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Klimt, il sogno dell’opera totale

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 1, 2012

Per i 150 anni dall nascita di Gusv Klimt, una ridda di mostre a Vienna e in altre città. Dal 4 febbraio è Milano  a dare il via alle celebrazioni con una rassegna di disegni organizzata intorno alla ricostruzione del Fregio di Beethoven

di Simona Maggiorelli

klint, Fregio di Beethoven, particolare

Ancora nella Vienna di fine Ottocento e di inizi Novecento l’arte non aveva perso la propria aura. Benché l’epoca della riproducibilità tecnica di quadri e sculture raccontata dal filosofo Walter Benjamin fosse già cominciata, la capitale austriaca offriva ancora a pittori e intellettuali un ambiente in cui poter inseguire l’utopia modernista di un’arte totale che informasse ogni aspetto della vita, come stile, come ornamento, arredo, come creazione di ambienti che favorissero e stimolassero la ricerca intellettuale.

Più piccola e appartata di Parigi, Vienna fu la bolla magica in cui gli artisti ancora alle soglie del XXI secolo inseguivano l’idea wagneriana del Gesamtkunstwerk, integrando tutte le forme e i linguaggi, dalle arti visive, alla musica, cercando quella sinestesia vagheggiata da Baudelaire. È in questo clima che uno degli artisti più affascinanti della Vienna fin de siècle, Gustav Klimt (Vienna, 1862 – Neubau, 1918) cercò di tradurre le composizioni di Beethoven in un’opera figurativa che faceva incontrare la novità dello Jugendstill con il cromatismo dei mosaici bizantini, la stilizzazione della pittura egizia, con la pittura vascolare greca e con l’uso della linea  tipico delle antiche stampe giapponesi.

Il Fregio di Beethoven che, dal 4 febbraio al 6 maggio, per festeggiare i 150 anni dalla nascita dell’artista mitteleuropeo sarà ricostruito nello Spazio Oberdan di Milano era il sogno realizzato di far incontrare tradizioni pittoriche diverse e lontanissime fra loro in una sorta di “opera mondo”, originale e organica. Ma curiosamente, pur nascendo sulla spinta di miti modernisti che presto le avanguardie novecentesche avrebbero rottamato, conteneva in nuce l’idea contemporanea e oggi molto di moda dell’installazione e dell’opera multimediale.

Con grande eclettismo, Klimt metteva in risonanza le sue complesse allegorie pittoriche con le note della Nona di Beethoven. Fu forse proprio questo il frutto più interessante di quel milieu intellettuale che a Vienna, a inizio Novecento, era tenacemente ancorato ai miti ottocenteschi dell’artista vate, che coltivava una ricerca alta ed elitaria, sottolineando l’importanza dello stile personale e dell’auto riflessione fin quasi all’esasperazione.

Klimt, nudo di donna

Parliamo di un ambiente culturale in cui scrittori come Hugo von Hofmannsthal, come Karl Kraus, come Arthur Schnitzler e poi come Robert Musil, ben al di là di Freud (e nonostante i suoi scritti) cercavano in letteratura e in poesia di ridefinire la soggettività moderna. Che nell’ultimo lacerto dell’impero asburgico si raccontava come turbata, fragile, scheggiata. Ma anche malata di introversione.

Così  ecco le atmosfere torve e decadenti, ma anche le dee ieratiche e “demoniache” del pittore Franz von Stuck e le seducenti sirene di Max Klinger, immerse in una natura selvaggia, mitica e senza tempo. Ecco la ricerca esasperata del sublime, dell’ineffabile, che in alcuni artisti da fine impero divenne capziosità intellettualistica mentre in musica si apprestava a diventare distruzione di ogni forma di  armonia. In un contesto simile, non a caso, nacque l’iconoclastia musicale di Arnold Schönberg.
Come se avesse arrestato l’orologio e lo scorrere del tempo, come se non avesse avvertito i richiami di quella avanguardia che già nei primi anni del Novecento aveva prodotto una rivoluzione come il Cubismo in Francia, Klimt – come ci racconta la mostra milanese Gustav Klimt, disegni intorno al Fregio di Beethoven – continuava a perseguire il sogno di una luminosa armonia. Benché sempre più lontana e sfuggente, in quadri che nonostante il tripudio di ori, la sensualità del cromatismo e l’ostentazione di forme preziose ed eleganti, si rivelano percorse da una sempre più profonda inquietudine. Tanto che quella Danae che Tiziano aveva immaginato di una bellezza prorompente e dallo sguardo bistrato e vivo, diventa una dea dormiente, avvolta su stessa e dalle mani sinistramente accartocciate. Pensare che Klimt ha dipinto questa celebre tela nel 1907, lo stesso anno in cui Picasso dipingeva le sue modernissime Demoiselles d’Avignon, fa davvero impressione. Tanto attardato pare il modo di dipingere di Klimt rispetto a quello di Picasso che apriva la pittura europea alla ricerca di una quarta dimensione, a un modo del tutto irrazionale di fare “ritratti”.

Uno iato temporale e di  modo di dipingere che, per certi versi, rende ancor più enigmatiche, ieratiche e irraggiungibili le donne raffigurate da Klimt. Come la splendida Adele Bloch Bauer tramutata dal pittore viennese in una modella di pietra, in una temibile concrezione di gemme e metalli preziosi.

da left-avvenimenti

VIENNA, DIECI MOSTRE PER KLIMT

Danae di Klimt 1907-8

Dieci musei viennesi nel 2012 ospitano una fitta rete di mostre dedicate a Gustav Klimt in occasione dei 150 anni dalla sua nascita. Al Wien Museum che conserva quasi 400 opere dell’arista, dal 16 maggio prenderà il via la retrospettiva più corposa, con dipinti, disegni e bozzetti, manifesti e altre opere grafiche. La fase centrale dell’attività artistica di Gustav Klimt, quella che va dal 1886 al 1897, sarà messa a fuoco invece dal Kunsthistorisches Museum, dove sono conservati tredici significativi dipinti ed i relativi cartoni che il pittore eseguì per le scalinate ( tra cui, per esempio, La fanciulla di Tanagra, 1890/91) . Dando un segno radicalmente nuovo, in stile liberty, che lo segnalava già come un talento originalissimo rispetto al fratello Ernst Klimt e Franz Matsch, che dal punto di vista stilistico erano piuttosto conservatori. Ma interessante sarà vedere dal vivo anche i disegni di Klimt per questi dipinti e che sono stati mostrati in pubblico, l’ultima volta nel 1992 a Zurigo

. Intanto mentre al Belvedere di Vienna che possiede la più vasta raccolta di dipinti di Klimt al mondo già si lavora alla grande retrospettiva che sarà aperta dal12 luglio 2012  al 6 gennaio 2013, mentre prosegue fino al 4 marzo la rassegna Gustav Klimt/Josef Hoffmann. Pionieri del Modernismo che racconta la collaborazione fra i due artisti che prese il via con la Secessione di Vienna nel 1897 e durò  fino alla morte di Klimt avvenuta nel 1918 . Nell’ambito di questa rassegna sarà esposto anche il celeberrimo Il bacio, che Klimt dipinse nel 1907/08. E ancora. all’Albertina 170 lavori su carta d’ispirazione erotica ( a partire dal 14 marzo) mentre al Leopold Museum il 24 febbraio si inaugura un percorso intrecciato di opere pittoriche, ritratti, lettere e documenti autografi dell’artista raccolti sotto il titolo Klimt personalmente : un invito a conoscere più da vicino la vita dell’artista viennese ma anche il suo modo di lavorare. Il museo conserva, tra l’altro, il lascito di Emilie Flöge con centinaia di cartoline, fotografie e lettere che Klimt ha scritto in quasi due decenni alla sua compagna di vita. Tra queste anche cartoline artistiche della Wiener Werkstätte, telegrammi e un variegato epistolario che Klimt ha spedito alla sua famiglia e ai suoi amici di Vienna nel corso dei suoi viaggi.

Non solo un modo per mettere insieme opera e biografia dell’artista che si racconta punteggiata da molti amori e da circondata da un’aura ancora ottocentesca da “ artista vate”, ma anche un modo per entrare nel suo atelier creativo e per capire come  gestiva in autonomia la rete di rapporti con committenti e mercanti porta ancora in primo piano la sfera privata del pittore.

da left-avvenimenti 27 gennaio2011

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Marc Quinn nella casa di Giulietta

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 20, 2009

di Simona Maggiorelli

Marc Quinn, Siren

Marc Quinn, Siren

Siren, ovvero sirena ma anche sfinge e icona dei nostri tempi. L’artista inglese Marc Quinn porta la sua Kate Moss in oro zecchino nella Verona di Giulietta e Romeo invitando gli spettatori a riflettere suoi miti che abitano le nostre vite quotidiane. «La vera Kate Moss e la sua immagine sono state separate e conducono vite diverse» nota l’artista nell’intervista che Jason Shulman gli fatto in occasione della mostra nella città veneta (dal 23 maggio, catalogo Charta).  «La persona Kate – prosegue Quinn – è come la Casa di Giulietta: una persona reale, con una vita vera, e nello stesso tempo un’astrazione. La casa di Giulietta rappresenta un tempio vivente dedicato all’idea dell’amore…».

Forse più della Marilyn seriale di Warhol, la modella inglese che Marc Quinn ha plasmato in posa da contorsionista si presenta come una sorta di totem: bellissima, levigata, ieratica, con un volto sinistro perché senza espressione. Sotto l’oro abbagliante, nessuna traccia di vita. La celebrata Siren di Quinn è uno scintillante e freddo manichino, che evoca una maschera funeraria egizia. (Non a caso Quinn ha dichiarato che la sua opera simbolo è il busto di Nefertiti del museo di Berlino). Del resto, al di là dell’eleganza stilistica e della preziosità dei materiali impiegati, la riflessione sulla bellezza che questo artista della young british art va svolgendo da alcuni anni ha ben poco di rassicurante. Come nella più classica tradizione inglese la bellezza l’opera di Quinn non è mai disgiunta da un pensiero di morte, di malattia, di caducità.

“La carne, la morte, il diavolo” era la triade per eccellenza del Romanticismo inglese, secondo l’anglista Mario Praz. E il discendente di Mary Shelley, Marc Quinn, oggi rilegge quella tradizione, alla luce delle inquietudini, delle paure, dei tabù che percorrono l’oggi. Così nella Casa di Giulietta e sparse per le strade e per le piazze di Verona, ecco un tripudio di piante carnali e sgargianti, mostruosamente belle al punto di sembrare artificiali. Ma nel percorso curato da Danilo Eccher (che a Marc Quinn ha dedicato già una mostra al Macro di Roma), accanto alle opere più à la page non mancano le sculture che ritraggono persone handicappate o menomate, che molto hanno fatto discutere. I famosi marbles con cui Quinn aprì un fortissimo dibattito pubblico a Londra, svelando tutta la violenza nascosta in una certa idea di bellezza classica.

Dal quotidiano Terra 22 maggio 2009

lA NUOVA ENGLISH ART SECONDO MARC QUINN

Marc Queen, sea ice of portofino

Marc Queen, sea ice of portofino

Al Macro di Roma la bellissima Kate Moss è una moderna sfinge contorsionista, ieratica e distante, come sulle pagine patinate dei rotocalchi.La modella inglese transita dalla moda all’arte à la page di Marc Quinn, giovane artista britannico che ha fatto discutere con le sue sculture di focomelici e donne handicappate, cercando di rompere i tabù della bellezza, con una serie di sculture, di torsi e figure intere che ora giacciono disseminati sul pavimento della galleria.Fino al 30 settembre la galleria romana diretta da Danilo Heccher dedica a Quinn la sua prima importante retrospettiva italiana, squadernando quasi una trentina di opere dell’artista londinese che negli anni Novanta aveva attratto l’attenzione internazionale con un’opera provocatoria come Self, un autoritratto in cui l’artista aveva modellato la propria testa utilizzando quattro litri e mezzo del proprio sangue.In mostra a Roma opere degli ultimi dieci anni dell’attività dell’artista inglese, dalle sculture della serie The Complete Marbles a quelle più recenti raccolte sotto il titolo di Chemical Life Support (ritratti di persone che hanno bisogno di medicinali per sopravvivere), ma anche dipinti e disegni , realizzati con diverse tecniche e in diversi registri espressivi.Ma soprattutto, gusto della provocazione ma in veste di apparente naturalismo. Voglia di spiazzare il pubblico, ma mantenendo una declinazione di forme classicheggianti.
Che qui, in confronto con la serie sgargiante di fiori carnali e dai colori accesi che campeggiano in opere fotografiche di Quinn, appaiono come forme marmoree fredde e inerti.La sensazione è che gli umani scolpiti dall’artista inglese, abbiano perso ogni movimento, fisico e interiore, tanto da apparire come calchi di gesso, cadaveri levigati, quasi fossili.E un certo qual accento di necrofilia, anche se in chiave elegiaca e sviluppato con maggiore capacità affabulatoria, è anche quello che si riscontra nelle opere il francese Christian Boltanski, ospitato nella sede del Macro al Mattatoio. Dal soffitto penzolano decine di abiti, la sala è percorsa da luci e suoni, evocando la traccia di chi non c’è più.
Creando una sorta di potente teatro della memoria.

Dal quotidiano Europa, 2006

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