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Buren, maestro della luce e del colore

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 26, 2012

Dopo aver trasformato il Grand Palais in un caleidoscopio di riflessi, l’artista francese Daniel Buren , in Calabria,  reinventa il Parco archeologico di Scolacium con specchi e vetrate blu e rosse

di Simona Maggiorelli

Daniel Buren, Pechino 2004

«Per me il colore è pensiero puro», dice Daniel Buren. Forse il maggior artista francese vivente. Che con le sue luminose opere site specific fatte di vetri policromi o rivestite di tessuti a strisce ha cambiato il volto ad alcune delle piazze e dei luoghi pubblici più noti al mondo, da Pechino a Parigi e oltre.

Ma dagli anni Ottanta, dopo aver sostanzialmente abbandonato la pittura a favore di installazioni architettoniche, Buren ha anche contribuito a ricreare con fantasia aree urbane senza identità, anonime: quegli spazi metropolitani che l’antropologo Marc Augé definirebbe «non luoghi».

Aeroporti, snodi per le merci, oppure ponti come quello di cemento che attraversa il fiume di fronte al Museo Guggenheim di Bilbao, un grigio e trafficato punto di passaggio che lo scultore parigino ha trasformato del tutto sormontandolo con un magnetico arco rosso  facendone una specie di simbolo e di icona che identifica la zona del museo.

Da qualche tempo però, più che gli spazi della contemporaneità, Buren sembra prediligere “angoli” densi di storia. Accade così che su invito di Alberto Fiz direttore del Marca di Catanzaro, l’artista da qualche mese si sia “trasferito” nel parco archeologico di Scolacium per creare nuove opere in dialogo con le vestigia romane che qui sopravvivono fra gli uliveti.

Daniel Buren, Luxenburg 2001

Dal 27 luglio e fino al 14 ottobre l’antica Basilica del Parco, dopo il suo intervento, si presenta in veste rinnovata, carica di riflessi blu e rossi che filtrano dalle vetrate di plexiglas realizzate ad hoc: al variare della luce creano atmosfere cangianti, in un magico movimento di luci e ombre.

Più in là, l’antico teatro. Al centro, Buren ha costruito una gigantesca struttura specchiante che dilata lo spazio scenico, facendone una piattaforma virtuale, un lago di riflessi sotto il sole a picco della Calabria.

L’antico teatro romano appare ora come uno spazio irreale, visionario, orizzonte di miraggi e arena di immaginarie scorribande di demoni meridiani. Accentuando le linee di forza dei ruderi, o raddoppiandone illusionisticamente gli spazi e, ancora, disseminando il parco di elementi semplici ed essenziali come archi e colonne, Buren reinventa la trama visiva del Parco di Scolacium facendone un luogo delle meraviglie.

Un po’ come era già successo lo scorso giugno, quando è stato invitato a intervenire sul Grand Palais di Parigi per la rassegna Monumenta ( che ogni anno chiede a un artista contemporaneo di creare ex novo un’opera per questo importante spazio) . In quel caso l’elegante e austera struttura in ferro illuminata dalla cupola a vetri, nelle mani di Daniel Buren, è diventata un caleidoscopio di rossi, verdi, blu, gialli e arancio.

Daniel Buren,Monumenta 2012

Realizzando delle grandi vetrate a mosaico, Daniel Buren ne ha fatto una splendente macchina rinascimentale. Una sorta di Wunderkammer in cui raggi di luce, colori, riflessi sembrano cambiare di continuo  i volumi delle cose e creano dal nulla forme geometriche che ridisegnano gli spazi; Buren qui come altrove  ha ripreso alcuni topoi dell’arte concettuale di cui è maestro aprendoli a imprevisti di fantasia.

In questo caso poi, creando un ideale ponte fra contemporaneità e storia dell’arte del  Quattrocento l’artista dice  di essersi ispirato anche  al pittore toscano Paolo Uccello (1397-1475), l’autore della spettacolare Battaglia di San Romano degli Uffizi, una grande tela che ha ben due opere pandant e di pari importanza conservate al Louvre e alla National Gallery: «Uno dei pittori più straordinari della storia occidentale – sottolinea Daniel Buren -, perché con tre tele di battaglia seppe creare prospettive vertiginose, che attraggono lo spettatore dentro il quadro», prospettive ad alto impatto emotivo  che  l’artista  realizzò aiutandosi con l’uso dello specchio. Ben prima di Parmigianino, di Caravaggio e di Velàzquez.

da left-avvenimenti

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Un bacio da capogiro

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

Towmbly, le quattro stagioni

Towmbly, le quattro stagioni

Compagno di ricerche di Rothko, e sodale di Rauschenberg l’artista americano Cy Twombly,che dal 1957 vive a Roma, è protagonista di una importante retrospettiva alla galleria di arte moderna della Capitale. Una personale che parte dagli anni Quaranta per arrivare ai nostri giorni e che comprende una suite di opere come Le quattro stagioni, in cui Twombly ricrea in pittura astratta, – fra colpi di colori e pause di bianco- una suggestione pittorica dal compositore Vivaldi. Dopo un’anteprima alla Tate Gallery di Londra dal 24 maggio, alla chiusura della mostra romana inaugurata il 5 marzo, la retrospettiva migrerà al Guggenheim di Bilbao. Ed è proprio Sir Nicholas Serota, da vent’anni direttore della Tate a raccontare a Notizie Verdi i prodromi di questa retrospettiva. “Ci stiamo lavorando da molto tempo- ammette Serota – cercando di comporre la ricerca rigorosissima e schiva di Cy Twombly in una mostra che possa dar conto in modo autentico della sua parabola creativa, anche al di là dall’immediata onda di successo di questi ultimi anni”. Un’onda di successo che, dopo aver toccato cifre record nelle aste internazionali, ha avuto anche esiti curiosi sul piano della cronaca, dopo che 2007, durante una visita alla collection Lambert Museum di Avignone, un artista franco cambogiano non ha trovato di meglio per esprimere il suo apprezzamento all’arte di Twombly che dare uno schietto bacio alla tela. Il collezionista proprietario dell’opera, convinto che questo gesto l’avesse irrimediabilmente danneggiata, ha poi citato l’appassionato visitatore della mostra per danni di milioni di dollari. Che alla fine, tutto compreso, lo ha obbligato a versare al proprietario circa mille dollari. s.m. da Notizie Verdi 6 marzo 2009

Quel bianco profanato

Compagno di ricerche di Rothko, Cy Twombly è protagonista di una retrospettiva alla Gnam di Roma

di Simona Maggiorelli

«Chi non ha mai lasciato il segno su un muro, inarrestabile impulso di tracciar un segno, di fare un gesto sul puro muro bianco? Solo una superficie dapprima, poi i segni si sovrappongono, creano un tempo e uno spazio, il muro ora ha una sua profondità», scriveva Palma Bucarelli nel 1958, presentando al pubblico italiano l’opera di Cy Twombly. Figura ormai quasi leggendaria, studiosa di intelligenza acuta, l’allora soprintendente della Galleria di arte moderna (Gnam) regalava all’artista americano un’immagine e una profondità espressiva che in quei suoi primi gesti di action painting, quasi graffi incisi nel bianco metafisico del muro, forse non aveva, se non come primitiva intuizione. Quella profondità, di cui parlava Bucarelli, Twombly l’avrebbe realizzata poi in tempi recenti, quasi alla soglia degli ottant’anni. Ce ne rendiamo conto ripercorrendo a ritroso la parabola dell’artista dai primi anni 40 a Boston e a New York per arrivare all’oggi e al suo successo internazionale. Così come ce la ripropone nelle sale della Gnam Nicholas Serota, direttore della Tate gallery di Londra e curatore della retrospettiva romana aperta fino al 24 maggio (catalogo Electa), che poi andrà al Guggenheim di Bilbao. Coetaneo di Rothko, Twombly, diversamente dal geniale pittore russo-americano, non osa una regressione creativa fino a grandi campiture di puro colore.

Preferisce lavorare sul margine di questa grande ricerca. Raccontandosi attraverso forti colpi di colore su un bianco che, in alcune composizioni, riecheggia il calore di certi bianchi pastosi e stratificati di Utrillo. Nella serie Quattro stagioni (1993-1995), in particolare, Twombly sembra toccare lo zenit della sua arte: e sono variazioni di bianco, grondanti colori, ma anche composizioni di lettere e immagini che hanno il ritmo di variazioni musicali. Schivo, parco di interviste, Cy Twombly vive quasi inosservato dal 1957 in Italia, prima lavorando nello studio di Campo de’ Fiori a Roma, poi a Gaeta, in cerca dei riflessi del Mediterraneo. Intanto le quotazioni dei suoi quadri curiosamente hanno raggiunto cifre da capogiro e c’è stato anche chi ha dato di matto, baciando una sua tela. Per questo gesto durante una visita alla collection Lambert museum di Avignone, l’artista franco-cambogiano Rindy Sam ha rischiato una multa di 2 milioni di dollari. Il collezionista proprietario della tela di Twombly era convinto che quel bacio l’avesse danneggiata.

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