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Pompei, la città riemersa che stregò artisti e scrittori

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 31, 2015

Villa dei misteri, baccante

Villa dei misteri, baccante

Da Ingres a Picasso. La mostra “Pompei e lEuropa, (1748-1943)” al Museo archeologico di Napoli ricostruisce come il mito pompeiano entrò nell’immaginario Dagli scavi del 1748 al drammatico bombardamento del 24 agosto 1943, quando Pompei finì sotto il fuoco “amico”, americano. La mostra Pompei e lEuropa, aperta fino al 2 novembre 2015 nel Museo archeologico nazionale e nell’anfiteatro a Napoli, ripercorre la storia della scoperta e della continua lotta per salvaguardare Pompei, ingaggiata da straordinarie figure di archeologi e soprintendenti come Championnet, Fiorelli, Spinazzola e Maiuri.

Il fondatore della scuola archeologica di Pompei, Giuseppe Fiorelli (1823- 1896), in particolare, trovò il modo di realizzare dei calchi delle drammatiche impronte lasciate dalle persone uccise dalla lava.Venti calchi restaurati per questa occasione ricordano il suo lavoro di studio e di ricerca.

Picasso e Massine a Pompei

Picasso e Massine a Pompei

Ma soprattutto questa esposizione organizzata da Electa (che pubblica il catalogo) racconta il fascino che questa antichissima città, riemersa dopo secoli di oblio, esercitò sugli artisti. Per esempio influenzando e rivitalizzando con i colori dei suoi affreschi e la sensualità delle figure femminili che vi erano raffigurate il classicismo di pittori accademici come Jean-Auguste- Dominique Ingres.

I paesaggi di rovine pompeiane portarono un vento romantico nelle scene ordinate di vedutisti francesi, inglesi e tedeschi. Riuscendo poi a interessare e coinvolgere persino indomiti protagonisti dell’avanguardia novecentesca come Picasso, che visitò Pompei con Jean Cocteau, durante il periodo in cui soggiornavano a Roma per lavorare alle scenografie di uno spettacolo di Diaghilev con i Ballet Russes che debuttò nel 1917.

Il pittore spagnolo stava attraversando un periodo di crisi, d’ispirazione e personale, e da Pompei trasse soprattutto una nota classica e monumentale come si evince dalla gouache su compensato esposta in mostra in cui sono raffigurate due donne che corrono lungo la spiaggia e intitola La corsa.

Picasso, Deux femmes

Picasso, Deux femmes

Curata da Maria Teresa Caracciolo, da Luigi Gallo e dal soprintendente Massimo Osanna, la mostra è pensata come un vero e proprio viaggio in cui l’antico dialoga con il moderno, intercalando reperti e opere otto e novecentesche. In tutto duecento opere provenienti dai più grandi musei italiani e stranieri e riunite nel salone della meridiana del museo archeologico.

A colpire non è solo la forte presa che l’immagine di Pompei ebbe sui pittori, ma anche il fascino che esercitò su architetti come Le Corbusier e su artisti che fecero dell’architettura un ambito di ricerca privilegiato come de Chirico. Interessante, infine, anche la selezione di scatti e immagini che documentano il progresso degli scavi tra Ottocento e Novecento. Mentre la raccolta di testimonianze permette di ricostruire tappe fondamentali per lo sviluppo di un’idea scientifica di archeologia. Vi troviamo per esempio quella di un collezionista e intellettuale come Scipione Maffei, che nel Settecento tematizzò l’importanza del rigore metodologico dello scavo: «… desiderabile soprattutto è, che si risolvano a lavorare per di sopra, levando e trasportando quel monte di cenere… in questo modo la spenta città si farà rinascere, e dopo mille e settecent’anni rivedere il sole: con grandissimo beneficio del paese correrà a Napoli tutta lEuropa erudita…” (Simona Maggiorelli, Left)

 

Pompei è il volto dell’Italia di iggi. Intervista a Francesco Erbani

Sulpicia

Sulpicia

«L’area archeologica è un grande laboratorio di ricerca, con secoli di storia pre romana e sannita da approfondire», dice Francesco Erbani, autore di Pompei Italia. Ma è messa a rischio da degrado e malaffare. E persino da politiche emergenziali

di Simona Maggiorelli

La meraviglia di una città antica riemersa quasi intatta nelle sue strutture urbanistiche, dopo lunghissimi secoli, toccò profondamente la fantasia di viaggiatori, pittori e intellettuali nel XVIII secolo, continuando poi fino ad oggi ad ispirare artisti e scrittori, come racconta la mostra Pompei e lEuropa 1748-1943 in corso al Museo archeologico di Napoli. Ma al contempo, in anni recenti, Pompei è diventata sinonimo di crolli, di vandalismi e abbandono, occupando più le pagine di cronaca nera che quelle di cultura. Evocando in maniera paradigmatica ciò che tristemente sta accadendo al patrimonio del Belpaese. «Pompei racconta molto dell’Italia oggi», nota Francesco Erbani che le ha dedicato un libro Pompei Italia  pubblicato da Feltrinelli: «Basta pensare al modo emergenziale con cui anche di recente si è cercato di fermare il degrado dei resti della città, dei suoi mosaici e affreschi all’aria aperta: non si è fatta più manutenzione ordinaria, non c’è stato più quel monitoraggio che ha funzionato per decine di anni nel prevenire disastri. Ma si affrontano i problemi all’ultimo momento, senza una visione a lungo termine».

Pompei

Pompei

Per il premier Matteo Renzi le soprintendenze sono sinonimo di burocrazia. Ma a produrre danni non è stato piuttosto il progressivo indebolimento di questi preziosi enti di tutela ?

La colpa non è delle strutture territoriali. Ne abbiamo una riprova concreta. La seconda metà degli anni Novanta fu un periodo d’oro, grazie a una precisa programmazione degli interventi. Quando era ministro Veltroni furono rafforzate le strutture territoriali e fu data autonomia amministrativa a Pompei permettendole di trattenere gli incassi. Allora si provò a mettere in sicurezza tutto il sito, (non limitandosi ad interventi su singole domus come si fa oggi), considerando la dimensione urbana di Pompei che la caratterizza rispetto da altre aree archeologiche. Quando lo Stato mette a disposizione le proprie strutture consentendo autonomia le cose funzionano. Poi però quel processo fu interrotto, le persone che lo avevano avviato furono sostituite con altre non altrettanto competenti e quell’esperienza fu lasciata morire dal ministero stesso. Ecco il vero paradosso.

Il ddl Madia approvato l’estate scorsa prevede che le soprintendenze finiscano sotto le prefetture. Ma le passate esperienze di commissariamenti sono state disastrose. In particolare quella di Marcello Fiori. Che ne pensa?

Pompei, calchi

Pompei, calchi

Non so che schema vorrà seguire il governo, ma ho idea che questo sistema delle soprintendenze sotto-ordinate alle prefetture vada contro la stessa riforma Franceschini. È una soluzione improvvida, scombinata, inapplicabile. I risultati a Pompei sotto i commissari sono stati un disastro dopo l’altro, resi evidenti dal crollo della Schola Armaturarum e dai processi a cui ora è sottoposto Fiori. Per esemplificare l’eccesso di vincoli che ci sarebbe in Italia il premier Renzi cita sempre le soprintendenze, lasciando intendere di voler cancellare questo tipo di attività di tutela. Questa sua insofferenza, manifestata più volte, trova espressione nel meccanismo di silenzio assenso che taglia le unghie alle soprintendenze, mortificandone le competenze, dopo che sono state sguarnite di personale e umiliate oltre misura.

I disservizi e gli scarsi introiti di Pompei vengono paragonati ai risultati della mostra su Pompei del British museum che in pochi mesi nel 2013 fece mezzo milione di visitatori e 10 milioni di sterline. E c’è chi dice: basta tutela puntiamo sulla valorizzazione…

Anche in questo caso Pompei è paradigmatica. Non si può valorizzare senza tutelare. I beni artistici vanno conservati perché trasmettono sapere, conoscenza, identità culturale condivisa. A Pompei arrivano ogni anno 2 milioni e mezzo di visitatori, il sito archeologico non è un limone da spremere, ma bisognerebbe pensare a come fare in modo che il turismo porti benefici a questa cittadina di 600mila abitanti, stretta fra mafia e disoccupazione.

Fra i venti nuovi direttori di musei c’è anche un giovane archeologo tedesco, Gabriel Zuchtriegel, che andrà a dirigere l’area di Paestum, non avendo mai diretto un museo, mentre l’ archeologico di Napoli dove sono conservati molti reperti pompeiani sarà diretto da un etruscologo, Paolo Giulierini.

Per quel posto a Paestum aveva fatto domanda anche Maria Paola Guidobaldi, che ad Ercolano come direttrice dell’area arechologica ha fatto un lavoro esemplare, di tutela e valorizzazione, fra pubblico e privato, (tanto evocato oggi). Dal 2001 ad Ercolano è in corso il fruttuoso esperimento della fondazione Packard. Lei ne è stata artefice e protagonista. Chi meglio di lei avrebbe potuto estendere a Pompei ciò che è avvenuto ad Ercolano? Non c’entra la “partita” Germania-Italia ma è un fatto di competenze acquisite. A Maria Pia Guidobaldi è stato preferito questo giovanissimo archeologo, Zuchtriegel, che non ha esperienza di gestione e che si occupava da consulente esterno del grande progetto Pompei solo da marzo scorso.

Se si investisse in ricerca e su chi ha competenza Pompei, come lei accenna nel suo libro, potrebbe rivelare ancora molte sorprese?

Pompei è uno straordinario laboratorio di ricerca. Sono 44 gli ettari scavati su 66 della intera area archeologica. Più che continuare a scavare negli anni 90 si capì che occorreva studiarne la storia. Importante è l’approfondimento stratigrafico dei molti secoli che precedono il 79 d.C. anno dell’eruzione. Pompei fu città romana solo nell’ultima fase, dal VI sec a. C. in poi, fu una città sannita. quello è uno straordinario campo di indagine che ha dato e sta continuando a dare molti frutti. Quanto alle continue nuove scoperte nel libro cito il caso di un giovane ricercatore che nel 2003 ha trovato un’iscrizione nel tempio di Apollo, un omaggio al console Mummio. Mi auguro che il lavoro di restauro del grande progetto Pompei non solo garantisca una messa in sicurezza ma anche indagine e studio, spero che questa grande occasione che non va persa. ( agosto, 2015)

Pompei, riaprono sei domus, il 24 dicembre 2015

Sei domus pompeiane riaprono il 24 dicembre, dopo lunghi lavori di restauro realizzati nell’ambito del progetto Grande Pompei. Tornerà visitabile così  la fullonica di Stephanus, una tintoria con vasche per il trattamento delle stoffe, dove venivano colorati i tessuti e che alle pareti presenta ancora parte degli affascinanti affreschi in rosso.

Fullonica_of_Stephanus,_Pompeii_03Si trova sulla centralissima via dell’Abbondanza. Altre case riaprono in via Regio I, nel vicolo di Menandro e in alri punti del sito pompeiano. Si tratta della casa del Criptoportico che nel 79 d.C., il giorno dell’eruzione, era in corso di ristrutturazione. E poi quelle di Paquio Proculo, che rivestiva una carica pubblica simile a quella di un sindaco e quella del Sacerdos Amandus, di Fabius o di Amandius e dell’Efebo, così chiamata per il portalampada in bronzo oggi conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.

Dopo anni di crolli e di  interventi emergenziali che, operando in deroga alle leggi, invece di sanare, hanno spesso provocato nuovi problemi, il soprintendente Massimo Osanna insieme al  generale dei carabinieri Giovanni Nistri mettono a  segnano un passo importante nell’ambito del progetto Grande Pompei. Il 24 dicembre il ministro Dario Franceschini, presentando i restauri a Pompei,  traccerà il bilancio dell’intervento finanziato da Unione europea e governo con 105 milioni di euro.

Un film di Pappi Corsicato

dal film di Pappi CorsicatoSi intitola Pompei, eternal emotion il cortometraggio di Pappi Corsicato, prodotto dalla Scabec- Società campana beni culturali che sarà proiettato il 24 dicembre alle 11 all’Auditorium di Pompei. Nato come promo, della durata di dieci minuti  il film  assomiglia più a un’opera di videoarte che a un documentario promozionale. Per l’impatto emorivo delle immagini, che ricreano memorie antiche, per  la luce e il taglio poetico. Dopo molti film di successo, ed aver girato docufilm su artisti come il maestro dell’arte povera Mario Merz, Corsicato con questo corto ha scelto di raccontare una giornata pompeiana, dalle prime luci dell’alba sino al tramonto. Luoghi, persone, case, affreschi, calchi, tutto appare in sequenza in una dimensione quasi onirica. Il regista de I vesuviani e di Chimera, ha coinvolto nel film alcuni  turisti. «L’idea di mettere in scena dei calchi viventi – spiega il regista – è nata dal voler evocare lo struggente e contraddittorio sentimento della vita e della morte che convive quando si è a Pompei . Da una parte la vitalità che procede in una direzione e da un’altra la fissità più assoluta».

 

Pompei nella mostra Mito e natura a Milano.

Lo splendido tuffo di un uomo che non ha paura del mare ci colpisce forse più di ogni altra opera scelta per la mostra Mito e natura, dalla Grecia a Pompei aperta  fino al 10 gennaio 2016 in Palazzo Reale a Milano. Il nuotatore è sicuro di sé, non ha esitazioni di fronte all’acqua cristallina della Magna Grecia. Ma questa immagine che ci giunge dal lontano passato, ritrovata sulla lastra di una tomba del 480 a.C., potrebbe voler dire altro da quello che noi immaginiamo parlando di acque limpide e profonde. In quella parte di Sud d’Italia, infatti, si sviluppò la scuola pitagorica. E questo tipo di figura simboleggava il passaggio dalla vita al regno dei morti, spiegano Gemma Chiesa e Angela Pontrandolfo nel catalogo Electa che accompagna la mostra.

La tomba del tuffatore

La tomba del tuffatore

Al contempo la celebre immagine della tomba del tuffatore ci racconta che il rapporto con la natura era molto cambiato dai tempi più antichi e dell’epos omerico, quando ancora era avvertita come una forza pericolosa, sovrastante e indomabile. Il percorso espositivo organizzato dalle due curatrici secondo un percorso tematico e cronologico (dal VIII sec. a. C. al II sec. d. C.) racconta bene il passaggio che avvenne nel V secolo a. C., quando si strutturò il Logos e la polis divenne ordinata, con una netta divisione degli spazi urbani: quelli pubblici riservati a una elite di uomini aristocratici e liberi e quelli privati in cui erano rinchiuse le donne e gli schiavi. Questa visione della società trovò un preciso riflesso nel modo di rappresentare l’ambiente. Lo si evince perlopiù dallo studio di vasi dipinti, non potendo contare su esempi di pittura greca antica che – diversamente dalla statuaria e dal vaselleme – perlopiù non è arrivata fino a noi.

MitoNatura Nell’epoca classica della filosofia greca si passò dunque da una visione panteistica, dalla rappresentazione di tempeste e venti “incarnate” da figure di dei, a una visione della natura addomesticata, contenuta in forma chiare e definite. Un mutamento che appare ancora più evidente guardando i reperti romani esposti a Milano e provenienti dai maggiori musei italiani e internazionali. Ma soprattutto lo si nota osservando i preziosi lacerti di affreschi pompeiani. Negli interni delle ville patrizie comparivano spesso giardini dipinti che arrivavano ad avere il nitore e l’effetto illusionistico di un trompe-l’œil, in cui ogni dettaglio botanico appare riprodotto in maniera analitica. Non un alito di vento scompiglia questi giardini delle delizie, immobili e decorativi. Poi il Settecento illuminista riprenderà questa moda declinandola in giardini geometrici.

@simonamaggiorel

Parte il restauro della Schola armaturarum. 8 gennaio 2016

A Pompei, nel luogo del crollo che cinque anni fa scatenò l’indignazione internazionale e l’atto di accusa del presidente Giorgio Napolitano (“una vergogna per l’Italia” disse, chiedendo “spiegazioni immediate e senza ipocrisie”) è iniziata l’operazione recupero. Termine dei lavori febbraio 2016. Sarà installata una copertura temporanea per la protezione delle strutture originarie della Schola, alte un metro e mezzo e rivestite da affreschi. Un sistema di giunti e tubi darà vita a un edificio provvisionale costituito da tre ali, larghe 3 metri, che seguono e inglobano il perimetro dell’edificio antico. Gli appoggi saranno disposti sia all’interno che all’esterno dell’area, senza in ogni caso intaccare il pavimento.”. Il progetto, coordinato dal funzionario archeologo Alberta Martellone, e redatto dagli architetti Paolo Righetto e Mariano Nuzzo e dall’archeologo Mario Grimaldi, è stato elaborato dopo un accurato rilievo laser scanner realizzato dall’architetto Raffaele Martinelli. L’architetto Marina Cesira D’Innocenzo è invece il responsabile unico del procedimento. Dopo il crollo del novembre 2010 che portò alla decisione del governo Berlusconi (ministri Galan e Fitto) – sollecitati dal commissario europeo Johannes Hahn – poi perfezionata dal governo Monti (ministri Barce e Ornaghi) – di avviare un progetto straordinario di messa in sicurezza e di manutenzione degli scavi, l’area venne sottoposta a sequestro dalla procura di Torre Annunziata. Il Grande progetto Pompei da 105 milioni di euro fu inviato all’Ue a dicembre 2011 e approvato a febbraio 2012, i primi bandi pubblicati ad aprile. Ma per lunghi mesi la Schola è rimasta così, recintata e inaccessibile, coperta da teli bianchi. ( fonte: Repubblica Napoli)

 

 

 

 

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Pompei vive. A Londra

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 23, 2013

_66609319_66609318Sul sito archeologico vesuviano si allunga l’ombra nera di infiltrazioni camorristiche, mettendo a rischio il grande progetto da 105 milioni cofinanziato dalla Unione Europea.

Mentre la magistratura indaga, una notizia positiva viene da Oltremanica, dove la mostra Life and death inPompii and Herculaneum registra il tutto esaurito fino alla chiusura prevista per il 29 settembre. Parliamo di una esposizione nata dalla collaborazione straordinaria fra la soprintendenza dei Beni archeologici di Napoli e Pompei con la storica istituzione museale londinese.

Ma anche straordinaria in sé per la qualità dei 450 reperti selezionati dal curatore Paul Robert che è riuscito a far incontrare e a fondere impatto scenografico e rigorosi contenuti didattici. Come è nello stile della grande divulgazione britannica, che va dalla storia al giornalismo in stile Bbc.

Affresco, Pompei

Affresco, Pompei

Così già all’ingresso veniamo catturati in uno spazio-tempo suggestivo e lontano, in cui si odono voci fuori campo di bambini e il suono dello scorrere dell’acqua nelle fontane. Come per incanto siamo catapultati in un momento di vita quotidiana a Pompei durante un tranquillo giorno di fine estate come probabilmente fu quello del 79 d.C. prima dell’improvvisa eruzione del Vesuvio. Davanti a noi frammenti di affreschi in cui sono raffigurati uccelli, piante e sculture immersi in curatissimi  giardini. E al centro della sala un riverbero azzurro di luci che ricrea idealmente una sontuosa vasca-fontana. Con pochi, preziosi, reperti e una sapiente scenografia il curatore Robert riesce concretamente a dare al visitatore l’idea di come poteva essere l’interno di una ricca villa pompeiana e a trasmettere informazioni approfondite su quella che fu una vera e propria invenzione dell’arte romana: il giardino dentro casa, dipinto come una “fantasia”. Un raffinato tavolino ritrovato ad Ercolano campeggia accanto al frammento di un affresco in cui appare riprodotto quasi in forma identica.

Terentius e sua moglie

Terentius e sua moglie

Più in là, la stanza delle pitture erotiche. E poi grottesche sculture di fauni impegnati in giochi erotici con una capra. Fuori da ogni pruderie, ma anche riportando in primo piano il significato apotropaico che questo tipo di rappresentazioni senza veli aveva nella cultura romana, Paul Robert offre al visitatore, anche il meno informato, gli strumenti per comprendere la totale mancanza di senso del peccato che connotava la cultura pagana.

Ma interessante è anche il modo in cui, attraverso opere celeberrime di IV stile come il ritratto di Terentius Neo e di sua moglie ( I secolo d.C,) lo studioso riesce ad offrire informazioni su come era organizzata la società romana, anche dal punto di vista dei ruoli sociali dell’uomo e della donna. Che a Pompei, ad Ercolano come a Roma, non erano poi così diversi quando si trattava di affari. Così ecco la moglie di Terentius, nell’affresco appartenente al Museo archeologico nazionale di  Napoli eora in mostra al British, con in mano una tavoletta di cera che di solito veniva usata per tenere i conti. Sopravanzando il marito che appare come in secondo piano. Con oggetti di uso quotidiano e frammenti di arredi, l’affresco diventa così l’elemento centrale di un tridimensionale tableau vivant.

( Simona Maggiorelli, da Londra)

Pubblicato sul settimanale left-Avvenimenti

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Il Madre si fa agorà dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 14, 2013

Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

Con un trittico di mostre che disegnano un ponte ideale fra il secondo Novecento e la ricerca attuale, e dopo molte polemiche, il  museo Madre riapre i battenti con un pieno di proposte. Che nelle intenzioni del neodirettore Andrea Villani vorrebbero contagiare creativamente il centro storico di Napoli. Nel caldo torrido dell’estate la ripida via dove sorge il museo ancora non sembra essersene accorta. E accoglie i globetrotter dell’arte con tapparelle abbassate, botteghe chiuse e scorci di cortili  insolitamente silenziosi. Ma basta varcare la soglia del Museo per essere catapultati in uno spazio-tempo completamente “altro”. Un’esplosione di colori ci travolge già nell’androne: fiammeggianti lame viola, verde e giallo avvolgono sequenze di telefilm anni Ottanta stile Dallas e corrodono telecronache di disastri ambientali.

Come per un sortilegio alchemico, nel film Tristanoil di Nanni Balestrini che senza sosta viene proiettato dabbasso, il colore cannibalizza il trash televisivo e la cronaca nera facendone mercurio vivo e pulsante, materia prima per immagini astratte che corrodono la figurazione e si propongono  in forme  nuove e dinamiche. Parte da qui, con questo energetico incipit, il viaggio nel nuovo Madre che, oltre alla sua straordinaria collezione e alle personali di due giovani artisti (Giulia Piscitelli e Mario Garcia Torres), fino al 14 ottobre, ospita la prima vera retrospettiva italiana di Thomas Bayrle (catalogo Electa).

Nato a Berlino nel 1937, Bayrle è maestro di una Pop Art percorsa da un umorismo surreale e da un gusto per l’assurdo molto tedesco. Una Pop art che sperimenta tecniche assai diverse, dalla pittura, alle stoffe stampate, dalle serigrafie alle installazioni. Caratterizzata da colori piatti e vicina al linguaggio della pubblicità e del design, – diversamente da quella di Warhol – la Pop Art di  Bayrle rivela un contenuto fortemente critico verso i meccanismi di omologazione imposti dalle società capitalistiche. Ma anche dai totalitarismi e dalle religioni.

Thomas Bayrle, Madonna Mercedes

Thomas Bayrle, Madonna Mercedes

Aperto e ciarliero, è lo stesso Bayrle ad accoglierci fra i suoi fumettistici ritratti costruiti con il logo di un famoso formaggino e a raccontarci in italiano i suoi collage che rappresentano parate cinesi affollate ed esplosive come scatole di fiammiferi. Addensate come le sue visioni metropolitane occidentali: paesaggi umani fatti di tanti tasselli solo all’apparenza tutti uguali. Opere che rivelano una trama fittissima  e finemente lavorata, che pullalano di presenze umane all’apparenza ordinatissime. Ma che a uno sguardo più attento appaiono percorse dalla forza centrifuga di una irriducibile originalità indivividuale: ogni tassello aggiunge al quadro una differenza, una deroga, un dettaglio imprevisto e imprevedibile tratteggiando il panorama fatto di esseri umani imperfetti e creativi.

L’interessante riflessione sull’uomo-massa sviluppata per immagini da Bayrle va di pari passo alla sua indagine sulle ideologie. In questo ambito rientarno le opere che stigmatizzano gli aspetti astratti e disumani del pensiero religioso e rituale. Ma anche le connivenze “pelose” fra carità e guadagno e l’intercambiabilità degli idola nelle società occidentali in cui, più di tutto si celebra il dio denaro.  In questo ambito spassosamente graffianti sono le  ricreazioni  di antiche Madonne punteggiate di Mercedes in miniatura o di macchine fotografiche Canon ma anche i rosari di Bayrle incisi su pneumatici e che catturano lo sguardo in una circolarità che non offre via di scampo. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

 

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Il Sindaco che cercava la Battaglia di Anghiari

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 6, 2013

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Matteo Renzi alla ricerca della Battaglia di Anghiari

Una legislatura vissuta pericolosamente. Dalla scuola, dall’università ma anche e soprattutto dal patrimonio d’arte.

Così Tomaso Montanari racconta, con lingua viva e tagliente, ciò che è accaduto in Italia sotto l’egida del ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi «l’unico ministro incompetente di un governo tecnico», che, per giunta «ha moltiplicato intorno a sé l’incompetenza come fossero pani e pesci» scrive lo storico dell’arte dell’università di Napoli nel suo nuovo libro Le pietre e il popolo, restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (Minimum Fax).

Un volume che stigmatizza il vuoto culturale e la mancanza di strategie che ha connotato il governo Monti. Che ha finito per proseguire sulla strada dello smantellamento del bene comune perpetrata dal governo Berlusconi e dalla “finanza creativa” di Tremonti con famigerate cartolarizzazioni (per far cassa), scandalosi condoni e svendite di interi pezzi di patrimonio pubblico.

Ne Le pietre e il popolo Montanari ci mostra come questo tipo di scellerata politica che attacca l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali sia stata praticata anche dal governo tecnico, in doppio petto e nascosto sotto il credito internazionale.

Un esempio per tutti. Il ministro Ornaghi nel 2012 nomina direttore della Girolamini di Napoli tal Marino Massimo De Caro, con alle spalle molteplici lavori fra cui anche l’aver gestito una libreria antiquaria a Verona e intimo amico di Marcello Dell’Utri. Nel capitolo “La danza macabra di Napoli”, Montanari tratteggia il suo incontro con l’improbabile direttore preposto alla tutela della biblioteca dove andava a studiare Vico: fra cani che si aggiravano con ossi in bocca fra rari incunaboli e bionde presenze sgattaiolate al suo arrivo.

Biblioteca Girolamini

Biblioteca Girolamini

Ma soprattutto racconta come a poco a poco il suo lavoro di storico dell’arte sia diventato quello di un giornalista d’inchiesta che riesce abilmente a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle della clamorosa truffa che, poche settimane fa, ha portato alla condanna di De Caro a sette anni di carcere per aver sottratto duemila libri alla Girolamini.

L’appassionato lavoro di difesa del patrimonio d’arte e del suo valore civico che Montanari svolge da diversi anni parallelamente alla sua attività accademica e di studioso del Seicento si concretizza, in questo  libro, anche in ficcanti pagine di denuncia delle privatizzazioni mascherate che passano, per esempio, attraverso la creazioni di Fondazioni (vedi il caso del  museo Egizio di Torino e il rischio che corre Brera).

524788_491969040852542_1202966870_nE da questo punto di vista va detto che la vena più caustica e corrosiva di Montanari si appunta sull’amministrazione della sua Firenze. In pagine che non esiteremmo a definire esilaranti, se non fosse tragico il senso che ci trasmettono.

Alla sbarra c’è l’improvvida politica di valorizzazione dei beni culturali ridotta a mero marketing da parte del sindaco Matteo Renzi, che oltre ad aver bucherellato gli affreschi di Vasari alla ricerca di lacerti Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci e ad aver pensato di sostituirsi a Michelangelo nel completare la facciata di San Lorenzo, ha affidato il suo pensum, sui beni culturali «petrolio d’Italia» a un imbarazzante libro come il suo Stil Novo, soprattutto ha eletto a suo Ganimede il vicesindaco Dario Nardella che, come ci ricorda Montanari, «dal 2003 caldeggia la cessione degli Uffizi a una fondazione». (Simona Maggiorelli)

da left-avvenimenti

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Rivoli di sangue. Minoli, Melandri e la crisi dei musei d’arte contemporanea

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 28, 2013

Castello di Rivoli, interni

Castello di Rivoli, interni

A rischio la sopravvivenza del museo piemontese, un luogo d’avanguardia, frutto di un lungimirante progetto di sinistra che dal 1984 metteva in connessione arte e ricerca. Mentre crescono le difficoltà anche per altri spazi pubblici del contemporaneo.

Per oltre vent’anni il Castello di Rivoli è stato il più importante museo di arte contemporanea, l’unico, pionieristico, polo italiano del settore. L’unico anche ad avere anche un’importante collezione e ad entrare a pieno titolo nel circuito internazionale.

Aperto nel 1984 in una elegante residenza sabauda alle porte di Torino, Rivoli è una istituzione di livello europeo, finanziata per l’ottanta per cento dalla Regione e dalla Fondazione Crt, che ha avuto un ruolo d’avanguardia. «Ma oggi – scrive Il Giornale dell’arte – versa in una crisi profonda».

A causa della difficile congiuntura che l’Italia sta attraversando, dei tagli alla cultura e ai trasferimenti agli enti locali ma anche «per una serie di scelte sbagliate che ne hanno compromesso credibilità e capacità d’azione», al punto che la rivista torinese denuncia un «suicidio in corso». E mentre sta per scadere il mandato della direttrice Beatrice Merz (il condirettore Andrea Bellini si è dimesso sei mesi fa) Rivoli si trova senza guida e senza un futuro certo.

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Giovanni Minoli e Giovanna Melandri

Lo scrivono i lavoratori del museo in un duro comunicato in cui si legge che oggi «questo patrimonio pubblico rischia di andare perduto a causa della mancanza di chiare strategie politiche e amministrative». Alla sbarra, in primis, il presidente del consiglio di amministrazione (Cda), Giovanni Minoli, accusato di assenza di strategia e di disinteresse. «In ventotto anni di storia della nostra istituzione, primo esempio di in Italia di gestione pubblico privata, sono state investite ingenti risorse che hanno consentito la crescita a livello internazionale del museo – scrivono ancora i lavoratori di Rivoli – mentre i problemi già evidenziati nel 2011 sono rimasti di fatto senza soluzione».Denunciando l’inadeguato riconoscimento delle figure professionali e l’assenza di regolamentazione dei contratti.

Intanto, accanto alla Galleria civica diretta da Danilo Eccher (stretta in spazi inadeguati) conquista la ribalta Artissima, la fiera d’arte contemporanea su cui punta molto l’assessore alla cultura della Regione Piemonte Coppola che annuncia la possibilità di far confluire le tre realtà in un’unica superfondazione. Un’ipotesi che suscita molti dubbi da parte di esperti del contemporaneo.

«Rivoli è già una fondazione e nell’ipotesi di una superfondazione si aprirebbero problemi giuridici, se ne dovrebbe quanto meno riscrivere lo statuto» fa notare Michele Dantini docente di storia dell’arte contemporanea all’Università Piemonte Orientale. «Ma soprattutto – aggiunge – non si può trascurare che Rivoli, in quanto museo, ha una missione scientifica, mentre Artissima ha, per definizione, una finalità commerciale. E in questa fase di grande competizione internazionale difficilmente si può immaginare che Artissima possa determinare profitto».

Castello di Rivoli, esterno

Castello di Rivoli, esterno

E mentre per il 2 marzo i lavoratori lanciano RivoliGotLove, una giornata fino a notte inoltrata di presidio a sostegno delle attività del museo, l’associazione Amaci, che riunisce 25 musei del contemporaneo in Italia, in una nota denuncia «l’estrema gravità del comportamento del Cda del museo che, alla scadenza del mandato del direttore, si è dimostrato impreparato a garantire la continuità operativa e scientifica dell’istituzione che governa». E chiede alle amministrazioni pubbliche che si facciano garanti dell’autonomia storica, culturale e operativa di Rivoli. Richiesta fin qui caduta nel vuoto. Il silenzio del ministro uscente dei beni culturali Lorenzo Ornaghi è stato fin qui assordante, rivela Gianfranco Maraniello, direttore del MaMbo di Bologna e membro del direttivo dell’Amaci: «Che il ministro Ornaghi, nonostante le nostre ripetute richieste, non abbia mai voluto incontrarci mi sembra pazzesco, data la missione pubblica che hanno i musei del contemporaneo, che non sono aziende qualsiasi».

Senza contare che oggi sono più di uno i musei del contemporaneo in Italia a versare in gravi difficoltà. A cominciare dal Museo Madre, fino a pochi mesi fa a rischio chiusura. «A Napoli abbiamo assistito a un lungo braccio di ferro fra l’insediamento di una nuova amministrazione comunale e un direttore il cui mandato era molto legato alla precedente gestione» commenta Marianello stigmatizzando «l’invadenza della politica, in Italia, non solo nei musei, ma in tutta la sfera culturale». E il pensiero corre al MAXXI dove al termine del commissariamento il ministro Ornaghi, a sorpresa, ha nominato Giovanna Melandri alla presidenza. Una nomina molto discussa e che indirettamente ci riporta a Rivoli dacché Melandri è cugina del Giovanni Minoli e il di lui genero, Salvo Nastasi, è il capo di gabinetto del ministro Ornaghi. E se ingerenza della politica non competente e nepotismo sono faccende annose nelle istituzioni italiane, in questo caso, rilancia Dantini, bisogna anche domandarsi quali e quante siano le responsibilità di chi gestisce i musei nel non sapersi conquistare la fiducia. «L’idea di istituire un museo di arte contemporanea in una sede così prestigiosa come Rivoli dotandolo di risorse storicamente fu un progetto politico di cui il Pci poteva andare fiero. Fu un chiaro progetto di sinistra – sottolinea Dantini – creare un museo d’avanguardia in una regione importante nel sistema industriale avanzato, un museo che stabilisse una connessione fra il mondo dell’arte e della ricerca».

Ma oggi quel patto di fiducia fra politica e mondo dell’arte contemporanea sembra essersi incrinato, per ignoranza da parte della classe politica, e non solo. «In un momento come questo in cui ministri come Ornaghi hanno un interesse controegemonico ad impossessarsi delle istituzioni del laicismo metropolitano- spiega Dantini – dobbiamo avere l’autorevolezza scientifica per contrastare chi diffida. Dobbiamo uscire dalla fragilità autoreferenziale, formulando proposte che riattivino il valore pubblico e sociale dei musei del contemporaneo come luoghi che erogano servizi alla scuola, dove si fa ricerca, che accendono la curiosità del pubblico, favorendo il pensiero critico e l’integrazione culturale». (Simona Maggiorelli)

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Sol LeWitt, linea e colore

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 15, 2012

Sol LeWittIl Madre di Napoli apre una nuova stagione con una retrospettiva dedicata all’artista Sol LeWitt, protagonista della mimal art americana

di Simona Maggiorelli

L’arte astratta realizza una ricerca nuova rifiutando il realismo figurativo. Questo è un fatto   innegabile, evidente al primo sguardo. E certamente nella prima metà del Novecento segnò una svolta rivoluzionaria.

Ma si può dire che l’arte concettuale della seconda metà del secolo scorso, il minimalismo, oppure i segni grafici e ipnotici della Op art, per quanto si realizzino in liberi giochi di linee, esprimano una ricerca diversa e più profonda rispetto alla pittura che usa la figura come calco del reale?

«Penso che quello che faccio sia realismo e che l’uso di una quantità di linee sia più reale della pittura di un oggetto o di una persona», diceva Sol LeWitt raccontando in sintesi la propria poetica astratta. E in effetti questa sua affermazione all’apparenza paradossale ben inquadra l’uso razionale della linea e della geometria, e qualche volta persino della curva che l’artista americano praticava nei suoi grandi murales, dai colori piatti, puri e sgargianti, che ora tornano ad abbagliare lo spettatore al Museo Madre di Napoli, nella prima importante retrospettiva dedicata a Sol LeWitt dalla sua scomparsa nel 2007.

Una mostra, Sol LeWitt. L’artista e i suoi artisti (aperta fino al primo aprile 2013) che insieme al volume di Adachiara Zevi, L’Ialia nei wall drawings di Sol LeWitt (Electa) permette finalmente di mettere a fuoco come il lavoro di questo protagonista dell’arte contemporanea, più che collocarsi nell’avanguardia, avesse solide radici nella pittura figurativa e in particolare in quella classica e più arcaicizzante (Zevi, per esempio, rintraccia nelle opere dell’arte astratta di LeWitt nessi stringenti con l’opera di Piero della Francesca).

Sol LeWitt

Sol LeWitt

Nelle sue sculture ambientali l’artista americano cercava di ricreare la perfetta geometria della prospettiva rinascimentale e con l’uso di colori freddi, stesi in ampie campiture, la luce radente, quasi metafisica degli affreschi di Piero, di Beato Angelico e più indietro nel tempo lo splendore delle icone sacre. Ma grande merito di questa antologica e della sua curatrice, che ha una formazione da architetto, è anche sottolineare lo stretto legame che l’opera di Sol LeWitt ha sempre avuto con l’arte di progettare spazi e ambienti.

Le sue sculture – ce ne sono molti esempi anche in Italia, dal Pecci di Prato alla Fattoria di Celle vicino a Pistoia – si presentano come grandi sagome rifinite dal punto di vista formale. Come strutture primarie e geometriche. Grandi solidi astratti che modificano lo spazio circostante, anche attraverso il loro gigantismo. Non di rado si tratta di enviroments all’aperto che il passante è in qualche modo costretto ad attraversare, percorrere, scansare. E che, attraverso una molteplicità di scale ambientali e ampie e magnetiche zone  monocrome, tentano una sintesi fra architettura e pittura. Diversamente da altri artisti della Minimal art come Judd e Flavin, che pure hanno in comune con Sol LeWitt questo gusto per la più asciutta geometria, per l’equilibrio, per le auree proporzioni, LeWitt  non sembra cercare quella sospensione dello scorrere del tempo, quella fissità vagamente angosciante che hanno la maggior parte delle opere concettuali nate nel solco del Mainstream americano, iperazionale, lucido, autoriflessivo e quanto mai disseccato dal punto di vista della fantasia. Le sue superfici tranquille  e raggianti e al tempo stesso enigmatiche,  conservano miracolosamente un aspetto giocoso irriducibile.

L’avventura di una vita
IMG_9875_edited-1Nasce l’8 aprile 1928 ad Hartford, nel Connecticut, dove fequenta la Syracuse University dal 1945 al 1948. Dopo la guerra di Corea, si trasferisce nel 1953 a New York per studiare alla Cartoonist and Illustrator School e dove lavora come grafico per l’architetto Ieoh Ming Pei (1955-56). Realizza le prime sculture nel 1963-64, ma è solo nel 1966 che nascono le strutture aperte modulari a forma di cubo, basate su leggi geometriche e matematiche, con le quali epsone nella collettiva Primary Structures al Jewish Museum di New York. Il successo arriva con il minimalismo di moda negli anni Ottanta .Alla Biennale di Venezia del 1988 un suo Wall Drawing occupa tutto il Padiglione Italia. Non disdegnando possibili contaminazioni tra discipline diverse, per il gruppo musicale Contempoartensemble disegna un cofanetto d’autore che, edito nel 1994, è acquistato dal Museum of Modern Art di New York. Al 1997 data la sua partecipazione alla Biennale di Venezia e la realizzazione della Torre irregolare per Colle Val d’Elsa, eseguita nell’ambito del progetto Arte all’Arte. Dopo la retrospettiva organizzata dal Museum of Modern Art di New York nel 1978, una esaustiva ricostruzione del suo lavoro è computa nel 2000 dal San Francisco Museum of Modern Art. Alla XI Biennale di Carrara del 2002 presenta Curved Wall, che con i suoi inconsueti blocchi curvilinei in marmo bianco rappresenta una svolta significativa nella ricerca dell’artista. Muore l’8 aprile 2007 a New York.

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I molti volti di Alì Ghiero

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2009

4-_mappa_aAl Museo Madre di Napoli, fino a maggio, la mostra curata da Abo racconta  l’avventura artistica di Alighiero Boetti, fra Oriente e Occidente.   Convinto che la creatività potesse essere una qualità diffusa “Se l’artista ha capacità di immaginare – diceva – solo l’artigiano può realizzare l’opera”

di Simona Maggiorelli

E’ indubbiamente una strana figura quella di Alighiero Boetti. O come si firmava talvolta Alì Ghiro sulle orme di antichi antenati sulle rotte d’Oriente. O meglio Alighiero e Boetti alludendo in chiave ironica all’idea romantica del doppio. Fuori da ogni canone. Imprendibile dal punto di vista dei generi e delle etichette. Alighiero Boetti (1940-1994) torna a mettere in scena i suoi molti volti d’ artista al Museo Madre di Napoli. Grazie un curatore a lui affine come Achille Bonito Oliva; maestro di ironia, capace di imprevedibili giochi ludici, sommamente libero nel pensiero critico. Quella di Boetti era un’arte intesa come pratica dell’intelligenza nomade e questa mostra Alighiero e Boetti, mettere all’arte il mondo ne è, una volta di più, una chiara riprova. Intelligenza nomade anche rispetto alla sperimentazione dei più diversi materiali, rispetto agli stili, ai linguaggi. boetti_cover_catalogo1Aristocraticamente l’artista torinese riservava per sé l’ideazione, la capacità di immaginare liberamente opere che prendevano forme diverse: sculture di tubi Innocenti, tappeti, arazzi, miniature postali, legni, biro, inchiostri, chine. Per Alighiero, che dal 1969, come si diceva, decise di sdoppiarsi in Alighiero e Boetti, l’oggetto d’arte era il crocevia dove si condensavano nessi inediti, rompendo l’inerzia della normalità. Ma il processo creativo non era per lui un privilegio di pochi. Ma un processo collettivo a cui servono più mani, quelle dell’artista e quelle di altri. Opere emblema di questo suo modo di concepire l’arte sono le gigantesche mappe del mondo che sulle pareti del Madre tracciano una geopolitica in colori brillanti, tessute meticolosamente a mano da donne e uomini afgani, depositari di una tradizione antica. Mappe che rivestono Paesi e continenti con le forme e i colori delle bandiere nazionali, ma anche mappe fantastiche in cui i continenti galleggiano in un mare rosa mentre scritte in varie lingue sul bordo evocano le iscrizioni immaginifiche di antichi portolani. Nel catalogo Electa che accompagna la mostra, Pino Corrias riallaccia i fili di questa ideazione, tessendo a sua volta un racconto fantastico lungo i rami della famiglia Boetti: da un lato la madre, che confezionava corredi ricamati alle fanciulle da marito nella Torino degli anni Cinquanta. Dall’altra l’antenato con cui Alì-Ghiero si identificava: un frate guerrigliero, che alla metà del Settecento lasciò il Monferrato per andare in Mesopotamia e finì per convertirsi all’esoterismo islamico. Un bizzarro personaggio con cui Boetti condivideva in primis la passione per il viaggio. E se la serie di cartoline immaginarie spedite dagli angoli più lontani del mondo e che fino all’11 naggio tappezzano le pareti del Madre ci raccontano della suo continuo leggere l’Occidente da Oriente e viceversa, l’autoritratto in bronzo, nel cortile, si staglia come l’opera testamento. Una strana e un po’ inquietante premonizione di artista. Poco tempo dopo Alighiero Boetti sarebbe morto di tumore ai polmoni. Il suo ultimo sogno fu che le sue ceneri fossero sparse nelle acque blu dei laghi dell’Afghanistan.
da Left-Avvenimenti

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