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In cerca di Alighiero (Boetti)

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 20, 2013

1011826_621958317815713_986633735_nAlighiero Boetti, uno, nessuno, centomila. Artista imprendibile, sempre in fuga, dall’eredità accademica, dalle convenzioni normalizzanti, dal proprio passato familiare e borghese, ma anche dalla cultura europea che gli sembrava ormai troppo asfittica e autocentrata.

Per questo, dopo esordi nell’ambito dell’Arte Povera a Torino tra il 1966 e il 1968 e dopo alcuni viaggi a Parigi e a New York, Aligiero Boetti decise di prendere il largo, puntando decisamente ad Oriente. Come facevano, è vero, molti giovani della sua generazione negli anni Settanta.

Ma, invece di imbarcarsi in improbabili tour “alla ricerca di se stesso”, si cimentò in imprese alquanto insolite: come realizzare cartine che denunciavano le mappe del potere, ricamandole ad una ad una, secondo antiche tecniche di tessitura afgane oppure aprire un albergo in un quartiere popolare di Kabul. Si chiamava One hotel ed era il luogo “segreto” in cui l’artista piemontese ospitava amici da ogni parte del mondo.

Nelle vicende turbolente e dolorose che la capitale afgana ha subito nel corso di molte e sciagurate occupazioni militari, russe e americane, si sono perse le tracce di quel luogo diventato nei racconti quasi leggendario. Al punto da affascinare anche un giovane artista nato in America Latina e cresciuto in una tradizione culturale quanto mai lontana da quella di Boetti

. Classe 1975, originario di Monclova in Messico, Mario Garcia Torres è da sempre interessato allo studio dei processi creativi e alla ricostruzione della genesi di opere che hanno fatto la storia delle avanguardie del secolo scorso. Per questo si è messo sulle tracce di quel singolare albergo, di cui restava solo una foto in bianco e nero della facciata. Con piglio da detective intenzionato a ricostruire pagine di vita vissuta a partire da rari elementi indiziari, Garcia Torres si è trasferito a sua volta in Afghanistan, continuando a far ricerche per più di otto anni. Il suo lavoro è ora distillato in un intenso filmato che si può vedere al Museo Madre di Napoli.

Fino al 30 settembre è il perno, il cuore vivo e pulsante, della prima personale italiana di Mario Garcia Torres e intitolata La lezione di Boetti (alla ricerca di One Hotel). In sequenze lentissime, quanto poetiche, scorrono filmini anni Settanta, fotografie, frammenti d’epoca che ci raccontano di una Kabul che si poteva attraversare in bicicletta, dove le donne non erano fantasmi, dove i commerci e la vita quotidiana crescevano a pieno ritmo.

Sono immagini registrate prima dell’invasione sovietica del 1979 e che ci restituiscono qualcosa di quelle atmosfere cittadine che probabilmente stregarono Alighiero Boetti quando arrivò nella capitale afgana. Era la primavera del 1971 quando l’artista torinese vi giunse per la prima volta. Poi sarebbe tornato a settembre accompagnato dalla moglie Annemarie: «Nella sua valigia c’era una tela di lino bianco su cui era disegnato il planisfero mondiale e indicate le forme e i colori delle bandiere nazionali secondo lo schema inventato nel Planisfero politico un paio di anni prima» racconta Luca Cerizza nel libro Le mappe di Alighiero e Boetti (Electa). E lungo quelle mappe del cuore, fra storia e fantasia, ha saputo muoversi quasi per incanto Mario Garcia Torres. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-avvenimenti

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Nelle trame di Boetti

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 21, 2013

Alighiero Boetti, mappa -ricamo

Alighiero Boetti, mappa -ricamo

Sapeva ricamare le mappe dell’invisibile. E far incontrare tradizione e  avanguardia. Da Londra a Milano e Roma, un trittico di mostre per riscoprire Alighiero Boetti

di Simona Maggiorelli

Con un certo gusto per la provocazione Alighiero Boetti – nome di punta dell’avanguardia italiana del secondo Novecento – amava fare scelte alquanto inattuali. Come andare a vivere in sperduti villaggi afgani, negli anni Sessanta e Settanta ancora senza elettricità e acqua corrente, per apprendere l’arte antichissima della tessitura di tappeti. E, fatto piuttosto insolito per un uomo nato nel 1940, amava anche tramestare tra antichi testi esoterici e di alchimia. Per ricavarne poi opere d’arte che parlavano in modo sorprendente del tempo in cui viveva e dei suoi più drammatici punti di crisi.

Sono nati così i suoi grandi quadri ricamati che raccontano, in colori vivaci, la trama geopolitica degli anni della guerra fredda, le contrapposte ideologie che facevano a fette il mondo, innalzando muri, confini e cortine di ferro. E già disseminavano cacciabombardieri nei cieli come fossero aeroplanini di carta.

Con sorprendente intuizione nelle sue lievi, vaste, tele azzurre punteggiate dai fari lucenti di aerei stilizzati, Alighiero Boetti già preconizzava un futuro di guerre “chirurgiche”, estetizzate dai mass media e spacciate per innocui videogiochi.In un agghiacciante scambio fra reale e virtuale.

Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo

Alighiero Boetti, Mettere al mondo il mondo

Il suo celeberrimo acquerello e spray oro su carta fotografica intelata Aerei-cieli ad alta quota realizzato nel 1989 ed esposto fino al 22 marzo nello Studio Giangaleazzo Visconti di Milano (insieme ad altre trentasei opere di Boetti) ancora oggi ci appare come una folgorante rappresentazione per immagini di questo fatuo e micidiale modo di giocare con le vite umane: quasi fossero banali puntini di un tiro a segno. Come tragicamente è accaduto durante le guerre in Iraq che hanno prodotto immani stragi di civili. Fece in tempo a vederne i primi funesti capitoli l’artista torinese prematuramente scomparso nel 1994.

La retrospettiva che il MAXXI di Roma gli dedica, dal 23 gennaio al 6 ottobre (catalogo Electa), offre l’occasione per approfondire questo filo rosso di denuncia della guerra che attraversa tutta l’opera dell’artista torinese. Ma anche la sua indiretta critica ai processi di “disumanizzazione” che in modo invisibile operano nelle società del capitalismo avanzato: in cui il tempo è denaro e si è costretti a mettere a valore ogni aspetto di sé per sopravvivere.

Nasce da questo sguardo lungo e corrosivo sulla società contemporanea, per esempio, l’installazione che nei mesi scorsi è stata il fulcro della antologica che la Tate di Londra ha dedicato a Boetti. Una strana scultura composta da una semplice scatola e una lampadina che si accende solo per 11 secondi all’anno. In modo casuale. Senza programmazione. Sperperando il tempo, in modo anti funzionale, in attesa di una imprevedibile illuminazione. Un’opera, insomma che, si potrebbe anche leggere come un auto ritratto dell’artista come perdigiorno. Ma a guardare meglio vi si può anche rintracciare un’ allusione a quel gesto rivoluzionario che, nella società dei consumi, è incrociare le braccia per fermarsi a pensare e a sognare. Lui, eccentrico, elegante, instancabile viaggiatore, insofferente verso le etichette – di fatto – non avrebbe mai accettato di realizzare opere di denuncia in senso stretto. Se non, come in questo caso, con una buona dose di ironia. E forse proprio questo atteggiamento, questa polisemia, lo ha salvato dall’usura che invece ha corroso tanta arte “agit prop” anni Settanta.

da left-avvenimenti del 19 gennaio 2 febbraio

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Finalmente MAXXI

Posted by Simona Maggiorelli su Maggio 27, 2010

Dal 28 maggio il museo del XXI secolo progettato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid apre ufficialmente i battenti in via Guido Reni a Roma. Con un pieno di mostre ed eventi.

di Simona Maggiorelli

K.Ataman - Dome02, al MAXXI

Dopo aver aperto al pubblico i sinuosi e labirintici spazi del Maxxi ancora vuoti, finalmente venerdì 28 maggio 2010 il grande museo romano progettato dall’architetto Zaha Hadid viene inaugurato ufficialmente con una serie di mostre che aprono in contemporanea. In uno spettacolare dialogo fra culture e generazioni diverse.

Basta dire che un raffinato artista come l’indiano Anish Kapoor espone una delle sue eleganti sculture dalle forme morbide e “primordiali” accanto a un giovane e (ipercelebrato) videoartista come Francesco Vezzoli che al Maxxi porta una delle sue creazioni che citano ironicamente gli schemi visivi dalla tv e dalla cartellonistica pubblicitaria. E in uno stesso spazio si può passare dalla scultura essenziale e poetica, in materiali poveri, di Giuseppe Penone alle installazioni futuribili e stellari di Grazia Toderi.

Così mentre i tappeti dalla tessitura barocca con cui negli anni Settanta Alighiero Boetti ridisegnava fantasticamente la mappa del globo, nelle sale del Maxxi, fanno la loro comparsa accanto alle colorate geometrie di un minimalista come Sol Lewitt, che più di ogni altro ha rappresentato la cultura americana degli anni Ottanta. E ancora, per dare il senso di come negli scenografici spazi del MAXXI (così come nel mondo globalizzato dell’arte internazionale) le distanze si accorcino vertiginosamente ecco le stilizzate figurazioni in bianco e nero con cui il sudafricano William Kentridge costruisce le sue narrazioni per immagini intercalate da istallazioni site specific create da studi di architettura internazionali fra cui Diller, Scofodio e Renfro.

Va in scena così il primo, prezioso assaggio di quella che potrebbe presto diventare la collezione di arte contemporanea più importante d’Italia. Tra le mostre temporanee, invece, dal 28 maggio al Maxxi apre la prima importante personale di Gino De Dominicis, con il titolo Immortale (in perfetta sintonia con la sua ironica grandeur). Achille Bonito Oliva ha raccolto 130 opere dell’irriverente artista marchigiano scomparso nel 1998. Spazio agli artisti emergenti dal Sud del Mediterraneo, infine, con Mesopotamian dramaturgies, otto opere video del turco Kutlug Ataman per tornare a riflettere sul rapporto fra Oriente e Occidente. E questo solo per dare un assaggio. Gli spazi sono immensi, e altrettante le proposte. Se si vuole arrivare attrezzati per comprendere la tessitura i nessi con cui Anna Mattirolo direttrice di MAXXI arte e e il suo staff hanno costruito i vari percorsi delle mostre è utilissimo munirsi di un autorevole Baedeker, il catalogo MAXXI-Electa.

dal settimanale left-avvenimenti 21 maggio 2010

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