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Beni culturali non petrolio, ma anima dello sviluppo

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 17, 2006

Incontro con Salvatore Settis, nuovo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali.

Arte, bellezza, ambiente non sono né “giacimento” né Patrimonio Spa, ma inalienabile ricchezza di tutto il paese. La legge Tremonti va cambiata e bisogna tornare alla Costituzione in una visione dinamica dell’interesse nazionale. Le mostre devono valorizzare i musei non sostituirli.

Una foltissima passione civile attraversa tutto il percorso di Salvatore Settis, che non è solo archeologo di rango e fautore di importanti edizioni scientifiche come quella del papiro di Artemidoro che sta lavorando in questi mesi. Fuori dalle aule della Normale di Pisa (di cui è rettore), il professore si è sempre tuffato nella discussione pubblica, in difesa del patrimonio artistico italiano. Con articoli, pamphlet, libri. Ma anche accettando di tenere una certa dialettica con la politica. In posizione critica, da outsider, come consulente di Urbani per il Codice e ora, in modo più diretto, raccogliendo l’invito di Rutelli a ricoprire la carica di presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali del ministero.

Professor Settis nel libro Italia S.p.a, denunciava l’assalto al patrimonio culturale compiuto con la creazione della Patrimonio S.p.a. Che cosa ha prodotto dal 2002 quella società voluta da Tremonti?

Quell’operazione è stata un fallimento. Quello che ha prodotto di introiti per lo Stato è stato infinitamente inferiore a ciò che ci si aspettava. E mi piacerebbe sapere quanto è costato metterla in piedi. Spero che questo governo faccia chiarezza rendendo pubblici dati ufficiali certi. Per fortuna la parte più aggressiva della norma che rendeva vendibile l’intero patrimonio pubblico è stata arginata da un decreto congiunto fra il demanio e il direttore generale dei Beni culturali. Ma è ancora una legge dello Stato e, a mio avviso, andrebbe modificata in modo radicale. In base a un principio per cui il patrimonio pubblico si può vendere solo quando non abbia valore culturale. Ciò che ha valore culturale deve ricadere nell’assoluta inalienabilità, come dice peraltro il codice civile.

Un suo recente articolo sul Sole 24 Ore ha acceso un dibattito sul cosiddetto “benculturalismo”. Che impressione ha avuto dalla reazione dei giornali?

In realtà era un articolo dal tono scherzoso. L’ho scritto per divertirmi e per divertire il lettore. Ma c’è qualcuno a cui, evidentemente, non piacciano le battute di spirito, e che ha preso alla lettera come, non so quale manovra della sinistra. Devo dire che ho trovato tutto ciò assolutamente esilarante. Riguardo alla dizione beni culturali va ricordato che si è scelto questo termine cercando una definizione il più possibile neutra. Ma da un certo punto in poi ha cominciato, invece, ad indicare il valore economico del patrimonio. Quando fu creato il primo ministero dei Beni culturali presieduto da Spadolini, nel 74-75, lo si fece dicendo che il patrimonio culturale meritava più investimento, poi il discorso si è degradato e c’è stato chi, assimilando i beni culturali al petrolio, li ha considerati come oggetti del salvadanaio che quando serve si rompe. Questa concezione troppo economicistica di beni culturali ha prodotto dei danni. Ma non è la parola che non funziona, ma l’uso che se ne fa. Va riempita di contenuti. E in questo abbiamo un compito facilitato, perché i contenuti sono quelli dell’articolo 9 della Costituzione. Non c’è niente da cambiare.

Con questa concezione economicistica si sono spolpate di competenze le soprintendenze territoriali, affollando di manager e posizioni di vertice gli uffici del ministero. Come si cura questo squilibrio?

Ripristinando la priorità della competenza. Nessuno si affiderebbe ad un medico che non sia un medico. Così non capisco perché un sociologo, per fare un esempio, debba prendere decisioni vitali per l’archeologia. È completamente insensato: è uno degli elementi molto negativi della riforma Urbani che va assolutamente corretto.

Anche sbloccando le assunzioni?

La media degli addetti oggi è di 55 anni, le nuove assunzioni sono necessarie, ma vanno fatte sulla base di competenze reali, di dati concorsuali di sicurissima qualificazione, eliminando la tentazione demagogica di fare assunzioni ope legis, che non garantiscono qualità.

I giovani storici dell’arte oggi, anche se preparati, fanno fatica a inserirsi nel mondo del lavoro. Che fare?

Negli ultimi quindici anni c’è stata un’assoluta schizofrenia. Gli stessi governi – quelli di centrodestra hanno particolarmente brillato in questo – da un lato hanno incoraggiato la formazione di nuove facoltà di beni culturali invitando le persone a studiare storia dell’arte, l’archeologia eccetera, dall’altro lato hanno completamente bloccato le assunzioni. Così hanno creato delle fabbriche di disoccupati. Certo riaprire le assunzioni risolverebbe il problema, purtroppo però riforme universitarie sempre più infelici, da quella Berlinguer a quella del ministro Moratti, hanno portato a differenziare i curricula universitari in un modo drammatico. Ora bisogna davvero ripristinare la priorità della competenza, chiarire quali sono i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Si è creata una straordinaria confusione che danneggia il paese ma anche i migliaia dei giovani, spesso molto preparati, nonostante lo spezzettamento del sapere nelle università da cui provengono.

In questo quadro come dare nuova incisività al Consiglio di cui è diventato presidente?

Occorre riguardare competenze e composizione del Consiglio, che da alcuni anni è stato di fatto esautorato. La decisione politica di ridargli vitalità, fiato, funzionalità è del ministro Rutelli. Spero molto, nelle nuove competenze che il ministro vorrà dare a questo organo, di poter giovare a questa opera di rilancio dei beni culturali. Abbiamo quasi dimenticato che questo può essere uno dei settori trainanti per lo sviluppo del paese. Dobbiamo tornare a questa auto-consapevolezza anche attraverso una fierezza professionale di chi lavora in questo settore. Credo che in questo il Consiglio superiore potrà dare una mano al ministro quando lo avrà resuscitato dal letargo in cui giace.

La proliferazione di mostre ha fetta parlare di un’Italia malata di “mostrite”. Non sarebbe più opportuno investire per riattivare una rete museale di più largo respiro?

Oggi c’è questa strana idea per cui da un lato ci sarebbe il museo come pura e passiva conservazione, dall’altra le mostre come pura attività. Ma non è affatto così. La quantità di cose che si possono e si dovrebbero fare nei musei e nel territorio è gigantesca. Ed è lì che servono le competenze. Faccio un esempio, un archeologo può occuparsi del rapporto fra le città che crescono e le preesistenze archeologiche, pensare a come valorizzarle, in modo che i cittadini siano consapevoli che sotto casa loro una volta c’era una villa romana o una città greca come succede in Sicilia. Io credo che le nuove professionalità debbano forgiarsi anche in una nuova capacità di dialogare con il cittadino. Questo non si fa solo attraverso le mostre. Le mostre ci vogliono ma devono avere una funzione, l’effimero deve servire al permanente, non il contrario. Stiamo arrivando al paradosso per cui i musei sono i serbatoi da cui si traggono le mostre, invece le mostre dovrebbero servire a rivitalizzare i musei.

E cosa fare, invece, per la rete del contemporaneo che in città come Roma o Firenze appare ancora come una tradizione un po’ debole?

È uno dei grandi paradossi del nostro paese. Per tutto il Novecento l’Italia è stata ai margini della scena internazionale rispetto alla Francia e agli Usa, quando invece ha avuto momenti importanti come il futurismo, l’arte povera o come lo straordinario laboratorio fiorentino di videoarte in cui si è formato Bill Viola negli anni 70. L’Italia ha sempre avuto grande vitalità nell’arte contemporanea, ma non si è tradotta in una presenza museale sufficiente. Negli ultimi anni si comincia a vedere un cambiamento di segno, basta pensare a esperienze come quella del Castello di Rivoli o al Mart di Rovereto, ma anche a iniziative campane come la certosa di Padula, al MAXXI di Roma, che promette di essere una realtà assai interessante. Una vera inversione di tendenza. Ora non dobbiamo correre dietro agli altri per recuperare il tempo perduto. La sfida è creare qualcosa che sia collegato alla nostra tradizione. E poi dovremmo valorizzare l’esperienza della Biennale di Venezia, che ha straordinari archivi che pochi conoscono.

Accanto ai grandi centri d’arte sta crescendo in provincia una rete di piccoli musei del contemporaneo, molto attivi. Come la Gam di Bergamo, per esempio.

Bergamo, ma anche Sassari, e c’è da registrare un crescente collezionismo di arte contemporanea, di singoli privati, ma anche di banche, di imprese. Sta nascendo una nuova sensibilità per forte contemporanea che fa ben sperare.

Un altro fenomeno che colpisce è l’interesse pubblico che stanno suscitando libri come il suo Battaglie senza eroi o Gli storici dell’arte e la peste con presentazioni affollatissime. Citando l’Italia che impressione ne ha avuto?

Noto che l’interesse è molto alto. Quando si dice che gli italiani non si interessano del loro patrimonio artistico si sbaglia. Semmai è vero che questo è stato un tema molto marginalizzato dalla politica, in parte perché a certi politici non importa nulla, in parte perché c’è sempre qualche tema più importante, dalle pensioni alla guerra in Iraq. Però il cittadino italiano è molto interessato. Alle presentazioni di librino trovato straordinaria passione, presenza e voglia di partecipare, di dire la propria e in modo molto sensato. È molto raro che il cittadino comune tiri fuori delle idee bislacche come vendersi i monumenti o il patrimonio d’arte. Queste sono idee che vengono in mente solo ad alcuni politici perversi.

Simona MaggiorelliEuropa

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È su piazza la cultura italiana

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 23, 2004

di Simona Maggiorelli

La storia dell’«assalto al patrimonio culturale» comincia a fine 2001, quando circola la prima Finanziaria del governo Berlusconi che ventila la possibilità di un massiccio intervento dei privati nel settore dei beni culturali. La notizia si diffonde anche oltre confine e 37 direttori di musei firmano a New York un appello al governo italiano. Ma il ministro dell’Economia Tremonti, come nota Settis, si comporta come quel ministro lituano protagonista delle correzioni di jonathan Franzen che organizza via internet la vendita a pezzi del proprio paese, creando la Lithuania Incorporeted, «una nazione for profit». Così, con un decreto del 15 aprile 2002, il ministro dell’Economia da vita alla Patrimonio spa «per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio di Stato». Scatta l’allarme . Al ministro arriva anche una lettera di Ciampi. Ma dopo qualche leggero aggiustamento, a giugno, il decreto diventa legge. Comincia a circolare la parola “cartolarizzazione”, termine fin qui ignoto agli italiani. Alla Patrimonio spa d’ora in avanti potranno essere trasferiti «tutti i beni immobili del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato». Ma un decreto del ministro dell’Economia precisa che i beni potranno essere trasferiti in proprietà anche all’altra società per azioni, la Infrastrutture spa, aperta a capitale privato. In questo modo si crea un grosso fondo di beni che potranno essere «controllati mediante pacchetti azionari, ma anche venduti e dati in affitto». Anche il patrimonio culturale italiano entra a far parte di questo fondo, con l’unica garanzia in più che, per la sua vendita, ci vorrà anche la firma del ministro dei Beni culturali. Un principio del resto presto sconfessato. Il 24 dicembre 2003, ultimo giorno di finanziaria, viene approvato il decreto che introduce la dismissione urgente degli immobili pubblici, mettendo in vendita in tre giorni decine di palazzi e strutture, senza consultare il ministero dei Beni culturali. Fra questi l’ex Manifattura tabacchi di Firenze, edificio monumentale vincolato dal ministero, che sarebbe dovuto diventare la nuova cittadella della cultura e dell’arte contemporanea. Un altro esempio è la Manifattura di Milano, già destinata alla scuola nazionale di cinema. Stesso acquirente, la Fintecna. società privata controllata dallo stesso ministero dell’Economia. Sul Giornale dell’arte del febbraio 2003, intanto, l’archeologo e docente dell’University College di Londra, Gaetano Palumbo, scrive: «Sono 35 le proprietà vincolate messe in vendita nella prima fase delle aste Scip, la società di cartolarizzazione degli immobili pubblici creata, prima della Patrimonio spa. Sono già stati venduti Palazzo Correr a Venezia, un palazzo storico al centro di Palermo, e un edificio a Milano, costruito sulla zona dell’anfiteatro romano, mentre ancora invenduti risultano Palazzo Artelli a Trieste, la residenza termale dei Granduchi di Toscana a San Giuliano Terme, e Villa Manzoni a Roma. Questi ultimi – spiega Palumbo – essendo stati battuti già due volte, verranno messi in vendita con uno sconto del 25 per cento. Se anche in quel caso le proprietà non saranno vendute, sarà battuta un’altra asta con base scontata del 35 per cento. L’asta finale sarà a base libera, quindi teoricamente qualcuno potrebbe portarsi via queste proprietà per pochi euro». È andata male a Villa Manzoni a Roma, ma per fortuna il comune di San Giuliano è intervenuto impedendo lo scempio. Il fatto che tutta l’operazione gli sia passata sopra la testa fa pensare al ministro Urbani di aver bisogno di consiglieri. Nomina così un comitato scientifico di consulenza sulla tutela; ne fanno parte anche Salvatore Settis e l’ex ministro Antonio Paolucci. Nel frattempo, Urbani si mette a scrivere un nuovo codice dei beni culturali. Il lavoro sulle diverse edizioni delle bozze si protrae per mesi. Il 3 marzo, sul numero 52 della Gazzetta Ufficiale, viene pubblicato il decreto del 6 febbraio, firmato dal ministro dei Beni culturali, per la verifica dell’interesse culturale dei beni da ven-dere.Alla metà di marzo, il ministro Urbani, rispondendo alle interrogazioni sui criteri di vendibilità del patrimonio pubblico, giura di essersi svincolato dal rampante liberismo di Tremonti. «Non è il Demanio a proporre a noi quali beni possono essere alienati, siamo noi come ministero – assicura- a predisporre un elenco di beni cosiddetti non culturali, che potrebbero essere venduti». Lo spostamento di baricentro, secondo il ministro, sarebbe attribuibile proprio alla spada di Damocle del meccanismo del silenzio-assenso, di cui si dice fiero. Peccato che il 17 marzo si sia tenuta la prima riunione operativa dell’Agenzia del demanio per la messa a punto di una lista di beni che potrebbero, da qui a poco, essere venduti. Secondo una prima proiezione del Demanio, riportata sul Corriere della Sera del 17 marzo potrebbero essere I Smila i beni immobili interessati dalla privatizzazione nei prossimi tre anni. «Il Demanio – scrive Paolo Conti, nell’articolo – ha messo a punto on line una scheda per fornire tutte le indicazioni tecniche per completare l’istruttoria. Le schede verrano inviate alle soprintendenze che dovranno motivare il parere sulla cessione ai privati». E aggiunge: «Da tempo il rilevante del nostro patrimonio verrà svenduto ai privati. Ma associazioni culturali e ambientaliste continuano a temere il peggio, cioè una dismissione selvaggia». Nuove promesse smentite del ministro Urbani in una comparsata a “Che tempo che fa” di Fazio, subito rintuzzata da un soprintendente di chiara fama come Vittorio Emiliani che sull’Unità scrive: «In base alla legge Bottai del 1939 recepita nel testo unico del 1999 i beni immobili pubblici erano inalienabili in quanto tali. Non è vero quello che ha detto il ministro Urbani in tv e cioè che potevano essere venduti» Nelle votazioni alla Camera per la finanziaria del 2000 la Lega infilò un emendamento che ribaltava il principio della inalienabilità, «L’intero polo – scrive ancora Emiliani – votò quello, anche parte dell’Ulivo». Spitz, direttore dell’Agenzia del demanio, incaricata di un programma di vendita annuncia: saranno presto sul mercato gli immobili demaniali conferiti alla Patrimonio Spa. Entro aprile sarà pubblicato il bando pubblico per la vendita di 29 dei 39 cespiti conferiti con un decreto del 21 luglio del 2003. Non ci sono stime esatte sull’incasso che la società potrebbe ottenere dalla vendita di alberghi, terreni, aree fabbricabili e addirittura un isolotto nella laguna veneziana. Gli avvisi di vendita compariranno sui giornali e poi il via alle aste. Italia Nostra, insieme a molte altre associazioni, promette battaglia denunciando la possibile dismissione del Poligrafico della Zecca dello Stato oltre che del palazzo del servizio geologico nazionale a Roma. Tanto per cominciare. Il primo maggio intanto entra in vigore il nuovo codice. Secondo il soprintendente delle Marche, Francesco Scoppola, con il meccanismo del silenzio assenso, il lavoro delle soprintendenze, soltanto per i beni demaniali, si moltiplicherà per sette. «Il must sarà “fare cassa”- scrive Titti De Simone -. allarme c’è. perché il susseguirsi dei provvedimenti fin qui prodotti dal comitato di affari di questo governo rischiano di trasformare in un colabrodo quel museo a cielo aperto, unico al mondo, che è il nostro paese».

Avvenimenti

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All’incanto

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

Avvenimenti

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