Nel centenario della nascita il museo Guggenheim di New York, dal 9 ottobre, rende omaggio ad Alberto Burri (1915-1995) con una grande retrospettiva, la più completa dedicata all’artista umbro negli ultimi 35 anni in America. Un evento che allarga lo sguardo internazionale sull’artista umbro, dopo l’importante convegno che si è tenuto il 26 e il 27 giugno a Città di Castello, città natale dell’artista, intitolato Au rendez-vous des amis:, organizzato dalla Fondazione Burri ,a cui hanno partecipano direttori di musei italiani e stranieri, critici e artisti che hanno fatto la storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni come Emilio Castellani e maestri dell’Arte povera come Janis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Eliseo Mattiacci e Hidetoshi Nagasawa con Ettore Spalletti. Ma anche star come Joseph Kosuth, insieme ad artisti già affermati delle generazioni più giovani. Il Guggenheim offre dunque un’occasione storica per ricordare e conoscere più da vicino questo schivo artista che ha anticipato l’Arte povera e reinterpretato l’Informale, usando materiali umili come tela, cera e carbone per realizzare opere che denunciano la distruzione e gli abissali buchi neri causati dal nazismo. Fin dagli anni Quaranta, Burri ha saputo sviluppare un proprio percorso nell’astrattismo, senza mai perdere di vista l’umano. Anzi riuscendo a evocare dimensioni profonde con una pittura materica e inquieta, libera da ogni intento mimetico e figurativo.
«Burri nasce alla pittura, maturo», scrive Vittorio Brandi Rubiu nell’agile monografia Alberto Burri, (Castelvecchi, 2015), ricordando le circostanze estreme in cui divenne pittore. Accadde quando, medico e capitano che si rifiutava di collaborare, fu rinchiuso in un lager in Texas. «Burri era tutto d’un pezzo, gli americani lo trattavano come nemico. E lui si mise a dipingere».
Non lo fece iniziando dal disegno dal vero, ma usando carbone e sacchi di juta per rappresentare forme emerse dalla fantasia, ritorte, poi ribollenti e bituminose e fiammeggianti. Che ci parlano di una realtà umana lacerata ma non vinta, resistente nonostante le ferite che ha dentro. Pittura come riscatto dalla prigionia. Come passionale rifiuto della coartazione e della violenza. Forse per questo la tavolozza di Burri non ha colori piatti, eterei, dissanguati.
Il rosso e il nero primeggiano insieme ai colori caldi della terra. Come Fontana cercava una nuova dimensione spaziale, non solo fisica. Anche se il senso delle sue tele e cellophane è più drammatico. Come ha colto con una straordinaria sequenza Aurelio Amendola, che nel 1976 fotografò l’artista al lavoro, mentre realizzava una delle sue celebri combustioni, bruciando un pezzo di plastica, slabbrato, dai margini neri.
È possibile trovare maggiori informazioni sugli eventi legati alla celebrazione del centenario su http://www.burricentenario.com
(Simona Maggiorelli, left)
8 ottobre 2015 Presentazione della mostra di New York
Il Guggenheim di New York dedica una grande retrospettiva ad Alberto Burri dal 9 ottobre al 6 gennaio 2016. Per celebrare il centenario della nascita dell’artista umbro il museo nel cuore di Manhattan ne ripercorre tutta l’opera con la mostra The Trauma of Painting, organizzata da Emily Braun e realizzata con la collaborazione della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri che per questa occasione pubblica il catalogo completo delle opere di Burri in edizione bilingue.
L’intento, raccontano i curatori, è “esplorare la bellezza e la complessità del processo creativo che sta alla base delle opere di Burri”, tornando – a 35 anni di distanza dall’ultima mostra newyorkese dedicata all’artista – ad approfondire la figura di questo protagonista della scena artistica del secondo dopoguerra, nel quadro dei rapporti tra Stati Uniti e Europa negli anni Cinquanta e Sessanta.
E prima ancora, a partire dalla dolorosa esperienza che Burri fece proprio negli Usa, quando l’artista, che era medico caporale, fu fatto prigioniero nel 1943 e venne portato dagli americani in un campo di concentramento a Hereford, in Texas. In questo luogo di detenzione Burri, cercando di resistere in quella drammatica condizione, prese a disegnare e a creare utilizzando il carbone, lacerti di juta e altri materiali poverissimi.
La mostra al Guggenheim approfondisce poi la svolta che prese la ricerca di Burri al suo ritorno in Italia nel 1946 quando cominciò a creare quadri astratti caratterizzati da un sottile grafismo. Dal 1949, poi, ecco i Catrami, opere monocrome in cui” il colore viene ridotto alla sua funzione più semplice e perentoria e incisiva”, per dirla con le parole dello stesso Burri. Era il primo passo verso un’attenzione alla materia che si sarebbe fatta, negli anni successivi, sempre più esclusiva. L’artista umbro aveva così sviluppato in modo originalissimo uno spunto che aveva colto nell’ambiente romano e in particolare nel lavoro di Enrico Prampolini che già nel periodo futurista aveva realizzato opere con parti di colore e di sabbie e che nel 1944 aveva pubblicato arte Polimaterica. Come il Museo Guggenheim mette bene in evidenza con la sua straordinaria collezione, questo era un filone di ricerca che più o meno negli stessi anni era stato sviluppato da Jackson Pollock che, invece, aveva tratto ispirazione dalle “pitture di sabbia” della tradizione indiana in America.
Un altro importante capitolo della mostra nel museo newyorkese è dedicato ai Gobbi con cui Burri cancellava ogni divisione fra scultura e pittura. Il primo Gobbo nacque nel 1950 incastrando sul retro del quadro un frammento di legno che rende irregolare la superficie del dipinto. In quello stesso anno Alberto Burri realizzò il primo Sacco, un quadro eseguito intelaiando un frammento di tela proveniente da un sacco usato con le cuciture e i rattoppi bene in vista. Negli anni successivi riprese certi effetti di sgocciolatura del colore già presenti nei Catrami e aggiunse ai frammenti altri materiali di recupero, stracci, lembi di tessuto. Nello stesso tempo cominciò a servirsi d’altri residui, dalle carte alle lamiere, dai legni bruciati alla plastica. Nel 1954 la prima Combustione, il primo intervento con il fuoco su cellotex
Alberto Burri rompe decisamente con la tradizione facendo della materia la vera protagonista dell’opera, ma non si tratta di materia bruta e inerte, in quanto dopo il trauma della guerra, diventa materia viva, carne e sangue di chi era stato al fronte e in senso più universale di un’umanità non arresa di fronte alla distruzione e alla violenza.
Gibellina, completato il Grande Cretto di Burri. Sabato l’inaugurazione
Gibellina (Tp). Verrà inaugurato sabato 17 ottobre alle 17 il Grande Cretto di Alberto Burri finalmente completato, a trent’anni dall’inizio dei lavori di realizzazione (1985-2015). Il cantiere di completamento si è chiuso a maggio, integrando i 66mila mq fino a raggiungere gli 86mila previsti nel progetto originario.
In occasione delle celebrazioni del centenario della nascita di Burri (1915; cfr il Focus sull’artista allegato a «Il Giornale dell’Arte» di ottobre) la Regione Sicilia, il Comune di Gibellina e la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri presenteranno l’opera completata, mentre la seconda parte dei lavori già finanziata e in attesa di imminente inizio, prevede il restauro completo.
Annunciata anche la realizzazione di una sede per accogliere i visitatori, punto informazioni e insieme presidio per preservare l’opera, oltre che la realizzazione di un’adeguata segnaletica.
Gibellina si prepara a celebrare l’evento con una serie di appuntamenti, tra cui, per la prima edizione del «Cretto Earth Fest», AUDIOGHOST 68 (h. 20.00), un’installazione visiva e sonora partecipata (realizzata dal Comune di Gibellina grazie al contributo della multinazionale energetica E.ON ) appositamente concepita per il Grande Cretto dall’artista britannico Robert Del Naja, del gruppo musicale Massive Attack, e da Giancarlo Neri. Tra le «vene» del Cretto mille attori-spettatori si muoveranno come lucciole percorrendo l’antico tracciato viario della cittadina distrutta dal terremoto, trasformata da Burri in opera d’arte, un grande spettacolo di luci e suoni diffusi da centinaia di piccole radio disseminate sulla sua superficie.
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Qualcuno l’ha già ribattezzata “Biennale dell’anno del dragone”. Di certo, al di là dei risultati della collettiva organizzata in laguna dall’artista cinese Cai Guo Quiang, è storico lo sbarco della Repubblica popolare alla Biennale di Venezia. Dopo la ventina di artisti cinesi dell’edizione del ’99 diretta da Szeemann e, dopo il successo della sezione cinese intitolata “zona di urgenza”, dell’ultima Biennale di Francesco Bonami, da oggi per la prima volta la Cina ha un suo padiglione permanente nel Giardino delle Vergini. Uno spazio all’aperto dedicato all’arte e all’architettura cinese e che – il direttore della Fondazione Biennale David Croff lo ha già annunciato – sarà allargato negli anni a venire. L’ingresso in Biennale della Cina suona come un riconoscimento ufficiale alla multiforme creatività degli artisti cinesi delle ultime generazioni. Pittori, performers, videomakers che anche in Italia cominciano a interessare un pubblico non più solo di nicchia. In un moltiplicarsi di mostre e iniziative. Dopo la collettiva al Macro di Roma e a Bologna e dopo varie rassegne di fotografia, due mostre aprono i battenti, quasi in contemporanea, a Torino e a Milano. Il torinese palazzo Bricherasio, dal 23 giugno al 28 agosto, ospita le opere di 13 artisti di quella avanguardia cinese che alla fine degli anni Settanta segnò un distacco dallo stile accademico maoista, scegliendo un modo di rappresentazione della realtà spesso ironico, libero, spiazzante. Dal 29 giugno al 2 ottobre, invece, nello spazio Oberdan di Milano, Daniela Palazzoli presenta la mostra La Cina: prospettive d’arte contemporanea: attraverso le opere di 70 artisti emersi fra gli anni Ottanti e Novanta, un articolato tentativo di cogliere e raccontare il movimento che attraversa, da una trentina di anni a questa parte, il panorama dell’arte contemporanea cinese. «Un panorama estremamente multiforme e variegato», racconta Filippo Salviati, docente di storia dell’arte dell’Estremo Oriente alla Sapienza. «Anche se – stigmatizza – arriviamo buon ultimi». Buoni ultimi nell’interesse verso l’arte contemporanea cinese dopo almeno un decennio di importanti mostre e retrospettive promosse dal MoMa di New York, dal Centre Pompidou, ma anche dalle gallerie di Londra e di Amburgo.
Con un interesse crescente, anche sul piano commerciale. Che ha toccato l’acme nelle aste del dicembre scorso con quotazioni di opere cinesi contemporanee da capogiro. Una crescente attenzione verso la Cina che si misura anche in termini di spazi sui giornali. «Negli ultimi anni la Cina è diventata la prima potenza sul piano economico e commerciale – dice il sinologo Federico Masini, preside della Facoltà di studi orientali della Sapienza –. Ora la scommessa riguarda la cultura. Si tratta di vedere se la Cina riuscirà anche ad esportare modelli culturali». Nonostante il cinema di Zhang Yimou o di Kar Wai, il pianeta Cina, sul piano dell’arte e della letteratura, è ancora in buona parte da scoprire in Occidente. «Ma in futuro – spiega Masini – anche attraverso la diffusione di arte giovane e d’avanguardia le cose potrebbero cambiare». E chissà – avverte – forse potrebbe anche risultare imbarazzante per la vecchia Europa, «dal momento che la Cina, come il Giappone mette in circolazione modelli culturali senza un’ideologia religiosa retrostante ». Una cultura quella cinese libera da vincoli ideologici, ma insieme con nessi strettissimi con una tradizione millenaria. «La sperimentazione artistica cinese, negli anni dopo Tiananmen, ha avuto uno sviluppo fortissimo», racconta Filippo Salviati. Una ricerca che ha riguardato un po’ tutti i generi e gli stili: dalla calligra fia alla videoarte. «Dal punto di vista dell’arte il panorama cinese si presenta estremamente sfaccettato – dice lo storico dell’arte che per Electa sta scrivendo il primo manuale guida all’arte cinese contemporanea –, ma con alcune costanti e specificità fortissime. A partire dal nesso scrittura pittura che in Cina affonda le proprie radici nell’antica arte della calligrafia, che oggi si trova declinata e riproposta in forme nuove e di avanguardia». Il rapporto con le immagini è un aspetto fondamentale della cultura cinese, anche a partire dalla scrittura fatta di ideogrammi. «Al di là del fatto che in questo momento favorevole qualcuno provi a cavalcare la tigre producendo opere facili da vendere ma di dubbio valore, la grande arte cinese – spiega Salviati – non è quasi mai ludica, non conosce la decorazione fine a stessa. Spesso gli artisti realizzano immagini così dense di significati da apparire dei rebus agli occhi occidentali». Il segreto per comprenderle? «Bisogna coglierne il nesso con il retroterra culturale – conclude –. Ma se non si hanno le basi linguistiche sfugge moltissimo del messaggio. Per questo credo sia importante che comincino ad uscire, anche in Italia, strumenti di seria divulgazione».