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Le morbide sculture di Henry Moore. Last week

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 5, 2016

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Curve morbide e femminili, figure di donna che diventano quasi astratte. Nonostante il duro marmo da cui sono ricavate, le sculture di Henry Moore sembrano levitare, sollevandosi da terra con un movimento leggero. La retrospettiva appena aperta alle Terme di Diocleziano ne sottolinea la forma classica e monumentale mettendole in rapporto con l’antica costruzione romana, inondata di luce settembrina. Qui sono raccolte sculture, bozzetti, acquerelli, stampe dello scultore inglese compresi i suggestivi schizzi, di grande immediatezza e forza emotiva che Moore fece dei rifugiati londinesi che cercavano riparo nella metropolitana durante gli attacchi aerei.

Suddivisa in cinque aree tematiche, la retrospettiva ripercorre tutta la carriera dello scultore inglese, dalle prime opere ispirate all’arte pre colombiana e cosiddetta “primitiva” a sculture caratterizzate da una crescente astrazione della figura.

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Moore ©Tate_-London-2015

Determinante nello sviluppo della poetica di Moore fu il lungo viaggio che fece a Firenze e in Toscana, che lo portò ad innamorarsi di Giotto e a studiare i grandi scultori del Rinascimento da Donatello a Michelangelo: sulle sue orme Moore andò sulle Apuane per scegliere i blocchi intonsi di marmo da scolpire. Ma non mancano in mostra anche opere più d’ispirazione romanica che trasformano i rigidi complessi scultori antichi in sognanti immagini di affetto e protezione e poi “icone” che sono diventate la cifra artistica e più riconoscibile di Moore come la “figura distesa”. Gran parte delle sessantaquattro opere esposte a Roma provengono dalla Tate, il museo londinese che possiede una delle collezioni più ricche e rappresentative al mondo di opere di Moore. A queste si aggiungono alcuni prestiti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (dove si tenne la prima importante retrospettiva di Moore negli anni Sessanta )e della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.La mostra Henry Moore è curata da Chris Stephens e Davide Colombo e promossa da Soprintendenza speciale per il Colosseo, Museo nazionale romano e area archeologica di Roma, aperta al pubblico da giovedì 24 settembre al 10 gennaio 2016. Catalogo Electa. @simonamaggiorel

La recensione

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Henry-Moore, Terme-di-Diocleziano/R.Galasso

Non tratta il marmo  come se fosse una materia qualunque, cercando di camuffarne la consistenza e la durezza. In mostra a Roma fino al 10 gennaio, le sculture di Henry Moore dichiarano la propria lontananza dalla tradizione seicentesca di Bernini. Lo scultore inglese (1898-1996) non tentava di far sembrare il marmo morbida pelle come invece faceva, con somma sprezzatura, l’artista barocco in capolavori come Apollo e Dafne della Galleria Borghese.

Dalle sculture di Moore, che evocano immagini di donna, possenti ed essenziali, si intuisce il corpo a corpo che l’artista ha ingaggiato con la materia inerte per cavarne una forma, tramite quell’arte del “levare” mutuata da Michelangelo, che lo indusse a salire sulle Alpi Apuane per scegliere di persona, nelle cave, i blocchi intonsi da lavorare. Ma anche alcuni altri aspetti della poetica di Moore vengono maggiormente in chiaro grazie a questa monografica alle Terme di Diocleziano, organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) e dalla Soprintendenza. A cominciare dal carattere modernissimo e insieme antico, quasi primitivo, di queste sessantaquattro opere, monumentali, ieratiche ma come percorse da un ritmo, da un movimento interno, grazie ad un dinamico gioco di linee.

Nella luce soffice e diffusa di questa grande aula le sculture di Moore si stagliano con semplicità classica e straordinaria intensità. Provenienti dalla Tate, dalla Fondazione Moore e da collezioni museali italiane (come la Gnam, che acquistò sue sculture nel ‘48 e ospitò una grande retrospettiva nel ’61) le opere selezionate dai curatori Chris Stephens e Davide Colombo permettono di ripercorrere tutta la carriera dell’artista inglese, dalle prime prove ispirate all’arte pre-colombiana ai disegni e bozzetti, fino alle sculture monumentali caratterizzate, come accennavamo, da una crescente astrazione.

Ritroviamo qui alcune sculture che sono diventate la cifra stessa di Moore, identificandone tout court la poetica. Come ad esempio Figura distesa, una scultura, articolata fra pieni e vuoti, innervata da una molteplicità di tensioni. Dal bronzo emerge una forma “organica”, irregolare, che si dispiega nello spazio con una ricca articolazione volumetrica. Alla pietra dura, densa, scabra, Moore regala tridimensionalità e potenza espressiva. Da una lastra d’ardesia emerge il rilievo di una testa. Da un pezzo di roccia metamorfica nasce una grande maschera che riesce ad evocare un senso di profondità. È questa, ai nostri occhi, la “magia” di Henry Moore: saper rendere viva la materia. (Simona Maggiorelli, Left)

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Effetto Rodin sulla scultura del Novecento

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2014

Effetto Rodin

Giovanni PIni, Gli amanti

Giovanni PIni, Gli amanti

ROMA- Mentre alle Terme di Diocleziano, lo scorso 18 febbraio è arrivata da Milano la mostra dedicata ai marmi di Rodin,  la collettiva D’apres Rodin, scultura italiana del primo Novecento  negli spazi della  Galleria d’arte moderna (Gnam) offre al pubblico un’interessante occasione per indagare l’influenza che la poetica di August Rodin esercitò non solo sugli artisti a lui contemporanei ma anche su quelli di generazioni successive. Come stimolo a uscire dall’accademismo, a cercare nuove strade fuori dall’ingessata tradizione monumentale, facendo tesoro della statuaria più antica, della levigata eleganza di Donatello e soprattutto della torsione drammatica che anima le sculture di Michelangelo.

 Di fatto  il movimento e l’espressione che August Rodin seppe dare alle sue statue fecero entrare la scultura nel moderno. Recuperando sulla pittura, che aveva compiuto questo passaggio da tempo, rinnovandosi radicalmente nella poetica e nella tecnica. Più costosa e legata a committenze celebrative del potere, la scultura nell’Ottocento era per lo più retoricamente celebrativa, un trionfo di gigantismo carico di accenti sentimentali e idealizzanti. Ma Rodin, attraverso un difficile e travagliato percorso di ricerca, riuscì a imporre un nuovo stile e un nuovo modo di fare scultura, che dall’antico recuperava il gusto del frammento e che osava sfidare anche la neonata fotografia rappresentando il movimento come processo, liberato dall’immobilità dell’istante in cui lo confina l’obiettivo fotografico.

Medardo Rosso, Ecce puer

Medardo Rosso, Ecce puer

Una lezione che, come ben racconta nel catalogo Electa la curatrice della mostra  Stefania Frezzotti, fu raccolta e ricreata in maniera del tutto originale da Umberto Boccioni. Per lui la scultura del maestro francese era ancora troppo “da museo”. E i futuristi, si sa, volevano distruggere i musei in quanto anticaglie polverose. Ma a Boccioni non sfuggì l’indicazione che veniva da opere come L’homme qui marche, in cui Rodin realizzava una scultura in movimento, perennemente in fieri. Quella statua dal movimento plastico e senza testa, come ricordavamo la settimana scorsa, colpì parimenti Alberto Giacometti, che ne dette una sua interpretazione corrosivamente filiforme.

Tornando al passaggio fra Ottocento e Novecento di grande impatto emotivo è la dialettica che nelle sale della Gnam ingaggiano sculture di Rodin come L’età del bronzo (1877) con capolavori che Medardo Rosso realizzò anni dopo, come ad esempio Bambino malato (1889) e poi Ecce puer (1905-6).

Un gioco di segrete risonanze percorre i volti e i gesti di queste opere, anche se Rodin privilegia l’eleganza del gesto e un’espressione struggente del volto, mentre Medardo Rosso arriva fin quasi a dissolvere le forme nella luce. Amici e rivali, i due artisti sembrano ingaggiare qui un dialogo, in un gioco di emulazione e di presa di distanza che li portò a definire sempre più la propria originale identità.

La mostra D’apres Rodin documenta anche la grande popolarità che le sue creazioni ebbero fra scultori italiani del Novecento come l’arcaizzante Libero Andreotti e poi il “citazionista” Arturo Martini. E ancora sulo schivo e originale Giovanni Prini ma anche su autori più di maniera come Angelo Zanelli che finirono per ricalcarne le forme svuotandola di senso. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

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#Rodin, il marmo, la vita

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 12, 2013

Rodin, il bacio

Rodin, il bacio

Con un percorso che squaderna sessanta sculture, la mostra Rodin, il marmo, la vita in Palazzo Reale a Milano  si presenta come una delle retrospettive italiane più ampie  dedicate allo scultore francese che rinnovò radicalmente le arti plastiche tra Ottocento e Novecento, mandando definitivamente in soffitta la scultura accademica che, a confronto con le sue creazioni vibranti, dinamiche, cariche di tensione, appariva immediatamente rigida, inespressiva, pesante, letteralmente ingessata.

Ma come si può ben immaginare la rivoluzione dei canoni estetici imposta da August Rodin (1840-1917) con i suoi emozionanti bozzetti e le sue potenti statue sempre “in divenire”, non fu vista di buon occhio dall’establishment dell’epoca che se ne sentì scalzato. E tanti furono i rifiuti, i tentativi di emarginarlo, di impedire che ottenesse riconoscimenti. Con grande tenacia Rodin – per quanto non venisse dalla Parigi abbiente – seppe a poco a poco farsi strada trovando un proprio pubblico. Dapprima accettando anche di mettersi a servizio di altri artisti già affermati come Ernest Carriere Belleuse, che Rodin seguì fino in Belgio. Ben presto, però, i rapporti fra i due si deteriorarono e Rodin si ritrovò praticamente in mezzo a una strada. Finché la produzione di una serie di piccoli gruppi di terracotta finalmente trovò degli acquirenti.

Con i pochi soldi ricavati da quella vendita Rodin poté realizzare un sogno: fare un viaggio nella penisola per conoscere dal vivo le opere di Michelangelo e degli altri scultori e pittori che hanno fatto grande la storia dell’arte italiana. Quello compiuto nel 1876 fu un viaggio in totale anonimato, avendo solo pochi spiccioli per mangiare e dormire, un viaggio rapido e concitato, ma ugualmente strutturante per la messa a punto della poetica originalissima di Rodin che molto deve alla eroica monumentalità di Michelangelo e più ancora al “non finito” dei Prigioni che sembrano ingaggiare una lotta sovrumana per emergere dalla pietra. Un aspetto che la mostra milanese (aperta fino al 26 gennaio 2014, catalogo Electa) racconta in una sezione dedicata e intitolata “La poetica dell’incompiuto”: vi figurano bozzetti connotati da un forte pathos romantico ma anche sculture in cui la tecnica del non finito accentua il dinamismo e la “freschezza” del risultato finale.

È il fascino dell’imperfetto e di quel certo modo di fare arte che lascia trasparire la tensione creativa piuttosto che il dettaglio analitico e le rifiniture. Quasi che l’opera potesse restare aperta a ulteriori significati e assorbire col tempo nuove sfumature attraversando temperie culturali diverse. Una qualità del “non finito” del “durare” e “ricrearsi” nella storia che Rodin intuì giovanissimo.

Ma come ci raccontano opere celeberrime come Il bacio,  (presente a Milano) la sua speciale maestria si esprimeva anche in un modellato capace di catturare riflessi di luce e tratteggiare drammatici e intensi chiaro-scuri,lontani dalle levigatezze accademiche e dalla leziosità della scultura francese del Settecento. Dopo Milano la mostra realizzata in collaborazione con il Museo Rodin di Parigi sarà a Roma. (Simona Maggiorelli)

 Dal settimanale left-avvenimenti

RODIN NOSTRO CONTEMPORANEO, intervista al curatore Flavio Arensi

“Rodin è un grande innovatore come pochi altri chiude un’epoca e si apre a  quella successiva gettando dei semi ” dice a left  Flavio Arensi, curatore della mostra milanese Rodin, il marmo, la vita  insieme a Aline Magnien del Musée Rodin di Parigi. In Palazzo Reale  la retrospettiva   aperta fino al 26 gennaio 2014 presenta una sessantina di opere del maestro francese, raccontate anche attraverso un catalogo Electa.Quando dico che Rodin fu un grande innovatore non intendo solo artisticamente – approfondisce Arensi – .Perché, dopo Michelangelo, è lo scultore che più ha rinnovato l’arte plastica,  ma anche concettualmente. Rodin anticipa i grandi maestri della  contemporaneità, inizia una lunga riflessione sul materiale della scultura e  capisce che lì sta la chiave per rompere col passato, gestisce un atelier ampio  come farebbe oggi un artista londinese o newyorkese, sa fare relazioni  pubbliche, ma sopratutto intuisce che la scultura come si è concepita da  Michelangelo in poi è giunta a un capolinea e chiede di essere rifondata. Da  lui lavorano molti artisti che poi sarebbero diventati grandi autori, Brancusi,  Bourdelle, Pompon, non dimenticando Camille Claudel. Tutte le avanguardie guardano a  Rodin, alla sua scultura, al suo usare in maniera anticipatoria il ready-made, al suo cercare l’ombra come la luce.

Quale influenza ha avuto la scultura di Michelangelo e la sua “l’arte del  levare” nel percorso artistico di Rodin?
Possiamo dire che Rodin conosce Michelangelo fin da studente, ma comprende  Michelangelo solo quando affronta il primo viaggio in Italia nel 1875. In  questa occasione capisce e assimila la grande statuaria italiana e il portato  del genio fiorentino in particolare. Quando torna in Francia cambia il suo modo  di concepire la scultura, cambia concettualmente prima che tecnicamente. I  marmi riflettono più del bronzo la poetica del non finito, che non è  assolutamente fine a se stessa piuttosto segue un’intenzione estetica e teorica  precisa: serve a illuminare la scultura, a far germinare le forme. Lo spunto  michelangiolesco non è copiato ma sfruttato in chiave totalmente nuova, quasi  pittoricamente, e a questa ragione bisognerebbe rivedere i pochi quadri di sua  mano, quelli che per la prima volta abbiamo esposto nella mostra legnanese.
Quale è stato il percorso per realizzare  questa mostra?
Da oltre sei anni frequento il Musée Rodin e mi confronto con Aline Magnien,  capo conservatore delle collezioni, nonché anima di questa mostra. Nel 2010  abbiamo curato insieme un’esposizione di centoventi opere fra dipinti, disegni,  sculture dedicate agli inizi di Rodin fino alla Porta dell’Inferno, il suo  capolavoro, nel museo di Legnano che allora dirigevo. Quando il Musée  Rodin ha deciso di studiare i marmi del maestro è stato normale chiedere di  poter collaborare e portare la mostra in Italia, prediligendo le sedi di Milano  e Roma dove le collezioni d’arte ci offrono dei legami importanti fra l’opera  dell’artista francese e i suoi riferimenti culturali (la Pietà Rondanini e  l’epopea michelangiolesca romana). Credo che una collezione tanto ampia di  opere fuori dai confini francesi – o dello stesso Musée Rodin – sarà difficile  poterla vedere per lungo tempo. (Simona Maggiorelli)

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Modì, tutto l’essenziale

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 2, 2013

MilanoModigliani_352-288 di Simona Maggiorelli

La linea nitida, la solidità scultorea di forme essenziali, il colore rossastro delle terre che riscaldano la tavolozza. E poi le curve morbide del nudo femminile, il fascino misterioso di figure dal collo lungo e di volti in cui un occhio appare cieco verso la realtà circostante e come rivolto ad una dimensione interiore.

E’ una perfetta sintesi di classicità e avanguardia l’arte di Amedeo Modigliani (1884-1920) che la mostra Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti aperta in Palazzo Reale a Milano dal 21 febbraio all’8 settembre (catalogo Il Sole 24 ore Cultura) torna a raccontare attraverso una selezione di quindici tele dell’artista livornese appartenute al collezionista Jonas Netter (1866-1946).

Capolavori che, insieme a un centinaio di opere di pittori che furono anche compagni di vita di Modì nelle notti folli di Montparnasse e di Montmartre (Utrillo, Chaïm Soutine e Suzanne Valadon e altri) formano uno spaccato della scena artistica parigina nei primi, effervescenti, anni del Novecento.

Modigliani, come è noto, approdò in Francia nel 1906, l’anno della retrospettiva in memoria di Cézanne, avendo già alle spalle una solida formazione accademica, viaggi di studio in Italia che gli avevano permesso di conoscere dal vivo i capolavori dell’arte antica, gotica e protorinascimentale, a cominciare dall’amato Duccio di Buoninsegna dal quale aveva tratto ispirazione per auratiche presenze femminili.

Alcune opere di Modigliani (1)Non resta molto di queste prime esperienze pittoriche di Modigliani che, molto esigente e critico verso se stesso, fece in modo che andassero in gran parte distrutte.

Così a Milano visitando questa collettiva curata da Marc Restellini, direttore della Pinacothèque de Paris (da cui proviene l’intera mostra) si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un artista “nato” maturo, con il dono di uno stile unico, personalissimo, che mescola semplicità, arcaismo, ieraticità, raffinata eleganza e purezza formale. Basta guardare i suoi ritratti della giovane compagna, la pittrice Jeanne Hèbuterne, che hanno il fascino elegante e la femminilità delle dame di Parmigianino e l’aura onirica delle figure di Cézanne.

Oppure le scultoree cariatidi, figure enigmatiche che punteggiano tutta la carriera di Modì: con esse tentò una radicale rivisitazione della forma pittorica stimolata dalla passione per l’arte africana, oceanica, orientale e precolombiana.L’artista livornese, che si era sempre pensato sculture, prima che pittore, cercava nell’antico l’ispirazione per creare una immagine di donna universale senza tempo né radici geografiche.

Jeanne_Hebuterne_seated

Jeanne Hebuterne

Affascinato dalla rivoluzione cubista di Picasso e dalle sue magnetiche Demoiselles, tuttavia Modì mirava ad un’immagine di bellezza femminile capace di sussumere la ieraticità del Trecento senese e la lineare sinuosità delle Veneri botticelliane.

Come Picasso riconosceva in Cézanne un vero maestro ma ne trasse una lettura molto distante da quella volumetrico-spaziale che ne fece il cubismo. Più che dalla destrutturazione della spazialità pittorica Modì fu attratto dalla semplificazione formale di Cézanne, dal tono riflessivo e malinconico dei suoi soggetti. Come ci racconta il ritratto della poetessa Beatrice Hastings (1915) per arte del lavare, con una estrema stilizzazione del volto, Modì  riuscìa tratteggiare uno straordinario ritratto psicologico della donna.

dal settimanale left-avvenimenti

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Ai Weiwei, il nuovo Leonardo

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 20, 2012

Talento poliedrico fra arte, architettura e scrittura, l’artista cinese impegnato nella lotta per i diritti umani, si racconta in un libro intervista.  Nonostante la censura

di Simona Maggiorelli

stadio di Pechino

Lo aveva immaginato come una costruzione pubblica su cui i cittadini di Pechino potessero arrampicarsi e ballare. Come un edificio dove tutti potessero giocare e scorrazzare a piacimento.

Ma anche come una scultura urbana da godere esteticamente in quel suo elegante e vorticoso gioco di linee che si intrecciano a formare un immaginifico nido del nuovo millennio.

E ferisce che oggi quello stadio di Pechino progettato da Ai Weiwei e realizzato per le Olimpiadi del 2008 con lo studio Herzog & de Meuron sembri il fantasma di se stesso, trascurato e quasi lasciato in stato di abbandono dall’autorità cinese che prima ha celebrato Ai Weiwei come uno dei suoi maggiori talenti e poi lo ha denigrato, calunniato, quasi ucciso di botte per mano i agenti di regime, rinchiuso in una prigione segreta e multato in maniera iperbolica.

Tutto per impedirgli di sviluppare quella sua sfaccettata ricerca artistica – fra arte, architettura e scrittura – che di giorno in giorno si andava facendo sempre più politica e incisiva nel denunciare la mancanza di libertà e di diritti civili di cui soffre il Paese di Mao dove il boom economico non è andato di pari passo alle conquiste democratiche. Che ancora latitano gravemente.

Strumento essenziale di «azione culturale» e di lotta  per i diritti umani era stato anche il blog di Ai Weiwei che, nella Cina dove i social network sono controllati e censurati dal governo, nel 2006 registrava un traffico di un milione di persone. E proprio per questo è stato silenziato. Nell’appassionato libro intervista Ai Weiwei parla (Il Saggiatore) il critico e direttore della Serpentine Gallery di Londra Hans Urlich Obrist ricostruisce quella straordinaria avventura in rete  che vide un semplice blog, non solo diventare strumento di contro informazione, ma anche laboratorio di sperimentazione artistica per il modo originale con cui l’artista cinese componeva i suoi post, fra  scrittura e immagini.

Nello studio di Ai Weiwei

In un flusso continuo di messaggi, che dal 2006 al 2009, è stato un sorprendente diario online, in cui Ai Weiwei spaziava a tutto campo appuntando riflessioni che riguardavano la società («Nel blog parlo spesso delle condizioni di vita della popolazione e dei problemi sociali. Credo di essere l’unico a farlo»diceva nel 2006), ma anche la vita quotidiana nella immensa capitale cinese e le più diverse branche del sapere e dell’arte, con la pronfonda convinzione  dell’assoluta necessità di una azione culturale che sia anche un’azione politica nella società contemporanea. «Siamo la realtà, una parte di realtà che spinge a produrre altra realtà. E’ una dichiarazione di poetica che è anche politica », dice Ai Weiwei a Obrist passando da dichiarazioni di intenti, a racconti personali , a memorie più antico come quando da bambino vide suo padre costretto a bruciare tutti i libri di poesia che aveva scritto. Salvo poi essere riabilitato e celebrato come poeta nazionale dopo la fine della rivoluzione culturale.

Il tempo dice Ai Weiwei è il bene maggiore di cui possiamo disporre e che nessun regime oppressivo ci può togliere, se non glielo permettiamo. Un tempo per immaginare, per pensare, per creare, per dialogare.« La mia filosofia – dice – non è tanto quella del carpe diem, del godere l’attimo, quanto quella di creare il momento» Anche sfruttando le possibilità che oggi offrono i social network

Ai Weiwei

«Un blog è un po’ come scendere in strada e incontrare una donna all’angolo» arrivava a dire da appassionato neofita di Internet sei anni fa. «Le parli, ti rivolgi a lei direttamente. E poi magari si comincia a litigare o a fare l’amore». L’occasionalità in questo caso andava di pari passo con la profondità sviluppando una trama complessa di ricerche. Dal blog, come dalle opere di Ai Weiwei, emerge parimenti il suo talento poliedrico e un profilo, oseremmo dire, da “genio rinascimentale” del nuovo millennio. Che si muove liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E che poi, quasi per caso, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che Ai Weiwei considera alla strague di nuova «scultura urbana» e nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici». Ma qual è il ruolo che Ai Weiwei riconosce alla poesia? «Penso che il compito della poesia sia mantenere il nostro intelletto in uno stadio che precede la razionalità. Permette un contatto puro, diretto con con le sensazioni e i sentimenti. Al tempo stesso però la poesia possiede una forma letteraria molto precisa e potente». E proprio a partire da questa doppia natura della poesia Ai Weiwei stabilisce un nesso ardito con l’architettura: «Oggi mi pare che la poesia ricompaia sotto altre forme- dice- compresa quella dell’architettura. Che per me è stata una scelta del tutto inconsapevole. Si usano i volumi, le dimensioni  e  i pesi e si tenta di esprimere la propria visione dell’arte e della condizione umana. E’ per questo che mi viene naturale».

da left-Avvenimenti

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Arnaldo Pomodoro, il poeta della scultura

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 16, 2012

Impegno civile e una vitale voglia di ricercare. E poi le esperienze di vita  ,i  viaggi,  gli incontri che hanno alimentato il suo lavoro di artista. Il maestro Arnaldo Pomodoro si  racconta in occasione dell’uscita del libro intervista Vicolo dei lavandai.

di  Simona Maggiorelli

Ho sempre sentito in me la necessità di un coinvolgimento concreto da un punto di vista sociale» racconta Arnaldo Pomodoro a Flaminio Gualdoni che lo intervista nel libro Vicolo dei lavandai, uscito il 7 giugno per le edizioni Con-fine. Poeta della scultura che si è formato nell’antifascismo ha sempre rifiutato l’idea dell’artista chiuso nel suo studio, come torre d’avorio. Dal dopoguerra contribuendo alla rinascita del Paese con la creazione di  opere di grande valore civile in spazi pubblici.

«Sono molto sensibile alla responsabilità dell’arte che, secondo me, ha un carattere etico: esprime non solo un autore e uno stile suo proprio, ma anche i motivi e il senso di una civiltà», commenta il Maestro. Che subito aggiunge: «L’apporto dell’arte allo sviluppo della società è fondamentale e lo è soprattutto in questo periodo di grande incertezza e di profonde trasformazioni: le opere d’arte sono un riferimento decisivo della percezione nello spazio-tempo in cui oggi viviamo. E proprio da questa consapevolezza è nata l’idea della mia Fondazione qui a Milano.
Un artista può aiutare a “curare” la città dal degrado e della perdita di identità?
Certamente, oggi c’è l’esigenza di ritrovare la vitalità e l’entusiasmo per la cultura e per le arti. C’è bisogno di sviluppare un senso di vita in comune e una progettualità armoniosa, globale, proiettata verso il futuro.

Quando lei arrivò a Milano la città viveva un momento di straordinaria vivacità sul piano culturale e artistico. Un suo vicino era Lucio Fontana. Come lo ricorda e che memorie ha di quella stagione?
Ho incontrato Lucio Fontana nel 1954 a Milano, dove mi ero appena trasferito da Pesaro: fu lui a introdurmi nell’ambiente artistico milanese. Per tanti artisti più giovani Fontana è stato maestro nel  comprendere le capacità e i percorsi di ricerca individuali attraverso il suo formidabile senso del nuovo: anche per me è stato come un padre che mi ha stimolato, incoraggiato, sempre seguito. Ricordo il suo sorriso così espressivo ed ironico, quel suo modo di parlare con semplicità, ma sempre con grande acume. Si muoveva con gesti tanto vivaci ed espressivi che potevi vedere idealmente l’intreccio dei suoi segni, gli arabeschi costruiti con il neon, da lui utilizzato come mezzo artistico prima di chiunque altro, a dimostrazione dello spirito inventivo che ha animato tutto il suo lavoro.
Pomodoro, ContinuumLa sua arte è percorsa da un rinnovamento e da una tensione continua. Ad alimentarla è stata la sua esperienza di vita?
Sì, penso ad esempio al mio primo viaggio negli Stati Uniti, dove sono andato nel 1959, grazie ad una borsa di studio del ministero degli Affari esteri. Quell’esperienza ha avuto un’importanza fondamentale. L’impatto con lo spazio americano e con l’estrema vitalità che animava
in quegli anni l’ambiente artistico è stato enorme. Ma il passaggio decisivo avviene nella saletta di Brancusi al MoMA di New York. E’ qui che ho una “folgorazione”: osservando le sculture di Brancusi sento che mi  emozionano al punto di aver voglia di distruggerle e così le immagino come tarlate, corrose; mi viene così l’idea di inserire tutti i miei segni all’interno dei solidi della geometria, e cioè dentro un’immagine essenziale, pura, astratta.
Molto importanti nel suo lavoro sono la memoria, la storia, i segni che hanno lasciato le culture che ci hanno preceduto. Come nacque il suo interesse per le antiche scritture del Vicino Oriente e per le iscrizioni a caratteri cuneiformi che poi lei ha ricreato in alcuni suoi capolavori?
Ho sempre subito il grande fascino di tutti i segni dell’uomo, soprattutto quelli arcaici, dai graffiti dei primordi alle tavolette mesopotamiche, quelli fatti per tramandare memorie e racconti. La ricerca sul segno, d’altra parte, emerge costante in tutto il mio lavoro. Si tratta di diversi elementi modulari, di serie di segni leggeri e ritmici: cerco, nei miei Papiri ad esempio, come nel gruppo di opere recenti intitolate Continuum, di mettere in evidenza la musicalità e la poesia, e forse per questo mi sento vicino ai musicisti e ai poeti.
E quello per le incisioni rupestri dei Camuni? La creatività, l’arte, la capacità di realizzare immagini di valore universale connotano i punti più alti della storia umana fin dal paleolitico?
Senza dubbio. E’ l’espressione artistica la prima e fondamentale forma di comunicazione e relazione tra gli uomini. La forza dell’arte
dipende dalla sua capacità di interpretare e sintetizzare il proprio tempo e, a volte, persino, di anticiparne le tensioni e le dinamiche.
Per me “fare arte” è un atto di libertà che si deve compiere in modo semplice e rigoroso senza alcuna visione strumentale. Per me l’ideale
è ambientare le opere all’aperto, tra la gente, le case, le vie di tutti i giorni. La scultura supera così il limite di un’arte chiusa
nei musei e nelle collezioni private e diventa dominio di tutti, diventa il modo di inventare un nuovo spazio e mutare il senso di una
piazza, di un ambiente.

 

Arnaldo Pomodoro

Sessant’anni di  ricerca di un maestro
Scavare dentro le forme, scoprirne  i fermenti interni, come a portare alla luce la ricchezza di un universo interno sconosciuto e affascinante. Nascono così le sfere sgranate di Arnaldo Pomodoro, percorse da fessure che ne lasciano intravedere i nuclei vitali. Ma centrali nella poetica dell’artista (classe 1926) sono anche Cippi e Papiri, alveari di segni che alludono a una scrittura misteriosa di cui si è perduto il codice e che evocano una cultura diversa da quella occidentale. Così come l’altera ed elegante serie di stele ispirate all’antico tempio della regina di Saba che colpì la fantasia dello scultore in Yemen. Il viaggio come «metafora della vita», come tensione verso la scoperta del nuovo è sempre stato una fonte di ispirazione per Pomodoro fin da quando, giovanissimo, cercava una via di uscita dall’opprimente autarchia fascista attraverso viaggi
immaginari in America, grazie alla collana di  Cesare Pavese ed Elio Vittorini per Einaudi. Gli anni Cinquanta e Sessanta saranno poi prendono avvio le grandi sculture pubbliche, non solo in Italia: opere nate in rapporto profondo con la storia, con le dinamiche culturali dei contesti in cui oggi vivono come fossero organismi che mutano nel tempo.   s.m

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Se la scultura ritrova la sua aura

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 2, 2011

In Spagna e in Germania due nuove realizzazioni di Anish Kapoor, in un vitale incontro fra Oriente e Occidente di Simona Maggiorelli

anishkapoorUno specchio ibridato riflette un paesaggio rovesciato. Mettendo sottosopra cielo e terra. Dalla sua superficie concava inonda il paesaggio circostante di riflessi rossi, grigi e blu notte, che variano al mutare della luce e delle stagioni. Come un occhio aperto al centro del convento di Santa Clara, Islamic mirror dello scultore anglo-indiano Anish Kapoor offre uno sguardo inedito su questa possente struttura che si erge in mezzo a zone semidesertiche dell’Andalusia: sede di un califfato islamico, con l’arrivo dei conquistatori castigliani, divenne un convento. Ora che i lavori di restauro hanno riportato alla luce l’antica struttura islamica, fra chiostri, vasche e giardini, qui è nato un museo di arte islamica. E sotto i porticati della Sharq al-Andalus hall, Kapoor ha fatto incontrare le diverse tradizioni di Oriente e Occidente, realizzando questa nuova installazione che – come spesso è accaduto nel suo lavoro – vive di una vitale ibridazione fra culture diverse. Evocando con questa superficie specchiante, percorsa e ritmata da figure esagonali, la segretezza di antichi harem ma anche la violenza della segregazione claustrale. «In un momento in cui da più parti si agitano i fantasmi del fondamentalismo religioso e del terrorismo globale realizzare in un convento un’opera intitolata “Specchio islamico”, da qualcuno, potrebbe essere giudicata una provocazione – nota Rosa Martìnez, curatrice della mostra -. Ma una delle cose buone della globalizzazione è che ci costringe a essere assai cauti riguardo a un’idea unica e incontrovertibile di verità rivelata. Per me, per esempio, l’unica verità è il diritto degli esseri umani di vivere e lottare per la propria felicità e realizzazione». E poi  aggiunge: «Come trovare nuovi modi di vivere insieme, oggi questa è la domanda. Accettare la differenza e la dialettica è centrale. E in questo l’arte aiuta. Perché crea delle micro-trasformazioni». Come quella che Kapoor mette in atto sovvertendo la visuale di questo convento andaluso. Ma un cambiamento radicale è anche quello che avviene in questi giorni al Guggenheim di Berlino grazie alla suggestiva installazione di Kapoor dedicata alla memoria. E un analogo discorso si potrebbe fare anche per Cloud gate, la gigantesca scultura a forma di fagiolo, al centro del Millennium park di Chicago: con la sua superficie specchiante cattura l’immagine dei passanti all’interno dell’opera  rimodulando, così, tutto l’ambiente circostante.

a-kapoor-blood-solid-2000In trent’anni di lavoro l’intervento negli spazi pubblici è stato sempre una costante nel percorso di Kapoor, che negli anni 80 cominciò a disseminare per le capitali del mondo forme colorate e lucenti, che esplorano gli opposti luce-buio, pieno-vuoto, maschile- femminile. Evocando forme ancestrali come potrebbero essere sculture primitive, le opere di Kapoor si ergono come forme astratte, simboliche, magnetiche. Ma a differenza delle sculture dell’arte minimalista che hanno dominato la scena internazionale negli anni 80 e 90, appaiono come forme dinamiche, percorse da un movimento interno. Perfino quando si tratta di sfere perfette (ad esempio Turning the world inside out del 1995) la superficie della scultura appare percorsa da una tensione positiva, vibrante. Il fascino delle opere di Kapoor – pietre che rivelano segrete aperture, specchi concavi rosso sangue, cumuli di intenso colore che disegnano forme attraversando porte e spazi architettonici, sculture friabili di puro pigmento – forse sta proprio in questa “energia” che sembra promanare dall’interno.

95kapoortrngthwrldinsdout-sDiversamente dalla gran parte della produzione artistica contemporanea improntata a un arido razionalismo, le sculture di Kapoor appaiono dotate di una speciale “aura”. Di un potere evocativo. Lo si avverte in particolare nelle opere degli anni 90 in cui l’artista, superate dicotomie e scissioni, riesce a evocare un sentire interno, ad aprire spazi di fantasia a partire dalla materia e dalla sensualità delle forme modellate dalle sue mani. Opere astratte, ma che non hanno nulla del freddo e rigido schematismo della minimal art di marca americana, da Serra a Judd allo stesso Morris. Forse proprio perché da artista Anish Kapoor non perde mai di vista l’umano. Per meglio dire, il corpo e l’immagine femminile sembra essere quell’invisibile che dà segretamente forma a molte delle sue opere. Sculture dalle linee morbide, dalla superficie levigata e “sensibile” come la pelle, indagata come diaframma che mette in relazione la realtà esterna e un sentire interno. Left 01/08

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La scultura è morta. Viva la scultura

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 25, 2010

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Ormai da vari decenni la parola scultura è diventata desueta nel mondo dell’arte. In Italia a praticarla in linea con la tradizione, in un senso poetico alto, di fatto sono rimasti Arnaldo Pomodoro e pochi altri appartati maestri. Cercando perlopiù di riattualizzarne il significato di intervento civile nel tessuto urbano. Per il resto, come esemplifica bene la panoramica internazionale contenuta in Scultura oggi di Judith Collins uscita di recente per Phaidon, questa pratica antichissima di creare forme nuove con scalpello e lime è diventata qualcosa di radicalmente altro. Incontrando l’architettura, la videoarte e la performance, la scultura si è fatta intervento ambientale, installazione, percorso plurisensoriale, esplorazione di una spazialità nuova, non più intesa solo in senso fisico, ma anche come apertura di uno “spazio” interiore.

Un processo cominciato già con i primi, avanguardistici, ambienti di Lucio Fontana che pure veniva da una solida  pratica di ceramica tutta tradizionale. Nella prima metà del Novecento proprio nelle mani di artisti e anticipatori del contemporaneo come lui la scultura si è liberata da ogni rigida convenzione. Ma anche e soprattutto da ogni accento retorico e ideologico. Poi ad alcuni fatti di cronaca, per quanto non attinenti strettamente all’arte, alcuni critici e artisti hanno voluto attribuire un significato in relazione a questo passaggio.

Agli inizi del nuovo millennio, per esempio, l’abbattimento della statua di Saddam Hussein in Iraq è stato letto anche come la fine di un certo modo di intendere la scultura. Nell’immaginario collettivo, insomma, quella sequenza di immagini rimbalzata sui media da un capo all’altro del mondo non avrebbe incarnato solo un sogno di democrazia, ma avrebbe simboleggiato anche la definitiva impraticabilità di un genere di scultura che ha cantato le lodi di ideologie dittatoriali diventandone totem e feticcio. Proprio da qui, dalla morte della scultura come monumento, è partita la riflessione che il curatore Fabio Cavallucci svolge con la XIV edizione della Biennale internazionale di scultura di Carrara, intitolata, non a caso, Postmonument e raccontata in un omologo catalogo Silvana editoriale.

Cai Guo-Qiang head on

E ancora nell’orizzonte bianco delle cave di marmo da cui Michelangelo trasse interi blocchi intonsi per i suoi capolavori ecco ardere le capanne rosso fuoco fotografate da Giorgio Andreotta Calì e galleggiare, come in levitazione, le sagome umane rivestite d’oro di Liu Jianhua oppure ecco comparire fantasmagorie di animali firmate dal cinese Cai Guo Quiang. E ancora sculture di bottoni che miniaturizzano scenari urbani, archi costruiti con staccionate di sedie intrecciate, mulini che fendono l’aria nel cuore dell’agorà pubblico. Tutto si mescola e acquista nuovi significati in questi antichi contesti. Sotto la guida di Castellucci la Biennale 2010 si fa immaginifica Wunderkammer. Amplificata da fiabeschi percorsi paralleli nel Castello Ruspoli di Fosdinovo dove giovani videoartisti come Emanuele Becheri e Riccardo Benassi reinventano gli spazi con filmati e installazioni. Nel frattempo, insieme al grande artista cileno Alfredo Jaar, questi stessi giovani sperimentatori accendono di nuove luci e significati anche la Cattedrale e il Battistero di Carrara.

da left-avvenimenti del 25 giugno 2010

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La ricerca schiva di un maestro

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2010

Una personale di Ettore Spalletti inaugura il nuovo spazio milanese della Gallleria Lia Rumma. Nella sua opera si legge un’esigenza di bellezza, intesa anche come valore civile

di Simona Maggiorelli

Ettore Spalletti

Artista schivo che non ama il clamore mediatico, Ettore Spalletti dagli anni Settanta a oggi continua a dipanare la sua opera come un fluire di variazioni sul tema, sensibili e delicate.

Quasi fosse una partitura ininterrotta, costruita per note geometriche e monocrome. Dopo la sinfonia di colori dispiegata quattro anni fa in una bella personale all’Accademia di Francia a Roma, ora il percorso carsico del pittore e scultore abruzzese riemerge negli spazi della Galleria Lia Rumma a Milano in una mostra che sembra pensata ad hoc per far vivere e “accendere di luce” la nuova struttura espositiva di via Stlicone, ricavata da una fabbrica dismessa e da poco ristrutturata dalla gallerista napoletana in uno stile minimalista che ricorda quello, oggi molto in voga, dell’architetto giapponese Tadao Ando.

Quia Milano,in questo cubo dalle pareti a vetro, con opere dalle tinte chiare, quasi diafane, Spalletti reinventa in termini moderni la pittura tonale di Veronese e Tiepolo. In certo modo la ricrea regalando infinite sfumature e variazioni di timbro all’impasto del colore fatto di gesso e pigmenti e steso per strati successivi. Un procedimento che richiede sapienza artigianale e una perfetta padronanza dei differenti tempi necessari per essiccare gli “ingredienti”.

E alla tradizione antica – in questo caso toscoemiliana – si rifà anche il suo ricorso al disegno. Ogni volta Spalletti lo riporta meticolosamente su carta, legno o pietra, prima di iniziare a dipingere. Ma alla fine di questo lungo lavoro, davanti allo spettatore che vede solo l’opera finita, ci sono solo forme astratte, primarie, suggestive, potenti.

Grazie a un effetto di somma sprezzatura che le fa apparire semplici e naturali. Le figurazioni, echi lontani delle madonne e dei paesaggi urbani di Piero della Francesca, appaiono come sussunte in monocromi vibranti, che non recano traccia del precedente se non nel colore che pare assorbito dalla superficie porosa della pittura. Mentre le vedute teatrali di Veronese sono idealmente trasformate in spazi ritmati da colonne, sculture concave e convesse, bassorilievi.

I silenzi, le pause, le distanze in queste “architetture” di Spalletti sono altrettanto importanti dei pieni nel dare forma a un’idea di bellezza, umana e civile. Un ideale realizzato in opere eleganti ma che nulla hanno a che vedere con l’aurea misura imposta dall’arte classica. Come nota Nicola Spinosa, curatore di questa mostra milanese che resterà aperta fino al 30 settembre, non ha nulla a che vedere con la «divina proporzione». Nel caso di Spalletti parliamo di un ideale di bellezza che nasce prima di tutto come esigenza interiore. Che ha a che fare con la qualità della vita e dei rapporti con gli altri. Anche per questo le sue opere sono, non di rado, delle vere e proprie “sculture abitabili”.

da left-avvenimenti del 28 maggio 2010

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Spalletti, il colore non è superficie

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 29, 2010

All’Accademia di Francia a Roma una personale dell’artista abruzzese

di Simona Maggiorelli

” La bellezza è come una lama. Taglia come taglia una bella donna che attraversa una piazza” dice Ettore Spalletti. E in quel segno, di un’emozione così intensa che spacca, che crea una discontinuità sensibile, nel tessuto quotidiano dell’ordinario, ha iscritto tutta la sua ricerca. Dagli anni Sessanta a ora.

Via via con un fare arte sempre più essenziale,decantato, rigoroso, per arrivare ad opere che abbiano la potenza di una visione. Con i suoi folgoranti monocromi azzurri che sembrano irradiare colore, modificando l’atmosfera, il “tono” dello spazio circostante o come i suoi affreschi che ricordano il modo che aveva Piero della Francesca di far assorbire il colore come fosse calce viva. E ancora le composizioni di colori blu,rosso, oro, che riescono a ritmare lo spazio come se fossero un’alternanza di pieni e vuoti.

Opere spesso difficili da etichettare le opere di Spalletti che qualcuno ha definito pittura-scultura-architettura, per quella capacità che hanno di dare vita a uno spazio d’invenzione, attraverso il movimento continuo di forme colore. Rileggendo la lezione di Malevic e poi di Rothko e per quel che riguarda la scoperta di uno spazio non solo fisico avendo fatto tesoro delle geniali invenzioni di Lucio Fontana.

All’Accademia di Francia il direttore Richard Peduzzi e la curatrice Gabriella Lonardi Bontempo invitano a ripercorrere tutta la parabola artistica di questo appartato maestro abruzzese che si è cercato negli anni, e inutilmente, di assimilare all’arte povera e al minimalismo ( dal quale è infinitamente lontano per uso del colore e, soprattutto, per il “calore” che trasmettono le sue opere).

Nella storica sede romana di Villa Medici, fino al 16 luglio, la mostra Il colore si stende, si asciuga, spessice, riposa propone quadri, sculture, ambienti. Installazioni che si lasciano attraversare e vivere, con un’idea di architettura che Spalletti ha sempre concepito come accoglienza, più che come segno spettacolare.

E ancora una serie di sculture che ricordano le forme concave di vasi antichi, in cui ritorna lo splendore dell’azzurro e un rosa che non esiste in natura e che appare sempre diverso, mutevole, come il colore della pelle sotto il sole.

Un colore che Spalletti, in una lunga intervista contenuta nel catalogo che accompagna la mostra, confessa di non sapere più come sia nato. ” A me-dice- è sempre piaciuto impastare il colore per trovare un colore che non fosse solo superficie, ma che avesse una qualità, una profondità, una risonanza interiore. Allora quel colore mi portava dappertutto anche dentro i sogni dell’immagine figurativa”.

da left-avvenimenti 19 maggio 2006

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