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Posts Tagged ‘August Rodin’

Il marmo e la vita. Da Michelangelo a Rodin

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 8, 2014

Rodin, Il bacio a RomaRodin, “ultimo atto”. Il più intenso ed emozionante – diciamo subito – fra quanti abbiamo cercato di raccontare su queste pagine nelle ultime settimane e mesi punteggiati da un fiorire di esposizioni dedicate all’arista francese che rinnovò la scultura europea fra Ottocento e Novecento, aprendola al movimento, al non finito e all’espressività dei gesti. Nelle grandi aule delle terme di Diocleziano, fino al 25 maggio, è allestita la mostra Rodin, il marmo e la vita, presentata l’anno scorso in Palazzo Reale a Milano.

E la medesima scelta di sculture, provenienti dal Musée Rodin di Parigi, in questo spazio archeologico denso di storia, sembrano acquistare nuovi significati. I marmi selezionati dalla curatrice Aline Magnien, in collaborazione con Flavio Arensi, paionoacquistare ancora maggiori risonanze michelangiolesche collocati qui, su scabre tavole di legno al centro della sala inondata di luce dell’antico edificio termale. Ricordando che il frigidarium, il tepidarium e il calidarium furono trasformati dall’artista fiorentino per la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei martiri cristiani. E non si tratta solo di una suggestione, perché Rodin studiò a lungo l’arte di Michelangelo, facendo tesoro della sua arte del levare e di quel suo uso del non finito che regalava pathos e senso tragico ai Prigioni e a gruppi scultorei come la Pietà Rondanini.

Ma Rodin non copia. Non è mai pedissequo nell’esprimere la sua ammirazione per questo maestro del Rinascimento. Il non finito, nelle mani dello scultore francese, diventa uno strumento per aggiungere dinamismo, per immettere le opere nel flusso del tempo, facendole sembrare perennemente in fieri e aperte allo sguardo creativo del pubblico.

Come si vede, più che nel celebre Bacio del 1882-1889 (qui posto ad incipit del percorso) nel complesso intreccio del gruppo L’amore porta via i suoi veli 1900-1905 o nell’abbraccio di Paolo e Francesca fra le nuvole (1904-1905). In questa fase Rodin ha superato la lunga e faticosa gavetta che lo aveva messo alla prova come artista ma anche come uomo. Dopo aver collezionato innumerevoli rifiuti da parte di accademie e collezionisti nei primi anni del Novecento è un artista famoso e riconosciuto non solo in Francia.

rodinmostraroma_4 E la sua mano si fa sempre più sicura nell’orchestrare pesi e contrappesi, ricreando interamente, anche sotto questo riguardo, la lezione di Michelangelo. Fino a compiere un vero miracolo: regalare una nuova vita alla scultura in marmo nel XXI secolo. Grazie a Rodin, come nota il direttore e conservatore del Musée Rodin di Parigi Catherine Chevillot nel catalogo Electa, “sopravvive il marmo: nobiltà della forma, la traccia lasciata dalla mano dell’artista”, la bravura di far emergere un corpo di donna da un blocco di marmo intonso come accade con la Danaide (1889). La mostra Rodin, il marmo e la vita permette di cogliere tutte le fasi del processo creativo, comprese le irregolarità e le incertezze. Permette di seguire il divenire dell’opera nello schizzo, nella maquette, nel modello lavorato, documentato da Rodin stesso anche attraverso una interessante serie di fotografie. (simona Maggiorelli)

Dal settimanale left-avvenimenti

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Effetto Rodin sulla scultura del Novecento

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2014

Effetto Rodin

Giovanni PIni, Gli amanti

Giovanni PIni, Gli amanti

ROMA- Mentre alle Terme di Diocleziano, lo scorso 18 febbraio è arrivata da Milano la mostra dedicata ai marmi di Rodin,  la collettiva D’apres Rodin, scultura italiana del primo Novecento  negli spazi della  Galleria d’arte moderna (Gnam) offre al pubblico un’interessante occasione per indagare l’influenza che la poetica di August Rodin esercitò non solo sugli artisti a lui contemporanei ma anche su quelli di generazioni successive. Come stimolo a uscire dall’accademismo, a cercare nuove strade fuori dall’ingessata tradizione monumentale, facendo tesoro della statuaria più antica, della levigata eleganza di Donatello e soprattutto della torsione drammatica che anima le sculture di Michelangelo.

 Di fatto  il movimento e l’espressione che August Rodin seppe dare alle sue statue fecero entrare la scultura nel moderno. Recuperando sulla pittura, che aveva compiuto questo passaggio da tempo, rinnovandosi radicalmente nella poetica e nella tecnica. Più costosa e legata a committenze celebrative del potere, la scultura nell’Ottocento era per lo più retoricamente celebrativa, un trionfo di gigantismo carico di accenti sentimentali e idealizzanti. Ma Rodin, attraverso un difficile e travagliato percorso di ricerca, riuscì a imporre un nuovo stile e un nuovo modo di fare scultura, che dall’antico recuperava il gusto del frammento e che osava sfidare anche la neonata fotografia rappresentando il movimento come processo, liberato dall’immobilità dell’istante in cui lo confina l’obiettivo fotografico.

Medardo Rosso, Ecce puer

Medardo Rosso, Ecce puer

Una lezione che, come ben racconta nel catalogo Electa la curatrice della mostra  Stefania Frezzotti, fu raccolta e ricreata in maniera del tutto originale da Umberto Boccioni. Per lui la scultura del maestro francese era ancora troppo “da museo”. E i futuristi, si sa, volevano distruggere i musei in quanto anticaglie polverose. Ma a Boccioni non sfuggì l’indicazione che veniva da opere come L’homme qui marche, in cui Rodin realizzava una scultura in movimento, perennemente in fieri. Quella statua dal movimento plastico e senza testa, come ricordavamo la settimana scorsa, colpì parimenti Alberto Giacometti, che ne dette una sua interpretazione corrosivamente filiforme.

Tornando al passaggio fra Ottocento e Novecento di grande impatto emotivo è la dialettica che nelle sale della Gnam ingaggiano sculture di Rodin come L’età del bronzo (1877) con capolavori che Medardo Rosso realizzò anni dopo, come ad esempio Bambino malato (1889) e poi Ecce puer (1905-6).

Un gioco di segrete risonanze percorre i volti e i gesti di queste opere, anche se Rodin privilegia l’eleganza del gesto e un’espressione struggente del volto, mentre Medardo Rosso arriva fin quasi a dissolvere le forme nella luce. Amici e rivali, i due artisti sembrano ingaggiare qui un dialogo, in un gioco di emulazione e di presa di distanza che li portò a definire sempre più la propria originale identità.

La mostra D’apres Rodin documenta anche la grande popolarità che le sue creazioni ebbero fra scultori italiani del Novecento come l’arcaizzante Libero Andreotti e poi il “citazionista” Arturo Martini. E ancora sulo schivo e originale Giovanni Prini ma anche su autori più di maniera come Angelo Zanelli che finirono per ricalcarne le forme svuotandola di senso. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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Io, Camille Claudel

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 1, 2014

Camille Claudel

Camille Claudel

Apettando la mostra Rodin, il marmo e la vita che, dopo Milano, dal 18 febbraio è aperta alle Terme di Diocleziano, torniamo indirettamente sull’opera e sulla vicenda biografica del grande scultore francese, ricordando il talento e la vita spezzata della sua amante, l’artista Camille Claudel (1864-1943). Di recente protagonista di una retrospettiva al Musée Rodin di Parigi ma anche al centro di una più ampia riscoperta punteggiata da film e biografie. Dopo Isabelle Adjani nel 1988, l’anno scorso è stata Juliette Binoche a far rivivere la tormentata storia della Claudel sul grande schermo. E fra i tanti omaggi e le storie romanzate che ne fanno un’eroina maudit (ripronendo il logoro e fuorviante binomio “genio e pazzia”) spicca invece la puntuale biografia Camille Claudel di Odile Ayral- Clause, docente di letteratura francese alla California Polytechnic State University. Scritta nel 2002, è stata di recente tradotta e pubblicata da Castelvecchi e permette di avvicinarsi alla dolorosa vicenda di Camille Claudel, nella sua complessità attraverso lettere, documenti, e incrociando testimonianze dirette e indirette, ripescate anche nelle cronache locali dei giornali in cui le infermiere del manicomio in cui l’artista fu internata nel 1913 parlavano di lei.

Vaglio critico delle fonti e narrazione mai arida fanno di questo libro un’opera davvero preziosa per chi voglia conoscere più da vicino la genesi di sculture affascinanti e oscure come Sacountala, forse l’opera più nota della Claudel, fra le poche che le sono sopravvissute. Il soggetto derivava dalla tradizione indiana e la scultrice rilesse il mito arricchendolo di riferimenti alla difficile condizione della donna nella società ottocentesca ancora “vittoriana” ma anche alla propria tormentata relazione con il maturo Rodin che in lei trovò una musa e una compagna capace come pochi altri di comprendere il senso profondo della sua arte, essendo artista in prima persona e in modo originale. Eppure Rodin non lasciò mai la sua compagna Rose che nella sua vita rivestiva un ruolo di moglie e madre, sembra in ombra. Ayral-Clause ricostruisce la relazione fra i due fin dall’inizio complicata, fra improvvise freddezze e allontanamenti da parte di Camille e sue ossessive richieste di essere l’unica allieva del maestro Rodin. Che fuggiva chiudendosi in un grigio ménage domestico contrassegnato anche dai problemi di un figlio taciturno e isolato che poi avrebbe cercato una via di fuga dall’asfittica dimensione familiare arruolandosi nell’esercito. Intanto le condizioni psichiche della Claudel si facevano sempre più instabili. Proveniente da una famiglia cattolicissima era giudicata figura scandalosa anche nella Parigi degli artisti dove era ammessa la libertà di pittori e scultori, ma solo se maschi. Accusata di rubare idee al maestro Rodin, Camille non smetteva di ripetere: «Traggo le mie opere esclusivamente da me stessa». «Ho fin troppe idee di mio» rispondeva nel 1899 a un critico che, alla vista della sua Clotho, l’accusava di aver plagiato un’opera di Rodin. La scultura a partire da sé, sostiene Ayral-Clause, era proprio il segno originale della grande artista francese.

dal settimanale left-avvenimenti

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#Rodin, il marmo, la vita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2013

Rodin, il bacio

Rodin, il bacio

Con un percorso che squaderna sessanta sculture, la mostra Rodin, il marmo, la vita in Palazzo Reale a Milano  si presenta come una delle retrospettive italiane più ampie  dedicate allo scultore francese che rinnovò radicalmente le arti plastiche tra Ottocento e Novecento, mandando definitivamente in soffitta la scultura accademica che, a confronto con le sue creazioni vibranti, dinamiche, cariche di tensione, appariva immediatamente rigida, inespressiva, pesante, letteralmente ingessata.

Ma come si può ben immaginare la rivoluzione dei canoni estetici imposta da August Rodin (1840-1917) con i suoi emozionanti bozzetti e le sue potenti statue sempre “in divenire”, non fu vista di buon occhio dall’establishment dell’epoca che se ne sentì scalzato. E tanti furono i rifiuti, i tentativi di emarginarlo, di impedire che ottenesse riconoscimenti. Con grande tenacia Rodin – per quanto non venisse dalla Parigi abbiente – seppe a poco a poco farsi strada trovando un proprio pubblico. Dapprima accettando anche di mettersi a servizio di altri artisti già affermati come Ernest Carriere Belleuse, che Rodin seguì fino in Belgio. Ben presto, però, i rapporti fra i due si deteriorarono e Rodin si ritrovò praticamente in mezzo a una strada. Finché la produzione di una serie di piccoli gruppi di terracotta finalmente trovò degli acquirenti.

Con i pochi soldi ricavati da quella vendita Rodin poté realizzare un sogno: fare un viaggio nella penisola per conoscere dal vivo le opere di Michelangelo e degli altri scultori e pittori che hanno fatto grande la storia dell’arte italiana. Quello compiuto nel 1876 fu un viaggio in totale anonimato, avendo solo pochi spiccioli per mangiare e dormire, un viaggio rapido e concitato, ma ugualmente strutturante per la messa a punto della poetica originalissima di Rodin che molto deve alla eroica monumentalità di Michelangelo e più ancora al “non finito” dei Prigioni che sembrano ingaggiare una lotta sovrumana per emergere dalla pietra. Un aspetto che la mostra milanese (aperta fino al 26 gennaio 2014, catalogo Electa) racconta in una sezione dedicata e intitolata “La poetica dell’incompiuto”: vi figurano bozzetti connotati da un forte pathos romantico ma anche sculture in cui la tecnica del non finito accentua il dinamismo e la “freschezza” del risultato finale.

È il fascino dell’imperfetto e di quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture. Quasi che l’opera potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” del “durare” e “ricrearsi” nella storia che Rodin intuì giovanissimo.

Ma come ci raccontano opere celeberrime come Il bacio,  (presente a Milano) la sua speciale maestria si esprimeva anche in un modellato capace di catturare riflessi di luce e tratteggiare drammatici e intensi chiaro-scuri,lontani dalle levigatezze accademiche e dalla leziosità della scultura francese del Settecento. Dopo Milano la mostra realizzata in collaborazione con il Museo Rodin di Parigi sarà a Roma. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

RODIN NOSTRO CONTEMPORANEO, intervista al curatore Flavio Arensi

“Rodin è un grande innovatore come pochi altri chiude un’epoca e si apre a  quella successiva gettando dei semi ” dice a left  Flavio Arensi, curatore della mostra milanese Rodin, il marmo, la vita  insieme a Aline Magnien del Musée Rodin di Parigi. In Palazzo Reale  la retrospettiva   aperta fino al 26 gennaio 2014 presenta una sessantina di opere del maestro francese, raccontate anche attraverso un catalogo Electa.Quando dico che Rodin fu un grande innovatore non intendo solo artisticamente – approfondisce Arensi – .Perché, dopo Michelangelo, è lo scultore che più ha rinnovato l’arte plastica,  ma anche concettualmente. Rodin anticipa i grandi maestri della  contemporaneità, inizia una lunga riflessione sul materiale della scultura e  capisce che lì sta la chiave per rompere col passato, gestisce un atelier ampio  come farebbe oggi un artista londinese o newyorkese, sa fare relazioni  pubbliche, ma sopratutto intuisce che la scultura come si è concepita da  Michelangelo in poi è giunta a un capolinea e chiede di essere rifondata. Da  lui lavorano molti artisti che poi sarebbero diventati grandi autori, Brancusi,  Bourdelle, Pompon, non dimenticando Camille Claudel. Tutte le avanguardie guardano a  Rodin, alla sua scultura, al suo usare in maniera anticipatoria il ready-made, al suo cercare l’ombra come la luce.

Quale influenza ha avuto la scultura di Michelangelo e la sua “l’arte del  levare” nel percorso artistico di Rodin?
Possiamo dire che Rodin conosce Michelangelo fin da studente, ma comprende  Michelangelo solo quando affronta il primo viaggio in Italia nel 1875. In  questa occasione capisce e assimila la grande statuaria italiana e il portato  del genio fiorentino in particolare. Quando torna in Francia cambia il suo modo  di concepire la scultura, cambia concettualmente prima che tecnicamente. I  marmi riflettono più del bronzo la poetica del non finito, che non è  assolutamente fine a se stessa piuttosto segue un’intenzione estetica e teorica  precisa: serve a illuminare la scultura, a far germinare le forme. Lo spunto  michelangiolesco non è copiato ma sfruttato in chiave totalmente nuova, quasi  pittoricamente, e a questa ragione bisognerebbe rivedere i pochi quadri di sua  mano, quelli che per la prima volta abbiamo esposto nella mostra legnanese.
Quale è stato il percorso per realizzare  questa mostra?
Da oltre sei anni frequento il Musée Rodin e mi confronto con Aline Magnien,  capo conservatore delle collezioni, nonché anima di questa mostra. Nel 2010  abbiamo curato insieme un’esposizione di centoventi opere fra dipinti, disegni,  sculture dedicate agli inizi di Rodin fino alla Porta dell’Inferno, il suo  capolavoro, nel museo di Legnano che allora dirigevo. Quando il Musée  Rodin ha deciso di studiare i marmi del maestro è stato normale chiedere di  poter collaborare e portare la mostra in Italia, prediligendo le sedi di Milano  e Roma dove le collezioni d’arte ci offrono dei legami importanti fra l’opera  dell’artista francese e i suoi riferimenti culturali (la Pietà Rondanini e  l’epopea michelangiolesca romana). Credo che una collezione tanto ampia di  opere fuori dai confini francesi – o dello stesso Musée Rodin – sarà difficile  poterla vedere per lungo tempo. (Simona Maggiorelli)

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