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Posts Tagged ‘Accademia di Francia’

La ricerca schiva di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2010

Una personale di Ettore Spalletti inaugura il nuovo spazio milanese della Gallleria Lia Rumma. Nella sua opera si legge un’esigenza di bellezza, intesa anche come valore civile

di Simona Maggiorelli

Ettore Spalletti

Artista schivo che non ama il clamore mediatico, Ettore Spalletti dagli anni Settanta a oggi continua a dipanare la sua opera come un fluire di variazioni sul tema, sensibili e delicate.

Quasi fosse una partitura ininterrotta, costruita per note geometriche e monocrome. Dopo la sinfonia di colori dispiegata quattro anni fa in una bella personale all’Accademia di Francia a Roma, ora il percorso carsico del pittore e scultore abruzzese riemerge negli spazi della Galleria Lia Rumma a Milano in una mostra che sembra pensata ad hoc per far vivere e “accendere di luce” la nuova struttura espositiva di via Stlicone, ricavata da una fabbrica dismessa e da poco ristrutturata dalla gallerista napoletana in uno stile minimalista che ricorda quello, oggi molto in voga, dell’architetto giapponese Tadao Ando.

Quia Milano,in questo cubo dalle pareti a vetro, con opere dalle tinte chiare, quasi diafane, Spalletti reinventa in termini moderni la pittura tonale di Veronese e Tiepolo. In certo modo la ricrea regalando infinite sfumature e variazioni di timbro all’impasto del colore fatto di gesso e pigmenti e steso per strati successivi. Un procedimento che richiede sapienza artigianale e una perfetta padronanza dei differenti tempi necessari per essiccare gli “ingredienti”.

E alla tradizione antica – in questo caso toscoemiliana – si rifà anche il suo ricorso al disegno. Ogni volta Spalletti lo riporta meticolosamente su carta, legno o pietra, prima di iniziare a dipingere. Ma alla fine di questo lungo lavoro, davanti allo spettatore che vede solo l’opera finita, ci sono solo forme astratte, primarie, suggestive, potenti.

Grazie a un effetto di somma sprezzatura che le fa apparire semplici e naturali. Le figurazioni, echi lontani delle madonne e dei paesaggi urbani di Piero della Francesca, appaiono come sussunte in monocromi vibranti, che non recano traccia del precedente se non nel colore che pare assorbito dalla superficie porosa della pittura. Mentre le vedute teatrali di Veronese sono idealmente trasformate in spazi ritmati da colonne, sculture concave e convesse, bassorilievi.

I silenzi, le pause, le distanze in queste “architetture” di Spalletti sono altrettanto importanti dei pieni nel dare forma a un’idea di bellezza, umana e civile. Un ideale realizzato in opere eleganti ma che nulla hanno a che vedere con l’aurea misura imposta dall’arte classica. Come nota Nicola Spinosa, curatore di questa mostra milanese che resterà aperta fino al 30 settembre, non ha nulla a che vedere con la «divina proporzione». Nel caso di Spalletti parliamo di un ideale di bellezza che nasce prima di tutto come esigenza interiore. Che ha a che fare con la qualità della vita e dei rapporti con gli altri. Anche per questo le sue opere sono, non di rado, delle vere e proprie “sculture abitabili”.

da left-avvenimenti del 28 maggio 2010

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Spalletti, il colore non è superficie

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2010

All’Accademia di Francia a Roma una personale dell’artista abruzzese

di Simona Maggiorelli

” La bellezza è come una lama. Taglia come taglia una bella donna che attraversa una piazza” dice Ettore Spalletti. E in quel segno, di un’emozione così intensa che spacca, che crea una discontinuità sensibile, nel tessuto quotidiano dell’ordinario, ha iscritto tutta la sua ricerca. Dagli anni Sessanta a ora.

Via via con un fare arte sempre più essenziale,decantato, rigoroso, per arrivare ad opere che abbiano la potenza di una visione. Con i suoi folgoranti monocromi azzurri che sembrano irradiare colore, modificando l’atmosfera, il “tono” dello spazio circostante o come i suoi affreschi che ricordano il modo che aveva Piero della Francesca di far assorbire il colore come fosse calce viva. E ancora le composizioni di colori blu,rosso, oro, che riescono a ritmare lo spazio come se fossero un’alternanza di pieni e vuoti.

Opere spesso difficili da etichettare le opere di Spalletti che qualcuno ha definito pittura-scultura-architettura, per quella capacità che hanno di dare vita a uno spazio d’invenzione, attraverso il movimento continuo di forme colore. Rileggendo la lezione di Malevic e poi di Rothko e per quel che riguarda la scoperta di uno spazio non solo fisico avendo fatto tesoro delle geniali invenzioni di Lucio Fontana.

All’Accademia di Francia il direttore Richard Peduzzi e la curatrice Gabriella Lonardi Bontempo invitano a ripercorrere tutta la parabola artistica di questo appartato maestro abruzzese che si è cercato negli anni, e inutilmente, di assimilare all’arte povera e al minimalismo ( dal quale è infinitamente lontano per uso del colore e, soprattutto, per il “calore” che trasmettono le sue opere).

Nella storica sede romana di Villa Medici, fino al 16 luglio, la mostra Il colore si stende, si asciuga, spessice, riposa propone quadri, sculture, ambienti. Installazioni che si lasciano attraversare e vivere, con un’idea di architettura che Spalletti ha sempre concepito come accoglienza, più che come segno spettacolare.

E ancora una serie di sculture che ricordano le forme concave di vasi antichi, in cui ritorna lo splendore dell’azzurro e un rosa che non esiste in natura e che appare sempre diverso, mutevole, come il colore della pelle sotto il sole.

Un colore che Spalletti, in una lunga intervista contenuta nel catalogo che accompagna la mostra, confessa di non sapere più come sia nato. ” A me-dice- è sempre piaciuto impastare il colore per trovare un colore che non fosse solo superficie, ma che avesse una qualità, una profondità, una risonanza interiore. Allora quel colore mi portava dappertutto anche dentro i sogni dell’immagine figurativa”.

da left-avvenimenti 19 maggio 2006

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Torna a splendere Villa Medici

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2005

Ingres, (1808)

Ingres, (1808)

Dopo anni di appannamento riapre l’Accademia di Francia a Trinità dei Monti

di Simona Maggiorelli

Una storia gloriosa di mostre. Da quando il ministro della cultura André Malraux decise di romperne il dorato isolamento, per oltre quarant’anni, Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, è stata un fulcro vivissimo della vita culturale romana, un luogo impareggiabile di incontri culturali, in un panorama mozzafiato come quello che dal Pincio e da Trinità dei Monti vola fin verso San Pietro. Con un nuovo direttore, ma anche grazie a una serie di leggi che in Francia incoraggiano i privati a farsi mecenati (riduzione fiscale del 90 per cento sugli investimenti per l’acquisto di beni culturali a favore dei musei nazionali), l’Accademia di Francia ora punta a un rilancio, riscoprendo la propria storia di luogo di studio e residenza speciale per gli artisti francesi che venivano a studiare a Roma, ma anche riaccendendo lo scambio vivo con il pubblico che negli ultimi anni si era appannato. Dopo che l’ex direttore di Villa Medici, Bruno Racine, è salito alla direzione del Centre Pompidou, Richard Peduzzi è l’uomo del rilancio. Sulla carta, figura ideale, poliedrica, di scenografo e designer con molti contatti internazionali, che potrebbe riportare Villa Medici al centro dell’attenzione intrecciando le proposte d’arte figurativa ad altre discipline, il teatro e il cinema, in primis, che per il sessantenne Peduzzi sono sempre stati privilegiato ambito di lavoro: è collaboratore stretto, da trent’anni, di uno dei maggiori registi francesi, Patrice Chéreau.
Ottenuto l’incarico l’estate scorsa, Peduzzi ha raccontato così i suoi progetti a Frederic Edelmanna di Le Monde: «Innanzitutto proseguire il lavoro di rinnovamento avviato da Bruno Racine e poi sviluppare il legame che ha saputo instaurare con la società italiana. Per quel che mi riguarda – ha aggiunto – mi piacerebbe lavorare sulla linea del mio lavoro alla Scuola superiore nazionale di arti decorative: fare della Villa l’epicentro della vita artistica e culturale, rafforzando i legami con le scuole e le università francesi, ricercando ancora e sempre l’apertura». La parola d’ordine per Peduzzi è interdisciplinarità, «intesa – spiega l’artista francese – come il contrario di una conoscenza superficiale, ma come acquisizione di un sapere come fabbricare un mobile o costruire una scenografia.
In una scuola d’arte contano i sentimenti, quanto l’occhio, lo sguardo, il pensiero. Sia che si utilizzi una matita o un computer, il solo vero e proprio strumento, come dice Chardin, sono i sentimenti.
Ma prima è necessario possedere una tecnica il più avanzata possibile. E alla fine la tecnica non si deve né sentire né vedere».
Nella “scuola” a cui Peduzzi sta lavorando in Villa Medici parteciperà un élite di borsisti (circa 300 all’anno) che, per periodi più o meno lunghi (dai sei mesi ai due anni), vivranno nei diciotto appartamenti con atelier, da poco ristrutturati, che affiancano villa Medici. Una nuova edizione, rivista e ammodernata, della lunga storia di “scuola” che l’Accademia di Francia ha sempre avuto fin dalle sue origini seicentesche, quando lo Stato francese cominciò a fare del mecenatismo pubblico, dando possibilità di formazione romana ai suoi talenti. Non era ancora l’epoca del grand tour, ma l’imago urbis romae era fortissima nell’immaginario collettivo francese ed europeo. E poter trascorrere alcuni anni a Roma dove studiare la cultura classica rappresentava già un investimento     investimento importante. Fu Colbert, il potente ministro di Luigi XIV, nel 1666, a fondare quest’idea di Accademia. Da allora, nel corso di duecento anni, nelle stanze affrescate sono passati pittori come Ingres (che fu anche direttore di Villa Medici), Deschamps, Fragonard, David, compositori come Debussy, Bizet, Berlioz, Gounod, e scrittori e filosofi come Derrida.
Ma il nuovo corso di Peduzzi promette anche, con il pieno recupero degli spazi espositivi, di riaprire integralmente Villa Medici al pubblico. Il percorso, sebbene un po’ in sordina, è già cominciato, con le serate dedicate al film L’abécédaire di Gilles Deleuze e poi con le mostre di disegni rinascimentali e barocchi italiani acquisiti l’anno scorso dal governo francese per il Museo del Louvre: opere di Correggio, Lotto, Fra Bartolomeo, Parmigianino, Veronese, Tintoretto, Giulio Romano, Polidoro di Caravaggio, Perin Del Vaga acquistate per lo Stato dal Gruppo Carrefour (grazie alla politica di sgravi fiscali di cui dicevamo).
E ancora, mostre di fotografia, che indagano il tema della foto come quadro con opere di Yto Barrada, Patrick Faigenbaum, Jean-Baptiste Ganne, Valérie Jouve, Suzanne Lafont, Jean-Luc Moulène e Paola Salerno.Mentre si è appena chiusa la retrospettiva dedicata a Graziella Lonardi Buontempo, straordinaria collezionista che a Roma, dal 1968, seppe intuire talenti e tendenze dell’arte che poi si sarebbero sviluppate negli anni successivi, raccogliendo dai dipinti informali di Alberto Burri e Lucio Fontana, alle opere di Pistoletto, Merz e a altri maestri dell’arte povera, fino al grande wall drawing di Sol LeWitt.
Quella dedicata alla Lonardi Bontempo, dal titolo Incontri, sarà il conio e il prototipo delle mostre che Villa Medici proporrà nel nuovo anno dedicando un quinto del suo budget di 5,5 milioni di euro alla creazione di eventi aperti al pubblico.

da Europa, 3 dicembre 2005

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