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Cultura bene comune. Left incontra Settis

Posted by Simona Maggiorelli su Mag 28, 2013

Salvatore Settis

Dopo anni di assalti al patrimonio da parte dei governi di centrodestra . E di  tagli al ministero dei beni culturali operati senza soluzione di continuità anche da governi di centrosinistra, i cittadini si ribellano e si organizzano in associazioni per cercare di invertire la rotta. E difendere la Costituzione. Di cultura, diritti, democrazia  abbiamo discusso il 30 maggio a Roma, in un incontro con Salvatore Settis organizzato da left.   A cui  hanno partecipato Fabrizio Barca, Pippo Civati, Vittorio Emiliani, Tomaso Montanari, Michele Dantini, Andrea Ranieri e molti altri.

Il video dell’evento:http://www.mawivideo.it/2013/05/la-cultura-scende-in-campo/

di Simona Maggiorelli
“Non avrei proprio mai pensato che un piccolo libro come Indignatevi! Potesse avere una tale ripercussione e mobilitare così tante persone» si legge nell’ultimo lavoro di Stéphan Hessel. Un piccolo, appassionato pamphlet dal titolo Non arrendetevi (Passigli, 2013) in cui il vecchio partigiano francese, scomparso o scorso febbraio, annotava: «Il fatto è che il movimento dei giovani spagnoli del 2011 ha adottato l’indignazione come bandiera e ne ha fatto un appello per tutti». Dando voce a un movimento dal basso, estraneo al mondo dei partiti tradizionali e che «ha rappresentato qualcosa di nuovo ed è stato l’espressione di un rifiuto delle manovre di un’oligarchia non solo finanziaria». In nome della democrazia, della difesa dei beni comuni. Un movimento spontaneo di “pezzi” della società civile – ci ricorda Salvatore Settis nel libro Azione popolare (Einaudi, 2012) – che in Italia ha preso una pluralità di forme dai Movimenti per l’acqua a Se non ora quando, dall’Onda degli studenti alle manifestazioni per i diritti civili. Portando sulla scena pubblica battaglie per quelli che la sinistra tradizionalmente ha sempre chiamato bisogni, ma anche per irrinunciabili esigenze che riguardano la persona nel sua complessità.
Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L'Aquila

Il minsitro Massimo Bray ad Onna e poi a L’Aquila

Esigenze di partecipazione, di conoscenza, di formazione, di realizzazione della propria identità professionale e umana, di pieno riconoscimento di diritti civili e di autodeterminazione. «Davanti alla sordità dei partiti (tutti) di fronte al grande tema del bene comune – scrive Settis – alla loro capacità congenita di elaborare una visione lungimirante e democratica del governo del Paese, alla loro alleanza di fatto nel devastare ambiente e paesaggio, la nascita spontanea di movimenti e associazioni di cittadini in Italia (se ne contano almeno 20mila negli ultimi anni) è un segnale positivo di enorme importanza e straordinarie potenzialità». Un manifesto che possa raccogliere queste variegate istanze c’è già secondo l’archeologo e storico dell’arte della Scuola Normale: è la Costituzione. Una Carta lungimirante e ancora oggi modernissima che pone fra i doveri della Repubblica ( art.9) la difesa del patrimonio d’arte e del paesaggio. Un aspetto che non riguarda solo “la contemplazione estetica” ma essenziale anche per il diritto alla salute come drammaticamente ci mostra il caso di Taranto e dell’Ilva. Nella Carta «la figura del cittadino e della cittadinanza – prosegue Settis – intesa sia come comunità che come orizzonte di diritti è definita attraverso calibrate convergenze. L’art. 3 prescrive che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge e nella Carta è scritto che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Ma come ben sappiamo, insieme all’articolo 21 che tutela la libertà di espressione e il diritto di cronaca, questo punto della nostra Costituzione è largamente disatteso. Grazie a una lunga serie di “contro riforme” che hanno riguardato la scuola, l’università, la ricerca. E grazie ad ormai ventennali attacchi al nostro patrimonio artistico, messo a rischio dalla mancanza di una adeguata tutela (a causa del depauperamento delle soprintendenze), ridotto a feticcio dal marketing della valorizzazione ad opera di manager che hanno trattato le opere d’arte come fossero panini McDonald’s, svenduto in operazioni di cartolarizzazione imbastite dai governi di centrodestra per fare cassa. Con la soppressione della storia dell’arte in molte scuole superiori, inoltre, si è sferrato un attacco frontale alla conoscenza. Quanto al paesaggio, su di esso hanno pesato scellerate politiche di condoni, la cementificazione selvaggia, senza nessun disegno urbanistico, mentre le logiche emergenzialistiche messe in campo dopo terremoti o altri eventi naturali hanno finito per intaccare quella straordinaria fusione fra patrimonio artistico e contesto paesaggistico che rende unica l’Italia.
azione-popolareAl di là di ogni ridicola enfasi sulla vastità del patrimonio d’arte italiano strombazzata da politici ignoranti e pronti a farne “petrolio” da saccheggiare ( De Michelis docet). Su questo punto mettono i puntini sulle “i” Bruno Arpaia e Pietro Greco nel libro La cultura si mangia! (Guanda, 2013) in cui si ricorda utilmente che l’Italia è sì in testa alla classifica mondiale con i suoi 45 siti archeologici riconosciuti dall’Unesco ma anche che l’Italia ne ha solo 3 in più della Spagna e 5 in più rispetto alla Cina. Un libro, questo scritto a quattro mani da Arpaia e Greco, che tratteggia un quadro efficace del modo a dir poco miope di agire della classe politica italiana di destra (ma anche di centrosinistra) riguardo ai beni culturali. Fin dal titolo che rovescia quel rozzo «con la cultura non si mangia» pronunciato il 14 ottobre 2010 da Giulio Tremonti, che da ministro ha tagliato un miliardo e mezzo di euro all’università e 8 miliardi alla scuola pubblica, per non parlare dei tagli al ministero dei beni culturali e al Fus.
Proprio grazie alla “finanza creativa” di Tremonti il bilancio del ministero dei Beni culturali nel 2008 fu praticamente ridotto della metà. Senza che l’allora ministro Sandro Bondi protestasse. Anzi cercò di silenziare Salvatore Settis allora a capo del Consiglio superiore dei beni culturali, che messo di fronte all’impossibilità di svolgere il proprio compito, fu praticamente costretto a dimettersi. E presto sostituito da Andrea Carandini, attuale presidente del Fai. Nel 2013 – val la pena di ricordarlo qui – il bilancio del ministero dei Beni culturali è ulteriormente sceso del 6,1 per cento. Anche in questo caso senza che Lorenzo Ornaghi, ministro dei Beni culturali del governo Monti, facesse alcuna opposizione. E se non ci saranno cambiamenti di rotta, sono previsti ancora tagli per 125 milioni nel 2014, e di 135,7 nel 2015, come ha scritto Tomaso Montanari su Il Fatto quotidiano.
La crisi picchia duro, si è giustificato il governo dei tecnici guidato da Monti. «Ma proprio in momenti di crisi occorre sostenere finanziariamente la cultura» ha sottolineato Settis intervenendo Solone del libro di Torino contro quella che il professore chiama «la religione dell’austerità sostenuta dalla destra». Citando il Nobel Krugman a supporto. A noi tornano in mente anche le parole di Martha C. Nussbaum: «Solo i Paesi che hanno continuato a investire in cultura sono riuscite a fronteggiare in qualche modo la crisi, guardando al futuro». A questo tema la filosofa americana ha dedicato un intero libro a cui per brevità rimandiamo. S’intitola Non per profitto ( Il Mulino 2012) e mette in luce, con dovizia di dati, perché le democrazie hanno bisogno della cultura. E di quella umanistica in particolare.
 da left- 25 maggio- 31 maggio 2013

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Settis, in difesa del bene comune

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 18, 2012

Salvatore Settis

Salvatore Settis

Lo storico dell’arte e della Normale  difende la Costituzione come manifesto politico forte. E denuncia la continuità tra i governi Berlusconi e Monti: «La destra colta e perbene sta facendo gli stessi danni al patrimonio culturale e paesaggistico di quella precedente»

di Simona Maggiorelli

Se l’Italia ha un Codice dei beni culturali e paesaggistici lo deve a Salvatore Settis, storico dell’arte e archeologo della Normale di Pisa che non si è mai risparmiato nella battaglia per la piena attuazione della Costituzione. Che con l’articolo 9 «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione».

Rientrato in Italia nel 1999, dopo aver diretto il Getty Research Institute, Settis ha intrapreso una tenace battaglia contro la svendita del patrimonio pubblico. Cominciata nel 1991, quando il governo Andreotti provò a istituire la Immobiliare Italia Spa, e culminato dieci anni dopo con la Patrimonio dello Stato spa di Tremonti che prevedeva cartolarizzazioni e dismissioni non solo di palazzi pubblici, ma anche di pezzi di paesaggio: «Da allora le ipotesi di dismissione ricorsero assai spesso, più o meno a ogni finanziaria», scrive Settis nel suo nuovo libro Azione popolare, cittadini per il bene comune (Einaudi). «Anche con i governi di centrosinistra del 1996-2001». Per denunciare lo scellerato tentativo di mettere all’asta il Paese, nel 2002 pubblicò l’incisivo Italia spa. L’assalto al patrimonio culturale (Einaudi) e da allora la sua battaglia per la tutela e la valorizzazione non ha conosciuto soste, sul piano degli studi scientifici, ma anche su quello più direttamente politico. Arrivando, appunto, a stilare il Codice dei beni culturali nel 2004 ma anche a dimettersi da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali in dissenso con i feroci tagli alla cultura firmati dal ministro Bondi nel 2009 e con i suoi tentativi di silenziare quell’organo consultivo. Dopo tutto questo, come tacere ora davanti allo scempio della cosa pubblica che continua ben oltre la caduta del governo Berlusconi sotto l’egida del governo Monti? Perciò l’elegante e coltissimo professore, facendo suo il motto “Indignez-vous!” del partigiano Stéphan Hassel mira a scuoterci dal torpore con il suo nuovo libro (il più schiettamente politico). E ci invita a rileggere la Costituzione come manifesto politico contro «la prevalenza del profitto privato sul bene pubblico, la sopraffazione, l’arroccarsi delle caste a difesa di privilegi immeritati, la concezione di ambiente e paesaggio come materia bruta da devastare a proprio vantaggio».

Professor Settis, gli italiani hanno perso la capacità di indignarsi per il sacco della cosa pubblica?

In realtà penso che i cittadini siano sempre meno indifferenti. C’è una grande sensibilità che sta crescendo. Nonostante questo, il sacco dell’Italia è evidente. Perciò credo sia molto importante collegare il saccheggio al patrimonio culturale e al paesaggio con tutte le altre forme di saccheggio a cui stiamo assistendo, con l’economia di rapina che sta proliferando a spese dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Dobbiamo reagire. Avendo la consapevolezza che l’assalto al patrimonio culturale, così come quello a diritti come la salute e il lavoro, insieme all’assalto alle proprietà pubbliche o al demanio, sono parte di uno stesso disegno di smontaggio dello Stato; un disegno che ha il “piccolo difetto” di essere completamente illegale. Oltreché contrario all’interesse della generalità dei cittadini.

Nel suo nuovo libro scrive che il patrimonio d’arte è un “bene comune”. Ma da Craxi a Tremonti a Renzi è considerata «giacimento da sfruttare». La nostra classe dirigente non capisce che la cultura è un’esigenza irrinunciabile, non merce da depredare?

C’è una diffusa leggenda secondo cui la destra becera della stagione berlusconiana sarebbe stata sostituita da una destra colta e pulita. Ma bisogna constatare amaramente che la destra colta e tecnocratica del governo Monti fa esattamente le stesse cose della destra becera precedente. La destra di Sarkozy, invece, non ha tagliato i fondi alla cultura. Anzi ha puntato sulla ricerca come settore strategico. Beninteso la destra, come lei può ben capire, a me non piace per niente. Registro però che Frédéric Mitterrand dichiarava che i fondi del ministero della Cultura vanno considerati un santuario intoccabile. E, infatti, non furono diminuiti di un euro. Questo mentre in Italia si tagliava spietatamente. E al ministro Sandro Bondi non importava un bel niente.

Continuando il confronto, nell’attuale crisi, il ministro della Cultura del governo Hollande, Aurelie Filippetti, ribadisce che tagliare la cultura sarebbe una follia. E in Italia? 

Bisogna avere il coraggio di dirselo chiaramente. Ormai anche la sinistra è rassegnata a subire i tagli alla cultura come una sorta di fatalità, dettata dalla crisi economica. Ma non è vero. Si veda anche la Germania che reagisce alla crisi dicendo che in cultura, tuttavia, si investe. Sono sempre di più i cittadini italiani che protestano contro questa concezione marginale della cultura, vista quasi fosse un lusso. Ma non sono ancora abbastanza. Intanto i ministri Passera e Ornaghi firmano il manifesto per la cultura de Il Sole 24 ore, si stracciano le vesti per dire che non vorrebbero mai tagliare in cultura e intanto lo fanno. C’è questa doppia verità, questo doppio binario.

Al teatro Eliseo, anche la platea di addetti ai lavori degli Stati generali della cultura ha contestato apertamente i due ministri.

Ero in Cile (per un ciclo di conferenze sui beni culturali, ndr), l’ho appreso dai giornali. Ma posso dire che i ministri contestati, Ornaghi e Profumo, sono del tutto appiattiti sull’operato dei loro predecessori, Bondi e Gelmini. Trovo veramente stupefacente che un governo tecnico – appoggiato anche dal Pd – abbia una così totale assenza di prospettiva nella politica culturale del Paese. Il ministro Passera e il viceministro Mario Ciaccia, nel frattempo, continuano a dire che troveranno 80 miliardi, 100 miliardi… Parlano di infrastrutture, di autostrade, non parlano mai seriamente di messa in sicurezza del territorio nonostante il Paese sia devastato da sismi e dissestato sotto il profilo idrogeologico. Passera parla sempre in occasioni pubbliche di un’agenda culturale del governo, ma è un flatus vocis dietro al quale non si vede il più remoto progetto concreto. Per non dire poi di Ornaghi, che non fa nemmeno  promesse. Si limita a dire che lo Stato deve aspettare l’arrivo di finanziatori privati.

Per i beni culturali, Ornaghi auspica «meno Stato e più privati». 

Che dica questo è gravissimo. Sarebbe come se un ministro della Repubblica per mantenere l’ordine pubblico dicesse «sarebbe bene chiamare la mafia». Contributi privati ai beni culturali sono i benvenuti, purché funzioni (secondo Costituzione) il sistema pubblico della tutela, con risorse pubbliche.

Soprintendenze territoriali sempre più depauperate di competenze, blocco delle assunzioni e nomine politiche ai vertici delle maggiori istituzioni, come Giovanna Melandri al MAXXI. Da dove ripartire per uscire da questo impasse? 

Nel libro non suggerisco delle ricette per i beni culturali. Ho voluto dare un messaggio del tutto diverso: per poter affrontare il problema della cultura in maniera risolutiva è necessario inquadrarlo in un ambito più ampio. Il diritto alla cultura fa parte di un orizzonte costituzionale. Bisogna capire alla radice il problema. Tutte le questioni che lei cita sarebbero facilissime da risolvere se ci fosse un ministro competente capace di prendere tutti i provvedimenti necessari. Ma un tecnico di indubbia competenza come Mario Monti ha scelto come ministro della Cultura la persona più disadatta, la più lontana da questo compito. Per evitare che in futuro il ministro della Cultura sia una figura di quarta o quinta fila bisogna ridare centralità alla cultura e leggerla nell’orizzonte degli altri diritti costituzionali. L’articolo 9 non è frutto del caso. Non è un’intrusione. È assolutamente essenziale. La cultura, come il diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione (scuola, università, ricerca) sono  essenziali alla democrazia, alla libertà e all’uguaglianza, cioè ai valori fondamentali della Carta. Capendo questo si trova poi anche la soluzione alle singole questioni.

La Costituzione, lei scrive, è un manifesto politico, quanto mai vivo. Non un feticcio.

I diritti che citavo concorrono parimenti a garantire l’autonomia e la dignità del cittadino. L’articolo 9 va messo in relazione con la messa in sicurezza del territorio e con la tutela del paesaggio. D’altro canto la concezione costituzionale di tutela dell’ambiente risulta dalla combinazione con la tutela della salute e va letta in parallelo all’articolo 32, inteso come diritto alla salute. Per il futuro dell’Italia dobbiamo tenere insieme tutte queste cose. Non devono essere la seconda o la terza o la quarta preoccupazione, bensì la prima. Attuando la Costituzione si creerebbe tantissimo lavoro. E ce n’è molto bisogno oggi, specialmente per le generazioni giovani.

Il giurista Stefano Rodotà è stato invitato in Tunisia perché, dopo la Primavera araba, c’è chi pensa a una costituzione sull’esempio della nostra. La nostra Carta viene presa a modello all’estero e in Italia c’è chi la ritiene inattuale?

La nostra Carta è già stata presa ad esempio da altri Paesi. L’articolo 9 è stato copiato dalla Costituzione portoghese e da quella maltese ed è stato praticamente parafrasato da Paesi del Sudamerica. Chi parla della nostra Costituzione come di “un ferro vecchio” non sa quel che dice. O forse lo sa molto bene… Chi protesta contro l’articolo 42 sul diritto di proprietà che è limitato nella Carta italiana dall’utilità sociale, ora dice – come fa Berlusconi – che è vecchia e andrebbe cambiata. E non si accorge che sta criticando una Costituzione del 1948 auspicando un ritorno allo Statuto Albertino del 1848. Nello Statuto Albertino, infatti, la proprietà privata era un valore assoluto. Ora, dire che la Carta è invecchiata per poi tornare indietro di cento anni, mi sembra una mossa suicida.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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I segreti di Sua Santità

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 3, 2012

Crimini di pedofilia, affarismo, riciclaggio di soldi, rapporti pericolosi con organizzazioni malavitose. Ecco cosa la Chiesa vorrebbe nascondere. Mentre cerca di manipolare le scelte politiche italiane sul biotestamento, sull’aborto, sulla famiglia, sulle scuole private.  Ilnuovo libro di Gianluigi Nuzzi documenta in  modo incontrovertibile  gli affari sporchi del Vaticano.

di Simona Maggiorelli

Benedetto XVI

Una lotta per il potere, senza esclusione di colpi. Così il socialista Rino Formica intervistato da La Stampa descrive quanto sta accadendo Oltretevere. «Il Papa ha finito per restare vittima dell’attuale tendenza della Curia, che oramai è diventata una cosa sola con l’eterno “partito romano”, quello che per decenni è prosperato in un intreccio di massoneria, clericalismo, affarismo. Per tanto tempo questo potere trasversale e senza principii è stato fonte di ricchezza materiale per la Chiesa, ma ha aperto la strada ora alla sua gravissima crisi», dice l’ex ministro. La cui testimonianza Gianluigi Nuzzi – con una copia della La Stampa del 29 maggio alla mano – ci legge a voce alta, sottolineandone dei passi. Alla luce della lunga carriera, da laico che ha combattuto le ingerenze vaticane, Formica sa di che parla.

Come giornalista, dopo molte e approfondite inchieste, Gianluigi Nuzzi è arrivato a una conclusione non troppo diversa. «il Vaticano è una monarchia assoluta», ribadisce, con molti lati oscuri che riguardano mancanza di trasparenza, violazioni di diritti ma anche e soprattutto le prestazioni occulte della sua banca, lo Ior, implicata in questioni di riciclaggio e intermediazioni con la mafia. E questo a dirlo non è Nuzzi ma una ordinanza di un giudice, sottolinea il giornalista di Libero e di La7.

Che dopo le 250mila copie vendute del suo Vaticano Spa uscito nel 2009 ora “rischia” di fare il bis con il nuovo Sua Santità.Le carte segrete di Benedetto XVI. uscito sempre per Chiarelettere. Onde scongiurare questa eventualità, le più alte sfere vaticane hanno accusato Nuzzi di furto e di ricettazione. Ma quello che ci sembra ancor più grave è che politici italiani come l’ex ministro (e ora senatore) Maurizio Gasparri e l’onorevole Paola Binetti abbiano chiesto il sequestro del libro perché basato su documenti riservati della Chiesa e lesivo dell’immagine del Papa.

Come se la segretezza e l’oscurantismo che vuole imporre il Vaticano «dovesse diventare per un giornalista autoscurantismo» chiosa Nuzzi. Come se il compito dei giornalisti non fosse proprio quello di scovare notizie inedite e verificate. E tenendo la schiena ben diritta rispetto al potere. Ma, più a fondo, cosa spaventa tanto il clero e certa politica riguardo al lavoro di Nuzzi?  Cosa cercando di nascondere i media concentrati sul giallo del maggiordomo e che evitano di entrare in merito al libro? “Banalmente” il fatto che accuse gravi e circostanziate rispetto alle politiche di omertà e copertura del Vaticano rispetto a crimini come la pedofilia dei preti, i traffici illeciti dello Ior compreso il riciclaggio dei soldi della mafia e i sospetti di pesanti ed eversive ingerenze nello Stato italiano abbiano trovato una inconfutabile dimostrazione in questo libro, documentatissimo, basato su lunghe ricerche e testimonianze dirompenti raccolte in giro per il mondo.

Più di quanto possa fare in articoli Nuzzi qui approfondisce, traccia nessi, riflette sul significato di scioccanti documenti pubblicati per esteso in apparato. E che «riguardano spinose questioni temporali e scandali che vanno gestiti e silenziati» come fa notare l’autore. «Ma la polvere nascosta sotto il tappeto riemerge sempre da qualche altra parte», fa notare il giornalista. Così dal suo libro si apprende che «gli abusi fisici e psicologici commessi dal fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado erano stati denunciati a Sodano e altri in Vaticano già nel 2003 ma si decise di coprire i crimini di pedofilia e di ladrocinio commessi dai Legionari».

Gianluigi Nuzzi

Intanto il papato varava una Commissione di avvicinamento per cercare di ridurre l’impatto economico delle richieste di risarcimento da parte delle vittime, «con linguaggio freddamente pragmatico, senza spendere una parola sulla gravità dei fatti e sui traumi causati sulle vittime», nota Nuzzi. Ma non solo. Da Sua Santità emergono fatti gravissimi che riguardano le istituzioni e la politica italiana: Giulio Tremonti, quando era ancora ministro della Repubblica italiana, consigliava all’allora presidente dello Ior, Gotti Tedeschi, come evitare sanzioni dell’Unione europea riguardo al mancato pagamento dell’Ici da parte della Chiesa per gli enti commerciali. E, senza soluzione di continuità il premier Mario Monti ha fatto anche peggio. «Dopo l’esposto fatto dai Radicali Italiani nel 2005 proprio riguardo alle “esenzioni Ici” l’Italia avrebbe potuto rivalersi incassando parecchie centinaia di milioni di euro, che in questo momento di crisi sarebbero stati molto utili alle casse dello Stato» ricostruisce Nuzzi. «Ma con abile operazione mediatica il Vaticano si è detto disponibile a pagare qualcosa e il premier Monti ha cambiato la normativa, così» sottolinea Nuzzi, «cambiata la legge, lo Stato italiano non potrà più ricorrere. La manovra fatta da Monti fa fuori la possibilità di potersi rivalere sull’infrazione precedente». E ancora, quanto ai tentativi delle gerarchie vaticane di imporre un’agenda politica e norme improntate a «valori non negoziabili» (perché basati sul dogma religioso) una delle pagine più “sorprendenti” di Sua Santità è la numero  297, dove è pubblicato l’originale di una nota della Santa Sede riguardo a un incontro con Giorgio Napolitano del 19 gennaio 2009. Ebbene in quella occasione il Papa, capo dello Stato Vaticano avrebbe dovuto “convincere” il presidente della Repubblica italiana a fare leggi per la tutela della famiglia e, si legge nella nota vaticana: «Si devono evitare equiparazioni legislative tra il matrimonio ed altri tipi di unione». Nel Ddl in discussione in Parlamento sul biotestamento e in altre «norme eticamente sensibili»  deve essere inserita «una chiara riaffermazione del diritto alla vita, che è diritto fondamentale di ogni persona umana, indisponibile ed inalienabile. Conseguentemente si deve escludere qualsiasi forma d’eutanasia e ogni assolutizzazione del consenso». Ma in questo documento c’è anche un capitolo sulle scuole private. La nota vaticana lascia trasparire una certa preoccupazione: «Il problema attende sempre una soluzione, pena la scomparsa di molte scuole paritarie. Occorre trovare un accordo sulle modalità dell’intervento finanziario anche al fine di superare recenti interventi giurisprudenziali che mettono in dubbio la legittimità dell’attuale situazione». Intanto il Vaticano continua senza scrupoli a incassare dalle tasse dei cittadini italiani circa sei miliardi di euro l’anno, sebbene l’articolo 33 della nostra Costituzione reciti: «Lo Stato non deve sopportare alcun onere per le scuole private».

da left Avvenimenti

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Il sacco del patrimonio d’arte italiano

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 29, 2010

Gli Anni zero dei beni culturali. Dieci anni di svendite e musei al collasso

pubblicità beni culturali

di Simona Maggiorelli

Dieci anni vissuti pericolosamente, sperperando, divorando, distruggendo la competenze sulla tutela dei beni culturali italiani. Che dall’era Craxi in poi – mercè una pensata dell’allora ministro Gianni De Michelis – sono diventati «giacimenti culturali» o, a scelta, «petrolio d’Italia». Figlia di quella mentalità predatoria fu la famigerata Patrimonio spa ideata da Giulio Tremonti nel 2002 per cartolarizzare e dismettere pezzi consistenti del nostro patrimonio (su cui scrisse un acuminato libro Salvatore Settis).

Poi sarebbero venuti i condoni e i ventilati archeocondoni (sempre targati Berlusconi). Ed eccoci a questo fine 2009 in cui, puntuale come sempre, il governo del premier fa cadere la mannaia sui finanziamenti e, di soppiatto, fa sparire gioielli di famiglia. Il fondo per i beni culturali è stato tagliato del 23 per cento rispetto al 2008 mentre si prevede che il taglio per il prossimo triennio sarà di oltre un miliardo di euro. In attuazione della legge delega sul federalismo fiscale (n.42/2009), intanto, il governo si appresta a dare il via libera alla vendita di alcuni beni di «scarso rilievo nazionale». In questo modo, per esempio, beni del demanio marittimo e assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale potranno essere venduti se, entro trenta giorni, il ministero non riconoscerà loro una rilevanza nazionale. «Quello che il governo si appresta a varare è un colpo durissimo al nostro patrimonio» denuncia Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra.

Ma sotto l’albero di Natale il governo Berlusconi ha messo anche un “regalino” per i restauratori che dal 2010 dovranno essere iscritti a un albo. Peccato che a quel “club” possa iscriversi con certezza solo il cinque per cento degli operatori del settore: ovvero chi abbia in tasca un diploma dell’Opificio delle pietre dure di Firenze e di altri due prestigiosi istituti di Roma e di Ravenna. In questo fine anno, così, si comincia a delineare il funesto bilancio di una politica culturale di centrodestra che ha scambiato la valorizzazione del patrimonio per un fatto di marketing e che tratta l’archeologia come un cataclisma, ovvero una questione emergenziale da Protezione civile. La mortificazione delle competenze nelle soprintendenze negli ultimi anni ha subito una continua escalation (come se l’Italia non potesse vantare una delle più alte tradizioni di studi nella campo della tutela).

spot Mibac

Ma procedere a colpi di commissariamenti come ha fatto il governo Berlusconi, con tutta evidenza, non paga. Prova ne è il calo di visitatori del 12 per cento registrato nel 2009 nel polo archeologico di Pompei (vedi il Rapporto 2009 di Federculture). Né maggior profitto ha prodotto l’aver messo il polo archeologico di Roma e Ostia Antica sotto il commissariamento gestito dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ma si è rivelata un diasastro – come del resto c’era da aspettarsi – anche la valorizzazione dei beni culturali che il ministro Sandro Bondi ha affidato al super manager Mario Resca: le sparate sugli hotel della cultura dell’ex quadro dirigente di McDonald’s e i suoi propositi dichiarati di voler fare dell’Italia «l’Eurodisney dell’arte» si scontrano con il fatto che, nonostante la crisi, secondo il nuovo studio di Federcultura, la domanda culturale delle famiglie italiane nel 2009 è aumentata riguardo a teatro, concerti e musei ma non ha trovato incentivi in risposta.

Così, mentre Obama nel suo pacchetto anticrisi ha inserito investimenti a favore dell’arte (nonostante negli Stati Uniti i musei siano per lo più a gestione privata), per portare più visitatori nei musei italiani (gli Uffizi è solo il 23esimo nella classifica mondiale) il nostro ministero, con Resca, non trova di meglio che aumentare i ristoranti interni «facendone dei locali dove si va indipendentemente dalla visita alla collezione». Federculture segnala anche una sensibile perdita di attrattività delle nostre città d’arte (-6,9 per cento) e il precipitare dei musei italiani nella graduatoria internazionale dei più visti. E mentre il ministro Bondi ora deve vedersela anche con la faccenda di tre milioni e duecentomila euro sborsati per un Michelangelo su cui si addensano dubbi di autenticità, Resca fa un’altra pensata delle sue e, allo scadere dei suoi primi 100 giorni, vara una campagna pubblicitaria per «portare gli Italiani a riscoprire il patrimonio artistico del nostro Paese e invertire il trend negativo dei visitatori». Sul cartellone campeggiano delle gru che smantellano il Colosseo. Sopra compare la scritta: «Se non lo visiti lo portiamo via».

da Left-Avvenimenti 23 dicembre 2009

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L’Italia non è un museo

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 1, 2009

Il presidente Napolitano e il professor Settis

Il presidente Napolitano e il professor Settis

Il direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis risponde al ministro Sandro Bondi: “ La cultura non si fa con gli slogan” di Simona Maggiorelli

Professore, il ministro Bondi pretende di ridurre a rango di “esternazioni” le sue critiche espresse da presidente del Consiglio superiore dei beni culturali…

Il ministro ha maturato una convinzione singolare, cioè che il presidente del Consiglio superiore debba tacere. Un’idea, secondo me, contraria alla legge. E contraria alla Costituzione. Non posso assecondarla. Ho preferito fare altrimenti. In quanto cittadino non può dirmi che devo tacere. Siccome la libertà di parola è più preziosa di ogni altra ed è certamente più importante di qualsiasi carica, come ho spiegato nella mia lettera al ministro pubblicata da La Repubblica, non rinuncerò ad esercitarla da libero cittadino.

Dopo un lavoro cominciato da consigliere (anche molto critico) del ministro Giuliano Urbani, lei ha messo a punto un condiviso Codice dei beni culturali e paesaggistici che pone un freno agli archeocondoni, alle svendite, ai colpi di “finanza creativa”. La manovra varata dal Consiglio dei ministri lo scorso dicembre rischia di smantellarlo?

Anche in questo caso dico quello che penso:credo sia in atto un progetto di smantellamento. Né che ci sia una stanza dei bottoni gestita dal ministro con alcuni fedelissimi. Quello che vedo è una serie di mosse incoerenti fra loro, mentre manca una visione generale. Temo che il ministro Bondi, purtroppo, non abbia ancora una conoscenza sufficiente dei meccanismi di funzionamento del ministero a cui è proposto. Con grande candore si dichiara lieto che gli tolgano soldi dal bilancio. Non ho mai visto una cosa del genere.

Al centro della riforma Bondi c’è un progetto di valorizzazione affidato a Mario Resca proveniente dalla Mc Donald’s…

Continuo a ritenere che per la valorizzazione occorra un esperto di patrimonio culturale. Occorreva fare ciò che lo stesso ministro aveva dichiarato di voler fare, cioè un bando internazionale, per avere un esperto di primissimo piano. Il ministro Bondi non ha fatto bandi e nomina il dottor Resca che sarà certamente un bravo manager, ma certo non si intende di musei e di patrimonio d’arte. Come lui stesso dice. Insomma, non vedo perché nel caso del patrimonio culturale si debba puntare sull’incompetenza piuttosto che sulla competenza.

Il premier Berlusconi, qualche mese fa in Inghilterra, si vantò con la stampa del numero di tv e cellulari procapite in Italia, dello scudetto e di un patrimonio d’arte italiano pari al 50 per cento di quello mondiale. Oggi assistiamo al lancio del logo Museo Italia che fa tanto pensare al marchio Azienda Italia. Che ne pensa?

La favola del 50 per cento è da sfatare. Non si può fare un conto perché manca un inventario mondiale del patrimonio. In un giornale ho letto addirittura che l’Italia avrebbe il 70 per cento del patrimonio mondiale. E’ una cosa che fa morire dal ridere. Come se in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, in Germania non avessero le loro cattedrali, i loro musei. Quanto allo slogan Museo Italia è quanto mai sinistro e negativo. L’Italia non è museo, l’Italia è un paese vivo, di cittadini. Un Paese la cui principale caratteristica è che gran parte del patrimonio artistico si trova nelle città, nelle strade, nelle piazze. Nei luoghi dove si vive. Anziché dire annettiamo anche il resto dell’Italia a uno spazio museografico immaginario, virtuale, bisognerebbe fare il contrario: proiettare i musei verso la città e fare dei musei delle città. Più in là bisogna dire che non è con gli slogan che si salva la cultura, è con i progetti e con le risorse di personale che invece manca; la cultura si salva con investimenti che invece vengono ridotti ogni giorno che passa.

Fa da controcanto allo show di Berlusconi un discorso dell’allora presidente della Repubblica Calo Azelio Ciampi sulla lungimiranza dell’articolo 9 della Costituzione. Lei lo ricorda nel libro edito da Electa, Battaglie senza eroi

E’ un discorso bellissimo,per questo amo citarlo. Nel 2003 Ciampi parlava dell’Italia che è dentro di noi; la sua è una interpretazione autentica, corrisponde perfettamente a tutta la letteratura specialistica e in particolare alle sentenze della Consulta sul significato dell’articolo 9 della Carta. La costituzione non dice che l’Italia è un museo , dice che il patrimonio paesaggistico e culturale dell’Italia va difeso in funzione dei cittadini. Cioé va difeso un elemento vivo e attivo del diritto di cittadinanza, questo credo dovrebbe essere lo spirito in cui bisognerebbe lavorare. Di questo spirito purtroppo si vedono scarse tracce in giro.

Nel suo Itali spa ( Einaudi), invece, riportava un articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung che stigmatizzava la politica di Tremonti e Urbani come talebana e distruttiva. Ora, con curioso ribaltamento, si legge che ci sarebbero i “talebani della conservazione”…

Fu la moderata e gentilissima Giulia Maria Crespi, in un’intervista, ad usare quella espressione per dire della distruzione del patrimonio. Ora questa parola su alcuni giornali italiani non particolarmente interessanti è diventata un modo per insultare chi difende la Costituzione. Io credo che si tratti di difenderla di fronte a uno strisciante tentativo di fare come se non esistesse. Ricorrere al diritto di cittadinanza, richiamare la libertà di parola, dire che la protezione del patrimonio e del paesaggio è un elemento essenziale dell’identità italiana.. se tutto questo significa essere talebani, allora sono io che non ho capito qualcosa.

Colpiscono in questo senso alcune dichiarazioni del professor Andre Carandini che sul Corsera parla di tentativi di santificare i beni culturali. “I magazzini dei musei – dice – sono pieni di beni impolverati con cartelli rosi dai topi e destinati all’oblio”.

Io non ricordo di aver letto questa intervista di Carandini, ma se lui ha usato questi argomenti la cosa mi addolora perché sono argomenti che sono stati usati proprio da alcuni politici. In particolare quest’ultimo sui magazzini dei musei come luoghi dell’orrore è un tema che stato lanciato da Umberto Broccoli, il nuovo sovrintendente comunale di Roma nominato dal sindaco Alemanno. Io non la penso così.Tutti i musei- non solo quelli italiani – hanno dei magazzini. Questo Broccoli forse non lo sa, ma Carandini certamente. I magazzini sono la riserva aurea dei musei. Nei magazzini ci sono cose che attendono ancora lo studio. Nei magazzini di ogni museo che si che si rispetti si fanno grandi scoperte, che poi “salgono” le scale e entrano nel museo. I magazzini naturalmente non devono essere polverosi e mal tenuti. Se ce n’è qualcuno polveroso e mal tenuto andrebbe tenuto meglio. Ma è molto difficile che ciò sia se si tagliano i fondi dei musei. E’ molto difficile che ciò sia, se non si assume nuovo personale. E’ molto difficile che ciò sia, se non assume nuovo personale; è molto difficile che ciò sia, se si tagliano i fondi dei musei. E’ molto difficile che ciò sia se non ci sono progetti culturali e solo slogan.

da Left-Avvenimenti del 6 marzo 2009

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Effetto Mc Donald’s

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 1, 2009

La tutela dei beni culturali in pasto a manager dei fast food. Le ultime trovate della finanza “creativa” del trio Tremonti, Bondi e Carandini di Simona Maggiorelli


calabria-bronzi-di-riace-1-archeologia-arteCi risiamo. Il lupo Giulio Tremonti perde il pelo (travestendosi da Robin Hood con la naufragata tax anti ricchi) ma non perde il vizio (la svendita del patrimonio d’arte e del paesaggio, spiagge comprese). Ora il ministro dell’Economia, in “società” con Sandro Bondi, procede al taglio di oltre un milione di euro al ministero dei Beni culturali nel triennio 2009-2011.

Quando perfino il collega del centrodestra Sarkozy, Oltralpe, per far fronte a questa congiuntura di crisi prevede di dare 100 milioni di euro all’anno alla cultura, come riporta un’indagine europea comparata messa a punto da Federculture.

Nel frattempo in Italia, da più parti, a cominciare dalle associazioni di chi lavora nelle soprintendenze (per non dire dei moltissimi e autorevoli nomi dell’archeologia e dell’arte di livello internazionale) fioccano accuse al governo Berlusconi e ai suoi ministri di voler delegittimare le competenze professionali e scientifiche nell’ambito della tutela e della valorizzazione. C’è il sospetto che si voglia liquidare la rete delle soprintendenze territoriali per favorire una sbrigativa privatizzazione delpatrimonio nazionale, a furia di slogan emergenziali.

Fin qui, in estrema sintesi, le responsabilità di questo governo di destra, incompetente e versato solo ai propri interessi privati.

Ma quel che fa più male è che un autorevole archeologo come Andrea Carandini, docente di archeologia classica alla Sapienza di Roma, si sia prestato a questo “gioco”. Per molti anni, al fianco di Salvatore Settis in varie campagne di scavo, Carandini è autore di libri anche popolari come Remo e Remolo (Einaudi) nonché presenza gettonatissima delle lezioni di archeologia all’Auditorium di Roma organizzate dall’editore Laterza.

Da parte sua il professor Carandini non si è fatto scrupolo di prenderne il posto svestendosi rapidamente degli abiti di studioso e ribaltando d’amblé molte dichiarazioni pubbliche fatte negli anni in difesa della cultura e dell’arte. Un rapido cambio alla Fregoli, per indossare la casacca adatta alle logiche di marketing dell’azienda Italia di marca berlusconiana che vorrebbe i fragili bronzi di Riace come cimeli da mostrare in Sardegna ai potenti del G8. E indirettamente a sostegno della campagna di valorizzazione del Museo Italia affidata dal governo al manager Mario Resca proveniente dalla catena Mc Donald’s e che già parla dell’opportunità di mutare edifici storici e d’arte in alberghi a cinque stelle. Per farsi un’idea del “Resca pensiero” basta fare un giro sul sito http://www.demaniore.com dove il Nostro lancia la sua campagna per i “nuovi hotel della cultura”.

Nel frattempo voci di corridoio sempre più insistenti parlano di un possibile avvicendamento al ministero dei Beni culturali: Bondi potrebbe lasciare il posto al senatore Quagliarello, quello che in Senato accusava di omicidio chi si era opposto al decreto berlusconiano, “Salva Eluana”. Cosìdetto dai teodem, dagli esponenti di centrodestra e dal Corriere della Sera che l’ha stampato a caratteri cubitali.


da Left-Avvenimenti del 6 marzo 2009

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Arte: critici e storici all’Unione

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 25, 2006

Ormai è fatta. La legislatura è finita. E i danni lasciati sul campo sono palesi. Quello che una volta, sciaguratamente, Gianni De Michelis indicava come il petrolio d’Italia, ovvero i beni culturali, sono stati abbondantemente saccheggiati e svenduti. Grazie a invenzioni di “finanza creativa” come la Patrimonio spa, ai condoni, ma anche grazie al famigerato Codice dei beni culturali varato dal ministro Urbani. Senza dimenticare i danni prodotti dai tagli dei finanziamenti pubblici. Tagli drastici perfino del settanta per cento dei trasferimenti nell’ultima finanziaria di Tremonti che hanno colpito gli anelli più deboli del sistema dell’arte: gli archivi, le soprintendenze territoriali, i centri d’arte contemporanea. Portando molti enti sull’orlo della chiusura, mentre il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione minacciava le dimissioni, guardandosi bene dall’attuarle. Di fronte al sacco, poche le voci limoide che si siano levate contro. Pochissime fra i politici. Molte fra gli intellettuali e storici dell’arte, voci competenti, ma rimaste a lungo inascoltate e che, ora – chiamate a dare consigli al centrosinistra in vista delle elezioni – si levano qualche sassolino dalle scarpe. Le politiche per i beni culturali del centrosinistra, «un disastro», denuncia Lea Vergine, firma di spicco della critica d’arte più engagé. «La “sinistra” – dice – continua a preferire politici e burocrati a studiosi e intellettuali alla guida delle istituzioni pubbliche. Con il risultato che tutto il sistema dell’arte italiano è andato ingessandosi, perdendo di vitalità di slancio». Basta mostre (in testa Monet e la Senna, la Biennale di Venezia e I capolavori del Guggenheim) con più di 100mila visitatori. «In questo proliferare di mostre locali, piccole e di scarsa rilevanza culturale – commenta Achille Bonito Oliva — la tecnica è quella di utilizzare un grosso nome, ad esempio Caravaggio per squadernare poi solo opere molto minori». Ma la colpa non è rutta dei politici, secondo il più eccentrico, ma anche il più prolifico dei critici italiani, da sempre riottoso a chiudersi nella torre d’avorio di studi separati dalla realtà. «Accanto a enti che praticano una politica culturale miope e appiattita sul già esistente – dice – ci sono anche amministrazioni sensibili che investono in progetti produttivi di arte pubblica». Qualche esempio? «Tanti, Gibellina, Napoli, città con molti problemi, ma che svolgono un’importante ruolo di committenza pubblica chiamando critici e artisti a intervenire in zone degradate, in quartieri anonimi». Come quello di Napoli dove è sorto “Il museo necessario”, un grande museo nella metropolitana che con un centinaio di opere di artisti emergenti da una nuova identità a un “non luogo” di passaggio. Ma di esempi di strutture per l’arte contemporanea nate con molto coraggio e che potrebbero funzionare da esempio, rilancia, Achille Bonito Oliva ce ne sono sempre di più in Italia. «Dal Castello di Rivoli, al Mart di Rovereto, al Macro di Roma – dice -, senza dimenticare una rete di gallerie e di Kunsthalle giovani che vanno dalla GameC di Bergamo a Quarter di Firenze, al Man di Nuoro e che, in assenza di politiche statali a supporto delle nuove generazioni svolgono un lavoro culturale importantissimo nel lanciare e sostenere i giovani artisti». «La politica dovrebbe tornare a riflettere sul valore civile e sociale che ha l’arte e la ricerca in genere – rilancia Sergio Risaliti, direttore del Quarter di Firenze -, Settori strategici per la formazione, per lo sviluppo del paese. Anche per costruire una nuova e più aperta cittadinanza. Perché i progetti d’arte oggi sono sempre più internazionali e studiare l’arte da una grande lezione di tolleranza, aiutando ad abbattere barriere culturali e pregiudizi. Per questo – conclude il curatore del più importante centro d’arte contemporanea fiorentino – la missione di chi lavora in questo settore è sempre eminentemente pubblica. E una seria politica di centrosinistra non può e non deve dimenticarlo.

da Europa 25 marzo 2006

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All’incanto

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 19, 2004

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

Il presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e l'archeologo Salvatore Settis

A maggio entra in vigore il nuovo codice dei beni culturali voluto da Urbani. Iniziano i saldi di fine Paese. Il nostro patrimonio ceduto al migliore, ma mica tanto, offerente Salvatore Settis: “In 120 giorni le soprintendenze dovranno rispondere se un bene potrà essere venduto. Se tacciono è come se dicessero sì. Ma senza personale e con pochi fondi è difficile che riescano a fare il loro lavoro” di Simona Maggiorelli

Il primo maggio entrerà in vigore il nuovo codice dei Beni culturali voluto dal ministro Urbani e tra pochi giorni inizieranno ad apparire sui giornali gli avvisi di vendita e di aste per la cessione di beni del patrimonio pubblico. In una previsione del Demanio, ancora approssimativa, si parla di oltre 15mila immobili. Le soprintendenze territoriali, già acciaccate da tagli e accorpamenti e, sotto organico, saranno intasate dal lavoro. Su di loro pende la spada di Damocle del silenzio-assenso. Ogni mancata risposta al Demanio verrà letta, così dice la legge, come un via libera alla vendita. Le associazioni ambientaliste, esperti e storici dell’arte denunciano, da più parti, il rischio di dismissioni selvagge. Qualche assaggio si è già avuto lo scorso dicembre con la cessione della Manifattura tabacchi di Firenze. L’ha decisa il ministro Tremonti per decreto, senza consultare il ministero dei Beni culturali. “Alla vigilia della sua entrata in vigore il nuovo codice destava parecchia preoccupazione – spiega Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, uno dei cinque consulenti di Urbani per la tutela dei beni culturali e autore del polemico volume, Italia Spa – Assalto al patrimonio culturale -. Abbiamo temuto che per beni non si intendesse più ” tutto ciò che ha un interesse culturale”, ma soltanto ciò che ha “un interesse culturale particolarmente importante”. Così si sarebbe potuto considerare importante il Colosseo e magari non una tomba sulla via Appia. Per fortuna il testo è stato corretto in più punti. Ma restano, ancora, diverse ombre”.

Per esempio?
Il confine incerto fra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni. Si è adottata una via molto fumosa: allo Stato spetta la tutela e alle Regioni la valorizzazione. Una distinzione senza capo né coda. Che non ha luogo in nessun paese al mondo. Ma bisogna anche dire che molto si deve alla modifica del Titolo V della Costituzione, di cui la responsabilità politica va al precedente governo. Il presidente della Consulta ha ammesso, di recente, che la metà del lavoro della Corte riguarda l’interpretazione di questo titolo, il che vuol dire che la riforma è stata fatta veramente con i piedi.

Perché si è scagliato contro la norma sul silenzio-assenso? Eppure Urbani dice che con questo meccanismo aumenteranno le tutele.
“Ma no. Questo è un meccanismo molto negativo inserito il gennaio scorso su indicazione del ministro dell’economia Tremonti. Un modo per favorire le vendite. Alle soprintendenze spetterà dire se un bene che il Demanio vuole vendere abbia un valore culturale oppure no. Ma se la soprintendenza non risponderà entro 120 giorni, il silenzio verrà interpretato come un assenso alla vendita”.

Il nuovo codice ridisegna le soprintendenze. Che ruolo avranno?

“Il codice, di fatto, non stabilisce nulla in materia. Ma dà alle soprintendenze tantissimi compiti. Per rispondere entro i tempi stabiliti alle richieste di valutazione ci vorrebbe un adeguato personale. Invece le soprintendenze, da 20 anni a questa parte, stanno perdendo dipendenti. Nei cinque anni del centrosinistra sono state assunte circa 300 persone, a fronte di 3000 dipendenti che, nel frattempo, sono andati in pensione. Di questo passo la situazione diventerà ingestibile. Il ministro Urbani sta approntando un decreto che riordina tutta la materia delle soprintendenze. Ma ci sono aspetti che io trovo molto criticabili. Si continua a moltiplicare il numero delle posizioni di vertice, mentre diminuisce quello delle soprintendenze territoriali. Le posizioni di vertice erano quattro nel 1998. Con il ministroGiovanna Melandri, sono diventate nove. E adesso sono 15. La tutela si fa nelle soprintendenze territoriali, si fa sul luogo stesso, non a Roma nei corridoi dei ministeri. Le posizioni di vertice hanno stipendi elevati, così si depauperano le finanze del ministero, mentre sul territorio ci saranno sempre meno persone”.

Un quadro abbastanza fosco quello delle soprintendenze locali, stipendi bassi, pochi addetti, ridotti quasi a far volontariato…
“È così. Gli stipendi di chi lavora in soprintendenza non sono per nulla competitivi. E spesso si tratta di persone molto preparate. Se lavorassero in un museo americano, con le stesse mansioni, sarebbero pagati almeno 7 o 8 volte di più.”

Il sistema americano in Italia viene spesso citato astrattamente. Lei che è stato responsabile del Getty di Los Angeles che ne pensa? È davvero un modello da inseguire?
“Conosco il sistema americano, gli ho dedicato sei anni della mia vita. Per certe cose mi piace, per altre no. Apprezzo, ad esempio, il rapporto che gli americani hanno con la loro Costituzione: prima di metterci le mani ci pensano su parecchio. Da noi, invece, la Carta è diventata come una sorta di leggina che si può cambiare a piacimento. Per quanto riguarda i musei in senso stretto, non credo siano un modello esportabile in Italia. Le condizioni sono completamente diverse. Il Metropolitan Museum o il Getty non hanno nulla a che fare con il territorio circostante. Si va al Metropolitan per vedere un Tiziano, ma quando si esce per le strade di New York non c’è niente che gli corrisponda. Non è così a Venezia”.

Dunque?
“Il rapporto museo territorio da noi è un nesso stringente. Non è stata una scelta felice quella del ministro Melandri di creare i cosiddetti poli museali svincolati dal territorio. Non è mai stato così nella nostra storia. E poi i musei americani sono quasi tutti privati. E in Italia, per ingenuità, ma credo anche per disinformazione, quando si parla di gestione privata si pensa subito che il museo funzioni come una azienda e faccia profitti. Non è così”.

Il Getty o il Moma come si reggono?
“Il Getty spende ogni anno 200-250 milioni di dollari e ne incassa circa 1000. Certamente non è la biglietteria che lo fa andare avanti. Mister IL Getty ha circa 7 miliardi di dollari investiti in borsa. Con gli utili che producono viene tenuto in vita il museo. Quando sento dire facciamo degli Uffizi una specie di Getty mi viene da ridere, perché gli Uffizi sono grandi almeno 30 o 40 volte il Getty Museum e non hanno fondi investiti o investibili”.

I giornali economici dicono che nel 2003, su cinque milioni di imprese italiane, solo 571 hanno usufruito della norma delle erogazioni per i beni culturali. Tutti ignoranti o non ci sono gli strumenti adeguati?
“Ecco, come si fa a pensare di poter trasformare gli Uffizi o altri musei italiani in musei privati o retti da privati? E poi bisogna studiare la storia. In Europa, e in particolare in Italia, i musei nascono dallo Stato, prima dai sovrani poi dalla Repubblica, ed è lo Stato che ne assicura la vita perché sono dei servizi. L’America è troppo giovane per avere questo tipo di passato, fino al 1900 non c’era nessun museo importante. Da quella data in poi grandi mecenati hanno cercato di creare una grande rete dei musei, sostituendosi allo Stato. Insomma il modello americano da noi è un’assoluta impossibilità istituzionale ed economica e stupisce vederlo citato anche da persone che dovrebbero essere informate”.

Se dovesse pensare a come rilanciare i musei italiani da dove partirebbe?
“Innanzitutto dalla ricomposizione di quel nesso museo-territorio di cui dicevamo. Parlando degli Uffizi, è assurdo che facciano capo al polo museale fiorentino, mentre Palazzo Vecchio e le chiese cento metri più in là rispondano ad altri. Bisognerebbe creare più semplicemente una soprintendenza “città di Firenze”, una “città di Roma” e così via. E fare in modo che godano di larga autonomia. Bisognerebbe in primo luogo incrementare il finanziamento pubblico e al tempo stesso incoraggiare le donazioni private mediante un sistema di defiscalizzazione totale. Tentando un circolo virtuoso fra i due. Puntando non solo sul grosso personaggio che regala dieci quadri, ma anche sul singolo cittadino che dà cento o mille euro”.

Incoraggiare le donazioni ma non le speculazioni private?

“Quando si pensa a delle imprese private che entrano in un museo per guadagnarci, bisogna anche considerare che chi ci guadagna non incrementa i finanziamenti del museo”.

E con le attuali situazioni d’impasse? Per restare in tema il corridoio vasariano a Firenze, con tutto ciò che contiene, è chiuso al pubblico e probabilmente lo resterà ancora a lungo, nonostante i buoni propositi.
“Ovviamente bisogna cercare un maggiore dinamismo. Il corridoio vasariano che è una delle cose più belle, non solo di Firenze, ma al mondo, dovrebbe essere riaperto. So che c’è un progetto. Per realizzarlo occorre più personale e trovare una gestione che non tratti i musei in maniera polverosa.

In questo quadro qual è il ruolo delle fondazioni? La trasformazione del Museo Egizio in fondazione ha suscitato parecchie polemiche.
“Le fondazioni, io credo, vadano viste una per una. La situazione del museo egizio così come si presenta oggi, non mi piace. Quello è un caso in cui ci sono ben due fondazioni bancarie. L’esordio credo sia stato di 70 milioni di euro fra tutte e due. Il tipo di marchingegno che è stato creato fa sì che la fondazione inghiotta il museo. È inaccettabile che ci sia un consiglio di amministrazione composto da 9 persone di cui uno solo rappresenta la struttura delle soprintendenza. Lo Stato, che dà due o tre miliardi di euro con tutti gli oggetti del museo, dovrebbe avere la maggior parte del consiglio di amministrazione. Invece si mette in minoranza. Ora uno Stato che si mortifica, si genuflette per 70 milioni di euro, a me non piace. Io credo in uno Stato forte che negozia con i privati. Sono anche per un ruolo molto propositivo dei privati, ma non così”.

Allora cosa pensa del condono e della sua proroga?
“Lo considero una sciagura nazionale. È uno degli atti contraddittori che questo governo ha fatto, oltretutto dopo un mese o due che il ministro Urbani ha varato una legge sulla qualità architettonica. Non si può proteggere la qualità architettonica e insieme condonare qualsiasi orrore. Sono due concezioni completamente opposte. Il condono, fra l’altro, pare abbia prodotto un gettito inferiore a un quarto di quanto si attendeva. Non ho verificato questa cifra, ma al di là del possibile incasso penso sia un modo assai sbagliato di affrontare i problemi. Ne esce un discorsetto di questo genere: esistono delle regole, ma non importano più nulla se serve a fare cassa. Quando Craxi, nell’84, varò il primo condono, si disse che era una tantum. Da allora si è concesso altre due volte. Ormai tutti hanno la quasi certezza che ogni 5 o 6 anni ci sarà un condono e questo incoraggia gli abusivi.

(*) SALVATORE SETTIS: professore ordinario di storia dell’arte e archeologia classica, è direttore della Scuola Normale di Pisa. Dal 1994, per sei anni, è stato direttore del Getty Center Research Institute a Los Angeles e, l’anno scorso, è stato fra i cinque saggi a cui il ministro Urbani ha chiesto una consulenza sui temi della tutela. Fra i suoi tanti scritti, i saggi su Giorgione, sulla colonna Traina e sull’evoluzione del canone della pittura, fra sfumato e disegno, fra ‘400 e ‘500. Nel 2002 ha pubblicato il pamphlet Italia Spa, assalto ai beni culturali e, sempre per Einaudi, è appena uscito il suo Futuro del classico.

Avvenimenti

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