Articoli

Posts Tagged ‘MAXXI’

La coerenza di un maestro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 5, 2011

Un trittico di mostre festeggia i cinquant’anni di ricerca di Michelangelo Pistoletto. I suoi “classici” trovano nuova linfa nel parco archeologico
di Scolacium in Calabria

di Simona Maggiorelli

Michelangelo Pistoletto in Segno arte

Al Contemporary art museum di Philadelphia, in autunno, lo aspetta una grande retrospettiva. Ma anche il Maxxi di Roma ha in programma un’antologica che festeggia i suoi cinquant’anni di ricerca artistica. Intanto, quasi fosse un’anteprima, al Marca di Catanzaro e al parco di Scolacium, Alberto Fiz ha organizzato un omaggio a Michelangelo Pistoletto con la mostra Il Dna del terzo paradiso che, fino al 3 ottobre, rilegge per capisaldi la sua intera opera, dai primi quadri specchianti che moltiplicano lo spazio all’infinito, per arrivare poi alle sue più recenti realizzazioni, alcune delle quali appaiono risemantizzate nello scenario mozzafiato del parco archeologico calabrese. A cominciare, per esempio, dal bronzo L’arringatore del 1976, ricreazione dell’antica statua etrusca che qui allunga il braccio verso il tronco di un albero, come ad alludere a un moderno rapporto fra arte e natura che però riesce a sussumere l’antico. Ma anche la scultura Il gigante (1981-83) che svetta nel parco con i suoi sei metri d’altezza, appare, nel confronto con questo paesaggio, tingersi di maggiori risonanze classiche. Mentre sculture come Segno Arte che reinterpreta l’antropocentrismo vitruviano e I temp(l)i cambiano (con la facciata del tempio franante e sbilenca) mettono in primo piano la vena ludica, profondamente laica di Pistoletto. Che qui ripropone anche, ma questa volta scolpita su una clessidra di marmo, l’azione compiuta nel 1978 C’è Dio? Sì ci sono! «con il preciso scopo – annota Pistoletto nel catalogo Electa – di estendere la capacità della gente di esercitare autonomamente le funzioni del pensiero». Insomma, anche se il percorso di questa mostra curata da Fiz si compone di una decina di opere soltanto, qui ritroviamo tutti i fili del lungo percorso del maestro biellese. E in primo piano ne risalta la sua profonda coerenza. Fin da quel 1960, quando allestì la sua prima mostra negli spazi della Galleria Galatea di Torino, Pistoletto ha sempre seguito un sua strada originale, non di rado facendo parte per se stesso (perché non disposto a scendere a compromessi), avendo in mente un’idea di arte che si proponga anche come etica, come rapporto non distruttivo con l’ambiente e soprattutto con gli altri esseri umani. Così quando negli anni Sessanta furoreggiava la pop art con le sue sgargianti e sorde gigantografie di merci e dive, Pistoletto, in risonanza con una manciata di artisti italiani – da Merz a Paolini, a Fabro e altri – scelse una poetica fatta, all’opposto, per sottrazione, con materiali grezzi e naturali, che cercava l’essenziale e immagini interiori capaci di stagliarsi contro il rumore del boom economico. E come ci ricordano ora il bronzo, il marmo e gli altri materiali preziosi che l’artista ha usato per la realizzazione delle sculture esposte a Catanzaro, la sua Arte povera non è mai stata ascesi, francescana rinuncia. Né freddo minimalismo, come ci suggeriscono qui i festosi tavoli specchianti Love difference in cui appaiono “attovagliati” tutti i Paesi del Mediterraneo, ciascuno con la propria, originale identità rappresentata
da differenti panchetti.

da left-avvenimenti del 6-26 agosto 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Leave a Comment »

Il potere delle immagini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 2, 2011

Il nuovo libro di Francesco Bonami confronta opere e icone quotidiane

di Simona Maggiorelli

Antonello da Messina, Madonna velata

C’è una  grande casa di vetro popolata di farfalle campeggia nell’ala del nuovo Macro di Roma che inaugurata il 4 dicembre scorso. Pensata come un grande incubatore, questa speciale serra riproduce in scala la Farnsworth House californiana dell’architetto Mies Van der Rohe. Nell’intenzione di Bik Van der Pol (Enel Award 2010) nasce come un invito a rispettare l’ambiente che ci circonda. Perché, come ci ricorda il direttore del Premio, Francesco Bonami «quando le farfalle scompaiono significa che l’ambiente è stato alterato in modo tragico».

Critico e curatore di fama internazionale (oggi vive e lavora perlopiù a New York) Bonami è anche un attento e pungente osservatore di ciò che accade nel panorama culturale nostrano su Il Riformista e in libri come Dopotutto non è brutto (Mondadori), come Irrazionalpopolare (con  Luca Mastrantonio, per Einaudi) e come il nuovissimo Dal Partenone al panettone da poco uscito per Electa.

teschio di Orozco

Anche per questo, e visti i ricenti crolli, la nostra conversazione non può che partire dal dramma che stanno vivendo Pompei e  molti altri siti archeologici nostrani. «Vede. il  fatto è che noi italiani viviamo una perenne contraddizione- fa notare Bonami -, ci vantiamo di essere il Paese con il più ampio patrimonio d’arte nel mondo e al tempo stesso non lo curiamo, ce ne freghiamo». Dunque  la mancata tutela di Pompei non sarebbe solo una questione di tagli ai finanziamenti alla cultura e di dissennate politiche di emergenza? «Il nostro problema è la mentalità. Come cittadini e come amministratori e ministri, a vari livelli rei di questo disastro. In questo- rincara il critico fiorentino- rientra anche il fatto che un ministro dei Beni culturali possa pensare che con un manager alla valorizzazione (l’ex manager McDonald’s Mario Resca ndr) si possa risolvere il problema di una generale mancanza di senso civico». Così un modello di gestione importato dagli Stati Uniti qui produce danni, più di quanti ne faccia Oltreoceano dove la volorizzazione dell’arte ha una storia breve e recente. «L’imprenditoria da noi in Italia  è diseducata a pensare cosa significhi partecipare collettivamente di una cultura. In America, invece – racconta Bonami – l’imprenditore investe, certo perché ne ha vantaggi fiscali, ma anche perché ha un senso dello spazio collettivo in cui vive. Io lo chiamo egoismo civico. Non è filantropia. Investe in cultura perché è convinto di fare bene anche a se stesso: perché una città dove i musei e le scuole funzionano dà valore anche a chi ci vive. Da noi, invece, chi investe lo fa solo per avere visibilità, non per una migliore immagine e qualità di vita collettiva. Un esempio? Guardi come è impacchettata di pubblicità Venezia».

Cristo morto di Mantegna

Proprio a proposito di arte e ricerca di visibilità personale, da ex direttore della Biennale di Venezia, Bonami  cosa pensa della decisione del ministro Sandro Bondi di affidare il Padiglione Italia a Vittorio Sgarbi, già sindaco di Salemi, soprintendente al Polo museale veneto, nonché supervisore degli acquisti del MAXXI? «Vede in Italia oggidì esistiamo solo se passiamo per il mezzo televisivo, quindi personaggi come Sgarbi, o come Philippe Daverio, si sentono insigniti di un potere superiore, quasi divino. I media danno loro la sensazione di poter far tutto. Quando invece si hanno competenze limitate. E questo – prosegue il critico – sta producendo un disastro nel mio settore, nella cultura, ma anche in altri campi. La notarietà mediatica in Italia è un lasciapassare per tutto. In questo quadro, dunque,  Sgarbi, con il suo padiglione Italia, ancora una volta ci farà apparire in modo molto imbarazzante agli occhi del mondo».

Da parte sua Vittorio Sgarbi, del resto già mesi fa, salutò il suo incarico in laguna stigmatizzando i suoi predecessori in modo non proprio gentile e dando allo stesso Bonami dello «spiritoso dilettante». Mentre Luca Beatrice, responsabile del padiglione Italia 2009 in chiave passatista, plaudiva al progetto sgarbiano “150 artisti per 150 anni dell’Unità d’Italia”, come occasione per mostrare e portare in primo piano l’iconografia di destra. Ma anche come un modo per fare fuori «la cricca dell’arte povera che si autocelebra come unica critica d’arte, in stile regime sovietico» Da parte sua Bonami fa spallucce alle punzecchiature del super Vittorio e nel suo ultimo libro Dal Partenone al panettone (Electa), fuori dalle polverose accademie, rivendica la possibilità di analizzare la forza comunicativa delle immagini in piena libertà, attraverso nessi inediti, talora anche “inauditi”.

Che Guevara, ucciso

Così il colpo di testa del calciatore Zidane campeggia accanto a un particolare di un affresco di Masaccio, la foto di Che Guevara morto è accostata al Cristo morto di Mantegna, la Madonna velata di Antonello da Messina è accanto a una libera reinterpretazione di Orozco, Anche nella critica d’arte, insomma, è tempo di rivalutare l’intelligenza che procede  per intuizioni. «L’arte oggi è uno dei tanti ambiti che usa le immagini. Lo fa anche la pubblicità, lo fanno le riviste. E a volte attraverso questi mezzi emergono delle icone che pur non essendo artistiche, acquistano quella notorietà e quella fama che compete alle grandi opere. Tanto che l’immagine di Che Guevara morto è più popolare del Cristo morto di Mantegna». Senza dimenticare però che l’arte è creazione di immagine, non solo comunicazione o documentazione. «L’arte- sottolinea Bonami – crea una soglia che noi attraversiamo. Nel mio libro non intendo dire che tutto sia arte. Parlo del potere delle immagini e le confronto con quelle che realizzano gli artisti. L’arte, insomma, è quel linguaggio che ci regala uno scarto, che ci fa capire in un mondo diverso, che ci dà la possibilità di vedere le cose in un modo più libero di quanto ci consentano la pubblicità o altri linguaggi. Anche perché – approfondisce – l’arte in realtà non ha nessuno scopo, mentre la pubblicità o il foto giornalismo ne hanno uno ben preciso e pragmatico» E a chi obietta che anche l’arte oggi deve fare i conti con il mercato? «Rispondo che in fondo non è vero perché gli artisti creano a prescindere, prima di avere un mercato, prima di esporre, per un’esigenza personale, per comunicare qualcosa di profondo». E non come piatta mimesi del reale. Nel suo nuovo libro Bonami, non a caso, parla del realismo come valore, ma anche come zavorra dell’arte italiana. «L’Italia è un Paese che ha dei bravi artisti ma non ne ha migliaia, ce ne sono pochi che possano dare il la a nuove tendenze. Questo accade nei vari ambiti della pittura, della letteratura eccetera. Perciò credo che l’operazione che fece Luca Beatrice e che sta facendo Sgarbi, ovvero dire che esistono centinaia, migliaia, di artisti che vanno mostrati sia deleterea: è un modo per infilare dentro ad operazioni molto dubbie personaggi amici, oppure beniamini dei critici. Non è – conclude Bonami – una selezione vera e oggettiva. Andare a chiedere come ha fatto Sgarbi per il suo Padiglione a Umberto Eco, a Massimo Cacciari, ad Arbasino e ad altri di fare dei nomi da portare a Venezia, è chiedere a vanvara, non è affatto una cosa democratica. Anche perché Eco stesso ammette di non intendersi di arte contemporanea e Massimo Cacciari dice sinceramente di essersi fermato a Mondrian e di non avere interesse per ciò che è accaduto dopo».

left-avvenimenti 26 novembre 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 Comments »

Il macro si fa città museo. Nel segno di Odile Decq

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 28, 2010

Dal 1 giugno il museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia a Roma riapre i  battenti, ridisegnato dall’architetto francese  e con una serie di interessanti mostre che aprono in contemporanea

di Simona Maggiorelli

Macro di Roma

Curve, linee architettoniche sinuose, eleganti. E percorsi che seguono traettorie pendenti che danno al passo una piacevole sensazione di incertezza. Ma anche una grande attenzione ai giochi di luce, come alle pause e alle zona d’ ombra. Si presenta così il nuovo Macro di Roma riletto dall’architetto francese Odile Decq. Quando le donne progettano scelgono un vocabolario diverso da quello rigidamente monumentale. Lo suggerisce la morbidezza di linee che l’archistar anglo-irachena Zaha Hadid ha saputo dare al suo avveniristico MAXXI (che ora apre definitivamente al pubblico) ma lo fa pensare anche il nuovo museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia che la Decq ha trasformato in una sorta di pubblico agorà dotandolo di un cortile aperto con fontana e una ampia parete a vetrata su cui scorre l’acqua.

Luce naturale, acqua, trasparenze, certo. Ma poi diversamente dalla Hadid che ha fatto dei colori chiari la propria cifra, la ex ragazza punk rock Odile Decq sceglie lucido basalto della Cambogia come rivestimento del Macro.  E all’interno, proprio nel cuore del museo, crea un rosso auditorium da 150 posti che sembra sollevarsi dal pavimento come un astronave. Così in scintillante nuova veste che ricorda il suo gusto dark per gli abiti neri e il rossetto che spicca sulla pelle chiara, Odile ha presentato ieri il suo Macro. Che già dal 1 giugno non sarà più solo bella scatola vuota, ma cantiere d’arte attivissimo con l’inaugurazione in contemporanea di sette personali di artisti europei e americani e con nuovi percorsi di opere appartenenti alla collezione permanente del museo collocate nei nuovi spazi.

Così se nella piccola galleria s’incontrano, tra le altre, opere-manifesto come Il Teatrino di Lucio Fontana e Sottosopra azzurro in alabastro di Ettore Spalletti, accanto alla Superficie bianca di Enrico Castellani e alla spugna imbevuta di blu Klein (con cui l’artista francese rappresentava il proprio ), nel foyer invece c’è la stele Alfabeto che l’artista Nunzio ha affidato al Macro in comodato. Nella sala grande campeggia la montagna di oggetti in acciaio con cui l’indiano Subodh Gupta ha costruito la sua ironica Offerta per gli dei avidi, ma anche le grandi vele gialle, arancio e bianche dell’immaginario veliero evocato dal greco Kounellis. E il viaggio continua sulle passerelle abitate di opere di Jenny Holzer nel v-tunnel dove è proiettato un celebre incunabolo di videoarte firmato Bruce Nauman e perfino sulla terrazza dove Arthur Duff ha creato ad hoc per questa occasione Synophses, una installazione site specific che “bagna” i visitatori di raggi di luce colorata.

Mario Schifano, Macro

Ma al di là delle operazioni scenografiche e d’effetto la novità più importante del nuovo Macro è la ripresa dell‘attività espositiva temporanea, con una sala dedicata a un lavoro interattivo di Gilberto Zorio e un progetto speciale dedicato alle metamorfosi su parete di Luca Trevisani. E poi ancora una personale dell’artista portoghese Louro e la presentazione di nuove opere degli americani Hashimoto e Aarong Young e dello spagnolo. E non è finita qui. in questo mettere a valore e ricreare ogni angolo spicchio, cantuccio o esterno che sia, il museo romano diretto da Luca Massimo Barbero offre anche una passeggiata fra i triangoli e le losanghe a colori con cui ilmaestro francese Daniel Buren ha ridisegnato una delle passerelle esterne del museo,per quello che viene chiamato il “belvedere” e ch , in questo caso, permette davvero un punto di vista nuovo, da fuori, su una parte della collezione permanente conservata all’interno del Macro. Collezione che, proprio in questi giorni, si è arricchita di un’opera nuova, The innocent del videoartista americano Bill Viola.

dal quotidiano Terra del 28 maggio 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Finalmente MAXXI

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Scrivere per immagini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 18, 2009

di Simona Maggiorelli

In the mood for love di Wong Kar Wai

L’ Atlante delle emozioni,  con cui Giuliana Bruno ha vinto nel 2004 il premio internazionale Kraszna-Krausz come migliore libro sulle immagini in movimento, è davvero uno dei saggi più sorprendenti degli ultimi anni per chi si occupa di arte contemporanea e di estetica. Non solo per l’affascinante cartografia di percorsi e di nessi che tesse viaggiando fra architettura, arti visive e cinema. Ma anche per il linguaggio con cui  queste cinquecento pagine sono scritte.  Fondendo discorso accademico e racconto, teoresi e linguaggio rapsodico, «con il piacere – annota l’autrice stessa – di selezionare e organizzare il discorso in forma di travelogue visivo».
Laureata all’Orientale di Napoli e dal 1990 professore di Visual and enviromental studies a Harvard con il suo monumentale Atlante delle emozioni e con libri come Pubbliche intimità, anch’esso uscito in Italia per Bruno Mondadori, Giuliana Bruno ha “imposto” una voce radicalmente diversa nel rigido panorama internazionale della critica dominato da scelte razionaliste, gelidamente concettuali, astratte.

Ci è riuscita “partendo da sé,” dal proprio sentire, rifiutando uno sguardo oggettivante e recuperando alla scrittura immagini e affetti. «E’ vero – ammette la studiosa che in questi giorni è a Roma per la due giorni di studi che ha inaugurato il MAXXI  ( e che ha visto la presenza di Aaron Betsky– e della stessa Hadid) ho cercato un modo di guardare differente, uno sguardo nuovo, per così dire “tattile”. La maniera classica di guardare ci ha insegnato una fredda distanza fra noi e le persone che guardiamo.

A me sembra, invece, che ci sia un modo un po’ più carezzevole di avvicinarsi e di essere toccati dalle immagini. In modo che l’occhio non sia di un voyeur ma di un voyager, per me declinato al femminile, come voyageuse. Insomma mi interessava una modalità più fluida di entrare e di guardare attraverso le cose e di rapportarsi agli ambienti che attraversiamo, a quei luoghi che raccolgono le nostre emozioni, le nostre memorie. Niente è neutro, tanto meno gli spazi della rappresentazione.

In the mood for love

Possiamo leggerlo come un recupero delle emozioni ostracizzate dai filosofi?
Le emozioni non hanno nulla a che fare con il sentimentalismo. Sono una forma di conoscenza. E l’immagine ha un contenuto, un sostrato. Al di là di quello che mostra di per sé. Le immagini emotive si muovono nel tempo e non solo nello spazio.
Mentre lei scriveva il suo Atlante delle emozioni, il filosofo Remo Bodei sceglieva per il proprio lavoro  un titolo spinoziano come Geometria delle passioni, due diverse modalità?
Ho incontrato più volte Remo Bodei, è una persona straordinaria, sensibile. Però sul piano intellettuale, innegabilmente, esprime una forma di geometria, mentre, per dirla con Deleuze, il mio pensiero ha molte pieghe.
A proposito di cultura francese, lei prende le distanze dal discorso che Julia Kristeva ha fatto sull’«apparato cinematico». Perché?
Semiologia e  psicoanalisi si sono occupate dello sguardo filmico e lo hanno trattato non solo come testo ma come apparato di una forma di visione. Ho letto molto ma mi sembrava che mancasse qualcosa di fondamentale in quegli scritti. Ovvero che il modello applicato a questo apparato filmico fosse una sorta di trappola lacaniana da cui non si riusciva a uscire. La soggettività veniva rinchiusa in una forma di rappresentazione duplice e spaccata di fronte allo specchio. A mio modo di vedere lo schermo cinematografico è più di uno specchio o di una finestra.  E non mi corrispondeva lo sguardo trascendentale e incorporeo,  questo io-ego come grande occhio, che emergeva da questa lettura lacaniana del cinema che è stata a lungo dominante nella cultura francese.
Così si è rivolta al filosofo Hugo Münsterberg, collaboratore di William James. Un curioso personaggio che riconosceva forza psichica alla rappresentazione cinematografica. Come l’ha scoperto?
Mentre cercavo di mettere a punto un mio diverso approccio al cinema scrivendo l’Atlante delle emozioni mi sono ricordata di avere un libriccino di questo filosofo ebreo tedesco che avevo letto molti anni prima. Münsterberg faceva ricerca agli inizi del XX secolo, in un periodo molto fertile, quando nasceva la psicologia sperimentale. E aveva dato vita a suo laboratorio filosofico sulle immagini.  Nel 1916, dunque molto presto, Münsterberg scoprì il cinema e scrisse  un libro assai interessante. All’epoca nessun filosofo si occupava  di cinema. Né tanto meno si pensava che fosse un’arte. Avendo lavorato molto sulla psiche, invece, Münsterberg riconosceva al cinema non solo la possibilità di rappresentare delle cose ma anche di rappresentare come pensiamo. Parlare di forza psichica del cinema per lui significava riconoscerne la forza emotiva, ma anche cognitiva. Naturalmente lui non andava oltre. Si trattava, invece, di leggere le forme di immaginazione e di rappresentazione cinematografica. Ma il suo pensiero mi è parso comunque importante. Tanto da dedicargli una monografia che sta per uscire negli Usa.
«L’indubbio progenitore del cinema è l’architettura», scriveva Ejzenštejn. è stato per lei una fonte?
Sono tornata a Ejzenštejn proprio per il rapporto che vedeva fra montaggio e architettura. Di  lui, ovviamente, si è scritto molto, ma  un suo saggio degli anni Trenta mi ha spinta a continuare una ricerca trasversale  che associa il cinema alla produzione di spazio in tutti i sensi, non solo  fisico. Come l’architettura anche il cinema è una maniera di “spaziare” in molti sensi. Il primo film, diceva Ejzenštejn,  è l’Acropoli di Atene. Non la caverna di Platone. Proponendo così un modello metaforico molto diverso. Il  cinema  richiama l’attraversamento di luoghi  in una città con una serie di visioni, di immagini in movimento. Lo spettatore non è più intrappolato nella caverna platonica. Ma l’accostamento fra l’architettura e il cinema funziona anche se si pensa al  solo fatto che l’architettura non si contempla. Si recepisce con il corpo, con la sensazioni.
Nel suo lavoro il cinema di Antonioni occupa un posto importante. Come regista capace di creare «uno spazio mentale» e di raccontare per immagini il mondo interiore dei  personaggi. Ci sono registi oggi ai quali riconosce una ricerca analoga?
Sì amo molto Antonioni, con il suo modo di filmare quasi minimalista riesce a tracciare personaggi a tutto tondo, non meri caratteri. Antonioni non parlava del personaggio attraverso l’azione, ma con l’introspezione che traspare dalle sue inquadrature. Talvolta anche di bellissime architetture vuote. Basta questo per restituirci il mondo interiore di un personaggio, il modo in cui sente e vive. Una cosa che ritrovo per esempio in Wong Kar Wai, regista di In the mood for love. Anche se  con un’estetica diversa, ritrovo nel suo cinema un certo modo di guardare il rapporto fra uomo e donna, lo spazio psichico, lo spazio della memoria, lo spazio dell’immaginazione, il tempo. Si ha la sensazione che questo spazio contenga una durata che non riguarda la  “velocità”. Questo sguardo differente torna anche in molte installazioni di arte. Lo trovo non di rado espresso nelle immagini in movimento che oggi si vedono nelle gallerie d’arte.
La videoarte, integrando più linguaggi d’arte, apre nuove possibilità espressive?
In Pubbliche intimità ho insistito molto su questo cambiamento che a me pare molto interessante. Non è la morte del cinema ma un’estensione dello sguardo filmico che entra nelle gallerie e nei musei proponendo un modo diverso di relazionarsi con le immagini. Non è più la contemplazione della pittura come immagine fissa, ma comprende il movimento dell’immagine, il movimento dello spettatore e il movimento di un tempo che direi interiore. Nella concitazione della vita metropolitana alcune opere di videoarte e installazioni offrono un modo di riappropriarsi del tempo,  dell’interiorità.  In un certo senso queste nuove forme di arte ci invitano a guardare le immagini guardandoci dentro e a guardarsi dentro per vedere meglio fuori e, spero, per cambiare.
Nel tempo breve, ellittico, di un’opera di videoarte le immagini talora ,possono arrivare ad avere un “calore” speciale, una deformazione quasi onirica, poetica.
E’ una dimensione che riguarda il “tenore” delle immagini ma non solo. Penso, per esempio, a certe opere sonore di Janet Cardiff: seguendo la sua voce si entra in uno spazio. Altre volte c’è una piccola videocamera che ti permette di percepire la forma di relazione che l’artista ha con il mondo. è come se ti facesse entrare nella sua mente, nella sua maniera di sentire. In una sua installazione realizzata dopo l’11 settembre, ricordo, aveva collocato delle casse in un luogo molto grande. Gli spettatori potevano muoversi e ascoltare dagli amplificatori oppure mettersi dove  volevano. L’atmosfera che si veniva a creare era molto particolare, intensa, partecipata. Ognuno in silenzio seguiva il filo delle proprie immagini interiori, ma al tempo stesso era vicino agli altri. In un momento molto duro per New York, in un museo, stranamente si aveva la sensazione di poter attraversare questo trauma in maniera anche pubblica, sociale. è un aspetto del cinema che mi ha sempre molto affascinato e che qui trovavo allo zenit. L’installazione di Cardiff permetteva di essere al contempo molto dentro di sé e insieme di condividere con altre persone  emozioni, sensazioni, pensieri, forme di discorso. Di nuovo a Berlino qualche mese fa ho incontrato una sua installazione. Ho notato che i più giovani avevano spento tutto, telefonini, iPhone e quant’altro e ascoltavano a occhi chiusi. La dimensione in cui si era trasportati non aveva nulla di nostalgico, niente di religioso. Era come se l’artista ci invitasse a fermarci un momento. Per non essere sempre spezzati tra le cose, per trovare un modo, anche solo per un istante, di connettersi con gli altri e con il nostro mondo interiore.

da left avvenimenti del 13 febbraio 2009-

Posted in Arte, Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

il museo del XXI secolo? Curve e movimento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 17, 2009

di Simona Maggiorelli

MAXXI, Roma foto di Richard Bryant

Piani inclinati, superfici ondulate e inserti di vetro nel pavimento. L’archistar Zaha Hadid ha creato un edificio dalle forme fluide e di straordinaria eleganza
n orizzonte fluido di linee che corrono verso inaspettati punti di fuga. Spazi che si schiudono l’uno sull’altro senza soluzione di continuità. Agili scale e poi percorsi lungo ballatoi con la sensazione di una morbida salita fino alla vista mozzafiato del piano alto dalla grande vetrata, affacciato sui palazzi dello storico quartiere dove sorge il MAXXI di Roma. Il museo del ventunesimo secolo costruito dall’architetto anglo- irachena Zaha Hadid sabato e domenica prossime, a dieci anni dalla sua ideazione (e dopo non poche traversie economiche e burocratiche), apre finalmente le porte al pubblico. Anche se non è stata ancora allestita all’interno la collezione permanente di oltre 350 opere di arte contemporanea destinata a questi spazi. Nel fine settimana una coreografia creata ad hoc da Sasha Waltz accenderà di musica e danza questa grande “nave-museo”, ma chi abbia già percorso questi spazi nella breve anteprima di ieri può testimoniare che anche l’esperienza che offrono le sue sale nude e vuote non è indifferente. I piani inclinati dei pavimenti, le superfici ondulate, l’assenza di barriere e confini danno il senso di un luogo aperto alla fantasia e all’immaginazione. «Fin dagli inizi la mia idea è stata quella di costruire un campus d’arte, piuttosto che un museo in senso stretto» ha detto la stessa Hadid presentando in conferenza stampa la sua opera. «Ho progettato il MAXXI- ha spiegato- in modo che i curatori delle mostre, in futuro, possano organizzare i loro percorsi espositivi sviluppandoli narrativamente lungo i piani dell’edificio, oppure sfruttando gli spazi laterali». Un pensiero progettuale che poi ha preso concretamente forma nel lavoro con Patrik Schumacher, da oltre trent’anni socio e stretto collaboratore dell’archistar di Baghdad. «Con lui ricorderemo sempre ogni linea tracciata e le notti trascorse a disegnare il complesso» ha sottolineato Hadid, ringraziando poi il presidente della Fondazione MAXXI Pio Baldi per il sostegno, ma anche scherzosamente minacciando il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e l’assessore alla cultura del Comune di Umberto Croppi di tornare sovente per vegliare sul buon uso della sua creazione. Originale interprete di un nuovo modo di pensare le superfici, Hadid di fatto ha decomposto lo spazio del vecchio edificio militare di via Guido Reni per aggiungere fluidità e bellezza ma anche un funzionalità più duttile all’edificio. Un lavoro di scomposizione e ricomposizione delle forme qui realizzato usando materiali diversi, dal cemento, al ferro al vetro (con inserti anche nei pavimenti), mentre un ruolo di primo piano gioca il complesso sistema di illuminazione, che di giorno filtra o amplifica la luce naturale e di sera offre una raffinata regia di luci artificiali.

dal quotidiano Terra  del 13 febbraio 2009

Posted in architettura, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La rete che dà forza alla creatività

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su ottobre 2, 2009

di Simona Maggiorelli

Gabriella Belli

Gabriella Belli, direttore del Mart

Mentre la gran parte delle istituzioni culturali  è in grande sofferenza  per i massicci tagli ai finanziamenti pubblici decisi dal governo Berlusconi, la direttrice del Mart di Rovereto, Gabriella Belli, segnala un dato in controtendenza, del tutto inaspettato: «L’interesse per l’arte contemporanea nel nostro Paese è in crescita». E in veste di presidente dell’Amaci (la rete nata dal “basso” che riunisce ventisette spazi museali) spiega: «Dalla lettura dei dati dell’ultimo anno risulta che gli spazi del contemporaneo hanno tenuto bene alla crisi che ha colpito tutti i musei, non solo in Italia».
L’arte contemporanea in Italia è sempre stata la Cenerentola. Non lo è più?
Sta crescendo anche da noi un mondo dell’arte composto di artisti, pubblico di appassionati e moltissimi giovani. Ma, quest’anno, ha inciso anche la Biennale di Venezia che attrae sempre pubblico straniero.
Mettersi in rete, unire le forze in progetti come l’Amaci quanto conta?
Il progetto è nato per far circolare le conoscenze e il sapere che ognuno di noi ha maturato negli anni. Anche se la rete dell’Amaci riunisce realtà diverse: musei, fondazioni, realtà piccole e grandi nate in contesti territoriali lontani fra loro. Ma c’è un dato che ci unisce sul piano gestionale: il trenta per cento delle nostre risorse viene dal privato. E la fisionomia degli sponsor va maturando. Negli anni Novanta le banche o le imprese che investivano in questo settore non esprimevano competenze specifiche. Oggi i partner privati, senza interferire nelle scelte di direzione culturale, orientano il marketing. E sono spariti gli sponsor che investono per un vantaggio politico immediato.
Defiscalizzare le donazioni potrebbe essere d’incentivo agli investimenti?
Avere un vebti per cento in meno di Iva  sulle spalle per un museo significa, per esempio, poter investire di più sulla collezione permanente. I maggiori musei in Europa e nel mondo aggiornano le collezioni. Da noi è raro. Invece è importante fare investimenti lungimiranti, non effimeri, anche se daranno risultati culturali solo sul lungo periodo. Il più importante investimento, comunque, riguarda la formazione. Se fin da bambini si è “esposti” a stimoli culturali, cresce l’esigenza di arte, di cinema, di musica. La maggioranza di quei giovani diventeranno, da grandi, visitatori attenti, partecipi.
Il Mart di Rovereto è un’eccellenza riconosciuta anche all’estero. Come si diventa un modello?
Il Mart ha una bella storia alle spalle. La nostra forza è stata la continuità nel lavoro e la coerenza del progetto culturale. Favorita anche dal fatto che, casualmente, non ci siano stati cambi di direzione.
Dopo il Puskin e l’Ermitage, il Gropius-Bau di Berlino ospita fino a gennaio la sua mostra I linguaggi del futurismo. Il Mart ormai esporta progetti?
Sì, ma richiede molto sacrificio. Esportare progetti culturali è un superlavoro che non produce risultati immediati e che richiede un team di lavoro davvero motivato. I miei collaboratori, per capirci, vanno a cento all’ora. Ma occorre anche il sostegno della politica, in senso alto. Le amministrazioni locali tentine ci sostengono, capiscono l’importante di istituzioni in crescita come la nostra la nostra. Ma Rovereto fa 30mila abitanti e tutta la regione 450mila. Il Mart non può vivere solo di pubblico locale, per quanto ci segua con grande attenzione.
Come si riesce allora ad attrarre pubblico da fuori regione e dall’estero?
Con progetti culturali organici, come accennavo. Il Mart si è costruito l’ identità  su progetti trasversali dedicati ad arte e scienza, arte e teatro, arte e musica. E così via. Ma anche attraverso una forte politica di investimenti nella collezione permanente. Negli anni Ottanta non avevamo da prestare. Oggi tra depositi e collezioni contiamo su 13mila opere, fra cui molti capolavori.
Al Mart è conservato un nucleo importante di opere futuriste. E a Marinetti e compagni lei dedicò una grossa mostra a Parigi.
Come valuta gli eventi del centenario 2009?

La compresenza di molte mostre ne ha penalizzate alcune. Non si può fare una mostra sul Futurismo senza opere di Boccioni. Ma la sua produzione, come è noto, non fu amplissima (morì a 37 anni). Così, alcune esposizioni del centenario risultano acefale. Senza contare che le sue opere più interessanti erano in mostra a Parigi e Londra. Parlo di quelle conservate in America perché l’Italia degli anni Cinquanta, curiosamente, le rigettò. Detto questo, ho trovato l’operazione di ricostruzione storica fatta dal Pompidou piuttosto strana: se si selezionano opere fino al 1916 o il 1918, non si vede il senso complessivo del Futurismo, anche nelle sue derive. In più esporre opere cubiste di Braque e Picasso accanto a quelle futuriste segnala uno scarto innegabile. E non a vantaggio di Severini e sodali. La grande mostra del 1986 a palazzo Grassi aveva segnato un avanzamento negli studi: l’importanza del futurismo risiede nel suo sperimentare ad ampio raggio, fra arte, cinema, teatro, moda. Nella ricerca dell’opera totale. Mostre come quella di Parigi ci fanno tornare indietro.

LA GIORNATA NAZIONALE DELL’ARTE CONTEMPORANEA
Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2009, Tobias Rehberger il 3 ottobre, per la quinta giornata nazionale del contemporaneo organizzata dall’Amaci (Associazione musei d’arte contemporanea italiani), presenta il suo ultimo lavoro al MAXXI di Roma. All’esterno del museo progettato da Zaha Hadid  e che sarà inaugurato ufficialmente nel 2010 l’artista tedesco ha realizzato un’installazione con giochi di luci che prosegue la ricerca sviluppata in videoinstallazioni concepite come stranianti riletture di capolavori del cinema, da Welles a Kubrick. L’intervento di Rehberger nella capitale si inserisce in un calendario fittissimo di mostre ed eventi che il 3 ottobre s’inaugurano in contemporanea. Dal Museon di Bolzano in giù.  In Lombardia, per esempio, parte il progetto Twister che dissemina nuovi lavori di artisti come Loris Cecchini, Massimo Bartolini, Marzia Migliora e altri nell’hinterland milanse. A Firenze, invece, la notte tra il 2 e il 3 ottobre apre i battenti EX3, il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea di Firenze che sarà inaugurato il 29 ottobre con la personale di Rosefeldt e Tweedy.
left-avvenimenti–

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

I musei del nuovo millennio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 15, 2006

Ormai sembrava che il sogno del contemporaneo, a Roma, fosse destinato a svanire. Nonostante la seducente macchina del MAXXI, progettato dall’anglo-iraniana Zaha Hadid, nonostante i grossi annunci, a cui però non sono mai seguiti i necessari investimenti. Progettato nel ’99 il museo del XXI secolo, a agosto, era un cantiere deserto: gli operai in ferie, si diceva, non sarebbero tornati. Ma il ministro Rutelli (ora alle prese con la protesta del suo miglior consulente, il professor Settis, contro il ripristino del silenzio-assenso) almeno una buona cosa l’ha fatta: mettersi in cerca dei circa 60 milioni di euro per completare i lavori. Segnali di disgelo, di ripartita che si leggono anche nel programma di iniziative del direttore del Darc (la sezione architettura del MAXXI) Pio Baldi. In primis l’apertura il 21 settembre, nelle sale di via Reni, della mostra Museums proveniente da Dusseldorf e che, a partire dalla rivoluzione compiuta da Piano e Rogers nel ’77 a Parigi con il Centre Pompidou, racconta il cambiamento radicale del modo di intendere i musei contemporanei nel mondo: non più semplici cubi bianchi, minimalisti, neutri, ma architetture avveniristiche, immagini di fantasia che ridisegnano tutto il paesaggio attorno. Paradigma di questa novità, il Guggenheim progettato da Franck O.Gehry, vorticosa creatura dì titanio che con le sue spirali decostruttiviste è diventata presto un’icona. Tanto da far parlare di “effetto Bilbao”. Ma accanto a progetti come questo, apparentabile per ricchezza di materiali utilizzati al museo del XXI secolo di Dusseldorf, sono nati, più di recente, anche musei capaci di integrarsi nel paesaggio diventando un elemento quasi naturale. È il caso dell’elegante Mart di Rovereto di Mario Botta che ha sconfessato in Italia vecchi pregiudizi sul contemporaneo diventando a tempo di record meta di un turismo culturale attento e che si rinnova di continuo. Seguendo un’ispirazione analoga, accanto alle “grandi cattedrali” come il nuovo Moma newyorkese di Taniguchi e accanto all’astronave in acciaio e cristallo pensata da Coop Himmelb(l)au per Lione, ecco la costruzione “naturale”, con materiali e colori caldi della Catalogna, realizzato da Richard Meir nel ’92 per Barcellona e che è diventata in pochi anni un polo importante di vita culturale e un fòrte centro di attrazione turistica. Attraverso schizzi, bozzetti, plastici e video la mostra Museums racconta questa metamorfosi dei musei, da semplici contenitori, funzionali a spazi d’invenzione, di fantasia, dove il segno degli architetti si fa sempre più forte e originale. Portando i visitatori in un immaginario viaggio intorno al globo, ma anche proiettandoli nell’orizzonte futuro del MAXXI di Hadid, con le sue linee morbide e sinuose, per scoprire, poi, oltre al futuro dei musei più all’avanguardia, anche alcune piccole perle “hyperlocal” che a sorpresa si scovano qua e là in Italia, come il Man, spazio d’arte d’eccellenza del tutto inaspettato in un paesaggio urbano di una piccola cittadina come Nuoro.

Simona Maggiorelli Left

Posted in Politiche culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Leave a Comment »

Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 17, 2006

Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Arte, bellezza, ambiente non sono né “giacimento” né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell’interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli.

Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l’invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero.

Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l’assalto al patrimonio culturale compiuto con la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti?

Quell’operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile.

Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto “benculturalismo”. Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali?

In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L’ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c’è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c’è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l’uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell’articolo 9 della Costituzione. Non c’è niente da cambiare.

Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio?

Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l’archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto.

Anche sbloccando le assunzioni?

La media degli addetti oggi è di 55 anni, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità.

I giovani storici dell’arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare?

Negli ultimi quindici anni c’è stata un’assoluta schizofrenia. Gli stessi governi – quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo – da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell’arte, l’archeologia eccetera, dall’altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono.

In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente?

Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace.

La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un’Italia malata di “mostrite”. Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro?

Oggi c’è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall’altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c’era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l’effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei.

E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po’ debole?

È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l’Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l’arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L’Italia ha sempre avuto grande vitalità nell’arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l’esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono.

Accanto ai grandi centri d’arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio.

Bergamo, ma anche Sassari, e c’è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare.

Un altro fenomeno che colpisce è l’interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell’arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l’Italia che impressione ne ha avuto?

Noto che l’interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c’è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d’arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.

Simona MaggiorelliEuropa

Posted in Politiche culturali | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »