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Kapuscinski, l’ultimo dei romantici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2012

Kapuscinski

Kapuscinski

Questo non è un mestiere per cinici, diceva un grande reporter come Ryszard Kapuscinski. «I cattivi, i furbetti, i cinici non possono essere buoni giornalisti».

Perché manca loro quella umanità profonda che è essenziale per entrare in risonanza con le persone, qualunque sia la loro lingua e cultura, e saperne poi davvero raccontare le storie. La biografia stessa del giornalista, scrittore e fotografo polacco Kapuscinski (1932-2007) ne è la prova, come documentano Beata Nowacka e Zygmunt Ziatek nel libro Ryszard Kapuscinski. Biografia di uno scrittore (Forum editrice). Senza una grande fiducia negli esseri umani e un profondo interesse per i propri simili, del resto, non sarebbe stato possibile sostenere l’impegno fisico e mentale di raccontare una trentina di conflitti in Africa e in altre parti del mondo, come Kapuscinski è riuscito a fare in modo magistrale. Già prima di diventare un inviato di fama internazionale, lavorando per la grigia agenzia di Stato polacca PAP per la quale doveva stilare dispacci di poche righe. Lui che non aveva l’indole del giornalista stanziale, che non stava al sicuro in albergo (come invece faceva la maggior parte suoi colleghi) ma voleva vedere e conoscere tutto di persona, anche per svolgere quel compito da ragioniere della notizia, non si risparmiava proprio. Fino al punto – anche se non era un Indiana Jones – di trovarsi in situazioni pericolose e di rischiare la vita. Come gli è accaduto più di una volta in Africa pur di raccontare dal di dentro le lotte di liberazione fra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta. Sperando che il grande continente nero fosse in grado di risollevarsi, di liberarsi dal giogo del colonialismo, ma anche dalla subalternità introiettata verso l’Occidente. «Lui ci credeva profondamente. Da militante. Anche se non era in linea con il granitico partito comunista polacco», racconta lo scrittore Francesco M. Cataluccio, mentore della pubblicazione in Italia delle opere di Kapuscinski per Feltrinelli e che, negli anni, ha avuto modo di frequentarlo e di conoscerlo da vicino. «Quando leggeva di rivolte e moti di liberazione in qualche regione africana era davvero felice. Pensava potessero portare un miglioramento reale nelle condizioni di vita della gente».

Se tutta l'AfricaUn punto di vista attivo e  partecipe trapela dalle pagine di uno dei suoi libri più conosciuti, Ebano (1998), ma anche dalla raccolta di reportage intitolata programmaticamente Se tutta l’Africa (1969) che in questi giorni Feltrinelli pubblica in nuova edizione con una postfazione di Jan J. Milewski. «Kapuscinski amava parlare di politica, era una sua passione», ricorda Cataluccio. «Mi sorprendeva sempre la sua straordinaria conoscenza delle complesse vicende africane. Ogni volta che apriva un giornale e leggeva una notizia su qualche sperduto angolo africano sapeva esattamente chi lo governava, quali gruppi erano in lizza, conosceva personalmente le frange rivoluzionare».

La sua formazione di storico, idealmente cresciuto alla scuola di Bloch e Braudel, quando scriveva si fondeva con l’efficacia del cronista e il gusto di fare ricerca sul campo, secondo l’insegnamento dell’antropologo polacco Malinowski, di cui Kapuscinski era un profondo conoscitore. «Era un uomo molto colto, ma aveva anche una eccezionale memoria», prosegue Francesco Cataluccio che al reporter polacco ha dedicato un capitolo del suo libro Vado a vedere se di là è meglio: quasi un breviario mitteleuropeo (Sellerio) . «Il suo originale talento aveva radici nel fatto che lui amava mescolarsi alla gente, conoscere le persone, condividendo tutto», continua lo scrittore fiorentino. Non di rado, anche la povertà. E non perché avesse lo spirito del missionario. Ma perché sapeva che solo così poteva stabilire rapporti superando la diffidenza africana verso lo straniero dalla pelle bianca. Anche per questo, forse, a più di quarant’anni dalla sua prima edizione Se tutta l’Africa resta un libro freschissimo e una lettura  appassionante. Qui sono pubblicati i reportage apparsi tra il 1962 e il 1966 sul settimanale polacco Polityka: una preziosa testimonianza storica dei processi di decolonizzazione fra il  1955 e il 1966. Ma non solo.

Kapuscinski non si limita a descrivere i fatti, ma intuisce e anticipa le sfide e le difficoltà che di lì a poco si sarebbero trovati davanti i giovani Stati africani, fra rigurgiti di lotte fra clan e i primi segni di corruzione delle nuove élite governative. In queste pagine è in azione il cronista di razza e, ancora una volta, lo storico che raccontando la Nigeria nei giorni del colpo di Stato oppure una seduta in Parlamento in Tanganica esercita una attenta critica delle fonti di informazione e legge in filigrana, anche nei fatti spiccioli i processi di lunga durata.

«Kapuscinski sapeva vedere la storia a due velocità, il molto piccolo e il molto grande», spiega Cataluccio suggrendo che il giornalista polacco fu a suo modo anche un anticipatore della tendenza “glocal”, poiché sapeva dare valore alle storie locali mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e sempre più precipitosamente nel quadro della globalizzazione del secondo millennio.

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Una foto scattata da Kapuscinski

Sono autenticamente glocal i suoi reportage dall’America Latina, dove inizialmente accettò di andare come ripiego dopo essersi preso tutta una serie di terribili  malattie in Africa (compresa la tubercolosi celebrale). E ancor più lo sono i suoi reportage censurati dalla Polonia più profonda, in cui raccontando le condizioni di estrema miseria in cui vivono gli operai, osava una critica serrata al socialismo reale. Kapuscinski aveva il dono di saper intuire le direzioni che la storia stava prendendo tra le pieghe.

Esemplare in questo il suo Shah-in-Shah (1979) frutto di un anno passato in Iran quando l’ayatollah Khomeini prese il potere. «Fu il primo a capire l’importanza e il senso più profondo della rivoluzione iraniana», conferma Cataluccio. «Comprese che tragicamente segnava il ritorno nella storia del Novecento della componente religiosa, come strumento di controllo e di potere». Qui Kapuscinsky approfondisce il racconto dei fatti, li filtra attraverso la propria personalità, per arrivare a fondere i singoli articoli in un libro sfaccettato e complesso.

Questa sua capacità letteraria di costruzione del testo emerge in modo decisivo anche in un altro lavoro di Kapuscinski, Il Negus Splendori e miserie di un autocrate, «forse il suo libro più difficile e ambizioso» sottolinea Cataluccio. «Anche per la scelta linguistica. Kapuscinski lo scrisse ricreando il polacco del Seicento, volendo dare alla vicenda della caduta dell’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié (deposto da un colpo di stato nel 1974, ndr) una coloritura da tragedia shakesperiana».

E qui si apre un altro grande capitolo della vicenda di Kapuscinki, ovvero quello del suo intento letterario e della storicizzazione della sua opera che sfugge alle categorie e alle regole delle cronaca e, non di rado, ha un andamento lirico e suggestivo. Nella sua monumentale biografia La vera vita di Kapuscinski reporter o narratore? Fazi editore, 2011) Artur Domoslawski ha sollevato la questione criticando il lavoro di Kapuscinski per le licenze poetiche che talora si prendeva, volendo essere fedele più al senso profondo degli eventi che andava raccontando che alla descrizione analitica dei dettagli. «Domoslawski era stato allievo di Kapuscinski – rivela Cataluccio – e la biografia che ha scritto sembra quasi configurare un tentativo di uccisione del padre».

Ma se l’intenzione di Domoslawski era quella di demistificare la figura del maestro in quanto giornalista, alla fine riesce a mostrarcene involontariamente il vero volto di scrittore. «Una volta, per curiosità  chiesi a Kapuscinski, cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla sua tomba», ricorda Cataluccio. «Kapuscinski giornalista? Fotografo? Storico? “Kapuscinski, poeta”, mi disse con mia sorpresa». Una risposta a dire il vero non del tutto inattesa, dacché Cataluccio conosce e conosceva bene gli esperimenti giovanili che il giornalista aveva fatto misurandosi con lo scrivere versi, secondo una tradizione molto forte in Polonia. Negli anni della propaganda rivoluzionaria «divenni vittima di Majakovski», raccontava di sé lo stesso Kapuscinski. «Le mie prove di allora, il mio majakovskismo, erano deludenti anche per me», ammetteva. «Volevo scrollarmelo di dosso, ma non avevo più il tempo di cercare un’altra strada. Cominciai a lavorare come giornalista e passai alla prosa, al reportage». E fu non di rado prosa lirica .                           Simona Maggiorelli

dal settimanale Left-avvenimenti

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Paco IgnacioTaibo II: “Fort Alamo? Una colossale menzogna”

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 4, 2012

Ventisei film, produzioni Disney e migliaia di libri. Così è nato il mito della battaglia di Fort Alamo.  E il finto eroe David Crockett. Rilanciato da Nixon e Bush in chiave imperialista. Lo scrittore messicano Paco Ignacio Taibo II svela cosa nasconde questa leggenda  

di Simona Maggiorelli

Paco Ignacio Taibo II

mito fondante, la pietra angolare degli Stati Uniti d’America è una formidabile catena di menzogne», scrive Paco Ignacio Taibo II a incipit di Alamo. Per la storia non fidatevi di Hollywood, appena uscito per Marco Tropea editore. Un libro che riporta alla luce la verità sulla battaglia di Alamo del 1836: uno scontro di un’ora e mezzo che per i texani fu una disfatta. Ma quell’episodio, poi reinventato ad hoc dalla propaganda statunitense, fu la base per le magnifiche sorti e progressive dei cowboys. Celebrato in pittura, a teatro, al cinema, «la battaglia di Alamo è l’episodio bellico più raccontato da Hollywood – ricorda Taibo – conta ben 26 film, fra cui uno, famosissimo, con John Wayne». E Walt Disney ne assicurò la futura memoria stampando nella mente di più generazioni di bambini la figura di David Crockett col cappello di pelo.

Le bugie, se ripetute all’infinito, è noto, possono passare anche per vere. Perfino agli occhi di chi le ha inventate. È accaduto così che una battaglia ingaggiata da avventurieri e mercenari sia passata alla storia come la conquista dell’indipendenza da parte del cattolicissimo Texas. Dopo sei anni di ricerche, fra storia e narrazione, in questo suo nuovo libro Paco Ignacio Taibo II ricostruisce, documenti alla mano, questa fraudolenta mitopoiesi. Lo fa con quella contagiosa e corrosiva passione per la revisione critica della storia che abbiamo apprezzato in tanti altri suoi lavori (a cominciare da Senza perdere la tenerezza, la sua biografia del Che).

David Crockett e il mito della frontiera selvaggia

Ad accendere la miccia della ricerca storiografica, in questo caso, è stato un incontro imprevisto. «Stavo scrivendo il libro su Pancho Villa – racconta Paco – quando ad Austin mi sono imbattuto in una serie di titoli sulla battaglia di Alamo. Un rapido controllo su Amazon, la più grande libreria online negli Usa, e ho scoperto che se ne potevano contare migliaia. Sul corrispondente latinoamericano di Amazon, invece, c’erano solo tre libri su tema. E lì – ammette Paco – è nata la domanda: cosa sapevo io di Fort Alamo? La risposta era imbarazzante. Sapevo solo ciò che ha raccontato Hollywood. Come scrittore latinoamericano, mi sono detto, sono un  irresponsabile». Da qui è nato Alamo ( tradotto in italiano da Pino Cacucci) che Paco Ignacio Taibo II è venuto a presentare in Italia nei giorni scorsi, passando da Pordenonelegge per raggiungere poi altre città. «A ben vedere è piuttosto bizzarro», osserva lo scrittore raccontando a left di questa sua nuova avventura letteraria. «Quando gli Usa hanno bisogno di ritrovare radici comuni non citano Washington che attraversa il fiume Delaware o il discorso di Lincoln a Gettysburg. Il richiamo di tutti è “Remember the Alamo”, la chiave del sogno americano. È considerato nella mitologia Usa il massimo esempio di coraggio, anche se non c’è niente di più falso». E in Messico come è raccontata quella vicenda? «Da noi è una storia poco nota, su cui si preferisce sorvolare. Anche perché l’impresa, pur vittoriosa, dell’esercito messicano fu un esempio di incompetenza e corruzione, con gli ufficiali che, per lucrare, vendettero i viveri ai loro stessi soldati».

Dunque che cosa hanno voluto coprire gli Stati Uniti attraverso una colossale fandonia? «La questione della schiavitù è centrale nella storia di Alamo come nell’indipendenza del Texas dal Messico», spiega Taibo. «La ribellione dei coloni nordamericani aveva due scopi: la speculazione su enormi apprezzamenti di terreno (aree desertiche che, spesso, venivano vendute a caro prezzo a ignari acquirenti di New Orleans e New York) e la difesa dell’orrenda pratica della schiavitù. La Costituzione messicana – sottolinea lo scrittore – vietava il commercio e lo sfruttamento di esseri umani. I coloni escogitarono lo stratagemma di far firmare agli schiavi dei contratti di lavoro che non prevedevano retribuzione. Un modo assai moderno…».

Come tristemente moderno è il metodo di manomissione della storia che è stato messo a punto con Alamo e poi più volte replicato dagli Stati Uniti. «È la storia di come si può sfruttare un evento storico fino al punto di riscriverlo totalmente», dichiara Taibo. «Basta vedere la storia dei tre protagonisti nordamericani: Travis, Bowie e Crockett. Prendiamo, per esempio, l’eroica morte di Travis sulle barricate, la verità è che era appena salito sugli spalti quando partì un colpo da un fucile messicano, che lo prese in piena fronte. Così ci siamo  giocati uno dei tre mitici difensori». E David Crockett, il grande cacciatore? «Un’altra falsa immagine», chiosa Taibo. «Chi decise di fare di Alamo un mito sapeva che ogni grande narrazione deve avere un eroe al centro e questo strano personaggio, che da vagabondo errante era riuscito a diventare senatore del Texas, sembrava perfetto per rappresentare l’autentico sogno americano. Subito fu reso caratteristico: chi non ha presente il giovane cacciatore con il cappello di procione con tanto di coda?». Inutile dire che anche quel dettaglio, centrale nell’immaginario, è inventato. «Ma ve lo vedete uno che combatte in Texas a 40 gradi con un cappello di pelliccia?»,  sbotta lo scrittore. «Fu un’invenzione Disney degli anniCinquanta e per poco i procioni non rischiarono l’estinzione per via del merchandising. Furono fabbricati 150mila cappelli l’anno e per ognuno serviva un animale. Li dovettero persino importare». Ma c’è dell’altro. Crockett, che nel mito cade portandosi nella tomba 30 soldati messicani, «in realtà si arrese subito e, portato di fronte al generale nemico, disse che era tutto un equivoco, che era un botanico e che passava di lì per caso. E questo sarebbe il grande eroe, signor Bush?!».

Prima del penultimo presidente americano, in realtà, ci aveva già provato Nixon a rilanciare Crockett, incarnato al cinema da John Wayne «in uno dei film più bassamente propagandistici della serie dedicata ad Alamo» commenta Taibo, che ricorda: «Stava per scoppiare la guerra in Vietnam e Nixon scelse di farne il canto bellico nazionale per mettere a tacere i giovani che protestavano in tutte le città. Per fortuna non funzionò: il film non piacque né al pubblico né alla critica, come dimostrò la disfatta agli Oscar del 1960». Ancora nel 2004 il produttore esecutivo Michael Eisner della Disney, presentando l’ennesimo The Alamo, disse che il film doveva cogliere lo spirito patriottico post 11 settembre. «Alamo rappresenta il cuore perverso degli Stati Uniti dell’idea reaganiana e bushiana dell’impero», denuncia lo scrittore. «L’ideologia neoliberista, che ha il mito dell’individualismo solitario, del “fare da soli”, del non compromettersi, del riuscire o fallire, è stata la più grande trappola per elefanti che l’Occidente abbia mai costruito. E non serve a far progredire una nazione». E come vede Paco Ignacio Taibo l’America di oggi? «Riconosco che negli Usa c’è anche una tradizione roosveltiana, che dialoga con il welfare scandinavo, il laburismo inglese e il socialismo europeo che, con tutti i suoi difetti, ha chiara un’idea: la funzione dello Stato è creare infrastrutture; cure agli anziani, salute, educazione di massa e gratis per tutti, reti che impediscano di crollare a chi è in difficoltà». Ma nello scenario globale c’è anche un altro fatto nuovo: l’America Latina sta vivendo un momento di eccezionale sviluppo. Tanto che c’è chi parla di un nuovo Rinascimento in Brasile, in Cile, di riscatto del Messico e altri Paesi. «Di recente ho partecipato a un dibattito tv su questo tema», racconta Taibo. «Un sociologo molto conservatore, di cui non farò il nome per non rilanciarlo, sosteneva che all’America Latina manca un mercato interno delle merci dopo il fallimento del Mercosur, che non ci sono infrastrutture. Ho atteso il mio turno e gli ho risposto con 9 parole: “Ma non è carina l’idea dell’America Latina?”. Lui, sorpreso, paonazzo, diceva che mancano comunicazioni transnazionali, catene tv continentali e giornali d’opinione di respiro ampio. Quando toccò di nuovo a me le parole furono ben 14: “Ma non è meravigliosa l’idea dell’America Latina del Che e di Bolivar?” A quel punto abbandonò lo studio lasciandomi unico padrone del microfono. E la cosa, come i compagni italiani sanno dopo vent’anni di Berlusconi, equivale ad avere il potere. Così cominciai un discorso che qui sintetizzo in un battuta: l’America Latina esiste e non è solo una questione di lingua comune, sia spagnolo o portoghese. Il Latinoamerica sta imponendo un modello di socialità diverso da quello finora vigente. Un certo Rinascimento si percepisce. In alcuni Paesi è evidente, in altri è ancora in costruzione. Abbiamo nemici comuni e sogni meravigliosi a cui abbiamo imparato a guardare insieme. E mi spiace per chi non lo vede. L’America Latina sta crescendo e non tornerà più indietro».

da left -Avvenimenti  29 settembre-5 ottobre

da left-avvenimenti 29 settembre 2012

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Ala al Aswani: La rivoluzione? E’ solo umana

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 28, 2011

Durante l’occupazione di piazza Tahrir al Cairo faceva ogni notte un comizio dialogando con la gente, ragionando sulle prospettive della rivoluzione e provando a fare i conti con la paura dei cecchini. Medico e scrittore, ‘Ala al Aswani è l’autore di capolavori come Palazzo Yacobian. Dopo l’appuntamento a Mantovaletteratura è in tour in Italia per presentare il suonuovo libro: La rivoluzione egiziana , da poco uscito per Feltrinelli.

Simona Maggiorelli

Ala Al Aswani

Da sempre critico verso il regime di Mubarak e suo strenuo oppositore, lo scrittore e medico egiziano ‘Ala al-Aswani (autore di potenti affreschi della società egiziana come Palazzo Yacoubian) durante la rivoluzione del Cairo ha trascorso quasi tutte le sue notti in piazza Tahrir, facendo comizi e cercando di «dare una mano a chi dal basso organizzava la protesta. Il mio compito – racconta a left lo scrittore – era quello di sviluppare la discussione su questioni di giustizia sociale e  diritti, ma anche di raccogliere le preoccupazioni e le paure della piazza». Paure che si sono fatte rischio concreto di vita quando i cecchini di Mubarak hanno cominciato a sparare con armi ad alta precisione. «Ogni volta che vedevi il laser fermarsi su un punto della piazza sapevi che una vita umana era stata stroncata con un colpo alla testa – dice Al Aswani-.  Ma quel 28 gennaio, quando hanno cominciato a sparare sulla folla, abbiamo avuto anche la certezza che da quel momento il regime era finito», chiosa lo scrittore in tour in Italia per presentare il suo “diario” da piazza Tahrir, una raccolta di articoli apparsi sulla stampa indipendente e ora pubblicati da Feltrinelli con il titolo La rivoluzione egiziana.
«Io non penso di essere una persona particolare, né tanto meno uno sprezzante del rischio. Ma in quella piazza ho sperimentato uno strano fenomeno che alcuni studi – ho letto poi- descrivono come tipico delle rivoluzioni: quando ti trovi in mezzo a eventi storici di questa portata non ragioni più in termini di pericolo individuale, ma valuti le cose nella prospettiva del “noi”».

piazza Tahrir

Ripensando oggi a quelle settimane, dopo che Mubarak è stato deposto ed è finito in tribunale, «la rivoluzione- dice al-Aswani – mi pare ancor più un sogno ad occhi aperti. Vedere gli egiziani ribellarsi alle umiliazioni inflitte dalla dittatura, alzare la testa e lottare con grande dignità è stata una delle cose più belle per me». Nel frattempo ’Ala al-Aswani al Cairo continua a scrivere articoli e a tenere aperto il suo studio di medico e di dentista, da alcuni anni diventato anche luogo di incontro fra intellettuali dissidenti. Mentre l’eccezionalità della congiuntura ha fatto momentaneamente scivolare in secondo piano la sua attività di romanziere, dagli anni Novanta noto in tutto il mondo per la sua capacità di dare voce a una società egiziana negli ultimi anni diventata sempre più povera e oppressa, senza prospettiva.

«Gli egiziani non sono diversi da altri popoli che abbiano subito una dittatura – spiega al-Aswani-, non sono differenti dagli spagnoli sotto Franco o dai sovietici sotto Stalin. Un dittatore non ha mai doti, gli basta uccidere e torturare. Magari vestendo la maschera di padre della patria. E il risultato è che la gente precipita in uno stato di minorità, è prostrata, fiaccata nell’iniziativa. Ma c’è un momento in cui la frustrazione arriva al top e bastano poche scintille perché scoppi la rivolta. Così – aggiunge Al Aswani  sorridendo – da un giorno all’altro ho visto tutti i miei personaggi di Palazzo Yacoubian scrollarsi da dosso l’inerzia e scendere in strada per protestare».
Per piazza Tahrir quale è stata la scintilla decisiva? «Tre sono stati i momenti salienti: il primo risale al 2008, al grande sciopero organizzato da una rete di attiviste che toccò molto l’opinione pubblica. Nel 2010 poi c’è stato il barbaro omicidio di Khaled Said, un ragazzo di 28 anni, ucciso dalle forze dell’ordine, senza un movente, senza che lui avesse mai aderito a gruppi di protesta né fatto attività politica. Quel crimine – spiega al-Aswani – ha fatto capire a molti egiziani che, anche abbassando la testa, standosene ai margini, non si era più al sicuro dalla violenza del regime. Poi ci sono stati i brogli delle elezioni di novembre che, ancora una volta, hanno dato la maggioranza assoluta del Parlamento a Mubarak: la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Adesso cosa ci si aspetta? C’è il rischio che elementi religiosi o di controrivoluzione prendano il sopravvento? «Io non credo, perché la società egiziana ha un fondo laico. Ma è anche vero che, nonostante la piazza si sia costituita come Parlamento alternativo, non ne abbiamo ancora uno eletto». E l’esercito che ruolo sta giocando? «La polizia in Egitto non si è comportata come in Libia – ricorda al-Alswani- ma non ha nemmeno preso posizioni chiare per il cambiamento; del resto molti elementi collusi con il vecchio regime allignano nei suoi ranghi. E tanto più nel ministero di Giustizia che è controllato dal Governo. Ma sono certo che la volontà popolare eserciterà una pressione perché non ci siano imbrogli nel processo a Mubarak».  Quanto alla risposta dei governi occidentali, come è stata vista da piazza Tahrir? «Che Guevara diceva che l’onore è dire ciò che si pensa e fare ciò che si pensa. Ecco, speriamo che i governi occidentali si facciano onore, smettendo le doppiezze. Comunque sia – prosegue al-Aswani- se Governi come quello italiano hanno sostenuto il regime di Mubarak rafforzandolo come oppressore della nostra gente, sappiamo che il popolo italiano non la pensa allo stesso modo.  Se si guarda alla risposta della gente, la rivolta di piazza Tahrir è stata sostenuta da ogni parte del mondo, perché – approfondisce lo scrittore – la rivoluzione è una cosa molto umana: è un movimento che nasce per avere rispetto, libertà, democrazia, dignità. Cose che ogni essere umano capisce al volo. Ora è tempo che anche i Governi si alzino in piedi per la difesa dei diritti umani». Poi rivolgendo un pensiero alla questione israelo-palestinese che questa settimana conoscerà un momento importante all’Onu aggiunge: «Se affrontassimo la questione pensando che siamo tutti esseri umani, si troverebbe una soluzione. Anni fa – ricorda al-Aswani – ho scritto un racconto immaginando un pilota israeliano affettuoso a casa e poi freddissimo quando spara sui bambini palestinesi, visti come nemici in erba. I problemi nascono quando tu consideri l’altro come nemico, come arabo, come musulmano, come cristiano. E non come essere umano. La violenza comincia quando neghi l’umanità dell’altro. Se lo guardi negli occhi, trovi l’umanità che ci accomuna e allora non puoi uccidere. I soldati Usa in Vietnam, non a caso, venivano addestrati a non guardare mai il nemico negli occhi.

IL LIBRO

l libro
Una primavera inaspettata
«Perché gli egiziani non si ribellano? Questa era la domanda che veniva posta ripetutamente in Egitto e all’estero». Così esordisce lo scrittore ‘Ala al-Aswani ad incipit del suo nuovo libro, La rivoluzione egiziana (Feltrinelli): Già, perché le condizioni c’erano proprio tutte: la metà della popolazione egiziana viveva da tempo sotto la soglia di povertà, con meno di 2 dollari al giorno, mentre  Hosni Mubarak monopolizzava il potere da trent’anni, con elezioni truccate. Senza contare che ogni giorno gli egiziani subivano torture e violenze sessuali nelle centrali di polizia per estorcere loro confessioni di reati che non avevano commesso. In questo libro in cui l’autore di Palazzo Yacubian e di Chicago raccoglie articoli scritti per giornali indipendenti, emerge il quadro delle complesse ragioni che impedivano quel colpo di reni che, inaspettato ai più, sarebbe arrivato in quella che è stata giustamente chiamata la primavera araba. Una stagione di grandi promesse di libertà e democrazia. Ma in questo libro che fa comprendere più a fondo i molti volti della rivoluzione egiziana, troviamo anche pagine pungenti in cui lo scrittore e medico al-Aswani non solo denuncia la corruzione e gli abusi del regime  ma invita gli egiziani a riflettere sulle violente imposizioni della religione ( «Il niqab impedisce alle donne di vivere come esseri umani»). Una religione che fa ammalare dice coraggiosamente al-Aswani citando ricerche mediche che raccontano l’alta incidenza di problemi e di malattie mentali in un’Arabia Saudita che, in nome di Allah, si pretende virtuosa e invece è solo altamente repressiva.

Da left-avvenimenti

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Il potere delle immagini

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2011

Il nuovo libro di Francesco Bonami confronta opere e icone quotidiane

di Simona Maggiorelli

Antonello da Messina, Madonna velata

C’è una  grande casa di vetro popolata di farfalle campeggia nell’ala del nuovo Macro di Roma che inaugurata il 4 dicembre scorso. Pensata come un grande incubatore, questa speciale serra riproduce in scala la Farnsworth House californiana dell’architetto Mies Van der Rohe. Nell’intenzione di Bik Van der Pol (Enel Award 2010) nasce come un invito a rispettare l’ambiente che ci circonda. Perché, come ci ricorda il direttore del Premio, Francesco Bonami «quando le farfalle scompaiono significa che l’ambiente è stato alterato in modo tragico».

Critico e curatore di fama internazionale (oggi vive e lavora perlopiù a New York) Bonami è anche un attento e pungente osservatore di ciò che accade nel panorama culturale nostrano su Il Riformista e in libri come Dopotutto non è brutto (Mondadori), come Irrazionalpopolare (con  Luca Mastrantonio, per Einaudi) e come il nuovissimo Dal Partenone al panettone da poco uscito per Electa.

teschio di Orozco

Anche per questo, e visti i ricenti crolli, la nostra conversazione non può che partire dal dramma che stanno vivendo Pompei e  molti altri siti archeologici nostrani. «Vede. il  fatto è che noi italiani viviamo una perenne contraddizione- fa notare Bonami -, ci vantiamo di essere il Paese con il più ampio patrimonio d’arte nel mondo e al tempo stesso non lo curiamo, ce ne freghiamo». Dunque  la mancata tutela di Pompei non sarebbe solo una questione di tagli ai finanziamenti alla cultura e di dissennate politiche di emergenza? «Il nostro problema è la mentalità. Come cittadini e come amministratori e ministri, a vari livelli rei di questo disastro. In questo- rincara il critico fiorentino- rientra anche il fatto che un ministro dei Beni culturali possa pensare che con un manager alla valorizzazione (l’ex manager McDonald’s Mario Resca ndr) si possa risolvere il problema di una generale mancanza di senso civico». Così un modello di gestione importato dagli Stati Uniti qui produce danni, più di quanti ne faccia Oltreoceano dove la volorizzazione dell’arte ha una storia breve e recente. «L’imprenditoria da noi in Italia  è diseducata a pensare cosa significhi partecipare collettivamente di una cultura. In America, invece – racconta Bonami – l’imprenditore investe, certo perché ne ha vantaggi fiscali, ma anche perché ha un senso dello spazio collettivo in cui vive. Io lo chiamo egoismo civico. Non è filantropia. Investe in cultura perché è convinto di fare bene anche a se stesso: perché una città dove i musei e le scuole funzionano dà valore anche a chi ci vive. Da noi, invece, chi investe lo fa solo per avere visibilità, non per una migliore immagine e qualità di vita collettiva. Un esempio? Guardi come è impacchettata di pubblicità Venezia».

Cristo morto di Mantegna

Proprio a proposito di arte e ricerca di visibilità personale, da ex direttore della Biennale di Venezia, Bonami  cosa pensa della decisione del ministro Sandro Bondi di affidare il Padiglione Italia a Vittorio Sgarbi, già sindaco di Salemi, soprintendente al Polo museale veneto, nonché supervisore degli acquisti del MAXXI? «Vede in Italia oggidì esistiamo solo se passiamo per il mezzo televisivo, quindi personaggi come Sgarbi, o come Philippe Daverio, si sentono insigniti di un potere superiore, quasi divino. I media danno loro la sensazione di poter far tutto. Quando invece si hanno competenze limitate. E questo – prosegue il critico – sta producendo un disastro nel mio settore, nella cultura, ma anche in altri campi. La notarietà mediatica in Italia è un lasciapassare per tutto. In questo quadro, dunque,  Sgarbi, con il suo padiglione Italia, ancora una volta ci farà apparire in modo molto imbarazzante agli occhi del mondo».

Da parte sua Vittorio Sgarbi, del resto già mesi fa, salutò il suo incarico in laguna stigmatizzando i suoi predecessori in modo non proprio gentile e dando allo stesso Bonami dello «spiritoso dilettante». Mentre Luca Beatrice, responsabile del padiglione Italia 2009 in chiave passatista, plaudiva al progetto sgarbiano “150 artisti per 150 anni dell’Unità d’Italia”, come occasione per mostrare e portare in primo piano l’iconografia di destra. Ma anche come un modo per fare fuori «la cricca dell’arte povera che si autocelebra come unica critica d’arte, in stile regime sovietico» Da parte sua Bonami fa spallucce alle punzecchiature del super Vittorio e nel suo ultimo libro Dal Partenone al panettone (Electa), fuori dalle polverose accademie, rivendica la possibilità di analizzare la forza comunicativa delle immagini in piena libertà, attraverso nessi inediti, talora anche “inauditi”.

Che Guevara, ucciso

Così il colpo di testa del calciatore Zidane campeggia accanto a un particolare di un affresco di Masaccio, la foto di Che Guevara morto è accostata al Cristo morto di Mantegna, la Madonna velata di Antonello da Messina è accanto a una libera reinterpretazione di Orozco, Anche nella critica d’arte, insomma, è tempo di rivalutare l’intelligenza che procede  per intuizioni. «L’arte oggi è uno dei tanti ambiti che usa le immagini. Lo fa anche la pubblicità, lo fanno le riviste. E a volte attraverso questi mezzi emergono delle icone che pur non essendo artistiche, acquistano quella notorietà e quella fama che compete alle grandi opere. Tanto che l’immagine di Che Guevara morto è più popolare del Cristo morto di Mantegna». Senza dimenticare però che l’arte è creazione di immagine, non solo comunicazione o documentazione. «L’arte- sottolinea Bonami – crea una soglia che noi attraversiamo. Nel mio libro non intendo dire che tutto sia arte. Parlo del potere delle immagini e le confronto con quelle che realizzano gli artisti. L’arte, insomma, è quel linguaggio che ci regala uno scarto, che ci fa capire in un mondo diverso, che ci dà la possibilità di vedere le cose in un modo più libero di quanto ci consentano la pubblicità o altri linguaggi. Anche perché – approfondisce – l’arte in realtà non ha nessuno scopo, mentre la pubblicità o il foto giornalismo ne hanno uno ben preciso e pragmatico» E a chi obietta che anche l’arte oggi deve fare i conti con il mercato? «Rispondo che in fondo non è vero perché gli artisti creano a prescindere, prima di avere un mercato, prima di esporre, per un’esigenza personale, per comunicare qualcosa di profondo». E non come piatta mimesi del reale. Nel suo nuovo libro Bonami, non a caso, parla del realismo come valore, ma anche come zavorra dell’arte italiana. «L’Italia è un Paese che ha dei bravi artisti ma non ne ha migliaia, ce ne sono pochi che possano dare il la a nuove tendenze. Questo accade nei vari ambiti della pittura, della letteratura eccetera. Perciò credo che l’operazione che fece Luca Beatrice e che sta facendo Sgarbi, ovvero dire che esistono centinaia, migliaia, di artisti che vanno mostrati sia deleterea: è un modo per infilare dentro ad operazioni molto dubbie personaggi amici, oppure beniamini dei critici. Non è – conclude Bonami – una selezione vera e oggettiva. Andare a chiedere come ha fatto Sgarbi per il suo Padiglione a Umberto Eco, a Massimo Cacciari, ad Arbasino e ad altri di fare dei nomi da portare a Venezia, è chiedere a vanvara, non è affatto una cosa democratica. Anche perché Eco stesso ammette di non intendersi di arte contemporanea e Massimo Cacciari dice sinceramente di essersi fermato a Mondrian e di non avere interesse per ciò che è accaduto dopo».

left-avvenimenti 26 novembre 2010

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L’ultimo Calibano

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 1, 2009

di Simona Maggiorelli

Tra la fine del 1997 e la primavera del 1998, dopo la tracheostomia a cui fu sottoposto suo malgrado e l’esperienza della rianimazione, Piergiorgio Welby concepì l’idea di un romanzo autobiografico. Un’opera che sarebbe stata il suo cantiere aperto fino alla fine, quando ormai senza voce, senza più la possibilità di scrivere o dipingere, la sua vita era diventata «solo un doloroso guardare il bianco del soffitto». Una tortura feroce per lui che era stato fin da giovanissimo poliedrico artista convinto che la creatività nasce dalle esperienze, dai rapporti, dalle passioni e non standosene rinchiuso ermeticamente in uno studio.

Proprio lui che – come ricorda Francesco Lioce che in casa di Welby trascorse gli anni dell’università – amava scrutare i cieli «quelli che gli richiamavano alla memoria certi dipinti di Cézanne e…i cieli di Renoir, morbide epifanie di corpi femminili,sensuali, carnosi…». Le donne., appunto. Sono le vere protagoniste di questo romanzo di una vita.

Con il titolo Ocean Terminal esce ora per Castelvecchi. Postumo, non finito. Piergiorgio non aveva voluto che il romanzo fosse pubblicato  prima, perché lì accennava a una brutta esperienza con la droga e aveva pudore a parlarne. Specie da quando il giovane Lioce, venuto a Roma dalla Sicilia, lo aveva eletto a fratello e amico. «Nei miei primi anni a Roma ho attrversato un aforte crisi,  sono stato sul punto di spezzarmi – ricorda lo stesso Lioce nella postfazione -.  E anche in questo fu decisivo il rapporto con Piergiorgio. La sua stanza era stata per sei anni una finestra aperta sul mondo. Lui si accorgeva delle mie debolezze, delle mie difficoltà…mi stimolava di continuo con l’ironia dei suoi paradossi».

Parole che evocano un Piergiorgio “maestro”, attento a sollecitare la parte migliore del  ragazzo. Diversissimo da quello che compare dalle torrenziali pagine del romanzo in cui Welby non nasconde la sofferenza che gli procura la distrofia muscolare, ma al tempo stesso non smette di interrogarsi su ciò che vede e legge. Così frugando fra queste sue righe (che lasciano trasparire un grande amore per Céline, per Lucrezio e la poesia) s’incontrano dolorose considerazioni, ma anche invettive e improvvise schiarite.

Amaro, Piergiorgio Welby si rivolge ai poster di Ho Chi Min e del Che appesi in camera: «che cazzo ne sapete voi- scrive – della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano…regalo di un Dio logico, di un Dio sadico, il Dio degli imbecilli che quando tutto va bene lo ringraziano  pregando, ma se le cose vanno male se la prendono con l’umanità».

E poi inaspettati frammenti di leggerezza come quando, alla Bianciardi, Piergiorgio Welby si diverte a discettare sulle forme femminili su «culi come pianeti aristotelicamente perfetti, rotonde epifanie dell’esistenza di Dio…».

Più in là, lasciando sullo sfondo pensieri più importanti, fantastica su cosa sarebbe accaduto se Hitler nel 1906 fosse stato ammesso all’Accademia di Belle Arti e i suoi acquerelli fossero  finiti in mostre. «Probabilmente il logorroico Adolf – annota Welby – invece di scrivere Mein Kampf avrebbe scritto Mein Kunstkampf con grande sollievo del popolo eletto e degli elettori di mezzo mondo». E non sono pochi i passi di Ocean Terminal in cui emerge con chiarezza il pensiero non violento e profondamente democratico del leader Radicale che dal 2002 scelse di fare della sua malattia uno strumento politico per la conquista di diritti civili per tutti. Emblematiche le sue considerazioni sulle bombe «intelligenti» scaricate sulla Serbia: «L’hanno chiamato disastro umanitario – annota- e tutti ci credono, anestetizzati dai Lerner, dai Vespa, dai Costanzo. Ma a parte l’ossimoro, che cazzo vuol dire… se è un disastro non è umanitario, se è umanitario non è un disastro…». E ancor più sul sogno americano di Enola Gay: «Quella era una bomba dimostrtiva! – scrive – Una bomba democratica! Una bomba a Stelle&strisce che assicura la pace! Come diceva quel vecchio puttaniere di Kant, Zum ewigen Frieden, iscritti a forza nel club della pace eterna».

dal settimanale left-avvenimenti  dicembre 2009

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La Habana di notte. La nuova onda di scrittori cubani

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 18, 2009

habana-noche-413x450di Simona Maggiorelli

Di notte l’Avana è più bella che mai. Le luci gialle dei lampioni attenuano le rughe e le ferite del centro antico e dei palazzi della Bella epoque. Nel caldo umido dei vicoli, sul Malecòn corroso dal salmastro dove arrivano alti i cavalloni, i bambini, scalzi, giocano e ridono a tutte le ore. Mentre le ragazze, poco più in là, si vendono. E’ la Cuba delle molte contraddizioni e «di una bellezza che non lascia scampo» quella raccontata per immagini dal fotografo Sandro Miller in Imagine Cuba 1999-1997 (Charta). Nel suoi scatti l’organismo fragile dell’Habana veja, l’umido sgretolarsi dei palazzi coloniani ma anche l’azzurro abbagliante del mare, la musica che non smette mai, l’allegria delle spiagge dove le famiglie arrivano cariche di frutta e stereo a spalla. Più che i luoghi sono i primi piani a parlare; primi piani di bambini che ridono a gola aperta e ragazzini che guardano l’obiettivo malinconici tenendosi la faccia fra i guantoni. Vecchi che giocano a carte in strada e ragazzine che si fanno fotografare vestite come Rossella O’Hara per la festa dei 15 anni. E ancora ragazzini stipati sui mezzi pubblici (che per risparmiare, in discesa, vanno “in folle”) e che sfrecciano in motorini scassati davanti ai cartelloni con la faccia di Bush con su la scritta “El asasino”. Primi piani di gente povera, ma nello sguardo, non sconfitta.

Da Colombo alle jieneteras

«A metà millennio Colombo sbarcava sulla terra più bella del mondo ancora ignoto, avviando la rapida scomparsa dei suoi indigeni» scrive Danilo Manera nella nuova edizione di Vedi Cuba e poi muori (Feltrinelli). «Con nuove genti venute dall’Europa e dall’Africa, l’isola ha conservato la sua dolcezza d’acque, cieli e fiori e continuato a fumare tabacco, ma ha conosciuto l’urlo della schiavitù e gli scoppi delle rivolte, il rapimento della danza e l’oblio del rum, il sussulto del sesso, i tuoni della storia e il gocciolio della povertà». Un passato, che insieme alla memoria della rivoluzione castrista e alle contraddizioni del presente, distilla umori nuovi nella nuova narrativa cubana. Che ha soprattutto il suo epicentro a ll’Avana, nel quartiere del Vedado dove si trova l’Uneac, l’associazione degli scrittori e artisti cubani che ha già visto crescere più generazioni di autor. Anche negli anni Ottanta quando salì alla ribalta una generazione di narratori caustici, spregiudicati, pronti a denunciare ogni faglia politica e sociale. Erano gli anni delle fughe disperate da Cuba verso Miami, del Periòdo especial. quando per tentare di far fronte all’embargo Usa il governo di Castro imponeva pesanti razionamenti. Anni in cui esplode la Trilogia sporca dell’Havana di Pedro J. Gutiérrez (edizioni e/o), ma anche il successo di Padura Fuentes e il talento di quello che è forse il più grande scrittore di quella generazione, Miguel Mejiedes. Poi, come ci ha scritto Manera nel libro A Labbra nude (Feltrinelli) sarebbe venuta la che-guevaragenerazione degli scrittori nati alla metà degli anni Sessanta, come Yoss (alias José M. Sanchez Gomez), una laurea in biologia e physique du rôle da divo rock; Yoss racconta l’Habana di notte, gli incontri imprevisti, le vite parallele di una gioventù colta, che si divide fra militanti dell’Unione della gioventù comunista e le jineteras cavallerizze) e i jineteros che amano la moda e il carpe diem negli alberghi frequentati da ricchi turisti, «con ironia e non senza un pizzico di nihilismo». Ma oggi rivela Manera con la raccolta La fiamma in bocca. Giovani narratori cubani (Voland) siamo già oltre e spuntano voci nuove nate negli anni Settanta  e Ottanta . Scrittori che passano con disinvoltura dal realismo magico, al racconto storico, a derivati da cyberpunk e a impreviste contaminazioni di generi. Cresciuti artisticamente (perlopiù) al laboratorio di tecniche creative dell’Uneac, sostenuto dal Ministero della cultura cubano pubblicano in riviste e i racconti scelti da Manera per Voland sono tutti inediti.

L’ombra del Che

La storia del Che è anche la storia della costruzione letteraria di un mito come ha racconto Alberto Filippi in Guevariana (Einaudi) raccogliendo racconti, saggi, e pensieri che al medico e comandante Che Guevara hanno dedicato scrittori in ogni parte del mondo (da Saramago a Taibo, a Vazquez Montalbàn). Ora, ad arricchire la serie pressoché sterminata di biografie arrivano due nuovi volumi: la monumentale monografia del giornalista del New Yorker Jon Lee Anderson Che Guevara (Fandango), ricca di inediti grazie alla collaborazione di Aleida March e il prezioso, agile, volumetto di Roberto Borroni, Pombo, (Negretto editore) che racconta il Che attraverso la testimonianza di Harry Villegas detto Pombo: quando decise di unirsi alle truppe del Che aveva appena 17 anni.

dal quotidiano Terra 18 luglio 2009

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