nostro incontro. Nella sala da tè di un noto albergo romano frequentato da intellettuali e scrittori, la rappresentante del popolo uiguro, più volte candidata al Nobel, non si guarda intorno; ha un’urgenza: far sapere dell’oppressione che la sua gente subisce da parte del governo cinese nella vasta regione dello Xinjiang, vasta regione nel cuore dell’Asia . Con sguardo vivo e grande attenzione verso le persone con cui parla, Rebiya continua così il suo racconto: «La situazione di diritti umani da noi è andata peggiorando, specie dall’estate scorsa».La Cina ha approfittato dei giochi olimpici per un nuovo giro di vite. «Il governo cinese – spiega Kadeer – ha lanciato in tutto il mondo immagini televisive di propaganda mostrando alcuni Uiguri fra coloro che portavano la torcia olimpica. Questo per nascondere il reale stato delle cose, ovvero che 15mila persone sono state tacciate di terrorismo e fatte prigioniere per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in favore del nostro popolo. Il terrorismo internazionale purtroppo esiste – prosegue – ma non ha niente a che fare con noi. Il nostro Islam è diverso e non contiene idee di jihad o fondamentaliste». Come la coraggiosa attivista per i diritti umani racconta nel libro La guerriera gentile (edito da Corbaccio, in libreria dal 7 maggio) il popolo uiguro ha sviluppato una propria cultura, fin dalle radici piuttosto laica. Dal decimo secolo in poi, su questa base, gli Uiguri hanno sviluppato «un proprio Islam» sunnita, che sussume e trasforma influenze esterne e substrati autoctoni, in primis la tradizione sciamanica. La via della seta per secoli non è stata solo un’arteria di scambi commerciali ma, per i viaggiatori, anche luogo di incontro di filosofie e culture. Così il popolo uiguro, discendente da un’etnia nomade di origine turca, nei secoli, ha potuto realizzare un’identità indipendente, mantenendo rapporti di osmosi con i popoli vicini, specie sul versante russo.
Negli anni Cinquanta Mao siglò un patto con Stalin, per lo sfruttamento congiunto delle grandi risorse naturali della regione dello Xinjiang, ma «finalmente nel 1955 – ricorda Kadeer che allora aveva solo sette anni – la Cina ci promise di ridarci i nostri diritti. La vostra regione, ci dissero, da ora in poi si chiamerà regione autonoma Uigura». Peccato che il diritto all’autodeterminazione del popolo uiguro riconosciuto sulla carta e scritto nelle leggi cinesi, non sia mai stato rispettato da chi aveva scritto quelle norme. Cominciarono così già negli anni Sessanta massicce deportazioni di Uiguri verso altre aree della Cina, mentre sempre più cinesi salivano ai posti di comando in Xinjiang. Durante la rivoluzione culturale gran parte dei libri della tradizione uigura più antica furono bruciati, mentre ai bambini del Turkestan orientale, fin da allora si nega ogni possibilità di studiare a scuola, insieme al cinese anche la propria lingua, la propria letteratura e musica. «Con la scusa di evitare problemi di separatismo e di terrorismo, di fatto – rivela Rebiya Kadeer – nelle scuole cinesi ai nostri bambini viene fatto una sorta di lavaggio del cervello». Dopo l’attentato alle Torri gemelle, la lotta al terrorismo internazionale è stata la scusa con cui il governo cinese ha ordinato nuovi roghi di libri di storia e di cultura uigura, mentre «i maggiori
intellettuali e scrittori uiguri sono stati imprigionati». E se la diaspora degli uiguri fuggiti all’estero ha permesso comunque la conservazione di parte dei testi della tradizione in Giappone, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, dal 2001 per impedire che gli Uiguri potessero parlare all’estero della propria causa «lo Stato cinese ha tolto loro i passaporti».Ma la situazione più critica per i dirittiumani in Xinjiang è quella che si riscontra nelle carceri, come Amnesty international e altre organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato, ma senza avere risposta dalle autorità cinesi. «In prigione ti costringono a parlare con minacce e torture e tutto ciò che dici viene registrato. Spesso ti fanno spogliare completamente per vedere se nascondi qualcosa. Ma soprattutto – denuncia Rebiya Kadeer – applicano torture feroci, strappano le unghie e torturano i genitali, usando la corrente elettrica». Una realtà quella delle carceri cinesi in Xinjiang che Kadeer, purtroppo, conosce per esperienza diretta. Dopo essere stata indicata a modello dai politici cinesi come imprenditrice e dopo essere stata eletta nell’Assemblea del popolo, la donna è stata accusata di aver tradito segreti di Stato. Il pretesto sono stati alcuni ritagli di giornale sulla condizione del popolo uiguro inviati da Rebiya Kadeer al marito Sidik, poeta e intellettuale uiguro esule negli Usa. Dopo sei anni di reclusione, molti dei quali trascorsi in isolamento e in durissimi campi di rieducazione dove si lavora fino a perdere i sensi, Rebiya Kadeer è stata liberata nel 2005, grazie
a una forte campagna internazionale. Ma ancora oggi tre dei suoi figli sono in prigione nel Turkestan orientale e, per ricattare lei e il marito e fermare la loro battaglia, vengono torturati. Quando era già in esilio volontario negli Stati Uniti Rebiya ha subito un grave attentato e oggi è di nuovo “al centro dell’attenzione” dei servizi segreti cinesi, non solo per la sua intensa attività politica a favore del popolo uiguro, ma anche per questo suo nuovo libro, pubblicato già da qualche tempo in Germania e negli Usa, e ora tradotto in italiano. Una autobiografia forte e coraggiosa, scritto con linguaggio a tratti quasi poetico, ma in cui l’autrice lancia nette e pesanti accuse al governo cinese. Accuse a cui l’establishment politico di Pechino ha risposto accusandola di aver scritto solo menzogne. Ma Rebiya che nella vita ha affrontato situazioni durissime, dovendo più volte ricominciare tutto da capo,
non si arrende e non intende recedere di un millimetro. Dopo aver sperimentato la povertà estrema da bambina nei villaggi di montagna del Turkestan e la ricchezza conquistata come imprenditrice di successo, la schiavitù di sposa bambina e la passione per un uomo a lungo cercato e sognato, una vita libera e indipendente e la deprivazione sensoriale della cella di isolamento, a 62 anni Rebiya Kadeer non accetterebbe di rinunciare alla propria battaglia non violenta per la liberazione del suo popolo. «La Cina non riconoscerà l’indipendenza del Turkestan orientale, di questo sono consapevole. Ma qui non si tratta di fare una battaglia separatista, quanto di fermare la violenza che la Cina esercitasugli uiguri. È un fatto basilare che riguarda i diritti umani».
«Le donne, si dice, dovrebbero obbedire» accenna a un certo punto del libro Siddik, il marito di Rebiya scherzosamente. E poi aggiunge: «Lei non l’ha fatto. Per questo è potuta diventare quello che è». E in questa lunga battaglia per la fine dell’oppressione cinese sugli Uiguri  Siddik le è stato il primo alleato. «Un uomo e una donna si possono incontrare e possono creare una relazione d’amore che può portare a realizzare qualcosa di nuovo» ci dice Rebiya sorridendo. Poi prima di salutarci, aggiunge:”  Mi permetta di fare un ringraziamento. Vorrei dire grazie al Partito Radicale. Perché è grazie al lavoro politico dei Radicali se sono potuta andare al Parlamento europeo e denunciare la violazione dei diritti umani in Turkestan”.

da left-Avvenimenti, 8 maggio 2009

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Biotestamento. La nuova legge truffa

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 29, 2009

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Piergiorgio e Mina Welby


di Simona Maggiorelli

Una legge inemendabile” l’aveva giudicata già settimane fa il giurista Stefano Rodotà. Mentre Giovanni Berlinguer, per lunghi anni membro del Comitato di bioetica dell’Unesco, la giudica senza mezzi termini, “ l’ultima nuova fetenzìa, dopo la legge 40”. Perché questa nuova “legge truffa” sulle dichiarazioni anticipate non solo va contro l’articolo 32 della Costituzione e contro la convezione di Oviedo, ma configura una gravissima intromissione dello Stato nel rapporto medico- paziente. “Una legge pessima, confusa, contraddittoria, ma soprattutto liberticida” la definisce il vicepresidente del Senato, Emma Bonino che, dopo l’approvazione della legge al Senato, auspica una grande mobilitazione popolare di protesta.

Fin qui, però va detto, che nonostante l’encomiabile buona volontà degli oltre duemila emendamenti depositati dai Radicali (che si sono fatti veicolo delle istanze della cosiddetta società civile) l’opposizione parlamentare è apparsa, nel suo complesso, evanescente. In risposta agli antiscientifici discorsi del sottosegretario al welfare Eugenia Roccella che al Senato, contro ogni evidenza medica, ha parlato di idratazione e alimentazione artificiali come pane e acqua e di Eluana Englaro come una “grave disabile” che sarebbe stata “capace di conservare immagini e ricordi in qualche parte della sua mente”, la capogruppo Pd Anna Finocchiaro ha saputo solo auspicare un ritorno al concetto di “morte naturale” condannando la sopravvivenza artificiale garantita dalle macchine. Recuperando la critica della tecnica di un pensatore nazista come Heidegger ma, soprattutto, appoggiandosi alla critica della bioetica liberale di Jürgen Habermas, il filosofo che il Pd ha eletto nel proprio Pantheon.

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Luca e Maria Antonietta Coscioni

Un macabro rovesciamento che la sottosegretaria al welfare con tutta evidenza non ha espresso solo a titolo personale. Nei discorsi della pasionaria pro-life nonché autrice di un libro clamorosamente ideologico contro la Ru486, riecheggiano certi discorsi del Premier sulla possibilità che Eluana avrebbe avuto di avere figli, dacché i danni al tronco encefalico non erano tali da non consentirle di mantenere una certa temperatura corporea, di respirare autonomamente e di regolare il ciclo ormonale, insomma di mantenere una mera vita biologica. In barba al fatto che – come ha dichiarato più volte il neurologo curante di Eluana, Carlo Alberto Defanti – la donna non potesse provare dolore, affetti, fare immagini e pensieri. (Riguardo alla precisa distinzione fra coma , stato di minima coscienza e stato vegetativo persistente, il libro di Defanti Soglie Medicina e fine della vita ,Bollati Boringhieri, raccoglie le più recenti acquisizioni internazionali).

Beppino Englaro e un ritratto di Eluana

Beppino Englaro e un ritratto di Eluana

Alla luce di tutto questo che dire di un Pd che con il segratario Franceschini fa sua la critica di Habermas alla cosiddetta “genetica liberale” che sarebbe guidata solo “dai meccanismi del mercato”? Che dire del segretario del principale partito di opposizione che (quando perfino Gianfranco Fini riconosce l’importanza della laicità delle istituzioni) definisce la religione non un fatto privato, ma intrinseco alla riflessione pubblica e all’attività politica?cop_defanti1

lecaldanoChe le religioni debbano avere una rilevanza sul piano legislativo, mi pare assolutamente inaccettabile”, commenta il filosofo Eugenio Lecaldano. ”Non sono un esperto di cultura tedesca – dice l’autore di Un’etica senza dio (Laterza)-. Ma quello che posso dire essendomi a lungo occupato dell’area anglosassone è che là non è mai accaduto che le Chiese potessero avere un’ingerenza sulle faccende dello Stato. Da noi in Italia questo passa per un pregio. A me pare un grave difetto”.


da left-avvenimenti del 27 marzo 2009

L’intervista

E’ tempo di dirsi atei

Un'opera di Maurizio Cattelan

Un'opera di Maurizio Cattelan

Trofeo del nascente Pdl la legge sul testamento biologico che va contro la Costituzione e la scienza medica. Il presidente della consulta di bioetica, Maurizio Mori, avverte: “E’ un segno della regressione culturale che il Paese sta vivendo”. Anche per un’opposizione afasica che ancora stenta a far sue le acquisizioni della scienza

di Simona Maggiorelli

Al grido “assassini, siete degli assassini”, un gruppo di giovani esponenti del movimento ultra cattolico Pax Christi irrompe nel convegno organizzato dall’Università la Sapienza, dal titolo “Le questioni etiche di fine vita fra riflessione filosofica e intervento legislativo”, una giornata di studi con medici, filosofi, giuristi a confronto: da Ignazio Marino a Stefano Rodotà, da Mario Riccio a Eugenio Lecaldano, da Gilberto Corbelli a Demetrio Neri, alla giornalista scientifica Gianna Milano e a molti altri.
E l’episodio accaduto venerdì 13 marzo nella università romana dove 67 docenti sono stati “messi all’indice”per aver segnalato in una lettera l’inopportunità di un intervento del papa ad apertura dell’anno accademico, la dice lunga sul clima che sta vivendo il Paese. Dal vivo, in aula, il filosofo Eugenio Lecaldano ha stigmatizzato l’aggressione come “fascista”. Oggi il presidente della Consulta di bioetica, Maurizio Mori, ripensando a quella ridda di interventi deliranti che accusavano il dottor Riccio di aver assassinato Welby e Beppino Englaro di aver deportato la figlia nell’ultimo hospice, pacatamente osserva: “Il fatto è che non sollevavano domande o obiezioni argomentate. I loro discorsi fumosi coprivano le solite tesi cattoliche di stampo vitalista”. Dietro a questo episodio, aggiunge il professore, c’è il fatto che “il cambiamento rapido cui stiamo assistendo genera paura o addirittura terrore e sgomento: queste manifestazioni sono un risultato dello stato d’animo che c’è in alcuni strati della società”.

La ricerca genetica e lo sviluppo delle biotecnologie, ma anche la moderna psichiatria, impongono un salto di paradigma scientifico. Da qui la feroce opposizione delle ideologie più oscurantiste, clericali e di destra?

Non è solo per il salto di paradigma. È che la rivoluzione biomedica cambia i parametri del vivere (e anche della produzione di beni). L’incomprensione di questo crea disastri, ma i clericali hanno capito il problema e cercano di fare il possibile per frenare il processo che sta creando loro enormi difficoltà (si pensi alla fecondazione assistita). Quel che manca è un corrispettivo di segno opposto che dovrebbe ispirare il programma di rinnovamento sociale.

La nuova legge sul testamento biologico, al comma 1, dice che la vita è indisponibile per chi la vive. Di chi sarebbe di dio? Dello Stato?

E’ la tesi tradizionale dei conservatori. Cercano una nuova restaurazione. Siccome il momento è a loro propizio, l’hanno riproposta. Quel che mi colpisce è la debolezza della Sinistra o comunque dell’opposizione, che si lascia incantare dalle sirene del neo-luddismo e dell’anti-tecnicismo tanto diffusi. Assistiamo a una regressione civile. Il discorso sarebbe molto ampio,chiederebbe un saggio.

I credenti, con Heidegger, demonizzano la tecnica. Ma la osannano se consente la vita solo biologica di chi è in stato vegetativo permanente. Un suo pensiero su questa discrasia?

Dietro c’è l’idea che la naturalità sia sempre buona. La discrasia sta nel fatto che non si rinuncia alla (cattiva) tecnica medica rianimatoria o nutritiva quando si tratta di un stato vegetativo permanente dove invece si dovrebbe rispettare la (buona) natura che porta a morte. Credo si debba cambiare il quadro e riconoscere da una parte che la natura è in sé indifferente e dall’altra che, in un senso, la cosiddetta “natura” è ormai un prolungamento della tecnica. Insomma, è la storia del “parco naturale”, che è frutto di una scelta umana di recintare tecnicamente un appezzamento e dire che lì vige ancora la “natura”.

Dopo le leggi sul divorzio e sull’aborto, la legge 40 e quest’ultima sulle dichiarazioni anticipate segnano una pesante regressione. Che cosa è accaduto nel frattempo?

Quello che posso dire è che vedo una grande confusione teorica, e un duplice errore: da una parte si continua a sperare che ci sia un “dialogo” o una qualche mediazione con la Chiesa. Dall’altra se ne sopravvaluta il ruolo politico. Forse anche perché non c’è stato l’impegno a costruire un’alternativa sul piano etico.

Habermas e Ratzinger

Habermas e Ratzinger

Il maggior partito di opposizione, il Pd, ha fatto suo il pensiero di Habermas sulla bioetica. Con quali danni?

Il Pd, in realtà, mi pare abbia pressoché tutte le posizioni disponibili. Come si è visto nel voto in consiglio comunale a Firenze per la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro: 3 posizioni diverse. La radice dell’errore sta nel non capire la valenza politica e sociale delle posizioni bioetiche; il Pd le considera questioni “di coscienza”, stravolgendo così i discorsi sulla “libertà di coscienza”.

Nel libro Il caso Eluana Englaro (Pendragon) lei riporta al centro del dibattito una parola che oggi è ostracizzata da maggioranza e opposizione: l’ateismo. Che, lei dice,“è cosa diversa dal tiepido agnosticismo”.

L’agnosticismo mi pare tiepido perché continua ad assumere come centrale la domanda “religiosa” cui però non si riesce a dare risposta. Invece l’ateismo assume che quella domanda sia priva di senso, e quindi neanche da considerare. Il punto è che oggi per la prima volta nella storia la società secolarizzata presenta un alto numero di atei, e si tratta di riformulare la visione della vita partendo da tale nuova impostazione che una volta era limitata a pochissimi.

da left-avvenimenti del 27 marzo 2009



Biotestamento

I media? Armi di distrazioni di massa

cover-garofaloI media usati come armi di distrazioni di massa. Con il conduttore Bruno Vespa che a Porta a Porta su Rai 1 accusa il padre Beppino Englaro e i medici di mettere alla fame Eluana, una donna di 38 anni purtroppo morta 17 anni anni prima, quando ne aveva 21 e in una notte d’inverno fece un terribile incidente d’auto. Come hanno testimoniato l’anestesista De Monte e il neurologo Defanti lo stato vegetativo e i danni cerebrali subiti da Eluana, dopo così lungo tempo, erano irreversibili. Ma ancora oggi il caso viene strumentalizzato dal governo Berlusconi per imporre leggi liberticide. Con l’appoggio non solo dell’Avvenire e dei giornali di destra, ma anche di giornali presunti di sinistra che in questi mesi hanno sovrapposto storie di pazienti in coma a quella diversissima di Eluana, per confondere la testa del lettore. Una ridda di colpi bassi che – va detto – mai sarebbero stato possibili sulla stampa anglosassone. Ma tant’è. Da noi il giornalismo scientifico è ancora appannaggio di una elite. Lo racconta il docente di ricerca semiotica Francesco Galofaro nel libro Eluana Englaro, la contesa di fine vita (Meltemi),in un interessante confronto fra Italia e il resto d’Europa. “ La medicina va mantenuta in grado di funzionare e tutela da invasioni di campo giuridiche, politiche, filosofiche- scrive Garofalo -. Perché possa svolgere il proprio compito la scienza medica non va delegittimata. Non ha alcun senso mostrificarla, come fanno tanto alcuni bioetici che si direbbero laici e molti giuristi cattolici”.

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ECLISSE DI SCIENZA

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 18, 2005

Da Avvenimenti 17.11.05
speciale Eclisse di scienza
La Genesi al posto di Darwin? La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta né in cielo né in terra», dice l’astrofisica Margherita Hack
di Federico Tulli

L’astrofisica Margherita Hack: “La libertà è la cosa più importante. La ricerca applicata non decolla se non poggia su una buona base di ricerca pura. La Genesi al posto di Darwin? La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta né in cielo né in terra

«Il progresso scientifico del nostro paese è sotto attacco, soprattutto a causa della legge 40 sulla fecondazione assistita». Margherita Hack, astrofisica tra le più importanti nel panorama scientifico internazionale, attacca: «Quella è una legge che viola la libertà dei cittadini e frena una ricerca scientifica che sembra possa dare risultati straordinari nella cura di malattie gravissime come diabete, Parkinson, Alzheimer. In pratica è come tornare indietro ai tempi di Galileo».

L’anno horribilis per la ricerca scientifica in Italia deve fare i conti anche con la riforma Moratti dell’università e con una Finanziaria che priverà le università italiane di fondi per 400 milioni di euro. Ma forse non tutto è perduto.
«Per fortuna ci sono ancora alcune isole felici – assicura la Hack – in settori come la fisica e l’astrofisica, con laboratori europei come il Cern di Ginevra, l’Osservatorio europeo a Santiago in Cile, quello a Garching in Germania o come l’Agenzia spaziale europea. Centri che permettono alla partecipazione italiana di fare ricerca anche con pochi fondi. Ma in altri campi organizzati diversamente i fondi per la ricerca non ci sono».

Che idea si è fatta della riforma della ricerca universitaria appena passata?
Porta alla morte dell’università. Perché eliminerà il ruolo dei ricercatori nel 2013 e fino ad allora ne trasforma il rapporto di lavoro in un contratto a termine di tre anni più tre. Questo vuol dire stroncare ogni possibilità per quei giovani che hanno già dato prova di essere buoni ricercatori: quando si presentano ad un concorso spesso hanno già, oltre ai cinque anni di università, quattro anni di dottorato e quattro e più anni presso istituti italiani e stranieri.

E dopo che prospettive avranno?
C’è la prospettiva di vincere la cattedra, ma solo nell’eventualità che l’università abbia i soldi per pagarla» Più spesso si arriva a quarant’anni da precario, quando oramai si è troppo vecchi per il mercato del lavoro. Così si toglie ogni sicurezza negli anni più delicati. Perché il contratto a termine non prevede pensione, maternità, assistenza malattie e non permette nemmeno di avere un mutuo per la casa. Così i migliori andranno all’estero, è inevitabile, e gli altri rimarranno frustrati. Statisticamente, invece, le più grandi scoperte, soprattutto nelle materie scientifiche, i ricercatori le fanno da giovani. Ma non solo. Ne risente anche la didattica. Quella più pesante dei primi anni, è ben noto, poggia sulle spalle dei ricercatori .

Che ne è di un’Italia abituata ad essere avanguardia scientifica e umanistica ma anche tecnologica?
Altro che avanguardia, siamo in retroguardia. Se non ci fossero Portogallo e Grecia saremmo il fanalino di coda. Non siamo già più competitivi, perché nell’alta tecnologia c’è bisogno di innovazione. Non basta fare scarpe e vestiti.

Il presidente del Senato Marcello Pera ha detto alla Columbia University che i ricercatori italiani hanno un’alta produttività e qualità scientifica. Una bugia?
No, non è una bugia. Se si guarda alle statistiche gli italiani sono ancora ad un ottimo livello. Alla pari con francesi, tedeschi e inglesi.

Lo Stato deve stabilire come funziona un laboratorio?
Il problema è che trattano la questione come se si trattasse di un ‘industria. C’è un eccesso di burocrazia. Chi vuole avere fondi per una ricerca perde il novanta per cento del tempo a riempire moduli. Ma la destra non si proponeva di liberalizzare? Senza contare che in istituti di ricerca come il Cm non è il consiglio scientifico a decidere, ma il consiglio di amministrazione. È tutto strutturato come un’ azienda che debba immettere sul mercato, al minor prezzo, e più rapidamente possibile, nuovi prodotti.

Nel far ricerca lo scienziato non dovrebbe essere libero?
La libertà è la cosa più importante. Invece si vuole irreggimentare tutto. La ricerca applicata non decolla se non poggia su una buona base di ricerca pura. Si possono fare tantissimi esempi di ricerche che sembravano avulse da applicazioni pratiche che poi si sono rivelate fondamentali nella nostra vita. Basta pensare alla scoperta di Einstein dell ‘effetto fotoelettrico, per cui prese il Nobel. Telefonini, cellule fotoelettriche che ci aprono le porte, satelliti che guidano le macchine sono il risultato di quella scoperta.

Dagli Usa, dove Einstein poté operare liberamente, oltre alla privatizzazione della ricerca scientifica, stiamo importando anche le imposizioni e i limiti imposti dalle lobby politico-religiose?
A me sembra più che altro una forma di fondamentalismo. A cominciare dalla lotta contro l’aborto, per bloccare la ricerca sulle cellule staminali, per mettere fuori dalla porta Darwin. Ho lavorato a lungo negli Stati Uni- ti e ho notato una dicotomia fra ottime università, con docenti che lavorano ad altissimo livello, e una massa di popolazione che ha senso critico bassissimo. In Italia quando si parla con un contadino, con un operaio, si parla con persone che ragionano con la propria testa. Negli Usa non è così. Da noi la cultura è più diffusa. O perlomeno lo era. Finché la tv non lava il cervello a tutti.

Anche da noi Darwin sta passando brutti momenti da quando la ministra Moratti vuole sostituire la Bibbia ai testi di scienze.
La Bibbia come testo scientifico è una cosa che non sta ne in cielo ne in terra. n solo fatto che ci fosse bisogno di nominare una commissione di esperti per giudicare se si poteva insegnare Darwin, la dice lunga. Il peggior governo democristiano era di gran lunga migliore dell’attuale.

Perché anche la sinistra non ha preso una posizione chiara riguardo alle cellule staminali embrionali?
Nel centrosinistra c’è la Margherita, legata alla Chiesa. Ma si ha anche paura di essere troppo di sinistra. Anche nei confronti della ricerca scientifica non è che i governi di centrosinistra abbiano brillato, ma certo non si arrivò ai limiti attuali. La riforma universitaria de11980, la prima dall’anteguerra, che segnò il passaggio da un ‘università d’elite ad una di massa, fu una buona legge perché istituì il ruolo dei ricercatori e degli associati. Ma è stata disattesa in molti aspetti. I ricercatori avrebbero dovuto spendere la maggior parte del loro tempo a far ricerca e invece sono stati oberati da ore e ore di insegnamento ripetitivo. Senza contare il peso dei baroni.

Ha qualche soluzione da proporre?
Intanto distinguere bene tra professore a tempo pieno e a tempo determinato. Poi, fare concorsi per ricercatore e promuovere i più validi. La serietà del concorso dipende dalla gente, dalla mentalità, dalla nostra educazione in cui ci sono isole serie, ma anche mancanza di senso dello Stato, di rispetto delle regole. Mali endemici che si stavano lentamente correggendo e ora vanno peggiorando drasticamente con l’attuale governo .

Da Avvenimenti 17.11.05
HELLO DOLLY
Staminali e donazione terapeutica. Inghilterra, Belgio e Andalusia le punte avanzate della ricerca. Ma a Bruxelles i conservatori gli fanno guerra
di Simona Maggiorelli

Una distanza siderale sembra essersi aperta ormai fra l’Italia e buona parte d’Europa perciò che riguarda la ricerca scientifica. Sul nostro paese grava la zavorra dei divieti alla sperimentazione sugli embrioni, il credo creazionista della ministra Moratti che ha fatto sparire Darwin dai programmi scolastici. Pesano i ritardi nell’impiego di farmaci come la pillola abortiva. Gli attacchi alla legge sull’aborto che arrivano anche dal Comitato nazionale di bioetica che, sotto la guida del professor Francesco D’Agostino, appare come una dépendance della Cei. Ora Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita, aspirerebbe a portare sulla stessa linea, cattolica e oltranzista, l’European Group on Ethics (Ege), il comitato di bioetica della Commissione europea del presidente José Manuel Barroso.
Casini vi è da poco stato eletto, per il mandato 2005-2009, prendendo il posto dì Stefano Rodotà. E già infuriano le polemiche. “Troppo conservatori e senza competenze scientifiche” sono le accuse rivolte da più parti al nuovo organismo. Di fatto l’Ege sarà chiamato a esprimere, su richiesta della Commissione, pareri su questioni etiche nelle scienze e nelle tecnologie. E se è pur vero che in materia di bioetica l’Unione non può legiferare, è facile prevedere che il controllo passerà anche attraverso la concessione dei fondi per la ricerca. In Italia accade già da tempo.
In Europa il vento conservatore e cattolico si è fatto sentire con la risoluzione presa, in gran fretta, dalla commissione per bloccare un presunto traffico di ovuli in Romania e con la recente lettera di un centinaio di deputati conservatori e verdi a Barroso perché non finanzi i progetti sulle staminali. E, mentre sì prepara il varo del settimo Piano della ricerca che deciderà le linee Ue dei prossimi ann, è in atto uno scontro fortissimo fra le posizioni oscurantiste di una manciata dì paesi, in testa l’Italia, e la grande apertura alla ricerca biomedica di Inghilterra, Belgio, Spagna.

Per iniziativa dell’associazione Luca Coscioni e dello Sdi Radicali un importante confronto a più voci su questi temi ha già preso il via la settimana scorsa a Bruxelles. Anche in vista dì un congresso mondiale della ricerca scientifica che si terrà dal 16 febbraio 2006 a Roma. “Le convinzioni religiose non dovrebbero intervenire nelle questioni che riguardano la scienza dice Marco Cappato, presidente della Coscioni -. Eppure assistiamo sempre più a falsificazioni di ipotesi e teorie, alla pretesa di sussumere e imbrigliare una ricerca, per sua natura mobile, dinamica, in un’ideologia. Al punto di arrivare a fare leggi che impediscono ai cittadini accesso alle cure» .
E dì una vera urgenza di rendere “transnazionali i valori della speranza e della dignità, della uguale dignità di tutti gli individui” parla in un messaggio audiovideo all’assemblea di Bruxelles, Luca Coscioni, il giovane ricercatore universitario che da dieci anni sta combattendo una coraggiosissima battaglia contro la sclerosi laterale amiotrofica. “Essere malato e vivere la politica e la bioetica sulla propria pelle non è cosa facile” dice Coscioni, denunciando la demagogia politica, quella bassa, “bassissima politica che vuol far leva sulla paura e sul senso di colpa e dì peccato”.
“Non si possono, per ragioni strumentali – gli fa eco l’inglese Graham Watson, capogruppo dell’Alde, l’alleanza dei liberali e democratici al Parlamento europeo – imporre limiti alla ricerca”. La Carta europea parla esplicitamente di difesa della libertà di ricerca e l’accordo di Lisbona ne prevedeva il finanziamento. Ma i modi per bloccarla possono essere tanti e più indiretti. Basta guardare al conflitto fra il consiglio della Commissione europea e l’Ufficio europeo dei brevetti che spesso hanno espresso posizioni contrastanti. Così anche se una ricerca è stata finanziata, la si può fermare negando ai ricercatori la possibilità di brevettare la propria scoperta. Trasformando uno strumento come il brevetto, nato per tutelare la paternità di una ricerca, in una sorta di cappio per la libertà di ricerca. “E con tutti i contraccolpi che ciò determina sugli investimenti da parte delle aziende – dice Roberto Defez del Consiglio nazionale delle ricerche – , specie quelle farmaceutiche, che devono spendere grosse cifre in macchinari e sperimentazioni, per vedersi poi negare la possibilità di brevettare il prodotto». Ma a questo più o meno subdolo modo di mettere il bastone fra le ruote della ricerca ha di recente dichiarato guerra il Belgio che consente la donazione terapeutica per produrre parti di organi: “Con la terapia germinale – spiega Philippe Monfìs del ministero belga della scienza e dell’economia – si può intervenire a livello genetico riuscendo a trattare la malattia non solo per il singolo ma anche per i suoi discendenti”. Il Belgio ha dato il via libera, così, a brevetti di biotecnologia germinale, permettendo di brevettare parti del corpo umano e scontrandosi con la direttiva europea del 1998, che invece vieta del tutto questa possibilità. “Ci troviamo in una posizione paradossale spiega Monfis -. possiamo fare ricerca avanzata in terapia germinale, ma poi non possiamo brevettare le scoperte” .
E ribadendo gli intenti del governo belga, avverte: “Siamo convinti che quella europea sia una norma ormai superata e che rimetterla in discussione sia utile all’Europa”. Libertà di ricerca a trecentosessanta gradi, precisa il senatore belga Antoine Duquesne, più volte ministro, “ma con alcuni paletti. In Belgio – dice la ricerca deve avvenire in laboratori omologati, sotto il controllo di medici specializzati e di comitati di bioetica composti da altri colleghi scienziati. E per quanto riguarda le tecniche, in accordo con la risoluzione Onu. non è permessa la clonazione umana, né si possono utilizzare embrioni per fini commerciali o intervenire nella selezione di caratteri che non riguardino strettamente la cura di una malattia». I due cardini della ricerca per Duquesne e il suo governo sono la dignità umana e l’autonomia. “Per questo, se fosse possibile – aggiunge – non esiterei a denunciare per omissione di soccorso chi si batte per togliere i finanziamenti a questo tipo di ricerca”. Ma se in Belgio, come del resto in Inghilterra dove è possibile la clonazione terapeutica (fissando al quattordicesimo giorno il termine di sperimentazione sugli embrioni), la ricerca scientifica più avanzata vanta parecchi decenni di storia, la vera sorpresa sulla scena europea degli ultimi anni è rappresentata dall’Andalusia: il sud povero e agricolo della Spagna. di recente, ha avuto il suo riscatto, anche economico, grazie alla scelta lungi mirante di puntare sulla ricerca scientifica. «Da più di venti anni il governo autonomo progressista racconta la ministra andalusa della Sanità Maria Jesus Montero – punta sul welfare e sul sistema sanitario. Il risultato è che oggi abbiamo uno dei più forti e strutturati sistemi di assistenza sanitaria d’Europa, con 1500 centri. 36 ospedali, servizi integrati di emergenza. Ma la parte più viva e produttiva precisa – è il settore di ricerca biomedica, che riguarda la medicina rigenerativa e la clonazione terapeutica. ovvero il trasferimento del nucleo da una cellula all’altra». Senza dimenticare che la prima banca di linee cellulari europea è nata proprio in Andalusia. «Abbiamo anche costretto il governo nazionale a fare una legge più avanzata su questi temi e, quando Zapatero è andato al governo, ha esteso il modello andaluso a tutto il paese creando la prima banca nazionale spagnola di linee cellulari». Un bel salto per la regione che è stata sempre considerata la più arretrata di Spagna: “All’inizio la decisione fu scioccante per una parte della popolazione, ma, nel tempo, ha funzionato bene la comunicazione, il lavoro di informazione che hanno fatto gli scienziati aprendo i laboratori. E ora c’è un patto sociale fortissimo fra chi fa ricerca e chi ha bisogno di cure”.

IN FUGA DALL’UNIVERSITA’

Aumenta il consumo di psicofarmaci. Mentre, nelle università, l’organicismo blocca la ricerca.
di Paolo Fiori Nastro*

Descrivere cosa succede nel mondo della ricerca psichiatrica vuol dire confrontarsi con questioni complesse, insidiose e di difficile soluzione. Tante sono le domande e poche le certezze. Intanto partiamo dai dati concreti: le statistiche indicano che la malattia mentale affligge circa il 2,5-3 per cento della popolazione. 500mila sono le persone che in Italia soffrono di schizofrenia mentre in Europa sono circa 18 milioni le persone che soffrono di depressione e questa malattia che nel 1999 occupava il quinto posto tra le malattie disabilitanti si ritiene che nel 2020 salirà al secondo posto, superata solo dalle malattie cerebrovascolari. I dati appena riportati rendono ragione del fatto che la ricerca psichiatrica venga considerata uno dei terreni in cui è necessario investire maggiormente in risorse sia umane che economiche. Ancora qualche numero riguardo l’uso degli psicofarmaci: in Italia ogni 100 abitanti vengono vendute 128 confezioni di benzodiazepine (meglio note come ansiolitici e ipnotici), 50 confezioni di antidepressivi e 20 di antipsicotici (farmaci utili nelle malattie più gravi come la schizofrenia). E ancora: negli ultimi 2 anni le prescrizioni di cosiddetti stabilizzatori dell’umore (una volta utilizzati solo nella psicosi maniaco depressiva) è aumentato di ben 5 volte. Ma va detto anche che, a differenza di quanto è accaduto con altre terapie farmacologiche in cui la scoperta del farmaco capace di agire sulla causa ha contribuito a debellare malattie che erano state fino a quel momento mortali, in psichiatria l’uso degli psicofarmaci, pur avendo contribuito a trasformare le forme dell’assistenza (ad esempio la chiusura dei manicomi), non ha minimamente inciso sul numero di malati che quotidianamente si rivolgono ai centri pubblici e privati chiedendo una cura per la loro sofferenza.
Un altro dato su cui è opportuno soffermare l’attenzione: pressoché quotidianamente leggiamo di persone che del tutto inspiegabilmente compiono delitti efferati che ci lasciano sbigottiti per la loro ferocia e attoniti per la loro incomprensibilità. Quasi sempre gli autori di questi delitti erano in cura da uno psichiatra o erano stati visitati in un’epoca di poco antecedente al delitto. Su 712 delitti commessi sul territorio nazionale 88 sono opera di malati di mente, ma questo numero è sicuramente approssimato per difetto dal momento che molti autori di omicidi vengono considerati capaci di intendere e volere e per questo classificati come sani di mente anche se, in realtà, non lo sono. L’esistenza di questi delitti, oltre a quanto abbiamo sottolineato in precedenza, obbliga a riflessioni profonde sulla natura umana, sulla sua sanità e sulla sua malattia, sulle strade lungo le quali ci si ammala e sui percorsi attraverso i quali si possa guarire, ma soprattutto sulla possibilità di studio e conoscenza della mente degli uomini. La scarsa inclinazione del mondo accademico a rompere certe regole ormai consolidate fa sì che la ricerca universitaria fedele fin dalle sue origini ad una impostazione organicista ha cercato e continua ottusamente a cercare un’oggettività assai lontana dalla vera esperienza clinica. Fuori dal mondo accademico invece, in una condizione di totale libertà da schemi prefissati, si sono sviluppate ricerche assolutamente originali come quella dello psichiatra Massimo Fagioli. Da ormai 30 anni Fagioli, all’interno dei seminari di analisi collettiva, coniugando una rigorosa prassi terapeutica con lo studio della realtà umana non cosciente, è riuscito a portare avanti una decisiva ricerca di conoscenza della mente umana. E’ da esperienze come questa che dobbiamo trarre le basi per le ricerche future attraverso le quali rispondere agli infiniti interrogativi che la realtà umana continuamente pone a chi la vuole studiare e conoscere.

* docente di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma

IL RADICALE CAPEZZONE: “NON METTETECI IN CROCE”
«Sto nell’Unione ma difendo la legge Biagi e la laicità dello Stato». Parla il segretario dei Radicali Daniele Capezzone.
di Marco Romani

“Spero solo che l’operazione politica che stiamo tentando di costruire con i socialisti non sia un accrocco elettorale, un tricicletto”. Daniele Capezzone – da qualche settimana neontermato segretario dei Radicali italiani nel congresso che ha sancito il passaggio dcl partito nell’Unione – non vuole passare per il “restauratore” di vecchie case politiche. «Vogliamo creare un vero e nuovo soggetto politico con alcuni obiettivi precisi. Il primo è quello della laicità dello Stato».

Prima il vostro slogan era “liberali, liberisti, libertari”, ora è caduta la parola “liberisti”. Un segno delle nuove alleanze?
Usciamo dalle letture ideologiche. Sogno di vivere in un paese in cui si affrontano questioni concrete. Lo, ad csempio. sono favorevole alla legge Biagi ma condivido la critica secondo la quale con queste norme a stare sul mercato sono solo i lavoratori. Una società in cui solo qualcuno rischia è ingiusta, sogno una società in cui tutti devono correre per farcela: imprenditori, professionisti e servizi.

È di destra o di sinistra l’abolizione degli ordini professionali?
Dia lei la risposta.Se per sinistra si intende la difesa dei più deboli, allora è di sinistra. Veniamo da un decennio in cui le riforme di mercato ognuno le ha fatte sul blocco sociale degli altri: il governo del centrosinistra ha fatto la riforma liberale sul commercio, il centro destra sul lavoro subordinato. Occorre portare l’intero paese a giocare una partita di competizione e concorrenza.

È convinto che mettere tutti sul mercato migliora la qualità della vita?
L’Italia è un paese dominato da lobby e corporazioni che stanno al caldo. Berlusconi si era presentato come il capo del partito liberale di massa ma ha finito per fare il “professional day” che io ho ribattezzato il “corporation day”. E questo è il suo maggior fallimento. Blair ha lanciato una sfida intelligente e suggestiva. Ha detto: gli anni Ottanta sono stati gli anni dei sindacati, i Novanta dell’economia, i Duemila devono essere gli anni dei servizi e della possibilità di scelta dcl consumatore. Questa è la sfida della sinistra moderna. Parole come rischio, talento individuale, merito devono entrare nel patrimonio della sinistra, non le si può regalare ad una destra che ha scelto privilegio, tutele, corporazioni.

Come fa a rischiare un giovane del call center con 600 euro lordi al mese?
C’è poco da rischiare: ha la certezza di vivere un’esistenza indecente, sul bordo di un precipizio. Il giovane del call center spesso è un laureato in giurisprudenza che tenta da anni di fare il concorso per poter entrare in un ordine professionale blindato.
Prodi propone di far costare molto di più il lavoro flessibile rispetto a quello a tempo indeterminato. Lei è d’accordo?
È ragionevole, così come ridurre il cuneo fiscale attuale per cui oggi un datore di lavoro dà tantissimo e il lavoratore riceve pochissimo. Nel quadro dell’abolizione delle supertutele solo per una parte della società c’è da fare anchc un’altra riforma liberale e di sinistra. Quclla del welfare. Oggi c’è un pezzo di società che se cade ha sette materassi, e un’altra che non ha né materassi né reti.

Ovvero?
Il meccanismo della cassa integrazione pro-Fiat è una cosa indecente: valanghe di denaro pubblico sono andate in settori non più trainanti. Serve invece il sussidio di disoccupazione.

Volete privatizzare tutto tranne la scuola. Non è una contraddizione?
Sì, siamo per una scuola pubblica e laica, anche se non vogliamo il mantenimento dell’esistente. lo sono contrario al finanziamento diretto della scuola privata, sarei,e sottolineo sarei, favorevole al buono scuola così è la famiglia a scegliere dove mandare il figlio. Ma per arrivarci andrebbe prima abolito il valore legale del titolo di studio. Oggi il buono scuola non è altro che un finanziamento agli istituti cattolici.

Emergenza informazione. Come rompere il monopolio Raiset? Cancellare subito la Gasparri?
La Gasparri è l’abito su misura per salvaguardare il monopolio. E ha sclerotizzato il dominio dei partiti sulla Rai.

Siete per la privatizzazione di una rete Rai?
L’idea di vendere una rete non mi convince: avremmo un corpicino esile stretto fra due giganti.

Il digitale è davvero un modo per aprire il mercato?
Ma non scherziamo. Semmai il problema è ragionare sulla crisi della tv generalista. Il monopolio Raiset fa una televisione per anziani, una fascia elettorale enorme, ma con un orientamento statico e conservatore.

Zapatero è diventato un vostro modello. Il suo primo atto è stato il ritiro dei soldati dall’Iraq. AI vostro congresso Emma Bonino ha invece detto che oggi non si può abbandonare il paese ai tagliatori di gole. Siete con il presidente spagnolo solo sui matrimoni gay?
Ci sono tanti aspetti che apprezzo di Zapatero. Uno è il fatto che ha mantenuto in piedi buona parte delle norme economico sociali volute da Aznar. Sull’Iraq, come tutti sanno, i Radicali erano contrari alla guerra proponendo invece l’esilio di Saddam. Oggi l’importante è che la parola d’ordine non sia “tanti saluti”, poi le forme della nostra presenza in Iraq sono molte. La logica è: tutti in Iraq, non per forza con i militari. A me piacerebbe chiedere a Chirac o Putin, che hanno fatto affari fino all’ultimo con Saddam che diano un contributo vero per la ricostruzione.

L’unilateralismo dell’amministrazione Bush si fonda sulla logica della guerra infinita. Se andrete al governo come deciderete quando partecipare alle missioni militari? Dovrà esserci l’ok dell’Onu o basterà quello della Nato?
L’amministrazione Usa tende a quest’ultima scelta, facilitata se l’unica risposta dell’Europa è “non ce ne frega niente”. Dobbiamo organizzare una risposta europea che vada oltre le masturbazioni sul soft power che nessuno ha ancora capito cos’è. Una strategia aggressiva, ma non militare, contro i dittatori si può immaginare. Sono un nonviolento, per me l’ipotesi militare è l’estrema ratio, vorrei però che le altre “rationes” fossero messe sul tavolo. Non vorrei scivolare in una certa indulgenza della sinistra verso i dittatori, ne nel kissingerismo. Se l’Unione va al governo bisogna evitare la situazione per cui nelle piazze si sta con Bertinotti e poi l’onorevole Minniti si mette l’elmetto e va all’ambasciata americana.

La democrazia si esporta?
No. Però si promuove attraverso l’uso della leva economica; giocando la carta mediatica – la più adatta per l’Iran – facendo lavorare insieme, dentro l’Onu, le democrazie.

Perché avete deciso di fare la battaglia sui Pacs e non quella sui matrimoni gay?
Intanto sono sconcertato per il livello del dibattito. Non ditelo a Giuliano Ferrara, ma se uno guarda la realtà americana scopre che i buoi sono scappati da un pezzo, centinaia di migliaia di coppie gay e lesbiche sono sposate, decine di migliaia di bambini sono stati concepiti da lcsbiche attraverso pratiche di fecondazione assistita, ci sono decine di migliaia di casi di adozione da parte di coppie omosessuali. Eppure non si sta verificando chissà quale catastrofe, il proibizionismo fallisce anche su questo tema. Nell’Italia del 2005 la battaglia sui Pacs si puo vincere, quella sui matrimoni gay no. Conviene cogliere un successo possibile che cambierebbe la vita a milioni di persone.

Per voi il neoclericalismo è una delle emergenze nazionali. Dopo il fallimento del referendum la Chiesa ha messo sotto tutela la società italiana?
Dopo il referendum la Swg ha fatto uno studio in cui si diceva: cari laici, non terrorizzatevi perché, nonostante la vittoria, Ruini non ha avuto capacità espansiva, ha mobilitato solo i suoi. Io sono invece convinto che quella capacità espansiva arriverà. I politici pensano tutti ai contenuti del pastone politico di Pionati sul Tg1 e nessuno si preoccupa delle fiction, tutte concentrate su preti e poliziotti che fanno ascolti record, così come le tirate a favore del Papa ”hard rock” di Celentano. Questo non vuol dire che gli italiani smetteranno di fare l’amore o di divorziarsi, ma si stanno ponendo le basi per una società schizofrenica in cui le cose si fanno ma con profondo disagio.

Avete proposto l’abolizione del Concordato e il giorno successivo, dopo la presa di distanza di tutti i partiti, il dibattito era chiuso. E’ un tabù?
Su questo non molliamo e vogliamo che la nostra posizione, senza inutili aut aut, abbia diritto di cittadinanza. In un paese in cui il presidente della Repubblica davanti al Papa parta della laicità dello Stato, non vedo perché il centrosinistra ha problemi a fare almeno la stessa cosa.
State partecipando alla scrittura del programma dell’Unione o sarà un prendere o lasciare?
Da quattro mesi sono al lavoro dodici commissioni ma nessuno ha avuto il garbo di dire ai Radicali: mettetevi due baffi finti e venite almeno ad ascoltare. Ma non è che possono darci il programma già scritto e dirci “minestra o finestra”, Chiediamo l’accettazione della dignità della tradizione radicale. Sosterremo il governo, saremo i giapponesi di Prodi. Non chiediamo nè a Marco Rizzo di bere Coca Cola a colazione, nè a Castagnetti di andare a volantinare le ricette della pillola abortiva. Ma chiediamo alla prossima pattuglia di deputati socialisti e radicali di portare avanti le nostre battaglie.

Entrerete anche nel Pse?
Escluso. Credo che sia importante porre l’accento sulla parola “liberale” che faceva parte dcl nostro slogan congressuale. Ma c’è anche un elemento tattico: il compito che l’Unione affida alla nuova lista è, anche, quello di raccogliere i consensi dei delusi del centrodestra che si aspettavano da Berlusconi la riforma liberale dell’economia.

Dopo l’abbraccio ideale con Fassino è più facile prevedere la vostra partecipazione alla fondazione del Partito democratico. E con Rutelli come la mettiamo?
Stimo la sua capacità di lavoro ma Rutelli deve scegliere cosa vuole fare nella vita. Siccome prevenire è meglio che curare, al presidente della Margherita voglio dire che abbiamo conservato le foto del giorno della firma del nuovo Concordato. L’allora presidente dei deputati radicali Rutelli s’era appeso al balcone di Montecitorio per mettere sul pennone la bandiera vaticana a simboleggiare la resa dello Stato davanti alla Chiesa.

Il tema della nonviolenza vi avvicina a Bertinotti?
Questo è un punto su cui una persona intellettualmente sofisticata come Bertinotti rischia di far prevalere l’opportunismo sull’opportunità perché oggi la nonviolenza non può essere disgiunta dal fine della promozione della democrazia. Al di là della descrizione delle disuguaglianze nel mondo e della superpotenza americana, vorrei anche capire come fai a tradurre la nonviolenza in qualcosa di concreto, che risolva la vita per milioni di uomini e donne.

venerdì 18 novembre 2005, da Avvenimenti, con un dossier sulla libertà di ricerca, con interventi di Margherita Hack, Silvio Garattini, Paolo Fiori Nastro, Demetrio Neri, Daniele Capezzone e un report dal convegno di Bruxelles, organizzato al Parlamento Europeo da l’Associazione Luca Coscioni e dallo Sdi-Radicali

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