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La differenza cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 18, 2011

Un filosofo e un architetto a colloquio sulle trasformazioni che sta vivendo il Paese di Mao
di Simona Maggiorelli

Colonne rosse a scandire le strutture portanti degli spazi interni. E un cielo di foglie d’oro per il soffitto. Così si presenta l’interno del nuovo stadio di Pechino, di cui abbiamo sentito molto parlare. Porta la firma di uno studio europeo molto “trendy”, quello di Herzog e De Meuron.  E l’ideazione è dell’artista e architetto cinese Ai Wei Wei (portato in trionfo per questa realizzazione e poi mandato in prigione, senza accuse cogenti, dal governo di Pechino e solo per averlo criticato).

E mentre la celebrazione delle due archistar procede senza sosta sui media, c’è chi utilmente si è dato ad analizzare il fenomeno del successo degli architetti occidentali nella Cina di oggi. Lo fanno con efficacia l’architetto e urbanista francese Philippe Jonathan (laureato all’università Tsinghua di Pechino) e il filosofo Jean Paul Dollé, docente della Scuola superiore di architettura di Paris La Villette.

L’editore milanese O Barra O edizioni ne ha raccolto e tradotto le voci nel volumeConversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto. Un libretto agile che, senza scorciatoie, racconta le gigantesche trasformazioni urbanistiche e architettoniche avvenute in Cina, dagli anni Sessanta a oggi.

Leggendole in rapporto con i cambiamenti politici del Paese: dall’assetto millenario della società antica alla rivoluzione culturale, fino all’apertura al capitalismo da parte di un partito di Stato, sempre più “partito amministratore”, per arrivare poi a quell’affascinante apertura al futuro che oggi, pur fra molte contraddizioni sociali, la Cina ci trasmette. Al centro del discorso dei due osservatori c’è il massiccio inurbamento che vede la popolazione cinese (rurale per il 75 per cento all’inizio degli anni 80) diventare al 70 per cento urbana entro il 2015. Con ciò che implica dal punto di vista di impatto ecologico andando sempre più verso la creazione di grandi centri a misura di auto, come Shenzehen, “città sperimentale” in prossimità di Hong Kong. Ma non c’è solo l’aspetto negativo di metropoli affette da una febbre immobiliare ultra liberale. In una Cina dal capitalismo senza complessi e che tuttavia si dichiara comunista, Dollé e Jonathan riescono a scovare tracce di quella ricerca dell’«uomo nuovo» e di quell’«osare ribellarsi» nato dalla rivoluzione e che oggi, in uno scenario di forti sperequazioni sociali, potrebbe trovare nuova linfa. Non solo nella lotta politica ma anche – suggeriscono Dollé e Jonathan – nella sperimentazione artistica, nella ricerca di nuovi linguaggi. Campi che i due “conversatori” raccontano attraverso alcuni casi paradigmatici.

Nell’ambito dell’arte, per esempio, quello del gruppo di artisti Les Etoiles, di cui faceva parte anche Huang Rui (l’artista e fotografo di recente protagonista di mostre e convegni in Italia) e del collettivo di scrittori aujourd’hui. Ma dirompente è anche ciò che accade in architettura. In un Paese che non si fa scrupoli di radere al suolo ciò che appare vecchio e che dimostra una grande sete di novità, gli architetti occidentali trovano oggi «il Paese della cuccagna, potendo disporre di massima libertà e molti metri quadrati», dice Dollé. «Accanto a voi impariamo», rispondono non senza ironia, gli architetti di Pechino e di Shangai. E mentre c’è chi con sufficienza in Occidente grida alla banalità della riproduzione architettonica e allo scandalo del copia incolla, «tutto ciò – dice il filosofo francese – ci mostra invece che sanno già molto e anche più di noi per quanto riguarda l’arte di fare del tempo un alleato e un amico. Questo mi piace della differenza cinese, che è irriducibilmente diversa e tuttavia ha un valore universale, quanto al rapporto con il tempo, con l’immemorabile e con l’occasione… Ritengo che abbiamo molto da imparare dalla Cina».

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Dare forma all’invisibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2011

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor Rotonda della Besana, foto Melzi

Dopo l’omaggio ad Ai Wei Wei al Grand Palais di Parigi con un’opera politica che vuole accendere l’attenzione sulla sorte dell’artista cinese arrestato nei mesi scorsi e di cui non si hanno più notizie, Anish Kapoor è in Italia con due nuove installazioni e una retrospettiva. Per il suo ritorno alla Biennale di Venezia, che lo lanciò nel 1990,l’artista anglo-indiano ha pensato di riproporre una delle sue prime opere realizzate per Artecontinua di San Gimignano, stabilendo così un filo di continuità con la sua storia di scultore e architetto raccontata fino al 9 ottobre alla Rotonda della Besana di Milano da una bella mostra curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni.

Nella milanese Fabbrica del vapore, invece, Kapoor propone fino all’8 gennaio, una nuova installazione site specific, dal titolo Dirty corner, Un’opera monumentale, di forte impatto emotivo, che attraversa il grande spazio da archeologia industriale della fabbrica. E che ricorda gli spazi specchianti, opere in luminoso acciaio e dalle superfici ricurve, che Kapoor, negli anni, ha realizzato per città come Londra e Chicago dove si trova il suo celebre “fagiolo”, una scultura in acciaio che sembra un’enorme goccia di mercurio vivo nel cuore del Millennium Park.

Anish Japoor Dirty Corner

Ma nell’accogliente bocca di Dirty corner che attira il visitatore ad entrare dentro un tunnel c’è anche un chiaro rimando a tutta l’elaborazione che Kapoor ha compiuto negli ultimi vent’anni su forme primarie e primordiali, che rimandano alla differenza fra maschile e femminile, alla sessualità, al continuo cambiamento  nel rapporto profondo fra uomo e donna, così come nel continuo divenire della vita biologica. Un tema che l’artista ha cercato di rappresentare nella scultura When I’m Pregnant e che non rimanda semplicemente alla gravidanza in senso stretto.

Con l’uso del colore, (all’inizio, soprattutto, il giallo e il rosso di puro pigmento) con l’uso di materiali malleabili come la cera (vedi My Red Homeland del 2003 ora riproposta a Milano), ma anche cavando forme dinamiche da granito, marmo e ardesia, Anish Kapoor è riuscito a fare “un uso allargato” del mezzo scultoreo, aprendo la scultura a una molteplicità di nuove forme, ma anche facendo diventare «la scultura tutt’uno con lo spazio» come giustamente rilevano Mercurio e Paparoni nel saggio contenuto nel catalogo Skira. La filosofia buddista, i miti e le forme dell’arte indiana più antica, così come il lavoro di artisti delle avanguardie storiche come Brancusi sono spesso tirati in causa per raccontare la complessità e la densità di significati dell’opera di Kapoor. Ma certamente non bastano per spiegare il fascino e l’intensità delle sue sculture, come abbiamo provato ad argomentare, in altre occasioni, anche su queste pagine.

da left-avvenimenti

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