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Quelle muse di oltremare

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 13, 2012

Due mostre, in Francia e in Italia, raccontano di un’arte africana fin dall’antichità niente affatto primitiva. Intanto al Musée du Quai Branly a Parigi si indaga il mito della nascita del selvaggio

di Simona Maggiorelli

Quando le navi coloniali cominciarono a portare nei porti europei maschere e sculture lignee dall’Africa, la reazione fu  quella di considerarli al più manufatti curiosi ed esempi di folklore. Per una ristretta cerchia di antropologi furono anche oggetto studio ma quasi sempre osservati attraverso la lente deformante del pregiudizio razzista. Concorrendo così alla creazione di quel mito del selvaggio e del primitivo che, in Occidente, è sopravvissuto per molta parte del Novecento.

Uno stigma che, purtroppo, l’Europa colonialista non applicò solo alle opere d’arte razziate in Africa (come nelle Americhe o in Oceania) ma anche a chi li aveva realizzate. A ricordarcelo ora è una importante mostra al Musée du Quai Branly a Parigi, che fino al 3 giugno, ripercorre, in un ampio itinerario scientifico, ben cinque secoli di storia e di «invenzione occidentale del “selvaggio”. Dai nativi americani raccontati dalla flotta di Colombo fino alle donne etiopi fotografate come “souvenir” e poi “esposte” in pubblico, in modo ridicolo e crudele, nella Mostra coloniale di Parigi nel 1931. Senza dimenticare vicende agghiaccianti come quella di Ota Bota, un giovane pigmeo del Congo che fu mostrato a New York in una gabbia insieme ad una scimmia. O come quella di Saartjie Baartman, detta «La Venere Ottentotta», che per le sue forme “generose” fu costretta ad esibirsi a Londra e, da morta, fu impagliata.

Accanto a questo inaccettabile museo degli orrori ideato dai conquistadores occidentali di ogni epoca, lo spettacolare Musée du Quai Branly progettato da Jean Nouvel offre, per fortuna, anche ampie possibilità di vera conoscenza dell’arte africana. Fin dalle epoche più antiche niente affatto “primitiva”. Maschere dalle forme essenziali, dalle linee forti e decise ci “vengono incontro”, magnetiche, lungo le sale. Accanto a raffinati lavori di intarsi dal forte effetto pittorico.

Ma soprattutto a colpire è la scultura che nel “continente nero” si è espressa in un’infinita varietà di modi e di stili a seconda delle aree, delle epoche, delle personalità degli artisti di cui, di rado, ci è giunto il nome. Alle sculture africane che colpirono profondamente la fantasia di pittori come Picasso e Matisse e prima ancora di Gauguin  fra Ottocento e Novecento, invece, è dedicata una rassegna in Italia.

Fino al 29 aprile nella Pinacoteca comunale di Gaeta la mostra Creatività, magia e spiritualità dell’arte africana presenta centoquaranta maschere provenienti da differenti regioni africane. «Agli inizi del Novecento la scoperta delle maschere africane che provenivano dalle colonie provocò una autentica rivoluzione nell’arte europea», ribadisce il curatore Giorgio Agnisola che ha ideato questa mostra per far conoscere al pubblico quelle “muse di Oltremare” a cui Maria Grazia Messina ha dedicato, anni fa, un appassionato libro edito da Einaudi.

da left-avvenimenti

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Nuove tribù creative dall’Africa

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

Alla Biennale di Malindi, fino al 28 febbraio, la nuova onda africana, nomade e vitale

di Simona Maggiorelli

George-Lilanga

Le sue composizioni addensate di figure, uomini e animali che danzano in una foresta di colori brillanti, sono diventate il simbolo orgoglioso di una nuova Tanzania, giovane e consapevole dei propri tesori naturali; gioielli da far sapientemente balenare agli occhi dei turisti, insieme ai ritmi ribelli del nuovo rap e alle seduzioni di una viva e multiforme scena artistica. Così tele di un maestro degli anni del post colonialismo come George Lilianga (Kikwetu 1934-Der es Salaam 2005) occhieggiano già dalle colonne dell’aeroporto di Der es Salaam e di Zanzibar accanto a opere più seriali di pittori delle ultime generazioni che scelgono una via quasi fumettistica per raccontare, con divertita ironia, vecchi e nuovi incontri fra il “buon selvaggio” africano e “conquistadores” in tenuta da safari. E mentre il flusso del turismo consumistico, dalle capitali del Kenya  e della Tanzania, armato di macchine fotografiche, sciama verso parchi e villaggi Alpitour, c’è un atro flusso di viaggiatori che si dirige invece verso le capitali culturali dell’Africa, dalla piccola Stone Town tanzana alla keniota Malindi.

Qui in particolare, fino al 28 febbraio, è aperta la terza Biennale d’Arte, un appuntamento che in sei anni ha saputo guadagnare una forte attenzione internazionale. Anche grazie a una sua caratteristica specifica, quella di affiancare ad una ampia selezione di opere di artisti africani, alcune opere di giovani artisti occidentali ispirate alle tematiche poetiche ma anche politiche che attraversano questo immenso continente. Seguendo questa scia, con il titolo Safari (artisti e sciamani) l’attuale Biennale di Malindi curata da Achille Bonito Oliva

Esther Mahlangu

esplora le assonanze, i richiami interni che più o meno involontariamente attraversano il fare artistico di chi in Africa è nato e di chi l’ha eletta come propria patria creativa. Così accanto ai paesaggi umani di Lilanga, senza fondo e senza prospettiva (quasi a voler reinventare la pittura medievale) ecco i racconti per immagini di una Africa magica firmati da Bush Mikidadi. Accanto alle geometrie di linee e colori della celebre artista sudafricana Esther Mahlangu ecco le modernissime e sensibili pitture astratte su legno di Endgaget Legesse, talentuoso artista etiope nato nel 1971. E via di questo passo, in un mosaico di forme e colori che ci dice di nuove affascinanti tribù dell’arte, nomadi e imprendibili.

da left-avvenimenti del 4 febbraio 2011

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