Articoli

Posts Tagged ‘Pinault’

Gli anni zero dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 26, 2010

di Simona Maggiorelli

Punta della dogana, venezia

Jeff Koons, tulips

Nell’ultima decina d’anni il mondo dell’arte ha conosciuto una vita frenetica. Una crescita esorbitante del mercato, che ha risentito relativamente della bolla economica perché l’arte è stata vista dalle élite come bene rifugio.

Ma al tempo stesso- ecco il fatto positivo- con le nuove biennali del Sudest asiatico e africane, (che hanno rafforzato la tendenza glocal delle Biennali di Venezia e di Berlino)  il circuito delle proposte si è internazionalizzato e molte frontiere sono cadute. Così molti artisti di talento provenienti da Paesi poveri hanno potuto farsi conoscere all’estero: dalle Filippine all’Africa nera.

Un fenomeno di allargamento del canone internazionale dell’arte che ha coinvolto grandemente anche un paese in ascesa economica come la Cina, anche se  in questo orizzonte globalizzato del nuovo millennio  l’Impero celeste si è limitato a riversare sul mercato occidentale e orientale una piatta e seriale produzione new pop.

E non pare un fatto  causale. Se è vero, infatti, che il mondo dell’arte si è allargato geograficamente è altrettanto vero che il pensiero egemone nel mondo dell’arte degli ultimi dieci anni è stato, pervasivamente, quello anglo-americano: fra assordanti riedizioni della pop art e nuove ondate di razionalismo puritano dal Nord Europa in veste di minimalismo concettuale. Curiosamente…. come opposte facce di una stessa medaglia.

 

Biennale Venezia diretta da Birnbaum

Le sette sorelle. Nell’orizzonte globalizzato- nota Achille Bonito Oliva – Metropolitan, Whitney, MoMa, Guggenheim, Tate Modern, Centre Pompidou e Ludwig in Germania, le cosiddette sette sorelle impongono il pensiero unico dell’arte degli anni duemila. “I curatori di queste istituzioni – prosegue Abo- si passano gli artisti e stabilizzano così un movimento senza movimento… di fondo il prodotto che emerge in questa circolazione bloccata è sempre analitico, astratto, tecnologico, legato alla cultura puritana anglosassone, ad una sensibilità per cui il genius loci è azzerato e ad emergere è sempre il segno forte dell’arte e della cultura americana”. L’ultima Biennale di Venezia curata nel 2009 dallo svedese Daniel Birnbaum, nonostante le migliori intenzioni che emergevano fin dal titolo Fare mondi,ne è stata un esempio lampante: negli spazi della Biennale il respiro bloccato di una esposizione politically correct, quanto anemica, ecumenica quanto frutto di una raggelata e spinoziana geometria delle passioni. Mentre negli spazi di punta della Dogana andava in scena il volto glamourous, sprezzante delle misure e dei costi, dell’arte -gadget  di marca anglo americana.

 

Marc Queen Kate Moss as Syren

Ma, al fondo, che cosa è davvero accaduto in questo primo decennio degli anni zero del nuovo millennio?

Se l’angelo di Klee, mentre è rapinosamente trascinato verso il futuro, guardasse alle macerie che gli ultimi anni hanno lasciato dietro di sé vedrebbe soprattutto cumuli di cadaveri e  scene di distruzione. Dalle bombe “intelligenti” di Bush, all’11 settembre, dalla guerra Usa in Afghanistan agli attentati di Mumbay e di Londra… Uno scenario tragico che l’arte contemporanea che ha dominato le scene delle gallerie, delle riviste e delle aste negli ultimi dieci anni (abdicando a se stessa) perlopiù ha bellamente ignorato – e non parliamo di cronaca che non pertiene all’arte – ma  nella rappresentazione allegorica e traslata. E nelle gallerie che fanno tendenza e poi al Moma come da Christie’s è stato tutto un tripudio di grandeur, di cieca euforia, di scelte estetizzanti e sorde alla complessità e alla drammaticità del reale. Così, eccezion fatta per alcuni artisti giovani o provenienti da aree di crisi del mondo (dall’iraniana Shirin Neshat alla serba Marina Abramovic, all’albanese Adrian Paci, solo per fare qualche esempio) a tenere la scena dal Duemila a oggi sono stati una manciata di ricchi artisti globtrotter come Damien Hirst, Jeff Koons, Maurizio Cattelan e Marc Queen. A loro è andata pressoché tutta l’attenzione dei media.

E il teschio tempestato di diamanti ideato da Hirst  ( ancora nell’anno 2011 celebrato in Palazzo Vecchio a Firenze) è andato sulle copertine delle riviste patinate, così come un decennio prima le foto delle top model Naomi Campbell e Cindy Crawford. Per tutta risposta, in questo gioco di specchi, Marc Queen ha “incartato” in foglia d’oro zecchino la sua statua-ritratto della modella Kate Moss. Compiacere il pubblico con icone a uso e consumo del nuovo millennio oppure cercare lo scandalo. Il vecchio e consunto Andy Wharol ancora docet. E soprattutto fa vendere.

 

Damien Hirst

Questa è la new religion di Hirst e degli ex Young british artists (YBAs) scoperti alla fine del secolo scorso dal pubblicitario Charles Saatchi, nel frattempo, diventato potente gallerista. E se Hirst si spaccia per il cantore moderno della britannica triade letteraria «la morte, la carne, il diavolo», alla resa dei conti, appare piuttosto come un abile confezionatore di scintillanti oggetti “taumaturgici” per placare la paura di morire di tycoon e finanzieri di alto bordo. La sua, più che arte è “artefattualità”, annota Gillo Dorfles in Fatti e fattoidi (Castelvecchi). «Nei nostri tempi adulterati e massmedializzati – scrive il grande decano della critica – l’importante non è più il vero ma il verosimile. Se guardiamo all’arte degli ultimi anni scorgiamo una quantità di pratiche che sono dubbie». Evidente, sottolinea Dorfles, il camuffamento operato dalla body art (da quella anni Settanta e Ottanta di Orlan a quella cyborg): ci si fanno incisioni sul corpo oppure ci si munisce di elettrodi «per alterare la vera personalità senza acquisirne una nuova». E poi riguardo alle «strategie simulazionali» di Hirst o di Koons, Dorfles sbotta: «Dobbiamo avere il coraggio di dire che si tratta di feticci più che opere d’arte». Del resto come altro giudicare lo squalo in formaldeide di Hirst? «Per coprire un deficit di iniziativa personale – spiega Dorfles – l’arte si fa massimamente spettacolare». E oggi richiede che l’artista sia anche e soprattutto un abile mercante. Il giapponese Murakami in questo caso surclassa tutti con opere come The oval Buddha, una scultura di cinque metri in platino e costata quanto un film hollywoodiano indipendente. Ma per entrare nel gotha degli artisti-re mida della prima decade del XXI secolo, non servono tanto le idee quanto avere fiuto da finanziere. Per cui il solito Hirst ha direttamente venduto all’asta le sue opere (prima che le sue pecore sotto spirito si squaglino) saltando il sistema dei galleristi. Feticizzazione dell’oggetto, il mercato che prende il posto della critica d’arte nel decretare ciò che vale e da parte degli artisti degli anni zero dell’arte perfetta conoscenza di quel processo di mitizzazione che fa di un oggetto uno status symbol. Ma per questo urgono collezionisti con portafoglio “a organetto”.

 

Cattelan, Hitler

I collezionisti di zeri. «Oggi ai collezionisti d’arte non interessa tanto l’opera ma il suo valore» scrive Francesco Bonami in Irrazionalpopolare (Einaudi). E questo non riguarda solo un tycoon come Pinault proprietario di marchi come Gucci e Ysl, nonché patron di Punta della dogana e di Palazzo Grassi a Venezia (dove espone la sua collezione privata fatta di opere monumentali, impossibili da mettere in casa). E non si tratta di un caso isolato nel ristretto quanto facoltoso mondo del collezionismo anni duemila.«Lo spirito di emulazione dilaga» avverte Bonami. Per cui due oligarchi ucraini si sono contesi la tela di un giovane pittore canadese sconosciuto, fino a 13 milioni di dollari «solo per dimostrare chi fra i due era più ricco e idiota». Ecco la logica dei ricchissimi happy few che hanno tenuto in piedi il drogato sistema dell’arte degli anni zero: «Se Pinault ce l’ha, lo voglio anch’io».

 

Cattelan, l'amore salva la vita

Il cattelanesimo, ci spiega ancora Bonami, è stata l’altra religione che ha contribuito al gioco degli art addicted degli anni zero. Il suo idolo è Maurizio Cattelan, quello che si è fatto conoscere con l’asino all’università di Padova per la sua laurea honoris causa e con i fantocci di bambini impiccati in piazza a Milano. Grande provocatore, sapiente manager di se stesso, Cattelan ha riportato l’arte italiana sulla scena internazionale (a ruota sono emersi poi i più giovani Francesco Vezzoli e Vanessa Beecroft). «Maestro indiscusso nel dragare e risputare immaginari», ricorda Andrea Lissoni ne Gli anni zero 2001-2009 (Isbn edizioni) ha diretto con Massimiliano Gioni la Biennale di Berlino del 2006, caposaldo d’invenzione e innovazione. «Il Fiorello delle arti plastiche» sarà il guru dell’arte anche della prossima decade? Gratta gratta, in questo quadro rischia che ci sia da augurarselo dal momento che, in questo circo barnum di nuovo millennio è, stando a Bonami, uno dei pochi «che sa rompere le scatole a una società che dà molto per scontato, violenza ai minori compresa, ma che si ribella quando la rappresentazione di quella violenza gli arriva sotto casa, disturba il traffico e fa rabbrividire le mamme e i babbi con le tasche piene di ovetti kinder e videogiochi dove più se ne ammazzano meglio è».

da left-avvenimenti

Pubblicità

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Cercasi genio disperatamente

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 28, 2009

Da Cattelan a Hirst, ai nuovi emergenti. Sarah Thornton mette a nudo i meccanismi alterati del sistema globalizzato

di Simona Maggiorelli

Cattelan, collezione Pinault

Cattelan, collezione Pinault

Sembrava che dopo lo sferzante ritratto del mondo dell’arte contemporanea tratteggiato da Tom Wolfe poco altro restasse da dire sul sistema adulterato delle aste, sulle quotazioni stratosferiche di “sculture” improponibili come le aspirapolveri di Jeff Koons e più in generale su quella comunità ristretta di collezionisti e frequentatori delle fiere che già negli anni Ottanta Wolfe aveva battezzato «statusfera»: un mondo di poca cultura, dove l’opera è una merce che fa status symbol, anche se ci si affanna a dire che l’arte non ha prezzo.

L’accelerazione dei processi di globalizzazione degli ultimi trent’anni, a cui si è aggiunta la recente crisi economica, di fatto ha aperto ulteriori nuovi spazi per la lingua franca dell’arte, capace di travalicare i confini linguistici. E ne ha internazionalizzato il mercato, con conseguenze non di rado estreme e paradossali. In anni recenti, racconta la canadese Sarah Thornton nel libro Il giro del mondo dell’arte in sette giorni (Feltrinelli), sempre più «il mondo dell’arte si comporta come una comunità di credenti», con competenze ridotte, con poco tempo per approfondire e molta fede verso le ultime tendenze. Poco importa se da New York a Londra, a Berlino è una manciata di collezionisti plurimiliardari a imporle. Complici le aste, uno stuolo di intermediari ma anche premi, mostre e scuole che sfornano artisti griffati, pronti a uniformarsi al sistema.

Da sociologa e storica dell’arte, raccontando sette “piazze” emblematiche – l’asta, il master, la fiera, la rivista, lo studio d’artista e la biennale – Thornton analizza i meccanismi e le ideologie sottese a questi diversi contesti e i processi di valutazione dell’opera da quando lascia lo studio a quando entra in un museo (perlopiù passando per collezioni private blasonate). L’iter con cui un pezzo di Damien Hirst diventa “opera d’arte” è ben noto: Warhol docet nel captare le tendenze del mercato. Ma anche Duchamp quanto a gusto per la bizzarria e l’assurdo e per la capacità di produrre uno choc nel pubblico. Così, uscito da un “artistificio” come la scuola Goldsmiths di Londra, dopo aver incontrato un intermediario come l’ex pubblicitario Saatchi, ideatore del “brand” young british artists, Hirst a meno di quarant’anni anni aveva già compiuto un iter ad hoc e il suo squalo, le sue teste di bovini scuoiate e tutta la sua pharmacy erano pronte per quotazioni da capogiro.

La consacrazione è avvenuta quando il tycoon francese Pinault ha comprato una sua opera per 8 milioni di dollari. La testa di toro acquisiva così un valore di mercato certo sulla scena internazionale. E molti altri collezionisti avrebbero aspirato a possederne una. Poi il “colpo da maestro”: in barba all’immagine d’artista disinteressato alle aste, saltando ogni intermediario, Hirst ha fatto battere da Sotheby’s tutte le sue opere incassando il cento per cento del fatturato, con grande attenzione della stampa. Diversa la strategia di Maurizio Cattelan. Costruitosi un’immagine di artista spiazzante e imprevedibile con interventi come i fantocci di bambini impiccati a piazza Duomo a Milano, Cattelan è attento a non produrre più di quanto il mercato possa assorbire. L’artista giapponese Murakami, invece, ha portato all’estremo l’idea della factory di Warhol. In tre studi d’artista (che dirige in videoconferenza e con attenzione ossessiva al dettaglio) ha in cantiere quaranta progetti in contemporanea. Evocando l’immagine della bottega rinascimentale ma con un sistema simil fabbrica Toyota, Murakami produce i suoi dipinti «superpiatti» (termine coniato da lui stesso), facendo disegni e poi affidandoli ai computer grafici e ad assistenti pittori. Che lavorano in silenzio a ritmi serrati. Quando Thornton chiede se c’è creatività nel loro lavoro una pittrice risponde candidamente: «Assolutamente no». Al lettore non resta che riconoscerne il coraggio. Alla prestigiosa Carl art di Los Angeles, come nei templi della Tate gallery e del Turner prize, l’autrice aveva ricevuto risposte ben più elusive e imbarazzate.

da left -avvenimenti 28 agosto 2009

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: