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L’arma segreta del principe Akbar

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2012

 di Simona Maggiorelli

Cosmopolita, aperto al dialogo  “interculturale”, il principe Akbar nell’India del XVI e XVII secolo intuì il valore dell’arte e il potere delle immagini come strumento di comunicazione e per conquistare   una vera egemonia. Una mostra a Roma ricostruisce la straordinaria storia del discendente di Gengis Khan  

Si racconta che non avesse mai imparato a leggere e scrivere. Forse anche per una grave forma di dislessia. Ma che fosse riuscito comunque ad acquisire un sapere vasto e profondo coltivando rapporti vivi e costanti con i maggiori sapienti della sua epoca, da quando divenne terzo imperatore della dinastia Moghul alla metà delCinquecento.

Cosmopolita, grande mecenate d’arte e aperto alle culture di altri Paesi ma anche alle religioni diverse dall’Islam (che professava senza costringere nessuno a convertirsi) il principe imperiale dell’India Jalaluddin Muhammad regnò su un’area che andava da Kabul in Afghanistan a Dacca nell’attuale Bangladesh. Il suo grande merito, la sua “arma segreta”, per tenere insieme un regno così vasto fu quello che oggi chiameremmo “dialogo interculturale”. Avendo intuito l’importanza delle immagini per conquistare l’egemonia in un mondo ancora largamente analfabeta, chiese ai migliori artisti indiani di realizzare pitture e sontuosi codici miniati, sculture e tappeti dalle trame complesse e splendenti di colori. Fu così che, diventando raffinato committente d’arte, questo discendente di Gengis Khan (1162-1227) e di Tamerlano (1336-1405) divenne il principe Akbar: alla lettera “Il più grande”, «assumendo quell’attributo che nel mondo islamico era riservato solo a dio», come racconta l’orientalista Gian Carlo Calza, curatore della mostra Akbar il grande imperatore dell’India (catalogo Skira) aperta fino al 3 febbraio in Palazzo Sciarra, sede della Fondazione Roma Musei.

Un’esposizione che raccoglie in un percorso fortemente scenografico una selezione di più di cento capolavori pittorici realizzati nell’Asia del Sud fra il Cinquecento e il Seicento insieme a oggetti intarsiati in madreperla e pietre preziose. A scandire il ritmo delle sale, versi tratti da poesie Sufi e racconti dal Libro di Akbar (la principale fonte di cui disponiamo), ma anche oasi multimediali nascoste dietro tende rosse, per evocare l’articolazione degli spazi di una raffinata corte viaggiante del XVI secolo. Della tradizione mongola il principe Akbar aveva mantenuto lo spirito libero e nomade, spostandosi di continuo lungo i vasti territori del suo impero che verso sud arrivava a lambire le terre birmane.

Le cinque sezioni della mostra ci raccontano la ricchezza culturale della vita a corte, la concezione pacifica e tollerante del governo e della politica che aveva Akbar, i miti e le religioni diffusi in questo regno guidato da un re musulmano ma che sposò varie principesse induiste e che, accanto alla maggioranza indù, lasciò che crescessero comunità zoroastriane, gianiste e perfino cattoliche, con gesuiti che a più riprese cercarono di convertirlo senza ottenere alcun successo. E se una nutrita serie di pitture ci mostrano il principe Akbar a colloquio con saggi e santoni, alcune rare tele rappresentano, in uno stile depurato da ogni tenebrismo cristiano, episodi dell’Antico e Nuovo Testamento.

Omaggi che il sovrano Moghul offriva ai culti altrui, con quella curiosità verso altri popoli e tradizioni che connotava da sempre la storia mongola . La stessa che spinse Tamerlano ad ospitare a corte mercanti-viaggiatori occidentali come il veneziano Marco Polo. E che, prima ancora, aveva spinto Gengis Khan a interessarsi talora alla cultura dei popoli su cui trionfava con le armi.

Niente affatto rozzo e brutale come lo vorrebbe la storia occidentale, seppur fosse un fiero guerriero che sdegnava ogni “etichetta”, Gengis Khan si avvicinò perfino a raffinate filosofie come quella taoista, grazie all’incontro con il filosofo cinese Changchun, di cui stimava lo spirito di indipendenza e la continua ricerca, come ha ricostruito uno dei massimi orientalisti del secolo scorso, il francese René Grousset nel suo suggestivo Il conquistatore del mondo riproposto nel 2011 da Adelphi. A ben vedere incontri con “mondi lontani” punteggiano tutta la storia dei Mongoli, popolo nomade per antonomasia, che incurante del valore della proprietà privata, è passato alla Storia come responsabile di feroci razzie, ma che di fatto fin dal XIII secolo fu l’artefice della fine dell’isolamento asiatico instaurando fruttuosi rapporti con la Cina e con l’Europa. L’ascesa dei Mongoli e poi il regno Moghul che ne raccolse l’eredità, come ci aiuta a comprendere il denso volume I Mongoli (Einaudi) di Michele Bernardini e Donatella Guida, di fatto, cambiarono il corso della storia in Asia segnando una radicale rottura dal passato. Prova ne è anche l’intelligenza con cui Akbar riuscì a far convivere pacificamente, non tanto e non solo popoli che professavano religioni monoteiste legate all’Antico Testamento come Islam, cristianesimo e giudaismo, ma anche a far convivere l’Islam con quello che era sempre stato avvertito come il suo opposto e nemico: l’Induismo. Una scena intima dipinta in un acquerello opaco e oro su carta in mostra a Roma rappresenta, per esempio, il re Akbar che delicatamente pone un talismano sul petto della moglie che dorme: le vesti raffinate e trasparenti come i monili indossati dalla donna la individuano immediatamente come paganamente indiana. Altrove la coppia è rappresentata mentre fa l’amore. Più in là, invece, una scena pubblica, ambientata in un lussureggiante paesaggio (elemento caratterizzante di tutta l’arte Moghul), mostra Akbar a colloquio con una “santona” indù. Come a voler dire e tramandare, non solo che Akbar era sensibile alla bellezza femminile, ma anche alle parole delle donne. Senza trascurare che il quadro ha anche ben precise ragioni politiche. «Nell’India del Cinquecento e del Seicento, il dialogo fra potere e fede non era meno complesso ed esplosivo di quanto non sia oggi» nota il direttore del British Museum Neil MacGregor, commentando una miniatura appartenuta all’imperatore Akbar in un passaggio del suo nuovo libro La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi). Qui il re è a colloquio con un sacerdote indù. «La miniatura era una forma di arte assai popolare nelle corti, da Londra a Parigi a Isfahan a Lahore. E le miniature Moghul ci mostrano che i pittori indiani ne erano ben consapevoli», sottolinea MacGregor. «Incontrare regolarmente le autorità religiose era una strategia politica dello Stato, pubblicizzata dai media dell’epoca: dipinti e miniature».

dal settimanale  left-avvenimenti

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Dare forma all’invisibile

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2011

di Simona Maggiorelli

Anish Kapoor Rotonda della Besana, foto Melzi

Dopo l’omaggio ad Ai Wei Wei al Grand Palais di Parigi con un’opera politica che vuole accendere l’attenzione sulla sorte dell’artista cinese arrestato nei mesi scorsi e di cui non si hanno più notizie, Anish Kapoor è in Italia con due nuove installazioni e una retrospettiva. Per il suo ritorno alla Biennale di Venezia, che lo lanciò nel 1990,l’artista anglo-indiano ha pensato di riproporre una delle sue prime opere realizzate per Artecontinua di San Gimignano, stabilendo così un filo di continuità con la sua storia di scultore e architetto raccontata fino al 9 ottobre alla Rotonda della Besana di Milano da una bella mostra curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni.

Nella milanese Fabbrica del vapore, invece, Kapoor propone fino all’8 gennaio, una nuova installazione site specific, dal titolo Dirty corner, Un’opera monumentale, di forte impatto emotivo, che attraversa il grande spazio da archeologia industriale della fabbrica. E che ricorda gli spazi specchianti, opere in luminoso acciaio e dalle superfici ricurve, che Kapoor, negli anni, ha realizzato per città come Londra e Chicago dove si trova il suo celebre “fagiolo”, una scultura in acciaio che sembra un’enorme goccia di mercurio vivo nel cuore del Millennium Park.

Anish Japoor Dirty Corner

Ma nell’accogliente bocca di Dirty corner che attira il visitatore ad entrare dentro un tunnel c’è anche un chiaro rimando a tutta l’elaborazione che Kapoor ha compiuto negli ultimi vent’anni su forme primarie e primordiali, che rimandano alla differenza fra maschile e femminile, alla sessualità, al continuo cambiamento  nel rapporto profondo fra uomo e donna, così come nel continuo divenire della vita biologica. Un tema che l’artista ha cercato di rappresentare nella scultura When I’m Pregnant e che non rimanda semplicemente alla gravidanza in senso stretto.

Con l’uso del colore, (all’inizio, soprattutto, il giallo e il rosso di puro pigmento) con l’uso di materiali malleabili come la cera (vedi My Red Homeland del 2003 ora riproposta a Milano), ma anche cavando forme dinamiche da granito, marmo e ardesia, Anish Kapoor è riuscito a fare “un uso allargato” del mezzo scultoreo, aprendo la scultura a una molteplicità di nuove forme, ma anche facendo diventare «la scultura tutt’uno con lo spazio» come giustamente rilevano Mercurio e Paparoni nel saggio contenuto nel catalogo Skira. La filosofia buddista, i miti e le forme dell’arte indiana più antica, così come il lavoro di artisti delle avanguardie storiche come Brancusi sono spesso tirati in causa per raccontare la complessità e la densità di significati dell’opera di Kapoor. Ma certamente non bastano per spiegare il fascino e l’intensità delle sue sculture, come abbiamo provato ad argomentare, in altre occasioni, anche su queste pagine.

da left-avvenimenti

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La magia della pittura Rajput

Posted by Simona Maggiorelli su Maggio 16, 2010

Al Mao di Torino una delle più grandi collezioni di tempere e miniature indiane dal XVII al XIX secolo

di Simona Maggiorelli

Danzatrici dai lunghi occhi a mandorla, scene erotiche e avventure mitologiche dal Mahabarata. Ma anche gesta dei principi Rajput mescolate a racconti dal complesso pantheon politeista indù.

I cosiddetti Unni bianchi (Rajput significa «figli del re») che nel V e VI secolo emigrarono dall’Asia centrale per stanziarsi sulle colline prehimalayane e nell’India centrale, una volta diventati vassalli del Moghul, nel 1600 divennero raffinati committenti d’arte. Favorendo la fioritura di numerose botteghe di pittura nel Rajasthan.

Una delle più importanti collezioni di arte Rajput è in mostra al Mao, il Museo di arte orientale di Torino fino al 6 giugno. Una collezione che – come sottolinea la curatrice Claudia Ramasso nel catalogo Skira – non ha eguali nei musei italiani».

Stiamo parlando delle 250 opere della collezione che Isabella e Vittorio Ducrot hanno messo insieme soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando Indira Gandhi tolse ai principi indiani i loro secolari privilegi costringendoli a trovarsi di che vivere. I Ducrot riuscirono allora ad acquistare a rate interi cicli di miniature e di tempere su carta che uniscono la precisione calligrafica al gusto di una pittura di grandi dimensioni in cui i colori, accesi e piatti, sono stesi per grandi campiture, mentre le figure sono definite da linee nere e nette.Un genere d’arte che riuscì a svilupparsi nei secoli (fino al XIX) in molti stili ma conservando al fondo un’identità precisa e riconoscibile. Anche quando le corti Rajput furono conquistate dalle grandi potenze musulmane. E la pittura Rajput acquisì una patina di eleganza persiana.

dal settimanale left-avvenimenti

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