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Posts Tagged ‘Electa’

le sfide della public art

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 19, 2009

Daniel Buren, Studio Azzurro e altri artisti reinventano “non luoghi” di Potenza con opere site specific

di Simona Maggiorelli

arte in transitoIn una zona trafficata di Potenza, un ponte che quando fu costruito negli anni 60 da Sergio Musmeci fu osannato da architetti come Bruno Zevi per il suo «approccio creativo» con l’ambiente.  Ma che oggi appare come un vecchio rudure. Mentre la zona intorno è in pieno degrado. Ma è proprio questo suo aspetto trascurato, “paradossalmente” ad avere attratto un gruppo di artisti internazionali che in situ hanno realizzato (qui e in altri angoli della città) opere che regalano un nuovo volto al paesaggio urbano.

Parliamo di artisti italiani come Bianco-Valente, come Michele Iodice e il gruppo Studio Azzurro, ma soprattutto di un maestro come il francese Daniel Buren, che già 40 anni fa decise di chiudere il suo atelier per dedicarsi a quella che oggi si chiama “Public art”, ovvero alla cura di spazi collettivi degradati o diventati anonimi “non luoghi”. Come questa fetta del capoluogo della Basilicata che grazie al progetto “Arte in transito” coordinato da Brunella Buscicchio per Electa fino al 6 settembre si riempie di riflessi di luce, di labirinti  nel verde, di installazioni che giocano sul ritmo binario di colori e poetiche ombre che trasformano le pareti dei palazzi in schermi animati.

«Non ho mai condiviso l’idea in voga in Francia di fare del maquillage urbano. Non si tratta di camuffare mettendo un colore addosso a un edificio oppure usando sovratesti di arte che poi risultano orribili» ha raccontato Buren in un recentissimo incontro con il pubblico a Colle Val d’Elsa in Toscana, dove insieme all’architetto Jean Nouvel e altri sta lavorando a un progetto di riqualificazione (ma meglio sarebbe dire di ricreazione) di piazza Arnolfo come opera, in questo caso, permanente. I lavori site specific di Buren, come la teoria di finestre specchianti che realizzò nel chiantigiano Castello di Ama, sono sempre un seducente invito a guardarsi intorno. Ma anche a guardarsi dentro.

Un’attivazione di un campo di immagini e pensieri che mette in relazione “più umana” le persone fra loro e con l’ambiente. E se la sua arte ha sempre una destinazione pubblica, da sempre è pubblico anche il suo fare arte come si evince anche dall’atelier a cielo aperto che Buren ha aperto a Potenza confrontandosi ogni giorno con la curiosità, l’attenzione ma anche le critiche di cittadini e occasionali passanti.

da left- Avvenimenti 24 luglio 2009

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Amore e psiche, storyboard

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 1, 2009

Amore e psiche M. Barney

Amore e psiche M. Barney

Dalle favole berbere del VI secolo a.C. alle opere di videoarte di Matthew Barney, passando per quel grande traghettatore del mito di Amore e Psiche verso l’Occidente che fu l’africano Apuleio. Idealmente la mostra pensata e curata da Miriam Mirolla che si apre oggi a Spoleto ripercorre questo lungo viaggio, raccontandolo soprattutto dal punto di vista di artisti contemporanei. «Studiando la storia dell’arte mi sono imbattuta spesso in personaggi che si sono innamorati follemente di questo mito commissionando più opere a esso ispirate come fecero Scipione Borghese e Agostino Chigi con Raffaello» racconta Mirolla che ha realizzato questa rassegna sulla traccia del suo libro Amore e Psiche, storyboard di un mito uscito l’anno scorso per Electa. «Il tema era così forte – spiega la curatrice – da appassionare intere generazioni di artisti. Nel Rinascimento da parte della committenza alta c’era il desiderio di farlo entrare nella propria vita: quasi che avere opere che lo narrano fosse sentito come un buon viatico, un’ispirazione etica per la vita privata». L’artista che meglio ha saputo rappresentare il senso profondo di questo mito che mette al centro la donna e il rapporto più profondo con il maschile «è stato Canova – dice Mirolla -, perché seppe dare corpo a quel momento in cui Amore salva Psiche dal sonno. Amore tira fuori dal regno dei morti un essere umano: è un’invenzione fortissima che da artista seppe cogliere». Perciò la sua opera è un capolavoro. «Non solo per il talento nell’esecuzione. Ma proprio per la scelta di questo e di altri momenti narrativi clou come in Amore e Psiche stanti e nelle bellissime terrecotte».

Ma se gli artisti hanno saputo irrazionalmente cogliere il senso di Amore e Psiche e rappresentarlo, non altrettanto hanno saputo fare alcuni studiosi. «Le femministe, per esempio, lo hanno rifiutato dicendo che Psiche era una masochista», nota Mirolla.

amore e psiche Kounellis

amore e psiche Kounellis

Non così la studiosa americana Karol Gilligan e con lei una certa corrente degli women stadies. Mentre la cultura occidentale si è basata sul mito di Edipo, ovvero sulla tragedia, «il mito di Amore e Psiche dà una via d’uscita dal tragico. è un mito – dice Mirolla sulla scorta di Gilligan – che non fonda le relazioni sul dolore, ma su una interazione. E questo è un nuovo modo di vedere il mondo certamente più fertile e fecondo».

L’evento. Nella Rocca Albornoziana di Spoleto  fino  al 30 agosto la mostra Amore e Psiche. Story- board di un mito con opere, tra gli altri, di Duchamp, Barney, Beecroft, De Dominicis, Tracey Emin, Robin Heidi Kennedy, Kou- nellis, Richard Long, Fabio Mauri, Kiki Smith, Cy Twombly.

dal quotidiano Terra 27 giugno 2009

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Psiche, la ragazza berbera

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 1, 2009

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Amore epsiche stanti di canova

Una mostra e un libro dedicati al mito di Amore e Psiche. Con un’affascinante chiave di lettura del racconto di Apuleio che ha profondamente ispirato migliaia di artisti nei secoli.  In primis Canova di Simona Maggiorelli


«Ho letto per la prima volta la favola di Amore e Psiche in piena adolescenza. Uno di quei racconti che si leggono d’un fiato e che toccano nel profondo» annota a incipit del suo Amore e Psiche storyboard di un mito (Electa) Miram Mirolla. Un incontro e una fascinazione che poi si sarebbero ripresentate più volte nel suo lavoro di curatrice e di studio: «Durante gli studi di storia dell’arte – scrive – il tema di Amore e Psiche continuava a riemergere autonomamente, come l’acqua del fiume in un letto prosciugato». Un primo incontro, quasi inevitabile, è con la loggia di Amore e Psiche affrescata da Raffaello. Con la voglia di scoprire, fra biografia e arte, se dietro le bellezze femminili dipinte nel 1518 a Villa Farnese si celi il volto della donna che, come suggerisce il Vasari, occupava tutti i pensieri di Raffaello o piuttosto un’immagine interiore, un ideale dell’artista, come ci piace leggere nelle righe che lui stesso scriveva al Castiglione («Io mi servo di una certa idea che mi viene dalla mente»), anche se forse si trattava solo di una professione di “fede” neoplatonica.

Ma assai più potente è l’incontro con Canova: l’artista che forse più di ogni altro ha saputo rappresentare e reinterpretare il mito di Amore e Psiche in una iconografia originale . Come si evince ora anche dalla mostra che dal 25 gennaio 2009 gli dedicano i musei di San Domenico a Forlì e dove, fra molti capolavori,è ospitata la scultura conoviana Amore e Psiche stanti della foto e proveniente dal Museo russo di San pietroburgo.

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Yves Klein, Venere blu, 1957

Ma l’autrice di questo libro, che unisce le parole del racconto di Apuleio alle immagini che gli artisti gli hanno dedicato nei secoli, ha il coraggio di avventurarsi anche oltre, lungo i sentieri più freddi del contemporaneo, arrivando fino al pranzo vegetariano delle top model sorelle invidiose di Vanessa Beecroft, al letto sfatto di Amore e Psiche di Tracey Emin e scovando fra i lavori di Kounellis una fiamma della lanterna di Psiche che arde solitaria perché la sua luce razionale ha messo in fuga il “sentire”, uccidendo il rapporto più profondo con l’altro, con il diverso da sé. Modi di rappresentazione e stile diversissimi fra loro ma che straordinariamente trovano una radice comune nella materia pagana di Amore e Psiche. «Sembra che alcuni episodi della favola raccontata da Apuleio siano oggetto di un’attrazione fatale per gli artisti», spiega Mirolla. Come frammenti di un affascinante discorso amoroso che continua a emergere al di là delle delle mode e dei repertori iconografici: nel magnetico busto intinto di blu oltremare della Venere di Yves Klein ( in foto), nelle ceramiche di  Lucio Fontana ma, dice la studiosa, a suo modo anche dietro la “Nuvola” dell’archietetto Massimiliano Fuksas.

E se il grande traghettatore di questo mito precristiano verso l’Occidente fu quell’«attento e colto avvocato nordafricano di nome Apuleio che dopo averla trascritta in latino la imbarcò sulle navi dei romani», le radici del mito sono da ricercare con ogni probabilità nella tradizione orale di uno dei più antichi popoli preislamici: i berberi. Lo hanno sostenuto scrittori come Mouloud Mammeri, ma – ricorda Mirolla – anche studiose come Eva Cantarella e Carol Gilligan. Ma è grazie alla sensibilità di artisti e letterati (fra i primi Boccaccio) se questo mito, che parla della «potenzialità eversiva» del desiderio fra uomo e donna è sopravvissuto alle bugie di mitografi cristiani come  che nel IV e V secolo imposero l’interpretazione di Psiche come allegoria dell’anima. Molti secoli più tardi Freud avrebbe dato man forte ai padri della Chiesa parlando di controllo razionale sull’inconscio (per lui sempre malato) e di una pretesa universalità del complesso di Edipo. Lo scopo, alla fine, era sempre lo stesso: imporre un controllo sul desiderio, annullare l’immagine e l’identità della donna. Left 3/09

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Palma, la prima donna dell’arte

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 14, 2009

“Partigiana” durante la guerra. Bucarelli aprì alle avanguardie. La sua Gnam le dedica una mostra

di Simona Maggiorelli

Quando nel 1942, giovane direttrice della Galleria d’arte moderna (Gnam) di Roma, Palma Bucarelli (1910-1998) si trovò davanti la dura realtà della guerra, temendo non solo i bombardamenti ma anche preconizzando il saccheggio «da parte della soldataglia» in ritirata, non esitò a mettere a valore tutto quello che aveva (Topolino compresa) per portare in salvo casse piene di opere d’arte prima nel Castello di Caprarola e poi in Castel Sant’Angelo. Donna coltissima e determinata, Bucarelli – a cui la sua Gnam dedica dal 25 giugno una grande mostra – aveva iniziato a lavorare nella Galleria romana poco dopo la laurea conseguita a 22 anni (con Adolfo Venturi), ma nonostante la poca esperienza intuì subito che la Convenzione di Bruxelles del 1874  e le rassicurazioni che le venivano dal ministero non sarebbero bastate a fermare la devastazione. Fu così che frequentando ambienti antifascisti e in stretto rapporto con Giulio Carlo Argan ed Emilio Lavagnino (entrambi destituiti dai loro incarichi dal governo fascista) Palma svolse un ruolo cardine per la messa in sicurezza del patrimonio d’arte nell’Italia centrale. Ma non solo. Diventata soprintendente subito dopo la liberazione, in una decina di anni fece della Gnam una fucina culturale  internazionale, organizzando mostre come quella di Picasso del ’53 e quella di Mondrian del ’56.

In anni in cui la sinistra si attardava in difesa del figurativo, Bucarelli aprì all’arte astratta e alla ricerca di artisti come Rothko, Gorky e Pollock. Ma anche alla giovane ricerca degli anni 50 e 60, con la prima grande mostra di Burri e con collettive di artisti italiani che riuscì a portare anche all’estero. Arrivando perfino a gettare le basi per creazioni site specific utilizzando il giardino della Gnam come una galleria a cielo aperto, come  documenta il catalogo Electa che accompagna la mostra. Ma tanto più cresceva il successo di Palma  tanto più feroci diventavano gli attacchi. E se fulminanti sono certi nomignoli che le furono affibbiati ( Palma e sangue freddo, Salma Bucarelli), la cifra della sua positiva fierezza si legge nei suoi scritti e in certe lettere ufficiali. Come quella che scrisse al ministro di Grazia e giustizia Zagari dopo che era stata aperta un’inchiesta sulla merda d’artista di Manzoni che lei aveva voluto alla Gnam: «Onorevole ministro – scrisse Bucarelli – può un magistrato stabilire ciò che è arte e ciò che non lo è, dato che dell’arte non esiste una definizione giuridica? E può determinare con tanta apodittica certezza, come fa, quali sono i compiti di un direttore di museo… E si può negare che le scatolette di Manzoni, anche se non sono opere d’arte nel senso tradizionale del termine siano almeno un documento di un atteggiamento dell’artista che indica la ripresa del dadaismo nel secondo dopoguerra?».

left avvenimenti, 19 giugno 2009

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Clemente e il naufragio dell’avanguardia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 31, 2009

di Simona Maggiorelli

Francesco Clemente, Tandori Satori

Francesco Clemente, Tandori Satori

Della Transavanguardia, brand coniato sorprendentemente da un critico progressista come Achille Bonito Oliva, si è molto discusso: tenebrismo, nuovi selvaggi,furbesca caduta in un finto irrazionale intriso di icone cattoliche (che sul versante di croci e merletti poi, via Basquiat, avrebbe portato alla pop star Madonna). Ma tant’è, oggi la Transavanguardia figura non solo nei musei statunitensi, ma anche nei più seri e attenti musei del contemporaneo europei. A cominciare dal Castello di Rivoli.

Ma forse è vero anche che, a trent’anni di distanza dal suo esordio, potrebbe  essere  fare qualche distinguo riguardo al differente esito artistico del nucleo storico della Transavanguardia: da un lato c’è la maniera figurativa di Sandro Chia (diventato nel frattempo viticoltore di alto bordo) con il neo ascetismo seriale e miliardario di Sandro Cucchi. Dall’altro ci sono le desolate montagne di sale di Mimmo Paladino da cui spuntano resti di cavalli inerti a rappresentare, drammaticamente ,l’assenza di vitalità di ogni tentativo di trasporre l’antico nel moderno.

Ma forse anche certe inquiete figurazioni di  Francesco Clemente hanno il coraggio di rappresentare questo irricomponibile iato.  Tanto che, riprendendo una felice titolo del filosofo Hans Blumenberg,  la curatrice Pamela Kort ha intitolato  “Naufragio con spettattore” l’antologica che il Madre di Napoli dedica a Clemente fino al 12 ottobre ( catalogo Electa). Il riferimento chiaramente è al naufragio dell’avanguardia anni Settanta, che ha creduto di potersi tenere a galla aggrappandosi a lacerti di repertorio iconocrafico antico. Che per Clemente è stato prima greco-romano poi indiano come raaconta  la recente collaborazione con lo scrittore Salman Rushdie.

Un naufragio  di cui Clemente non ha mai occultato la drammaticità, evitando – questa è la tesi della curatrice –  di fare della storia dell’arte un serbatoio di citazioni stereotipate per abbellire una pittura moderna di tipo convenzionale. L’impegno di Kort è proprio quello di fare emergere gli elementi progressisti che ci sarebbero nella sua arte. Un bell’impegno.

dal quotidiano Terra del 30 maggio

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Raffaello liberato dai pregiudizi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 25, 2009

Passione per le donne e per la creazione di immagini. Successi e nessun tormento spirituale. Una mostra ad Urbino invita a rileggere la storia del divin pittore

di Simona Maggiorelli

Raffaello, ritratto di donna, la muta

Raffaello, ritratto di donna, la muta

<!– @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Raffaello pittore senza mistero: così chiaro, sereno, perfetto, al punto da rasentare quasi il distacco e apparire inafferrabile. Certo, le sue figure non hanno la plastica tormentata fisicità di quelle di Michelangelo, né quell’alone di mistero delle creature leonardesche. Ma la sua passione per la conoscenza, per l’invenzione di nuove immagini, la laicità e la fiducia nell’umano che connotano la sua pittura sono state troppo sbrigativamente liquidate dalla critica d’arte del ‘900, come già notava André Chastel. Quasi che il divino pittore fosse rimasto prigioniero del suo stesso mito di facilità e versatilità nel dipingere.  Senza contare poi che la vicenda artistica di Raffaello, fatta di passione per le donne e per la pittura, di successi e nessun tormento spirituale, non poteva che risultare insulsa allo sguardo alterato di certa critica esistenzialista convinta che genio sia sinonimo di pazzia.

Tanto che si sono dovuti aspettare gli illuminanti studi di Rudolf e Margot Wittkover negli anni Sessanta perché l’opera di Raffaello cominciasse a essere riletta nel suo giusto contesto storico e perché si riprendesse a studiare periodi ancora poco approfonditi come quello della sua formazione: una lacuna che, dopo la mostra londinese del 2004 e quella romana di due anni fa, ora la rassegna Raffaello e Urbino si sforza di colmare, raccogliendo in Palazzo Ducale una quarantina di  sue opere giovanili (pitture e disegni) accanto a opere che raccontano il contesto urbinate degli ultimi decenni del Quattrocento.

Di fatto, fin da bambino nella bottega del padre, Giovanni Santi (pittore ma anche poeta) Raffaello ebbe la possibilità di farsi una formazione ampia e di prendere rapporto con la raffinata cultura umanistica che si respirava alla corte di Guidobaldo da Montefeltro animata da intellettuali come Marsilio Ficino, fondatore del Neoplatonismo. Così che a diciassette anni il giovane artista poteva già firmarsi “magister”, come ricostruisce Lorenza Mochi Onori nel catalogo Electa che accompagna la mostra. Rimasto orfano a undici anni  Raffaello aveva dovuto far di necessità virtù, mettendosi al lavoro in bottega, ma quel che più colpisce delle sue prime opere,a cominciare dallo stendardo per la Santissima Trinità di Città di Castello dipinto nel 1500, è la grande maturità espressiva di questi lavori.

Da subito quello di Raffaello fu uno stile alto e personale, fatto di accattivante chiarezza, ma anche percorso da una certa inquietudine fiamminga mutuata da maestri come Giusto Di Gand e Pedro Berruguete che avevano lavorato a Urbino. Dalla tradizione tosco emiliana Raffaello aveva preso la cura nel disegno e la usava per tratteggiare immagini delicate, intimamente sensibili.  Al centro dei quadri di Raffaello, anche se di soggetto sacro, c’è sempre la grandezza e la dignità dell’umano. Accanto all’eleganza formale, ciò che più conta per lui è il pensiero che c’è dietro l’immagine. E quando poi per affrescare La loggia di psiche avrà a disposizione molti collaboratori, Raffaello riserverà a se stesso la creazione dell’immagine e la regia, lasciando però che l’opera finale fiorisse nell’ operare artistico collettivo.  Purtroppo“quel sogno di libertà” del Rinascimento interpretato da Raffaello come ricerca di una bellezza che non fosse solo involucro di lì a poco sarebbe tramontato. Come ci ricorda Antonio Forcellino nel suo Raffaello. Una vita felice (Laterza).

Il sacco di Roma del 1527 e l’incalzare della Riforma protestante avrebbero cambiato radicalmente il quadro, già sette anni dopo la morte di Raffaello. «Ma ancora oggi – annota lo scrittore e restauratore Antonio Forcellino – un approccio laico alla storia del Rinascimento può permettere di guardare con occhi nuovi all’opera di Raffaello riservando non poche sorprese. Nell’ultimo secolo intorno all’arte si è costruita la leggenda del tormento e della disperazione da cui la creazione artistica riscatterebbe, con la sua forza di sublimazione. Letto senza pregiudizi Raffaello smonta impietosamente l’ultima traccia di questo mito romantico».

».

da Left Avvenimenti del 3 aprile 2009

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Il vero volto della regina di Saba

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2009

img2-da-scontla regina di Saba secondo Moreau

in alto sculture yemenite III millennio a.C

Donna di leggendaria bellezza secondo la cultura araba preislamica.

La tradizione ebraico-cristiana la degradò a demone dal piede caprino.

di Simona Maggiorelli

Una lunghissima e feroce storia di alterazione dell’immagine perseguita la Regina di Saba: donna di leggendaria bellezza e sapienza secondo la cultura preislamica araba, che la tradizione ebraico-cristiana degradò a demone dal piede caprino. Mentre i Vangeli di Matteo e Luca ne fecero addirittura un’astratta allegoria della Chiesa in cerca di Cristo. Una storia feroce e millenaria, più subdola di una damnatio memorie. Tanto che se ne possono ancora cogliere segni nella mostra veneziana Nigra sum sed formosa che, presentando in Ca’ Foscari reperti archeologici e testi antichi provenienti dall’Etiopia, ascrive tout court la regina di Saba alla tradizione copta, facendone la “madre santa” della stirpe salomonide che sarebbe arrivata fino al Negus.
«Di lei non sappiamo con piena certezza né il nome né l’epoca in cui visse, anche se la comunità scientifica oggi è concorde nel dire che la leggendaria regina di Saba sia esistita davvero» scrive Daniela Magnetti nel volume La regina di Saba, arte e leggenda dallo Yemen (Electa). Conosciuta come Bilqis in Yemen, Makeda in Etiopia e Nikaulis in Palestina, gli storici collocano il regno della regina di Saba in quell’Arabia felix che i Romani tentarono invano di conquistare; e più precisamente in quella città di Marib, che nel Nord dello Yemen fu abbandonata intorno al 570 d. C, dopo il crollo della diga che la preservava dal deserto. Non a caso nelle storie della tradizione orale yemenita Bilqis è la regina adoratrice del Sole, signora di una terra fertile di giardini e fontane. E un autorevole studioso come Alessandro de Maigret oggi conferma: “In base alle campagne di scavo, condotte fin dal 1980 in Yemen, si può datare il regno di Saba al decimo secolo avanti Cristo”: la regina Bilqis, spiega l’archeologo italiano, probabilmente favorì la trasformazione dell’altopiano in terre fertili grazie a complessi sistemi di irrigazione.
Oggi dell’antichissima città di Marib dove sorgeva il palazzo reale dei sabei non restano che suggestivi ruderi. Una città fantasma alle soglie del deserto, terra di beduini ma anche, purtroppo, di sequestri di turisti. Per percorrere i 120 km che separano la capitale Sana’a da Marib serve la scorta di militari armati e un faticoso percorso a tappe fra i posti di blocco. Anche per questo, forse, vedere d’un tratto le svettanti colonne del tempio del Sole, su cui si arrampicano ragazzini che sembrano usciti dal nulla, è un’emozione che difficilmente si dimentica.

Ed è qui, in uno dei due templi della regina di Saba che Omar, un po’ guida un po’ cantastorie della tradizione yemenita, ci ha fatto conoscere la storia di Bilqis secondo una delle versioni islamiche più suggestive, quella di Ta’labi, commentatore del Corano, vissuto intorno al 1053. Come nelle storie tramandate oralmente dai beduini, la sua Bilqis nasce dalle nozze del re Hadhad con la figlia del re dei Jiinn, che nelle credenze arabe popolari erano creature dai poteri soprannaturali. Secondo questa versione l’incontro fra la regina e Salomone sarebbe stato un gioco di inviti attraverso un upupa messaggera e di seduzioni da parte della bella regina. Ma, diversamente da quanto racconta la Bibbia, per la tradizione araba, quello fra Bilqis e Salomone sarebbe stato un confronto alto fra due diverse identità e due diverse culture e sapienze. “Bilquis – racconta il nostro Omar sulla scorta di Ta’labi – sfidò la sapienza leggendaria di Salomone, il re di Gerusalemme,mettendosi in viaggio verso la sua reggia con una carovana di cammelli che portavano oro, pietre preziose e gioielli poi donati al re da ragazzi vestiti come fanciulle e viceversa. Ma – avverte Omar – c’era un enigma che, agli occhi di Bilqis, Salomone doveva sapere sciogliere: per raggiungere il suo cuore doveva distinguere le ancelle femmine dai maschi, forare una splendida perla e infilare un fio d’oro nella conchiglia». Una storia che avrebbe affascinato nei secoli poeti e artisti, non solo nei Paesi arabi. Anche in Occidente. Basta pensare ai ritratti della regina di Saba che ci hanno lasciato pittori come Piero della Francesca, Tintoretto e Moreau (nella foto in basso) . «Una vicenda affascinante- conclude de Maigret – anche se sul piano della storia quell’incontro probabilmente non avvenne mai dal momento che il regno del re di Gerusalemme fu tra 961 e il 922 a.C ,mentre quello della regina di Saba fu assai più antico».

da left-Avvenimenti del 3 aprile 2009

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L’Italia non è un museo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 1, 2009

Il presidente Napolitano e il professor Settis

Il presidente Napolitano e il professor Settis

Il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis risponde al ministro Sandro Bondi: “ La cultura non si fa con gli slogan” di Simona Maggiorelli

Professore, il ministro Bondi pretende di ridurre a rango di “esternazioni” le sue critiche espresse da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali…

Il ministro ha maturato una convinzione singolare, cioè che il presidente del Consiglio superiore debba tacere. Un’idea, secondo me, contraria alla legge. E contraria alla Costituzione. Non posso assecondarla. Ho preferito fare altrimenti. In quanto cittadino non può dirmi che devo tacere. Siccome la libertà di parola è più preziosa di ogni altra ed è certamente più importante di qualsiasi carica, come ho spiegato nella mia lettera al ministro pubblicata da La Repubblica, non rinuncerò ad esercitarla da libero cittadino.

Dopo un lavoro cominciato da consigliere (anche molto critico) del ministro Giuliano Urbani, lei ha messo a punto un condiviso Codice dei beni culturali e paesaggistici che pone un freno agli archeocondoni, alle svendite, ai colpi di “finanza creativa”. La manovra varata dal Consiglio dei ministri lo scorso dicembre rischia di smantellarlo?

Anche in questo caso dico quello che penso:credo sia in atto un progetto di smantellamento. Né che ci sia una stanza dei bottoni gestita dal ministro con alcuni fedelissimi. Quello che vedo è una serie di mosse incoerenti fra loro, mentre manca una visione generale. Temo che il ministro Bondi, purtroppo, non abbia ancora una conoscenza sufficiente dei meccanismi di funzionamento del ministero a cui è proposto. Con grande candore si dichiara lieto che gli tolgano soldi dal bilancio. Non ho mai visto una cosa del genere.

Al centro della riforma Bondi c’è un progetto di valorizzazione affidato a Mario Resca proveniente dalla Mc Donald’s…

Continuo a ritenere che per la valorizzazione occorra un esperto di patrimonio culturale. Occorreva fare ciò che lo stesso ministro aveva dichiarato di voler fare, cioè un bando internazionale, per avere un esperto di primissimo piano. Il ministro Bondi non ha fatto bandi e nomina il dottor Resca che sarà certamente un bravo manager, ma certo non si intende di musei e di patrimonio d’arte. Come lui stesso dice. Insomma, non vedo perché nel caso del patrimonio culturale si debba puntare sull’incompetenza piuttosto che sulla competenza.

Il premier Berlusconi, qualche mese fa in Inghilterra, si vantò con la stampa del numero di tv e cellulari procapite in Italia, dello scudetto e di un patrimonio d’arte italiano pari al 50 per cento di quello mondiale. Oggi assistiamo al lancio del logo Museo Italia che fa tanto pensare al marchio Azienda Italia. Che ne pensa?

La favola del 50 per cento è da sfatare. Non si può fare un conto perché manca un inventario mondiale del patrimonio. In un giornale ho letto addirittura che l’Italia avrebbe il 70 per cento del patrimonio mondiale. E’ una cosa che fa morire dal ridere. Come se in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, in Germania non avessero le loro cattedrali, i loro musei. Quanto allo slogan Museo Italia è quanto mai sinistro e negativo. L’Italia non è museo, l’Italia è un paese vivo, di cittadini. Un Paese la cui principale caratteristica è che gran parte del patrimonio artistico si trova nelle città, nelle strade, nelle piazze. Nei luoghi dove si vive. Anziché dire annettiamo anche il resto dell’Italia a uno spazio museografico immaginario, virtuale, bisognerebbe fare il contrario: proiettare i musei verso la città e fare dei musei delle città. Più in là bisogna dire che non è con gli slogan che si salva la cultura, è con i progetti e con le risorse di personale che invece manca; la cultura si salva con investimenti che invece vengono ridotti ogni giorno che passa.

Fa da controcanto allo show di Berlusconi un discorso dell’allora presidente della Repubblica Calo Azelio Ciampi sulla lungimiranza dell’articolo 9 della Costituzione. Lei lo ricorda nel libro edito da Electa, Battaglie senza eroi

E’ un discorso bellissimo,per questo amo citarlo. Nel 2003 Ciampi parlava dell’Italia che è dentro di noi; la sua è una interpretazione autentica, corrisponde perfettamente a tutta la letteratura specialistica e in particolare alle sentenze della Consulta sul significato dell’articolo 9 della Carta. La costituzione non dice che l’Italia è un museo , dice che il patrimonio paesaggistico e culturale dell’Italia va difeso in funzione dei cittadini. Cioé va difeso un elemento vivo e attivo del diritto di cittadinanza, questo credo dovrebbe essere lo spirito in cui bisognerebbe lavorare. Di questo spirito purtroppo si vedono scarse tracce in giro.

Nel suo Itali spa ( Einaudi), invece, riportava un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung che stigmatizzava la politica di Tremonti e Urbani come talebana e distruttiva. Ora, con curioso ribaltamento, si legge che ci sarebbero i “talebani della conservazione”…

Fu la moderata e gentilissima Giulia Maria Crespi, in un’intervista, ad usare quella espressione per dire della distruzione del patrimonio. Ora questa parola su alcuni giornali italiani non particolarmente interessanti è diventata un modo per insultare chi difende la Costituzione. Io credo che si tratti di difenderla di fronte a uno strisciante tentativo di fare come se non esistesse. Ricorrere al diritto di cittadinanza, richiamare la libertà di parola, dire che la protezione del patrimonio e del paesaggio è un elemento essenziale dell’identità italiana.. se tutto questo significa essere talebani, allora sono io che non ho capito qualcosa.

Colpiscono in questo senso alcune dichiarazioni del professor Andre Carandini che sul Corsera parla di tentativi di santificare i beni culturali. “I magazzini dei musei – dice – sono pieni di beni impolverati con cartelli rosi dai topi e destinati all’oblio”.

Io non ricordo di aver letto questa intervista di Carandini, ma se lui ha usato questi argomenti la cosa mi addolora perché sono argomenti che sono stati usati proprio da alcuni politici. In particolare quest’ultimo sui magazzini dei musei come luoghi dell’orrore è un tema che stato lanciato da Umberto Broccoli, il nuovo sovrintendente comunale di Roma nominato dal sindaco Alemanno. Io non la penso così.Tutti i musei- non solo quelli italiani – hanno dei magazzini. Questo Broccoli forse non lo sa, ma Carandini certamente. I magazzini sono la riserva aurea dei musei. Nei magazzini ci sono cose che attendono ancora lo studio. Nei magazzini di ogni museo che si che si rispetti si fanno grandi scoperte, che poi “salgono” le scale e entrano nel museo. I magazzini naturalmente non devono essere polverosi e mal tenuti. Se ce n’è qualcuno polveroso e mal tenuto andrebbe tenuto meglio. Ma è molto difficile che ciò sia se si tagliano i fondi dei musei. E’ molto difficile che ciò sia, se non si assume nuovo personale. E’ molto difficile che ciò sia, se non assume nuovo personale; è molto difficile che ciò sia, se si tagliano i fondi dei musei. E’ molto difficile che ciò sia se non ci sono progetti culturali e solo slogan.

da Left-Avvenimenti del 6 marzo 2009

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Un bacio da capogiro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

Towmbly, le quattro stagioni

Towmbly, le quattro stagioni

Compagno di ricerche di Rothko, e sodale di Rauschenberg l’artista americano Cy Twombly,che dal 1957 vive a Roma, è protagonista di una importante retrospettiva alla galleria di arte moderna della Capitale. Una personale che parte dagli anni Quaranta per arrivare ai nostri giorni e che comprende una suite di opere come Le quattro stagioni, in cui Twombly ricrea in pittura astratta, – fra colpi di colori e pause di bianco- una suggestione pittorica dal compositore Vivaldi. Dopo un’anteprima alla Tate Gallery di Londra dal 24 maggio, alla chiusura della mostra romana inaugurata il 5 marzo, la retrospettiva migrerà al Guggenheim di Bilbao. Ed è proprio Sir Nicholas Serota, da vent’anni direttore della Tate a raccontare a Notizie Verdi i prodromi di questa retrospettiva. “Ci stiamo lavorando da molto tempo- ammette Serota – cercando di comporre la ricerca rigorosissima e schiva di Cy Twombly in una mostra che possa dar conto in modo autentico della sua parabola creativa, anche al di là dall’immediata onda di successo di questi ultimi anni”. Un’onda di successo che, dopo aver toccato cifre record nelle aste internazionali, ha avuto anche esiti curiosi sul piano della cronaca, dopo che 2007, durante una visita alla collection Lambert Museum di Avignone, un artista franco cambogiano non ha trovato di meglio per esprimere il suo apprezzamento all’arte di Twombly che dare uno schietto bacio alla tela. Il collezionista proprietario dell’opera, convinto che questo gesto l’avesse irrimediabilmente danneggiata, ha poi citato l’appassionato visitatore della mostra per danni di milioni di dollari. Che alla fine, tutto compreso, lo ha obbligato a versare al proprietario circa mille dollari. s.m. da Notizie Verdi 6 marzo 2009

Quel bianco profanato

Compagno di ricerche di Rothko, Cy Twombly è protagonista di una retrospettiva alla Gnam di Roma

di Simona Maggiorelli

«Chi non ha mai lasciato il segno su un muro, inarrestabile impulso di tracciar un segno, di fare un gesto sul puro muro bianco? Solo una superficie dapprima, poi i segni si sovrappongono, creano un tempo e uno spazio, il muro ora ha una sua profondità», scriveva Palma Bucarelli nel 1958, presentando al pubblico italiano l’opera di Cy Twombly. Figura ormai quasi leggendaria, studiosa di intelligenza acuta, l’allora soprintendente della Galleria di arte moderna (Gnam) regalava all’artista americano un’immagine e una profondità espressiva che in quei suoi primi gesti di action painting, quasi graffi incisi nel bianco metafisico del muro, forse non aveva, se non come primitiva intuizione. Quella profondità, di cui parlava Bucarelli, Twombly l’avrebbe realizzata poi in tempi recenti, quasi alla soglia degli ottant’anni. Ce ne rendiamo conto ripercorrendo a ritroso la parabola dell’artista dai primi anni 40 a Boston e a New York per arrivare all’oggi e al suo successo internazionale. Così come ce la ripropone nelle sale della Gnam Nicholas Serota, direttore della Tate gallery di Londra e curatore della retrospettiva romana aperta fino al 24 maggio (catalogo Electa), che poi andrà al Guggenheim di Bilbao. Coetaneo di Rothko, Twombly, diversamente dal geniale pittore russo-americano, non osa una regressione creativa fino a grandi campiture di puro colore.

Preferisce lavorare sul margine di questa grande ricerca. Raccontandosi attraverso forti colpi di colore su un bianco che, in alcune composizioni, riecheggia il calore di certi bianchi pastosi e stratificati di Utrillo. Nella serie Quattro stagioni (1993-1995), in particolare, Twombly sembra toccare lo zenit della sua arte: e sono variazioni di bianco, grondanti colori, ma anche composizioni di lettere e immagini che hanno il ritmo di variazioni musicali. Schivo, parco di interviste, Cy Twombly vive quasi inosservato dal 1957 in Italia, prima lavorando nello studio di Campo de’ Fiori a Roma, poi a Gaeta, in cerca dei riflessi del Mediterraneo. Intanto le quotazioni dei suoi quadri curiosamente hanno raggiunto cifre da capogiro e c’è stato anche chi ha dato di matto, baciando una sua tela. Per questo gesto durante una visita alla collection Lambert museum di Avignone, l’artista franco-cambogiano Rindy Sam ha rischiato una multa di 2 milioni di dollari. Il collezionista proprietario della tela di Twombly era convinto che quel bacio l’avesse danneggiata.

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I molti volti di Alì Ghiero

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

4-_mappa_aAl Museo Madre di Napoli, fino a maggio, la mostra curata da Abo racconta  l’avventura artistica di Alighiero Boetti, fra Oriente e Occidente.   Convinto che la creatività potesse essere una qualità diffusa “Se l’artista ha capacità di immaginare – diceva – solo l’artigiano può realizzare l’opera”

di Simona Maggiorelli

E’ indubbiamente una strana figura quella di Alighiero Boetti. O come si firmava talvolta Alì Ghiro sulle orme di antichi antenati sulle rotte d’Oriente. O meglio Alighiero e Boetti alludendo in chiave ironica all’idea romantica del doppio. Fuori da ogni canone. Imprendibile dal punto di vista dei generi e delle etichette. Alighiero Boetti (1940-1994) torna a mettere in scena i suoi molti volti d’ artista al Museo Madre di Napoli. Grazie un curatore a lui affine come Achille Bonito Oliva; maestro di ironia, capace di imprevedibili giochi ludici, sommamente libero nel pensiero critico. Quella di Boetti era un’arte intesa come pratica dell’intelligenza nomade e questa mostra Alighiero e Boetti, mettere all’arte il mondo ne è, una volta di più, una chiara riprova. Intelligenza nomade anche rispetto alla sperimentazione dei più diversi materiali, rispetto agli stili, ai linguaggi. boetti_cover_catalogo1Aristocraticamente l’artista torinese riservava per sé l’ideazione, la capacità di immaginare liberamente opere che prendevano forme diverse: sculture di tubi Innocenti, tappeti, arazzi, miniature postali, legni, biro, inchiostri, chine. Per Alighiero, che dal 1969, come si diceva, decise di sdoppiarsi in Alighiero e Boetti, l’oggetto d’arte era il crocevia dove si condensavano nessi inediti, rompendo l’inerzia della normalità. Ma il processo creativo non era per lui un privilegio di pochi. Ma un processo collettivo a cui servono più mani, quelle dell’artista e quelle di altri. Opere emblema di questo suo modo di concepire l’arte sono le gigantesche mappe del mondo che sulle pareti del Madre tracciano una geopolitica in colori brillanti, tessute meticolosamente a mano da donne e uomini afgani, depositari di una tradizione antica. Mappe che rivestono Paesi e continenti con le forme e i colori delle bandiere nazionali, ma anche mappe fantastiche in cui i continenti galleggiano in un mare rosa mentre scritte in varie lingue sul bordo evocano le iscrizioni immaginifiche di antichi portolani. Nel catalogo Electa che accompagna la mostra, Pino Corrias riallaccia i fili di questa ideazione, tessendo a sua volta un racconto fantastico lungo i rami della famiglia Boetti: da un lato la madre, che confezionava corredi ricamati alle fanciulle da marito nella Torino degli anni Cinquanta. Dall’altra l’antenato con cui Alì-Ghiero si identificava: un frate guerrigliero, che alla metà del Settecento lasciò il Monferrato per andare in Mesopotamia e finì per convertirsi all’esoterismo islamico. Un bizzarro personaggio con cui Boetti condivideva in primis la passione per il viaggio. E se la serie di cartoline immaginarie spedite dagli angoli più lontani del mondo e che fino all’11 naggio tappezzano le pareti del Madre ci raccontano della suo continuo leggere l’Occidente da Oriente e viceversa, l’autoritratto in bronzo, nel cortile, si staglia come l’opera testamento. Una strana e un po’ inquietante premonizione di artista. Poco tempo dopo Alighiero Boetti sarebbe morto di tumore ai polmoni. Il suo ultimo sogno fu che le sue ceneri fossero sparse nelle acque blu dei laghi dell’Afghanistan.
da Left-Avvenimenti

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