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L’essenziale di Caravaggio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 16, 2010

Attraverso una selezione di venticinque capolavori, tutto il percorso del genio lombardo. In un’attesa mostra alle Scuderie del Quirinale che si apre il 20 febbraio

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, Amor vicit omnia (1602)

Non è mai accaduto prima dell’Impressionismo che lo spettatore stabilisse un rapporto così personale con un artista come accade con Caravaggio. Un rapporto che tocca corde intime e profonde. «Nel tempo sembra che l’incontro con la pittura del Merisi – spiega lo storico dell’arte Claudio Strinati – abbia assunto una rilevanza non solo estetica ma anche psicologica per l’osservatore che mette a nudo la propria anima assecondando un implicito suggerimento del pittore».
E non è accaduto quasi per nessun altro artista moderno che la sua opera sia stata considerata così unanimemente un banco di prova per la sensibilità contemporanea. Per cui non ci si limita mai a un giudizio positivo o negativo su un dipinto ma si va molto oltre. «C’è chi ha eletto Michelangelo Merisi a proprio punto di riferimento – racconta Strinati, ideatore della mostra Caravaggio che si apre il 20 febbraio alle Scuderie del Quirinale, a Roma -,c’è chi ne scopre particolari sollecitazioni verso il proprio essere, chi si interroga sulla persona dell’artista al di là delle solite curiosità per la biografia di chi ha avuto fama e successo nella vita». Ma non solo. «Al giudizio sul Caravaggio si lega, per lo più, una particolare assunzione di responsabilità in ciò che si dice, quasi l’opera del maestro obbligasse l’osservatore a una serietà di esame insolita e necessaria». Al punto che aderire o meno al Caravaggio, suggerisce Strinati «non è solo una dimostrazione di gusto e competenza ma una presa di possesso di una dimensione della psiche che appartiene a ciascuno».

A creare una risonanza speciale in chi guarda è in primis il crudo e potente realismo di capolavori assoluti come La morte della Vergine (1604), che spazza via ogni aneddotica seicentesca da bambocciante quanto secoli di agiografia della pittura sacra. Caravaggio ha il coraggio di sfidare l’autorità, di uscire dai canoni imposti della tradizione e dall’iconografia ecclesiastica inventando immagini nuove (basta pensare alla sua Giuditta che taglia la testa a Oloferne, in precedenza sempre raffigurata post factum). Ma soprattutto con un originalissimo uso di luce e ombra sembra rappresentare un proprio vissuto interiore più che una profondità prospettica e una spazialità fisica. Con questi e pochi altri geniali elementi realizza un linguaggio pittorico che sa parlare non solo alla “testa” dello spettatore.

caravaggio, giudittadecapita oloferne, 1596

«La rivoluzione di Caravaggio – aggiunge Strinati – sta forse anche nel fatto che la sua vita e la sua opera sono strettamente e quasi necessariamente connesse. E il maestro parla di sé dall’inizio alla fine e interroga lo spettatore come mai prima aveva fatto».  Il riferimento qui non è al solito logoro cliché dell’artista maudit dalla vita segnata da genio e dissipazione, da rissosità e vicende violente. La letteratura critica del Novecento ha contribuito efficacemente a ricollocare vicende come l’uccisione di Ranuccio Tomassoni (che nel 1606 costrinse Caravaggio a fuggire da Roma) nella giusta luce di un Seicento politicamente e socialmente turbolento, segnato dallo strapotere della Chiesa e in cui fatti di sangue segnarono la vita di molti uomini dell’epoca.
Senza nulla togliere alla drammaticità di quel duello finito male, l’indicazione che veniva già da studiosi come i Wittkower è a leggere le numerose vicende giudiziarie del Caravaggio (e di cui restano molti documenti) anche nel contesto in cui accaddero.

Sgombrare il campo dalle deformazioni di stampo ottocentesco e romantico permette di fatto anche di riportare in primo piano, e nella sua giusta chiave, un tratto originalissimo della parabola caravaggesca: ovvero il fatto che Caravaggio è il primo artista moderno a fare della propria vicenda biografica una metafora universale. Sulla strada aperta da Leonardo con lo sfumato e negli scritti e, dice Strinati, di quello che Michelangelo ci ha detto di sé in poesia.
«Caravaggio pone l’accento sull’autobiografia come prima di lui aveva fatto compitamente solo Dante in letteratura – approfondisce Strinati – e come fece, in tutt’altro modo ma con altrettanta evidenza, Shakespeare, suo contemporaneo. E per restare in ambito letterario nostrano, Gian Battista Marino, poeta di grande spicco all’epoca in cui il  Michelangelo Merisi gli fece un ritratto, un’opera documentata ma sfortunatamente poi andata perduta».
Ma se nei barocchismi del poeta Marino, nelle sue costruzioni artefatte e sotto i suoi formalismi fatichiamo oggi a trovare i segni di un’ispirazione autentica, assai seducente suona invece il suggerimento di Strinati di una vicinanza ideale fra Shakespeare e Caravaggio.
A cominciare dal fatto che entrambi cambiarono radicalmente il modo di fare e percepire la propria disciplina artistica. La scrittura del grande Bardo, suggerisce Strinati nel volume Caravaggio edito da Skira, procede per «immagini, metafore, slanci impetuosi, visioni folgoranti, vere e proprie peregrinazioni nei recessi della mente». Altrettanto fa Caravaggio in pittura. Ed entrambi aprono a un’idea di arte come sguardo profondo sull’umano.

Incoronazione di spine, Caravaggio

Una suggestiva chiave di lettura che nutre e innerva fattivamente la scelta delle opere esposte in questa attesa mostra romana per i quattrocento anni dalla morte del pittore lombardo. Un’antologica (curata da Francesco Buranelli e Rossella Vodret su progetto di Strinati stesso) che trascurando tutte le opere di ancora incerta attribuzione punta su venticinque capolavori, dai giovanili Musici del 1594 all’Amorino dormiente del 1608, passando per opere magistrali come la Deposizione dei Musei vaticani, la Conversione di Saulo (che appartiene a una collezione privata) e la toccante Incoronazione di spine del Kunsthistorisches museum di Vienna.

«Le opere esposte non sono moltissime – mette le mani avanti Strinati – ma sono sufficienti per potersi creare un’idea precisa del Caravaggio. Il suo stile fu improntato in definitiva a una grande sobrietà fondata sulla scelta di pochi essenziali elementi. E la mostra – sottolinea lo studioso di Caravaggio- è stata modellata proprio su questo principio per quel che riguarda l’individuazione delle opere. Si è voluto far comprendere quell’idea dell’andare al sodo che fu tipica del Caravaggio nel concreto del suo operare, idea nella quale- conclude Strinati – si potrebbe intravedere il fondamento della sua immensa grandezza, per cui il maestro appare da un lato immediatamente comprensibile e coinvolgente affascinando chiunque sia disposto a vedere le sue opere senza alcuna mediazione di tipo critico o filologico ma parla con altrettanta forza e pregnanza ai sapienti che non cessano, con stupore e ammirazione, di cercare i più complessi e riposti significati nei suoi dipinti».


Il libro.
Caravaggio, una controstoria
A quattrocento anni dalla morte, il mito si è mangiato l’artista, la sua pittura – scrive Andrea Dusio in Caravaggio White album (Cooper) – aspetta ancora di essere riconsegnata a un nastro in bassa fedeltà che ne comprima e comprenda il contenuto di verità bruciante, lasciando fuori tutto il resto». Così, con piglio da romanziere ma assai documentato, Dusio si mette sulle strade di Michelangelo Merisi per ristabilire più di qualche importante verità storica, a cominciare dalla nascita (avvenuta a Milano e non a Caravaggio nel bergamasco) e dai primi anni della sua formazione, che non avvenne genericamente nell’area lombarda (come si è sempre detto) ma nel capoluogo. Con tutto quel che ne consegue dal punto di vista di frequentazioni artistiche meno provinciali. Ma va a merito dell’autore anche il fatto che quando non ha chiavi di lettura nuove da offrire al lettore (come ad esempio sulla morte di Caravaggio)
non esita a dichiararlo, limitandosi poi a una corretta e sempre utile collazione delle fonti storiche.                                   s.m.

La mostra alle scuderie del Quirinale

Dal 20 febbraio al 13 giugno, le Scuderie del Quirinale di Roma ospitano un’importante antologica dedicata a Caravaggio (1571-1610). Organizzato dall’azienda speciale Palaexpo e  Mondomostre, e accompagnato da un catalogo Skira, l’evento apre un anno ricco di appuntamenti con l’opera del Merisi. «Per il quarto centenario dalla morte del pittore – spiega Antonio Paolucci presentando la mostra di Roma – molti musei nel mondo reclamano un proprio evento, per questo il lavoro per ottenere i prestiti è stato lunghissimo e certosino. Alcune opere di Caravaggio provenienti da Firenze, poi, saranno oggetto di una mostra speciale agli Uffizi. Per questo Il sacrificio di Isacco, il Bacco e L’amorino dormiente dovranno lasciare le scuderie il 17 maggio, in anticipo rispetto alla chiusura della mostra romana»

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Nuove luci su Caravaggio. Per le celebrazioni del 2010

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 16, 2010

di Simona Maggiorelli

Caravaggio

Caravaggio

Fece clamore, tre anni fa, la scoperta di Sir Denis Mahon che, sotto le incrostazioni di una polverosa Chiamata dei Santi Pietro e Andrea attribuita a un seguace di Caravaggio e conservata nei magazzini della Royal Gallery di Hampton, riconobbe la mano geniale del Merisi.

E ancor più la querelle sul Narciso della Galleria Barberini lanciata da Vittorio Sgarbi dal salotto tv di “Porta a porta”: espungere la tela dal catalogo delle opere di Caravaggio era il diktat dell’attuale sindaco di Salemi. Alla quale rispose un’alzata di scudi da parte degli studiosi, da Strinati allo stesso Mahon. Ma se quella volta il Nostro aveva l’appoggio di un’autorevole allieva di Longhi, come Mina Gregori, fu invece unanimemente negativo il giudizio che nel 2006 fioccò sulla mostra firmata da Sgarbi Caravaggio e l’Europa a Palazzo Reale di Milano: brutta controfigura di quella che Longhi aveva realizzato nel 1951 nella stessa sede. Una mostra, quella di Sgarbi, talmente confusa nell’affastellare opere di pittori “caravaggeschi” e opere definitivamente attribuite a minori (e uscite definitivamente dal catalogo di Caravaggio) da avere un pregio: fermare la ridda delle esposizioni di Caravaggio ad alto tasso di spettacolarizzazione, ma affrettate e di scarso contenuto critico.

Una pausa di riflessione quanto mai utile, alla fine, ha connotato gli ultimi tre anni. Un silenzio laborioso ha accompagnato il percorso di avvicinamento alle celebrazioni del 2010 per il quarto centenario dalla morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio (15711610).In questi anni e nei mesi recenti si è pensato soprattutto a studiare e a presentare il risultato di nuove ricerche in convegni e lezioni. E mentre alla Galleria Borghese ( dove è allestita la mostra Caravaggio-Bacon)e alla Galleria Corsini l’associazione Lo studiolo annuncia per novembre un ciclo d’incontri sul “nero come spazio dell’interiorità e massima ombra in Caravaggio”, alla Pinacoteca dell’Ambrosiana a Milano (dove è conservato il celebre Canestro dell’Ambrosiana) si è appena concluso un convegno dedicato alla formazione di Caravaggio, periodo ancora in larga parte oscuro della vita e dell’arte del Merisi. Così, mentre il catalogo delle opere autografe (senza quei grandi colpi di scena che piacciono ai mercanti d’arte) ha conosciuto assestamenti in base a nuovi fatti documentari, importanti, lavori di restauro hanno permesso di acquisire nuove o più approfondite conoscenze. E’ questo il caso del San Francesco in meditazione attribuito a Caravaggio da Cantalamessa agli inizi del Novecento e del quale è ben nota una copia. Nella versione conservata nella chiesa di Carpineto, con le indagini radiografiche, è stata scoperta la figura retrostante di un San Francesco di piccole dimensioni, che si suppone autografo, e che Caravaggio usò certamente come immagine guida nel dipingere il panneggio nella stesura definitiva del quadro. La scoperta e lo studio di questi ripensamenti dell’artista, insieme a particolari venuti alla luce durante il restauro (le orecchie rosse per il freddo, dettaglio che il copista non capì e non trascrisse), fanno pensare che l’autografo sia il quadro di Carpineto e non quello dei Cappuccini, come fin qui si era pensato.

Importanti risultati si aspettano anche dal restauro della Adorazione dei pastori, umanissimo racconto ed epifania di luce che appartiene all’ultima, tormentata, fase della parabola caravaggesca, a quei concitati anni di fuga a cui fu costretto dopo aver ammazzato Ranuccio Tomassoni. Fino al 31 gennaio i lavori dei restauratori si possono seguire in un “cantiere aperto” allestito alla Camera dei deputati. Poi la tela andrà alle Scuderie del Quirinale dove, il 18 febbraio, sarà inaugurata una grande e attesa retrospettiva di Caravaggio per il quarto centenario.
“In anni recenti l’abbondante messe di ricerche, studi e interventi sulle vicende biografiche e artistiche del Merisi – annota il curatore  Claudio Strinati- ha confermato il generale, costante e crescente interesse intorno alla tormentata leadership del pittore.Da qui la scelta di strutturare la mostra secondo un criterio espositivo filologicamente rigoroso, che dia luogo a un percorso sintetico, non antologico, pur tuttavia fondato sulla presentazione di opere “capitali”.Opere come il Bacco dagli Uffizi, Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese, I musici dal Metropolitan, costituiranno, nella loro presentazione contestuale, una sorta di omaggio all’unicità di Caravaggio”.

dal quotidiano Terra del 3 novembre 2009

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Le rivoluzioni di Caravaggio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Il Merisi artista geniale, ribelle ma non maudit. Per le celebrazioni dei quattrocento anni dalla morte, nel 2010 escono importanti nuovi studi che mettono a punto il catalogo delle opere ( oberato di recenti nuove acquisizioni scientificamente poco fondate) ma anche importanti ricostruzioni, fra biografia, arte e storia, come quella firmata da Francesca Cappelletti per Electa

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, Davide con la testa di Golia

L’ultimo decennio di studi caravaggeschi, come abbiamo ricordato anche in un’altra occasione, è stato contrassegnato da un can can di nuove attribuzioni che non di rado poi si sono rivelate affrettate e scarsamente fondate dal punto di vista scientifico. Tanto da far sospettare ingerenze dei mercanti d’arte.

Ma quello che sta per finire è stato anche il decennio delle biografie romanzate, dei film e delle fiction tagliate sulla mitologia maudit di un Caravaggio, genio scellerato e violento. Dal best seller L’enigma di Caravaggio di Peter Robb all’ultimo film di Derek Stonebarger,  Io sono Caravaggio, una cascata di stereotipi.

Alla quale l’occasione dei quattrocento anni dalla morte di Caravaggio che nel 2010 porterà esposizioni e convegni speriamo possa metter freno. Lo diciamo pensando alla mostra ideata  da Claudio Strinati per le Scuderie del Quirinale e che da febbraio presenterà una serie di capolavori capaci di raccontare per “exempla” il rinnovamento stilistico e la continua ricerca di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610) nella sua breve e folgorante attività di pittore. Ma anche pensando ai tre volumi editi dal Comitato nazionale per il quarto centenario della morte di Caravaggio guidato da Maurizio Calvesi. Tre tomi che, ripercorrendo criticamente il catalogo dell’artista, dovrebbero dirimere la questione delle opere di dubbia attribuzione.

Già in questo fine anno, comunque, a far chiarezza contribuisce anche bella e documentata monografia di Francesca Cappelletti, Caravaggio un ritratto somigliante, appena uscita per Electa. Un volume in cui la studiosa, sulla strada aperta negli anni Sessanta da Wittkower con libri come Nati sotto Saturno (Einaudi) e prima ancora da Roger  Fry, fa piazza pulita del ciarpame biografico che, incurante del contesto storico  seicentesco in cui Caravaggio visse, ne fa un artista “maledetto” alla maniera ottocentesca. Fry, in particolare, già agli inizi del Novecento parlava di Caravaggio come del «primo artista moderno, il primo a procedere non per evoluzioni ma per rivoluzioni» riconoscendogli di essere stato il primo realista, capace di portare in primo piano la verità umana perfino nel dramma sacro.

Con questa premessa Cappelletti legge in parallelo la vita e l’arte del Merisi, riportandone in luce la vasta cultura figurativa e la libertà con cui sottopose la tradizione a un costante vaglio critico, dissacrando di continuo i modelli consolidati alla ricerca di maggiore e più profonda espressività. Fin dagli anni in cui era a bottega da Peterzano con ogni probabilità Caravaggio ebbe modo di conoscere il “realismo” di Savoldo, la religiosità popolare ed eretica di Lotto, ma anche il segno nervoso e inquieto delle stampe di Dürer  e molto altro ancora.

Ogni volta Caravaggio ne ha tratto spunti per una elaborazione radicalmente originale. Basta pensare alla distanza che c’è fra il descrittivismo minuzioso di una lussureggiante natura morta di scuola nordica e quel chicco guasto, quel piccolo tarlo che si segnala sinistramente nel canestro dell’ambrosiana; un cesto stranamente in bilico, che getta un’ombra del tutto irreale sul tavolo. Ma si potrebbe pensare anche alla dirompente rilettura della religiosità umile e quotidiana dei pittori lombardi in opere come La morte della Madonna, che  per il suo crudo realismo fece gridare allo scandalo i carmelitani scalzi che l’avevano commissionata.

Se Lorenzo Lotto per la prima volta nel 1527  aveva rappresentato una Madonna umanamente spaventata dalla comparsa dell’arcangelo, quella di Caravaggio del 1605 è una povera annegata, intorno alla quale si accalca il compianto di una folla di diseredati.

Ogni opera di Caravaggio contiene un’invenzione, ci ricorda Cappelletti in questo suo appassionato lavoro. Invenzione che può riguardare l’iconografia come succede nel David con la testa di Golia (1607 ) che campeggia sulla copertina del libro Electa e in cui l’artista abbandona la tradizionale visione frontale per una inaspettata prospettiva obliqua che lascia in primo piano il volto provato del David.

Ma gli esempi potrebbero essere ancora tanti. Specie riguardo all’uso geniale della luce, del chiaroscuro, dell’ombra e del buio. Dalla luce radente che bagna paganamente La fuga in Egitto negli ultimi anni arriverà alla quasi stenografica visione  della Resurrezione di Lazzaro che emerge da un nero di pece, denso e oppressivo. Ed ogni volta è una vera rivoluzione.

dal settimnale Left-Avvenimenti del 18 dicembre 2009

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Tutti i colori del nero

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010


Né neri né monocromi come appaiono a prima vista. Venturi rilegge la storia dei Black paintings

di Simona Maggiorelli

Reinhardt

Ad Reinhardt

Grandi maestri del passato come Antonello da Messina, Leonardo, e più ancora Caravaggio, ci hanno insegnato che l’ombra, il buio, ma anche il nero più pesto, in pittura possono offrire sfumature infinite, cariche di senso e di espressione. Che il nero non sia affatto “un non colore” lo ha dimostrato anche un geniale sperimentatore come Van Gogh, che negli ultimi anni, in pennellate  sempre più dense e materiche, usò il nero per marcare drammaticamente una visione che si faceva via via più vertiginosa e instabile, precipitando verso la crisi più grave che l’avrebbe portato al suicidio. Ma anche Matisse, con tutt’altro  registro e fine, mise in primo piano il nero dipingendo una finestra aperta sul buio più scuro in un’opera singolare come  Portafinestra Collioure (1914) ora conservata al Centre Pompidou. Un quadro che rimase curiosamente inedito fin dopo la morte del pittore. E che mostra sapientemente quanto il nero possa essere vivo, animato di morbidi riflessi, accendendo così l’attenzione dello spettatore verso ciò che è latente, apparentemente invisibile. E l’excursus sui molti e più creativi usi del nero in arte potrebbe continuare ancora a lungo, toccando la vitalità e la potenza del nero picassiano oppure, al contrario, l’uso sfumato e tormentato che ne fece Rothko in Nero su marrone, l’opera in più pannelli oggi alla Tate Galery di Londra. Ma un critico come Riccardo Venturi con il suo nuovo libro intitolato Black paintings eclissi del modernismo (Electa) oggi ci invita a uscire dalle piste più battute per andare a scovare barlumi di ricerca e un uso originale del nero, là dove  non ci aspetteremmo, ovvero nell’arte americana degli anni Sessanta e Settanta.  E in particolare nelle “pitture nere “ che realizzarono Frank Stella e Ad Reinhardt  «In realtà i black paintings di Reinhardt – nota  Venturi – non sono né neri né monocromi. Osservandoli qualche minuto ci si accorge che  il suo nero è colorato come un’ombra impressionista». Un effetto di profondità che Reinhardt riuscì a realizzare attraverso la sovrapposizione di numerosi strati di colore: dal blu al rosso al verde, al marrone, all’ocra, al porpora.

Contrariamente alla lunga tradizione ottocentesca, da Goya a Redon, che aveva usato il nero per  trasmettere un senso tenebroso di distruzione e  di violenza,  anche psicologica, secondo Venturi la ricerca di Reinhardt e Stella «rigetta ogni facile lettura simbolica» cercando nel nero un movimento, e strade nuove per  dare fiato a «un’arte vivente che non finiva di venire al mondo». Ipotesi suggestiva, ma se vogliamo regalare qualcosa a Reinhardt, bisogna allora anche dire che il suo fu l’ultimo tentativo di ricerca. Ben presto la minimal art e l’arte concettuale, a partire dal nero oggettivante di Forma zero di Malevich, avrebbero calato una calotta nera, funerea e opprimente su tutta l’arte americana

da left-avvenimenti 8 maggio 2009

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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Cerchi Vaticano esce pedofilo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 12, 2010

In questo pomeriggio affocato di luglio se cerchi Vaticano esce il sito pedofilo.com che rimanda direttamente al Vaticano. Il sito ufficiale della Santa sede appare solo come seconda occorrenza. Ecco un bel colpo compiuto da sconosciuti pirati del web dalla vena evidentemente laica e democratica. E che sia un bel colpo di hackeraggio lo dimostra il fatto che pedofilo.com è irraggiungibile, ovvero non esistente come sito nel mare magnum del web

Dentro Google, riporta Repubblica on line del 17 luglio, “hanno comunque ritenuto opportuno esaminare tempestivamente la questione: Stiamo valutando le cause, non si è trattato necessariamente di un hackeraggio”, dichiara l’azienda”. Sta di fatto  che la faccenda non riguarda soltanto la versione italiana del motore di ricerca, ma Pedofilo.com, dominio intestato a un messicano che gestisce la società informatica Guionbajo nel Nuevo Leon, risulta al momento completamente inaccessibile.
“Il trucco utilizzato per far salire il sito pirata al primo posto- spiega ancora La Repubblica online – potrebbe essere quello del Googlebombing, uno stratagemma che sfrutta l’algoritmo di Google in base al quale viene attribuita importanza a una pagina in rapporto a quanti link verso di essa si trovano all’interno di altri siti web. L’azienda aveva dichiarato di aver eliminato la possibilità di attacchi di questo tipo, ma forse ci si trova di fronte a una tecnica nuova per ottenere lo stesso risultato”. (17 luglio 2010)

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Pallottole di carta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Per mantenere il suo potere il Vaticano,non riuscendo più a far presa sulla gente, deve far conto su truffe e intrighi. Nuovi libri inchiesta ne ricostruiscono le trame

di Simona Maggiorelli

Difficile tener dietro a così tante uscite. Nuovi libri che approfondiscono pagine nere di storia criminale della cristianesimo escono a ritmo settimanale. Anche nella (politicamente) genuflessa Italia. Grandi e piccole case editrici continuano a investire su questo filone. Segno che il numero dei lettori di libri che denunciano le nefandezze di Santa romana chiesa è sempre più ampio e interessato. Così continuando nel nostro meticoloso lavoro di segnalazione di “buoni enzimi” per la mente, eccoci qui a presentare nuovi saggi, recenti e recentissimi. A cominciare, in ordine di tempo, da Tutto quello che il Vaticano non vuole farvi sapere di H. Paul Jeffers, appena uscito per Castelvecchi. Non inganni il titolo sensazionalistico. L’autore che è giornalista d’inchiesta per Hystory channel e Fox news, non imbocca la strada delle cospirazioni e delle fantasticherie alla Dan Brown. Ma a partire da ricerche negli Archivi vaticani mette in luce una realtà che, di fatto, spesso supera la fantasia. Ricostruendo lungo i secoli tutta una serie di grotteschi tentativi vaticani di imporre la fede nei miracoli e nelle apparizioni di santi, approfittando dell’ignoranza della gente e usando la paura come arma. Ma Jeffers racconta anche come il Vaticano abbia cercato di far passare l’idea dell’infallibilità pontificia e la qualità divina delle verità propinate. Dogmi della cui evidenza granitica deve aver dubitato più di uno nelle alte sfere ecclesiastiche se nel seminterrato di quello che una volta era il Sant’Uffizio Jeffers ha scovato una ricca messe di fascicoli di dibattiti su migliaia di libri censurati; fascicoli ovviamente rimasti per secoli fuori dalla portata di studiosi e ricercatori laici. «A porte chiuse i funzionari del Vaticano hanno sempre tenuto lunghi “dibattiti” sui libri del giorno», annota Jeffers. Dopo aver passato dieci anni a studiare l’Indice dei libri proibiti, un prete diocesano professore di Storia all’università tedesca di Münster, Hubert Wolf, non a caso ha dichiarato che «in nessuna parte del mondo un’istituzione ha mai tentato di controllare per oltre 400 anni il mezzo di comunicazione moderno per eccellenza: il libro».

E non si parla solo di secoli passati. Basta ricordare il pamphlet di Simone Berni Il caso Imprimatur (Biblohaus), che ricostruisce la strana vicenda di Rita Monaldi e Francesco Sorti, autori dal 2002 a oggi di quattro romanzi storici e un saggio, celebrati in Europa e tradotti su grande schermo da registi come Stephen Frears. Curiosamente il loro romanzo Imprimatur pubblicato da Mondadori, dopo aver scalato le classifiche, ricostruisce Berni, «è scomparso improvvisamente dalle librerie». Il libro in questione, tra fantasia e storia, racconta la storia di Atto Melani, un cantante castrato nella Roma del 1683 e poi alla corte del re sole, storia che si intreccia «alla mancata canonizzazione di un papa a favore di un suo eccellente factotum» e con altre questioni di trasferimenti di preti poco chiare. E che evidentemente oltretevere non gradisce siano rispolverate. Davvero una major dell’editoria italiana come quella di Berlusconi è così facilmente manovrata da uno Stato straniero?

Che l’Italia sia ormai poco più che una colonia vaticana lo sostiene con argomentazioni ficcanti Michele Martelli nel suo nuovo Italy, Vatican State (Fazi editore), ultimo volume del suo trittico antiratzingeriano iniziato nel 2007. Con capitoli interessanti sulla “bioetica di Dio” propinataci dal nostro Comitato nazionale di bioetica ma anche, tristemente, da leggi della Repubblica italiana come la 40 del 2004 o come quella prossima ventura sul biotestamento ( che più oppurtunemanete andrebbe chiamato piotestamento, visto il tono confessionale del ddl in discussione). Ad arricchire la preziosa serie di titoli sulla laicità usciti negli ultimi anni per Fazi, infine, freschissimo di stampa, ecco anche Vatikanistan in cui il corrispondente di Der Spiegel Alexander Smoltczyk indaga aspetti meni conosciuti della vita nello Stato vaticano, ponendosi domande decisamente non banali. Un esempio? «Perché il tasso di criminalità è più alto nella città del Vaticano che a San Paolo del Brasile?».
da left-avvenimenti del 9 luglio

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

Pedofilia, il Vaticano trema

Don Giuseppe Rasello, don Giorgio Mazzoccato, don Marco Gamba, don Luciano Michelotti, don Pietro Sabatini, don Paolo Pellegrini, don Bruno Tancredi, don Roberto Volaterra, don Romano Dany, don Giorgio Carli, don Armando Rizzoli, don Pierangelo Bertagna, don Mauro Stefanoni e altri. Dal 2007 in Italia i casi accertati di pedofilia in cui sono imputati uomini di Chiesa sono circa 140 per almeno 80 sacerdoti implicati. Freddi numeri che sembrano parlare di un Paese solo lambito dal fenomeno criminale che altrove ha coinvolto decine di migliaia di vittime e migliaia di preti. Brasile, Stati Uniti, Irlanda, Austria, Germania, Australia solo per citarne alcuni che le cronache stanno documentando. E che testimoniano uno scandalo aggravato dalla mentalità di chi a Roma ha sempre cercato di nascondere il problema dei sacerdoti accusati di pedofilia. Squarciando un pesante velo di ipocrisia, La Chiesa del peccato (Castelvecchi) del giornalista Paolo Pedote racconta le violenze avvenute in Italia. Evidenziando un mondo dominato da una mentalità misogina dove si alimentano perversioni e sofferenze. Un minuzioso lavoro che accende una luce sui drammi che avvelenano l’ambiente di canoniche, oratori e sagrestie. Con nomi e cognomi dei casi accertati di pedofilia nel clero cattolico del Belpaese.

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La santa ignoranza

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Un piccolo breviario. Spigolature fra gli ipse dixit vaticani. Scherzando ma non troppo

La vita. Il diritto alla vita per la vita è fra i principi non negoziabili per la Chiesa. «La vita deve essere difesa da credenti e non credenti» dice papa Ratzinger. Anche quella delle galline? chiese qualcuno opportunamente.

Sessualità. «La vita umana, dono di Dio, è da accogliere nell’intimità amorosa del matrimonio». Indi, per la Chiesa la sessualità umana come affetti, confronto di identità, dialettica fra diversi non esiste. Dovremmo solo procreare come gli animali.

Embrione. «Dio ama l’embrione, l’informe è già uomo», dice sempre il papa. Ora, la scienza dice che è un agglomerato di cellule. Ovvero un organismo solo biologico che prima di 24 o 25 settimane non ha possibilità di vita autonoma fuori dall’utero materno. Dunque, con Pannella, potremmo concludere che Dio è un bel feticista.

Aborto per la Chiesa «è assassinio». Come ha ribadito l’Evangelium vitae di Wojtyla. Con il cardinale Crescenzio Sepe che anni fa pubblicava un dossier anti aborto che parlava di «strage degli innocenti». Mentre su un sito web di Scienza e vita sedicenti psicologi farneticavano di «sindrome del boia», destino di ogni donna che abortisce. Dunque la legge 194 in Italia e tutte quelle che nell’Occidente moderno tanto caro a Ratzinger hanno legalizzato l’aborto?

Ru486. «Kill pill», «pesticida umano», secondo la sottosegretaria Roccella convertita sulla via di Damasco. «Le controversie sulla pillola hanno influito in modo immorale sul suo uso in Italia – dice l’accademico delle scienze Etienne Baulieu, padre della Ru486 – milioni di donne se ne servono e l’esperienza è positiva ovunque». E poi aggiunge opponendo alla morale cattolica la deontologia scientifica: «I medici sono tenuti a far soffrire i pazienti il meno possibile e non è morale che si impedisca l’uso dei farmaci che migliorano la salute della donna».

Pillola del giorno dopo. Il capo di Stato vaticano, come sempre fa, interviene a gamba tesa nelle questioni dello Stato italiano e raccomanda ai farmacisti l’obiezione di coscienza. Berlusconi arma la Roccella che antiscientificamente ne parla come di un farmaco abortivo. Ma se il governo davvero vuole evitare gli aborti, perché non ne fa un farmaco da banco?

Ricerca. «La scienza non minacci l’umanità», dice Ratzinger. La medicina sarebbe artificio e dunque “male”, la natura, di per sé “bene”. Ma anche i tumori esistono in natura. Lui, nel caso, non si curerebbe?

Eugenetica. Selezionare embrioni prima dell’impianto per avere figli liberi da malattie incurabili, per Benedetto XVI sarebbe eugenetica. Qualcuno gli spieghi che è per avere figli sani e non per il miglioramento della razza tanto agognato dai nazisti che frequentava in gioventù.

Deliri di reconquista. Facendo sempre meno presa sull’opinione pubblica, alle soglie del nuovo millennio la Chiesa decide di lanciarsi nella «reconquista». E in un progetto di «ricristianizzazione dell’Europa». Partendo dall’Italia. Come si legge nel pamphlet Contro Ratzinger (Isbn), il Vaticano convocò «un gruppo di intellettuali italiani terrorizzati dai tempi e convinti, heideggerianamente, che soltanto un dio potesse salvarli. L’idea era semplice. Per sottrarre l’Europa alla decadenza occorreva stabilire per via democratica il suo fondamento divino». Ma cascano male. E per lanciare il suo «progetto culturale» il cardinal Ruini deve affidarsi a Marcello Pera. Così le radici cristiane dell’Europa sono andate, opportunamente, a farsi benedire.

To be continued… su creazionismo, disegno intelligente, rinnovati roghi di Bruno e retroattivi per Darwin, fine vita, alienazione religiosa…
s.m.

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

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In missione alle Cayman per conto di Dio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Una religione molto “terrena”. Tesori nascosti, scandali e affari della Chiesa, nel nuovo libro dello storiografo Claudio Rendina

di Federico Tulli

Ratzinger

Dalla Cappella Sistina, a Città del Vaticano, c’è una piccola porta un po’ defilata che è sempre chiusa. Quasi invisibile, serve a dividere uno dei luoghi d’arte più famosi e visitati al mondo da uno dei siti meno noti e più segreti della Santa sede. Chiusa al pubblico, essa nasconde all’occhio dei comuni mortali il sacrario apostolico vaticano. L’ambiente si sviluppa in diverse sale dislocate su tre piani, dove sono custoditi tra le varie stanze oggetti e paramenti di valore storico, e capolavori di arte orafa e tessile di epoche diverse. Un tesoro dal valore inestimabile.

«Ci sono le pianete di Urbano VIII e Leone XII, i manti di Pio IX e Leone XIII, e poi anelli, calici, piviali con gemme incastonate per oltre 6.000 manufatti, mitrie. Tra cui quella più famosa usata da Pio IX per la proclamazione dell’Immacolata concezione e riutilizzata da Giovanni Paolo II nel 1987 per le celebrazioni dell’anno mariano. E ancora, i triregni di Pio IX e Leone XIII, gli anelli ingioiellati, i pastorali, i sei candelabri con la croce di Leone XII, tutto d’oro. Come sono d’oro i razionali con gemme e smeraldi usati per agganciare i piviali. E c’è anche la toletta da viaggio di Pio IX. È fatta di legno, tartaruga e avorio, ha un interno in velluto rosso e contiene sette rasoi, ciascuno per un giorno della settimana.Che difatti vi è inciso sopra. Forse per non sbagliarsi». Circa venti anni fa Claudio Rendina ha varcato quella porticina e, «grazie al solito monsignore compiacente», è riuscito a vedere l’immenso tesoro che vi è custodito. Pochi sanno della sua esistenza. Un paio di anni fa è stata organizzata a Spoleto la mostra Santi e papi in terra d’Umbria in cui vennero esposti alcuni dei pezzi, quasi nessuno tra quelli più pregiati. Calcolarne il valore è praticamente impossibile. Di certo non potrà più farlo Rendina. «Oggi – racconta lo storiografo e romanista facendosi una risata di gusto – se torno da quel monsignore mi prende a calci nel sedere». Già perché nel frattempo Rendina ha scritto libri come La Santa casta della Chiesa e I peccati del Vaticano, andando a  soddisfare la sua curiosità investigativa anche in altre stanze che il Vaticano fa di tutto per mantenere al riparo da occhi indiscreti. Oggi, sempre per Newton Compton, lo scrittore completa la trilogia con L’oro del Vaticano. In cui ricostruisce la complessa rete patrimoniale della Chiesa cattolica fornendo un utile strumento di comprensione anche per le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto diversi appartenenti alle gerarchie ecclesiastiche. Non ultimo, il caso dell’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia per gli appalti sui Grandi eventi, e tirato in ballo nei giorni scorsi in un’intercettazione dell’inchiesta della Procura di Napoli su Trenitalia.
L’elenco dei beni, finanziari e immobili, di proprietà del Vaticano dice di un’organizzazione politico-religiosa ben lontana dallo spirito di umiltà e povertà che la stessa Chiesa propaganda ogni giorno. È d’accordo?
Assolutamente sì. È l’indignazione che mi provoca questo “doppio registro” ad aver ispirato l’indagine storica da cui muove questo libro. Esaminando gli aspetti finanziari e patrimoniali che sono alla base dell’esistenza di Città del Vaticano ho incrociato tutta una serie di fatti che poco si sposano con lo spirito apostolico invocato dalle alte sfere della Chiesa. Dal rifiuto della legge sulle guarentigie del 1871 ai Patti di Mussolini del 1929, al Concordato di Craxi dell’84, passando per le vicende dell’Istituto opere religiose, mi sono sempre trovato davanti un apparato organizzato per gestire al meglio le ricchezze sconfinate via via accumulate tramite le diverse fonti di approvvigionamento sparse in tutto il mondo. Mi riferisco, solo per citarne alcune, all’Elemosineria apostolica, ai guadagni della Sacra rota, allo sfruttamento di santuari e pellegrinaggi, alla vendita di monete, medaglie e francobolli, alle offerte nelle chiese. Per non dire poi dell’immenso patrimonio immobiliare distribuito nelle diocesi dell’intero pianeta. Infine, ma questo è un caso unico al mondo, dei 4,5 miliardi di euro che ogni anno l’Italia dà alla Chiesa tra ottopermille, finanziamenti e agevolazioni fiscali.
Rendina, chi gestisce ora tutto questo tesoro?
Oggi, senza dubbio l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica costituita da Paolo VI nel 1967. La potremmo definire una sorta di ministero che amministra l’assegnazione degli immobili, la gestione della circolazione del denaro, dei flussi di pellegrini e così via. Fino a coprire tutti i beni di proprietà della Santa sede, destinati a fornire i fondi necessari all’adempimento delle funzioni della curia romana.
E l’Istituto opere religiose che ruolo ha?
Lo Ior è la cassa del Vaticano, il forziere dov’è custodito tutto il denaro che arriva a Roma dalle diverse “fonti”. E qui rimane fino a quando non ce n’è troppo. Quello, per così dire, in eccesso finisce alle Isole Cayman dove c’è il Fort Knox del Vaticano. Il fortino inespugnabile.
Cayman è sulla lista grigia dell’Ocse. È cioè uno dei Paesi che pur essendosi impegnati a rispettare le regole fiscali internazionali non le hanno concretamente applicate.
Alle Cayman ci sono due «quasi parrocchie», così le definisce l’Annuario pontificio, ufficialmente distaccate dall’arcidiocesi di Kingston in Giamaica, con il ruolo di Missio sui iuris, cioè come “terra di missione” apostolica. In realtà di spirituale c’è ben poco come il nome e il Vaticano vorrebbero far credere. Le quasi parrocchie fanno direttamente capo a Roma e sono rette dal cardinale Adam Joseph Maida, che è membro dello Ior.
L’otto per mille è una “fortuna” solo italiana?
Ci fu un’istituzione simile ottenuta dal cardinal Pacelli, futuro Pio XII, quando era nunzio apostolico nella Germania di Hitler. Ma a quei tempi e in quei luoghi la Chiesa di Roma versava veramente in cattive acque e questo è l’unico caso oltre al nostro. Nel mondo non esistono altre situazioni simili. Peraltro tutti i vescovadi nel mondo hanno proprietà immobiliari esentasse che insieme alle offerte garantiscono loro un’adeguata sopravvivenza. Questo vale anche per l’Italia. Come a dire che l’ottopermille è una forzatura senza senso. Con tutti i miliardi che si ritrovano in cassa e senza che si capisca bene che cosa se ne facciano. Visto che fino a oggi è capitato solo una volta con Paolo VI che a un papa venisse in mente di vendere parte del tesoretto e donare il ricavato
ai poveri.

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

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Baby Blues, ma è davvero depressione?

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 8, 2010

Al S. Camillo di Roma una donna è stata sottoposta a un test per valutare se era a rischio di depressione post partum. In base a un progetto Rebecca che fa discutere

Si parla di depressione post partum, ma in molti casi si tratta piuttosto di psicosi puerperale, per cui la madre può arrivare  all’infanticidio.  Da una ricerca Eures 2009 sugli omicidi volontari risulta che a Italia siregistra  media di 25 infanticidi l’anno, negli ultimi dieci anni e nei primi mesi di vita, per mano delle loro madri. Trecento, poi, sono i neonati abbandonati, anche in condizioni di rischio. Ai padri si riserva, si fa per dire, l’omicidio delle mogli e dei figli più grandi.

La famiglia italiana, da tempo lancia segnali di crisi e una malattia come la depressione, a vari livelli di gravità, riguarda secondo recenti studi il 13,5 per cento della popolazione, mentre  cosiddetta depressione post partum sarebbe in aumento. E crisi gravi non riguardano solo le donn La rivista The Lancet, per esempio, già nel 2005 segnalava che un padre su diei accusa problemi psicologici alla nascita di un figlio.
A Roma lo scorso giugno il problema è stato al centro di un convegno a cui ha partecipato anche il ministro della Salute, Ferruccio Fazio.  Nei mesi scorsi, va ricordato, il presidente della Sigo ( la Società italiana di ginecologia e di ostetricia) con il suo presidente Giorgio Vittori ha sposato il progetto Rebecca ideato Antonio Picano, psichiatra, presidente di Strade Onlus, proponendo al ministro della Salute Tso extraospedaliero per le donne affette da depressione post partum e potenzialmente a rischio di infanticidio. Il progetto che fa e ha fatto discutere.

Nel frattempo, il progetto Rebecca è partito. Ma dopo tre mesi è stato sospeso all’ospedale San Camillo di Roma. Il motivo, una segnalazione all’Urp e alla direzione generale della azienda sanitaria, la Asl Roma D, da cui l’ideatore del progetto, Antonio Picano, dipende.
Una donnaha sollevato il caso. Ricoverata per un aborto spontaneo, aveva ricevuto e risposto al questionario del progetto Rebecca. Il giorno dopo, secondo la testimonianza raccolta dalla giornalista MonicaSoldano, in fila per le dimissioni, era stata avvicinata dal dottor Picano. Invitata a un colloquio in ambulatorio, era uscita con la ricetta degli antidepressivi. Le modalità non l’hanno convinta, tanto da mettere nero su bianco. Il direttore generale, Giuseppina Gabriele, dopo aver accertato i fatti, ha sospeso il progetto. Le motivazioni: l’assenza di un’autorizzazione sia della direzione della Asl, che della direzione del San Camillo; inoltre, il progetto Rebecca si sarebbe dovuto limitare a somministrare il questionario alle neomamme, in via preventiva e di ricerca, senza includere la prescrizione di farmaci.

Su questo tema, che fu oggetto nel 2005 di un controverso documento del Comitato nazionale di Bioetica, c’è ancora molto da studiare e discutere. Per capire di più Left-avvenimenti ha intervistato la psichiatra Annelore Homberg, docente dell’Università Chieti-Pescara

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