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Per una storia laica d’Italia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 19, 2010

di Simona Maggiorelli

Gian Mario Cazzaniga

Gian Mario Cazzaniga

Professor  Cazzaniga, di recente  Huntington ha rinfocolato l’idea di uno scontro fra Oriente e Occidente. Da Annali 25 esoterismo Einaudi   emerge invece l’immagine di una comunicazione carsica con filoni culturali che, nei secoli, hanno attraversato Oriente e Occidente. In correnti esoteriche si trovano elementi di multiculturalismo?
Direi di più. Riscopriamo che la nostra storia europea ha radici nel Mediterraneo. Che non vuol dire semplicemente la Grecia, ma un’area più ampia che va dall’Egitto alla Persia. L’intreccio di cultura, religione, usanze dell’esoterismo ha origine nel mondo ellenistico ma la sua presenza sotterranea risorge in diversi periodi della storia europea. Insomma l’idea di una Grecia che nasce da se stessa, come per una sorta di miracolo  – tesi che permette di svalutare le sue origini orientali – non è fondata e oggi è largamente messa in discussione.
Il cristianesimo ha combattuto l’esoterismo. Fra i motivi di quella che lei chiama un’«incompatibilità totale» c’è l’idea cristiana di peccato originale?
Schematizzando, un nucleo duro dell’esoterismo consiste nell’idea di miglioramento di se stessi. Un processo di crescita interiore che spetta al singolo individuo. Una trasmissione di culture che vive di auto perfezionamento tende a mettere in discussione la presunta corruzione del genere umano derivante da un peccato originale e mette in crisi la funzione della Chiesa di trasmissione della verità rivelata.
E i cristiani risposero con violenza. Basta pensare a come i parabolani, nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo, dilaniarono Ipazia, filosofa  neoplatonica.

La durezza delle confessioni cristiane è evidente fin dall’inizio. Va detto anche che i cristiani delle origini che interiorizzarono elementi e pratiche esoteriche non mostrarono maggiore tolleranza. Giacobiti e  nestoriani ebbero un atteggiamento più blando ma solo perché, non avendo potere politico, cercavano di essere tollerati. La Chiesa ortodossa, per quanto divisa al suo interno, ha espresso molte forme di intolleranza. Dunque una cosa è comprendere elementi di esoterismo, un’altra è essere tolleranti. I monoteisti in genere sono intolleranti.
Perché la Chiesa ha usato tanta ferocia con Giordano Bruno arso vivo nel 1600?
Nell’Accademia Platonica ispirata da Gemisto Pletone che trasmetteva la tradizione esoterica neoplatonica, e con pensatori come Cusano,  Ficino e  Pico della Mirandola, c’era stato un incontro fra culture. Dopo la Controriforma questo non fu più possibile. Prima, forse, Bruno avrebbe potuto essere, non dico condiviso, ma tollerato. Con Riforma e Controriforma tutto si chiude. Qui dovremmo parlare dei contenuti di Bruno. Per brevità mi limito a dire che per la Chiesa del Seicento chi va oltre certi limiti culturali e intellettuali è morto.

Indagando perché un pensiero laico in Italia non è mai stato egemone,  ricorda che Gentile, Croce e Gramsci avversarono ogni forma di pensiero magico ed esoterico, cosa unì intellettuali così diversi?
Con Jean-Pierre Vernant direi che l’idea di uno Stato moderno come una forma di immanentizzazione del cristianesimo è comune a tutti i filoni che si rifanno a Hegel e al neohegelismo. Io ho sempre visto nel marxismo italiano la sinistra dei neohegeliani. Detto questo è evidente che dal punto di vista etico-politico i tre erano ben diversi. Basta dire che mentre Gentile comandava Gramsci finì in galera. Ma se parliamo di storia delle idee le cose si complicano. L’uguaglianza come tema fondamentale, intesa anche come uguaglianza di fronte alla legge nello Stato moderno, trova anche nell’esoterismo uno dei suoi filoni culturali alti. Ma Gramsci, per esempio, non c’entra  con questa storia. Vi troviamo piuttosto Raffaele Pettazzoni ed Ernesto De Martino impegnati nel partito socialista e comunista. Dunque personaggi di sinistra, ma che in quell’ambito non furono mai ben visti.
Perché il Pci considerò residuale la ricerca di Ernesto De Martino?
De Martino risultava ostico al Pci proponendo un mondo culturale diverso da quello in cui la cultura marxista si riconosceva. Inoltre era stato attivo in società di parapsicologia che tendevano a leggere tutta una serie di fenomeni con i criteri con cui i biologi e medici studiano lo specifico umano. E poi va ricordato che faccende che oggi attribuiamo alla superstizione, come elemento marginale e popolare, hanno avuto un approccio scientista e positivista. Ad esempio lo spiritismo: per noi chi comunica con i morti facendo ballare i tavolini è uno strano o un matto. Andando a vedere le basi filosofiche scopriamo che gli spiritisti erano convinti di  combattere la superstizione delle chiese cristiane con metodi di rilevazione scientifica. Non a caso incontriamo spiritisti in correnti di carattere repubblicano-socialista. La mia è una constatazione. Toccherà agli scienziati valutare quelle correnti, io rilevo che non rientrano nella categoria irrazionalista come comunemente la si intende. Semmai furono rami secchi della medicina.

Con tematiche come la  “crisi della presenza”, Ernesto  De Martino indagava le dinamiche di incontro-scontro fra culture, non astrattamente ma anche dal punto di vista del rapporto psichico più profondo fra persone. Il positivismo della tradizione marxista rese cieco il Pci?
Indubbiamente nella storia del comunismo marxista c’è stata una scarsa sensibilità verso questi temi. Il Pci ha avuto sempre un atteggiamento di diffidenza tenendosi a distanza. O meglio, detto un po’ rozzamente, sulle questioni scientifiche ha sempre preferito stare con la verità scientifica del momento. Riteneva di avere già  abbastanza guai  su altre questioni per occuparsene.

Dall’altra parte c’è chi ha parlato di radici esoteriche del nazismo. Che ne pensa?
Conosco la letteratura, ma non sono uno specialista. A me pare sia stata gonfiata la presenza di elementi esoterici nel fascismo e nel nazismo. Certo, esistevano filoni culturali di questo tipo, ma non hanno mai caratterizzato la linea che ha vinto. Non c’è dubbio che il fascista Evola volesse una resurrezione di una cultura romana, neopagana, contro una cultura monoteista ebraico-cattolica. Ma era isolato, non contava nulla. Semmai un richiamo a tematiche esoteriche lo troviamo in filoni neofascisti del secondo dopo guerra.

E Jung che teorizzò l’inconscio ariano?

è certo che Jung ebbe simpatia per il nazismo. E l’essere convinto che nel profondo dello psichico umano ci siano una serie di archetipi, simboli, che giocano poi diversamente a seconda delle tradizioni culturali richiama alcuni filoni esoteristi. Più che di razzismo biologico qui parliamo di razzismo culturale, per cui la razza, pur partendo dalla biologia, sarebbe una sedimentazione di esperienze culturali e di approcci simbolici trasmessi di generazione in generazione.

Un razzismo anche più vischioso…
Senza dubbio. Perché la versione biologica del razzismo o l’accetti o la respingi, quella culturale è molto più borderline e ha molteplici aspetti non sempre così  facili da afferrare e da distinguere.

Parlando di esoterismo al giorno d’oggi lei accenna anche alla moda delle consulenza filosofica. Siamo alla new age?
No, si tratta piuttosto di un filone che nasce in Germania con radici neoaristoteliche (facendo proprio il concetto di vita buona in senso aristotelico). Ora la consulenza filosofica si è messa sul mercato. In fabbrica i i consulenti filosofici cominciano ad essere assunti dalle divisioni che si occupano di personale.

Un suo giudizio da filosofo?
Non appartengo a nessuna istituzione religiosa. Come diffido della cura delle anime dei preti, diffido anche delle cura delle anime dei filosofi.

da left-avvenimenti

da left avvenimenti del 23 luglio 2010

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La Cina ancora da conoscere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 12, 2010

Letteratura e cinema, negli ultimi anni ci hanno avvicinato al Paese di mezzo. Ma della sua cultura millenaria in Italia si sa ancora mediamente pochissimo. Nonostante la forte immigrazione dal Paese di Mao

di Simona Maggiorelli

Gong Li

E’ una coraggiosa galoppata attraverso duemila anni di storia cinese La rosa e la peonia che la sinologa Valentina Pedone ha scritto con l’italianista Wei Yi per l’Asino d’oro Edizioni. Un libro curiosamente a doppio senso di marcia: mentre da un lato invita il pubblico italiano ad avvicinarsi alla millenaria cultura cinese, dall’altro racconta ai lettori cinesi, nella loro lingua madre, capitoli salienti di storia della letteratura italiana. «Questo volume è stato pensato come strumento di lavoro per chi si occupa di mediazione culturale. Ma anche con l’auspicio che possa entrare nelle biblioteche, nelle scuole, nelle case, in quei quartieri dove italiani e cinesi vivono fianco a fianco, facilitando il dialogo e la conoscenza reciproca», racconta a left una delle due autrici, Valentina Pedone, che all’insegnamento di Letteratura cinese all’università di Urbino e di Firenze affianca lo studio del fenomeno dell’immigrazione cinese in Italia. A questo tema ha dedicato di recente una mostra fotografica nella facoltà di Studi orientali della Sapienza, che si trova nel cuore multietnico di Roma. Una mostra in cui la ricercatrice ha presentato ventidue ritratti di cinesi che hanno scelto l’Italia come Paese dove vivere e lavorare. Nonostante il nostro non possa certo dirsi un Paese ospitale. Proprio da qui è partita la conversazione:Valentina, un vecchio luogo comune vorrebbe che le comunità cinesi in Italia siano gruppi chiusi, poco disponibili a farsi conoscere, è davvero così? «Certo è meno facile fotografare la comunità cinese rispetto ad altri gruppi di immigrati. Ma è falsa la rappresentazione dei cinesi come persone introverse, silenziose. Chiunque sia stato in Cina sa che sono molto loquaci, socievoli, curiosi. Volendo ricorrere a un cliché contro un altro, direi che nei modi di fare ricordano i napoletani».

Qualche anno fa, però, il sinologo francese François Jullien presentando al pubblico del Festival di filosofia di Modena il suo libro Elogio dell’insapore (Raffaello Cortina) raccontava l’immigrazione cinese in Francia come silenziosa, flessibile, quasi felpata, leggendovi in controluce elementi di pensiero tradizionale cinese. «In Cina – ricostruiva Jullien – il reale è sentito come un processo in continuo mutamento. Non c’è la scissione fra realtà oggettiva e soggetto tipica dell’Occidente». Seguire il corso degli eventi, farli arrivare a maturazione e coglierne i frutti, ecco il punto. Con questa “filosofia”, assecondando la processualità continua, i cinesi sanno trovare la chance per imporsi, spiega Jullien. Così le loro comunità si sarebbero a poco a poco insediate a Parigi aprendo negozi e attività, in modo capillare. Un modello che ci riporta alla mente i modi pacati, quasi sotto traccia, con cui la prima generazione di immigrati è approdata a Prato, a Campi Bisenzio e nelle altre cittadine toscane dove oggi un abitante su due è di origine cinese, senza però, purtroppo, aver avuto da parte italiana un riconoscimento di cittadinanza.

La rosa e la peonia

«Questo modello silenzioso di immigrazione esiste certamente – commenta Valentina Pedone – ma è tipico soprattutto di coloro che provengono da una parte della Cina, dal Sud-Est del Paese. Ma è vero – aggiunge la sinologa – che tratti di pensiero tradizionale e confuciano, in particolare, si ritrovano anche nei cinesi di seconda generazione. Anche all’università molti di loro conservano una grande attenzione al proprio ruolo di studente, sforzandosi al massimo di essere appropriati a ciò che viene loro richiesto. Alcuni, per educazione, non guardano mai negli occhi l’insegnante. Ma questo dagli italiani non di rado viene recepito come sfida. Ed è molto doloroso per questi ragazzi cinesi, che per lo più hanno fatto un grosso lavoro su se stessi e hanno consapevolezza del loro appartenere a più culture». Ma questo tipo di incontro-scontro culturale per chi, per esempio, è nato in Italia non dovrebbe essere un fatto già superato? «Il problema – spiega Pedone – è che la prima generazione di immigrati per una decina di anni ha pensato soprattutto alla sussistenza e a farsi una posizione economica. I loro figli sono cresciuti più a contatto con gli italiani ma avvertendo attorno a sé forti pregiudizi. Per molti di loro l’interfaccia con l’Italia, di fatto, resta ancora difficile». Nel suo libro La rosa e la peonia lei scrive che il popolo cinese non ha mai subito il fascino del monoteismo, né della metafisica. è ancora vero nella Cina di oggi? «Assolutamente sì. I cinesi sono ancorati alla vita terrena; sono poco inclini al trascendente. Fra i cinesi che vivono a Roma però – approfondisce Pedone – si trova un discreto numero di cristiani. Ma la maggioranza dei cinesi semmai conserva il culto tradizionale degli antenati, oppure prega Buddha come un santo, con una modalità “pagana” e popolare». Una mescolanza sincretistica di pensiero tradizionale cinese, confuciano ma anche taoista, del resto, ha connotato pure molta letteratura cinese del Novecento. Dagli anni Ottanta poi il confucianesimo ha conosciuto una forte rinascita di studi nell’ambito accademico, tanto che, come spiega John Makeham nel saggio “La filosofia cinese del XX secolo” (ne La Cina verso la modernità, Einaudi) «per tutto il decennio successivo si è parlato addirittura di febbre confuciana (per analogia con la febbre culturale che era divampata nel decennio precedente)».

Anche nei settori alti della cultura cinese fu una reazione alla galoppante globalizzazione che, per quanto cercata sul piano economico, sul piano dell’identità culturale era avvertita come minaccia e rischio di occidentalizzazione. Ma se questo tipo di reazione conservatrice in letteratura ha portato al cosiddetto “ritorno alle radici” e a un’ampia fioritura di romanzi che raccontano una Cina rurale e magica, quasi per reazione negli anni Ottanta, annota Pedone nel suo libro, si è avuto pure un massiccio ritorno al realismo. Un esempio di neoralismo diretto, a tratti anche crudo, ci ricorda la studiosa, è per esempio quello di Su Tong. Dal suo Moglie e concubine del 1990 il regista Zhang Yimou trasse il celebre film Lanterne rosse che lanciò Gong Li sulla scena internazionale. Un altro capolavoro del cineasta cinese, Sorgo rosso, invece era tratto da un romanzo di un maestro di realismo magico come Mo Yan, «e il cinema – sottolinea Pedone – ha avuto grande importanza nel far conoscere all’estero la letteratura cinese». Intanto la censura sui fatti di Tian’anmen ha fatto sì che solo alcuni scrittori cinesi della diaspora, per anni, abbiano voluto e potuto farne un tema da letteratura alta e di denuncia. E oggi? «Più che la censura – spiega Valentina Pedone – pesa l’autocensura. O meglio, è come se oggi si raccogliessero i frutti della cultura di Deng. Persa ogni spinta ideale, dopo il maoismo, si è passati a una forte disillusione. Letteratura di consumo, come i romanzi di cappa e spada, vanno per la maggiore. Ma ci sono anche autori più creativi e interessanti. Ciò che accomuna tutti quanti però è la sfacciataggine: dicono di scrivere solo per soldi».

Sullo scaffale. Percorsi di lettura

Se il libro La rosa e la peonia de l’Asino d’oro Edizioni ha il dono della sintesi nell’offrire un primo documentato e avvincente assaggio, La Cina di Einaudi, invece, affronta la storia della cultura cinese con importanti approfondimenti. Dei tre libri che compongono l’opera curata da Maurizio Scarpari per la casa editrice torinese è uscito nel 2009 il terzo volume, La Cina verso la modernità, con saggi, tra gli altri, di Federico Masini sulla riforma della lingua e di Nicoletta Pesaro sulla letteratura cinese moderna e contemporanea. Mentre Corrado Neri si occupa di cinema, Iwo Amlung di scienza e John Makeham affronta la vexata quaestio se «esista una filosofia cinese» o piuttosto il termine filosofia porti con sé un’accezione troppo occidentale e inadatta a descrivere lo sviluppo del pensiero cinese. A distanza di un anno esce ora il secondo volume La Cina. L’età imperiale dai Tre Regni ai Qing (a cura di Mario Sabattini e Maurizio Scarpari) con interventi di Nicola di Cosmo sugli imperi nomadi nella storia della Cina imperiale, saggi sul buddismo cinese  di John Mcrae e di Francesca Tarocco e sul daoismo a firma di Livia Kohn; senza dimenticare, fra i molti altri lavori, lo splendido intervento su arte e archeologia di Nicoletta Celli. E ancora la rinnovata attenzione verso il colosso Cina da parte di Einaudi si segnala anche attraverso una serie di monografie, saggi di storia e opere letterarie. Fra le uscite più recenti c’è l’agile volume di Maurizio Scarpari sui fondamenti e i testi del confucianesimo ma anche la monografia di Maurice Meisner Mao e la rivoluzione cinese, che rilegge la figura di Mao Zedong indagandone  sia il volto da rivoluzionario che quello di tiranno. In Cina, ventunesimo secolo, invece Guido Samarani analizza le sfide che aspettano il Paese nel nuovo millennio. Tra inarrestabile ascesa economica e negazione dei diritti umani, come denuncia il fatto che la Cina sia in testa alle classifiche mondiali per numero di persone mandate a morte. Su un versante completamente diverso, ovvero quello della poesia, si segnala infine la pubblicazione di Con il braccio piegato a far da cuscino del maestro taoista del XIII secolo Bai Yuchan. Uscendo da casa Einaudi, poi, fra le moltissime pubblicazioni di romanzi ci limitiamo qui a ricordare il toccante Un mattino oltre il tempo (Fazi editore) della cinese Yang Yi che oggi vive a Tokyo. Attraverso la storia di un’amicizia fra adolescenti, si racconta il soffocamento nel sangue della rivolta studentesca in piazza Tian’anmen.

da left-avvenimenti 6 agosto 27 agosto 2010

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Graphic Novel. E’ vera ricerca

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 10, 2010

Tina Modotti, graphic novel

Anche chi (come chi scrive) non ha mai avuto grande fiducia nella decompartimentazione dei generi letterari praticata negli anni Settanta da una critica inneggiante alla commistione fra alto e basso (e che nei manuali includeva, alla pari, Dante e fumetti, poesia e canzonette) si trova ora piacevolmente a fare i conti con un fenomeno culturale che si pone esattamente su un crocevia fra generi diversissimi: la narrativa e l’illustrazione, incrociando talvolta persino la storia e l’inchiesta giornalistica.

Il fenomeno è quello del graphic novel, genere di cui left si è già occupato in precedenza raccontando opere e autori, a cominciare da quella dell’americano Will Eisner che, con Art Spiegelman, è considerato un maestro del settore.

Ma quella che poteva sembrare solo una curiosità o una scelta di nicchia, ovvero che Einaudi, proprio con Eisner (e ora con libri dal segno modernissimo come I quattro fiumi di Fred Vargas), si aprisse al graphic novel, è diventato nel frattempo un fenomeno diffuso nell’editoria italiana, non riguardando più solo case editrici underground. Prova ne è, di recente, la riscoperta da parte di Adelphi di un piccolo gioiello come L’arpa muta dell’americano Edward Gorey. Sceneggiatore, scrittore, artista, il poliedrico Gorey nel 1953 creò questo inusuale libricino sulle avventure e disavventure di uno scrittore alle prese con la pubblicazione di un romanzo. Con stile grafico elegantemente retrò, disegnato come se fosse uno storyboard per cinema muto, ecco un’operina che non si smetterebbe mai di tornare a sfogliare.

Fatto è che la tragicomica vicenda del malcapitato Mr Earbrass, che Gorey racconta con humour sottile, fa tutt’uno con lo stile delle immagini, facendo de L’arpa muta un unicum irripetibile. Forse, dovendo indicare un minimum comun denominatore nel mare magnum del graphic novel -che annovera libri illustrati, romanzi in strisce, illustrazioni con parole e molto altro – sceglieremmo proprio questo aspetto: tutti gli autori di graphic novel sono dotati di un singolare modo di comporre testo e immagini, sfuggendo così alla logica ripetitiva e seriale del fumetto. Quasi che il graphic novel derogasse del tutto dalle rigide caratteristiche della letteratura di genere. Qualche esempio? Assoluta originalità di composizione di parole e immagini caratterizza la visionaria riscrittura della favola di Hansel e Gretel firmata da Lorenzo Mattotti per Orecchio acerbo. Ma un personalissimo modo di mettere insieme testo e strisce connota anche le tavole autobiografiche di Persepolis della giovane iraniana Marjane Satrapi. Solo per citare due cult anni Duemila che più diversi fra loro non potrebbero essere. Ma veniamo al presente, cercando di percorrere, seppur in rapida panoramica, le proposte più interessanti degli ultimi mesi. Sulla linea di Mattotti, cioè sul versante alto che sfiora il libro d’arte, si iscrive il racconto che Irene Cohen-Janca fa della tragica vicenda di Anne Frank nel Libro di Anne (Orecchio acerbo).

Qui l’illustratore Maurizio Quarello sposa il punto di vista della bambina, con sguardi sbalorditi e indifesi che, da sotto in su, osservano il disumano mondo dei nazisti. E sul versante della rilettura per immagini di vicende biografiche importanti della nostra storia, non possiamo non citare il sorprendente La nebbia e il granito di Caci Gambotto Surroz (001 Edizioni), che ripercorre la vicenda umana e politica di Altiero Spinelli: dagli anni Venti della lotta antifascista e clandestina nel Partito comunista all’approdo fra i socialisti, fino all’arresto e al confino a Ponza dove entrò in contatto con Colorni e Rossi. E poi alla stesura del manifesto per un’Europa libera e unita che apriva un’idea moderna di Europa federalista. E se sul versante della controinformazione e del giornalismo d’inchiesta uno degli esempi più importanti e impegnati è il libro di Luca Moretti e Toni Bruno Non mi uccise la morte (Castelvecchi) sulla uccisione in carcere di Stefano Cucchi, sul versante più didattico, ecco Il carcere spiegato ai ragazzi della Manifestolibri, in cui Patrizio Gonnella e Susanna Marietti fanno ricorso al disegno per denunciare la situazione delle prigioni italiane. Uno studioso di Filosofia della scienza come Giulio Giorello, intanto, si presta a sostenere la straordinaria storia della filosofia “a fumetti” Logicomix (Guanda), in cui Alecos Papadatos e Annie Di Donna tratteggiano nientepopodimeno che le avventure intellettuali nella logica di Russel di Frege, Wittgenstein e Gödel. La torinese 001Edizioni, invece, ingaggia il matematico Piergiorgio Odifreddi per presentare Ultima lezione a Gottinga di Davide Osenda, in cui si racconta l’opposizione del grande matematico David Hilbert alla purga nazista verso la «fisica ebrea» di Einstein e Bohr.

Fueye, il suono del tango

Ma a questa piccola e coraggiosa casa editrice, 001edizioni, che del graphic novel ha fatto la propria scelta di vita, si devono anche tre delle opere più affascinanti degli ultimi anni, ovvero Fueye, il suono del tango, in cui Jorge Gonzàlez con segno pittorico nutrito di penombre e chiaroscuri tratteggia le atmosfere passionali del tango e la nostalgia degli emigrati italiani in Argentina nei primi anni del ’900. E poi i due volumi sulla vita e sulla passione politica della fotografa Tina Modotti, disegnati dallo spagnolo Angel de la Calle. Mentore Paco Ignacio Taibo II che, nell’antefatto di questo racconto, appare disegnato fra i personaggi. Fantasia da brivido è il registro de La governante (Orecchio acerbo) di Edouard Osmont grazie alle illustrazioni stilizzate, quasi da teatro delle ombre di Sara Gavioli (autrice della tavola su cui stiamo scrivendo). Nipote d’arte ed ex modella, la giornalista Sophie Dahl offre un tuffo in una favolosa (alla lettera) storia d’amore ne L’uomo dagli occhi danzanti edito in Italia da Donzelli. Decisamente meno sognante è invece la love story fra Adamo ed Eva secondo un maestro come Mark Twain, che nel 1883, con la complicità dell’illustratore Lester Ralph, scrisse quello che a buon diritto si può considerare un incunabolo di graphic novel. Stiamo parlando de Il diario di Adamo ed Eva (Cavallo di ferro) che gli editori di Twain all’epoca, si rifiutarono di pubblicare, per il tono caustico e irriverente che il romanziere americano riservava ai due “protagonisti sacri”. Eccone qualche assaggio: «Dal diario di Eva: Per tutta la settimana gli sono stata dietro cercando di fare amicizia. Sono stata io ad attaccare discorso perché lui è timido… sembrava contento di avermi lì e io ho usato non so quante volte il socializzante noi perché sembrava potesse lusingarlo il fatto di essere incluso in qualcosa!». Ma poi Twain annota, sbirciando fra le righe del diario di Adamo del lunedì: «Lunedì. Questo nuovo essere di pelo lungo è un bastone fra le ruote. Mi sta sempre intorno… il nuovo essere dice che si chiama Eva». E alla celeberrima costola Mark Twain, con piglio divertito, lascia l’ultima parola: «Dal diario di Eva domenica: Ho cercato di prendere qualcuna di quelle mele per lui… Sono proibite, quelle mele. Lui dice che potrebbe accadermi qualcosa di male. Ma se dovesse succedermi qualcosa di male per cercare di essere carina con lui, beh, allora, è un male di cui non me ne importa un bel niente».

dal left-avvenimenti del 5-25 agosto 2010

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Marilyn, la sposa bambina

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 4, 2010

Esce per la prima volta in edizione italiana, e con 47 scatti restaurati, l’autobiografia in cui l’attrice raccontava la sua durissima infanzia

Marilyn Monroe

E’ una storia struggente e durissima quella che Marilyn Monroe (1 giugno 1926 – 5 agosto 1962) racconta nella sua autobiografia scritta a  28 anni con l’aiuto di Ben Hecht, sceneggiatore di capolavori cinematografici come Notorius e A qualcuno piace caldo. Un libro che, con il titolo La mia storia e corredato di 47 scatti restaurati del fotografo Milton H. Greene, esce ora per la prima volta in traduzione italiana grazie a l’editore Donzelli. Il volume, che in America non vide la luce prima del 1974 per paura di querele e scandali, nacque in un giocoso lavoro di equipe, fra Marilyn, Hecht e Greene. L’attrice  allora aveva da poco vinto una causa contro la Twentieth Century Fox che l’aveva sfruttata come una schiava. E, proprio grazie all’aiuto di Greene, Marilyn aveva appena fondato una casa di produzione di cui era socia di maggioranza. In questo momento di “grazia” e di rara indipendenza (anche mentale) lei si prestò a questo giocoso lavoro corale che la  portava alla ribalta in una luce irresistibile. Come aveva sempre desiderato. Così ogni momento di pausa delle riprese di Bus stop era l’occasione per andare con Greene a frugare nei cassoni dei costumi di scena.

Inventare nuovi personaggi, darsi nuove vite di fantasia era ciò che Marilyn amava fare di più. «Da piccola non facevo che sognare ad occhi aperti» racconta nell’autobiografia. «Anche quando dovevo servire a tavola, da bambina, fantasticavo di lavorare come cameriera in una casa elegante». Ma se le foto inventate con Greene (come quella celeberrima in tutù slacciato perché le andava stretto) raccontano attimi di spensieratezza, le parole che Hecht registrò rivelano ferite profonde e mai sanate. E che venivano da lontano. L’infanzia di Marilyn trascorse fra orfanotrofi e temporanei affidi in famiglie poverissime che la sfruttavano per i lavori di casa. La madre biologica, da impiegata, non guadagnava abbastanza per tenere con sé Norma Jean (questo era il vero nome di Marilyn). Il padre della futura star di Hollywood, invece, era fuggito quando lei era piccolissima. Per uscire da miseria, solitudine e fame, quando era ancora a scuola, su consiglio della “zia” Grace (un’amica di famiglia che si prese cura di Marilyn quando sua madre fu internata in manicomio) a poco più di 16 anni Norma Jean decise di sposarsi con un vicino «dall’aria elegante e gentile». Ma le cose andarono di male in peggio. «Sposai Jim Dougherty – annota Marylin in questo suo diario dettato a Hecht-. e fu come essere rinchiusa in uno zoo. Il primo effetto che il matrimonio ebbe su di me fu aumentare la mia mancanza di interesse per il sesso. A mio marito non interessava, oppure non ne era cosciente. Eravamo entrambi troppo giovani per discutere apertamente di un argomento così imbarazzante».

Era l’America puritana che precipitava verso la guerra, un mondo moralistico e religioso di cui Marilyn coglieva tutta l’ipocrisia. Quando, a tredici anni, un pensionante di una famiglia che l’aveva presa in affido aveva tentato di violentarla, Norma Jean lo disse in famiglia ma nessuno volle crederle. Per tutta risposta «la settimana seguente la famiglia, incluso il signor  Kimmel andò a una riunione religiosa che si teneva in un tendone» ricorda Marilyn ne La mia storia.

da left-avvenimenti

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Paolo Rossi, il mio cinema all’improvviso

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 1, 2010

Tra un instant film su Pomigliano, un libro e una regia lirica, il comico milanese è di nuovo giullare on the road. Il 5 agosto a Genova e l’8 sulle Dolomiti

di Simona Maggiorelli

Paolo Rossi

Tra un instant film sulla vertenza di Pomigliano d’Arco e la regia lirica de Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa che lo attende a Spoleto alla ripresa autunnale, Paolo Rossi torna a vestire i panni del giullare on the road: scendendo giù al Porto Vecchio di Genova per fare, sull’acqua, Il meglio di Paolo Rossi il 5 agosto. E poi arrampicandosi su fino alla conca fiorita di Prà Martin per riproporre il Mistero Buffo di Dario Fo «in umile versione pop» l’8 agosto nell’ambito della rassegna Suoni delle Dolomiti.  Del resto, il teatro popolare, è la sua prima e grande passione. La sua molla originaria. Tanto più in tempi di tv irreggimentata e di pesanti tagli alla cultura che lo fanno sommamente indignare. Perché «tagliando i fondi alla cultura – avverte – si impedisce ai giovani persino di immaginare di dire le cose. È una censura micidiale, silente, che non porta allo scandalo perché non è repressiva. E così crea vuoti generazionali». Senza contare che un processo di regressione culturale procede imperterrito in Italia ormai da una ventina di anni. «La tv commerciale – sottolinea il comico milanese – ha compiuto una “rivoluzione culturale”, ci ha fatto diventare tutti tifosi e spettatori. Di fatto ha tramutato il popolo in pubblico. E anche quando si parla di politica, in senso alto, gli italiani  oggi sembrano diventati tutti spettatori». Una situazione di narcolessia «generale e generalizzata» che nel teatrante Paolo Rossi ha fatto tornare la voglia  di ripensare il teatro popolare e gli strumenti che offre per stimolare nuovi pensieri. («Sarà che proprio nei periodi più neri – chiosa – quando tutti sono pessimisti, io sono ottimista: toccato il fondo, non si può che risalire»). Così Paolo Rossi si rimbocca le maniche non risparmiandosi in scena, ma lo fa anche sul piano più “teorico” mandando in libreria con la regista di Mistero Buffo Carolina de la Calle Casanova (sì, si chiama proprio così) un appassionato libro a più voci, La commedia è finita! (Elèuthera) in cui  Rossi dialoga intorno a una moderna idea di teatro popolare,  squadernando gli strumenti, i trucchi del mestiere, ma anche invitando idealmente il lettore nel backstage e nelle cene fra saltimbanchi nel dopo-spettacolo durante le quali, non di rado, «nascono le idee migliori». Ma Rossi con questo libro riesce a far entrare in scena anche le chiaccherate a notte fonda e gli incontri casuali con baristi, fan, benzinai, colleghi attori e albergatori, insomma tutto ciò quel mondo che ruota intorno al palcoscenico e che fa la vita e il lavoro del teatrante. Infilando fra una sigaretta e un autografo qualche piccola perla del genere: «Il potere, ‘o sistema, racconta falsità, menzogne. L’artista del teatro pop ne racconta di migliori». Oppure: «Sarà stato per il personaggio che interpretavo in una compagnia (un comico che studiava da ribelle), sarà stato per il periodo storico (questi anni settanta che secondo me devono ancora cominciare) o per il successo che ci accarezzava… ho avvertito subito il progetto di trasformarci tutti in marionette. Allora l’avevo intuito. Ma solo passato il giro di boa, quasi trent’anni dopo, ho capito che la mia intuizione era giusta e che anzi era già realizzata». E poi calando ogni maschera, con il coraggio che dà, talvolta, il parlare di notte, Paolo Rossi aggiunge: «Io ho avuto fortuna. Sono caduto. Cadere è come quando ti fanno i tarocchi e ti esce la carta della morte. Mica vuol dire sempre che si muore in senso fisico, magari ci vai vicino, ma poi è anche molto divertente riuscire a organizzare e assistere al funerale di una parte di te stesso. Del defunto rimane sempre il meglio… e poi come si fa a parlare male di un morto?».  Ed è davvero una rinascita artistica quella che il poliedrico Rossi sta vivendo fra progetti apparentemente molto distanti fra loro ma che lui riconduce sempre a un unico comun denominatore: il teatro popolare. Anche se a settembre al Lirico sperimentale Belli di Spoleto lei si darà alla regia lirica? «Il melodramma è teatro popolare in senso stretto» ci dice al telefono da Pomigliano in una pausa delle riprese del film  R.C.L.- Ridotte Capacità Lavorative prodotto da Mauro Berardi e Agenzia Multimediale Italiana (Ami), per la regia di Massimiliano Carboni. E questo docu-film sulla vertenza Fiat? «Un metodo di cinema all’improvviso si è sposato bene con un metodo di teatro all’improvviso. Vediamo se sarà così anche in fase di montaggio. Ora tutto passa a Massimiliano (Carboni ndr). Certo fare un film in quattro giorni non è cosa da poco…». Insomma Paolo Rossi ha inventato un nuovo genere cinematografico? «Non esageriamo – si schermisce -. Già altri registi si sono dedicati a lavorare sul canovaccio e non su una sceneggiatura compiuta. Non siamo certo i primi». L’importante, insomma, è farlo alla propria maniera.  Anche perché per dirla con Dario Fo: «Prendere ispirazione è cosa buona, copiare è da imbecilli».

da left-avvenimenti 30 luglio 2010

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Gli universi magici di Mirò

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 30, 2010

Una retrospettiva in quattro tappe sul pittore catalano invita nel cuore della Maremma.  Nella mostra curata da Maurizio Vanni la produzione dell’artista catalano a partire dagli anni Venti. Dopo l’incontro con i surrealisti la sua ricerca si incagliò in figurazioni aride e seriali

di Simona Maggiorelli

Mirò, les-penalites-de-lenfer-ou-les-nouvelles-hebrides

Segno rapidissimo e una esplosione di colori. Gialli, rossi, verdi, azzurri; i toni brillanti della sua terra, la Catalogna. Ma reinventati sulla tela. E’ un caleidoscopio di forme in movimento quello che si compone nella mente visitando la mostra curata da Maurizio Vanni Jean Mirò, universi magici (aperta fino al 17 ottobre). Orchestrata in quattro tappe che invitano a un viaggio nel cuore della Maremma, offre uno sguardo ampio sull’opera del pittore spagnolo che si lasciò stregare dai surrealisti.

E più della retrospettiva ferrarese Mirò e la terra di due anni fa questa esposizione riesce a mettere in luce i molti prestiti da André Breton che Mirò “nascose” sotto lo smalto di uno sfolgorante vocabolario di figurazioni che giocosamente sembrano richiamare una mitologia mediterranea e solare. Come ricorda il curatore Vanni nel catalogo Carlo Cambi editore che accompagna questa rassegna che si snoda fra l’archeologico di Grosseto, la pinacoteca di Follonica e spazi d’arte di Castel del Piano e di Sorano, André Masson aveva presentato il fondatore del surrealismo al pittore spagnolo nel 1923. E questo incontro di fatto segnò una tangibile svolta nella fucina creativa di Mirò.

Dagli anni Venti in poi la sperimentazione di tecniche e materiali (dalla pittura, alla litografia, all’incisione, al disegno) che l’artista catalano praticava a tutto raggio fu improntata soprattutto a una suggestione intellettuale: la ricerca sul profondo declinata secondo il dettato surrealista e freudiano. E se sulla tela di Mirò non comparvero i mostri e le fantasmagorie da incubo che popolano, per esempio, l’immaginario pittorico di Ernst e di Magritte, la ricerca di Mirò finì comunque per incagliarsi in giochi calligrafici che richiamano da vicino la meccanicità della scrittura automatica surrealista. Nonostante il pittore spagnolo si proponesse dichiaratamente di tentare una ricerca artistica su una dimensione psichica più profonda, come già  notava Giulio Carlo Argan, «la sua coscienza rimaneva estremamente vigile e lucida».

Alla ricerca di un linguaggio preverbale, «primitivo», che rifiutava la razionalità del logos ma anche la mimesis della pittura ottocentesca, nel periodo di più stretto rapporto con il surrealismo, Mirò finì così per produrre soprattutto dipinti popolati di un vitalistico brulicare di “organismi biologici” e di piccole creature bizzarre. «Io non sogno mai di notte, ma nel mio studio sono in pieno sogno» raccontava di sé Mirò. Aggiungendo poi: «Quando lavoro, quando sono sveglio, sogno. Mia moglie mi parla ed io sono sempre assente». Ma come fa notare ancora una volta Maurizio Vanni la dimensione mentale in cui Mirò entrava allora quando si metteva dipingere era piuttosto una «trance vigile», una sorta di stato alterato di coscienza, che non gli permetteva di aprire veramente le porte della fantasia.

da left-avvenimenti 30 luglio 2010

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L’arte nomade di Mario Merz

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 29, 2010

di Simona Maggiorelli

Mario Merz igloo compresso

«Ricordo quando da bambino andavo a vedere le parate dei giorni di festa, dove i membri di ciascuna Gilda sfilavano con i loro stemmi in cui erano raffigurate immagine araldiche dai colori forti. Marciavano fino alla piazza principale della città, dove si dava inizio a competizioni scenografiche di sbandieramento acrobatico. Ogni volta che vedo i grandi dipinti di Mario Merz- racconta Rudi Fuchs- penso a quelle cerimonie spettacolari e alla possibilità di mettere in mostra una trentina di quelle immagini-stendardo come in una rappresentazione teatrale, per restituire loro quello sventolio particolare». Critico d’arte fra i più colti e blasonati, Fuchs ha curato personalmente, con l’aiuto di Cristina Mundici, la grande retrospettiva Mario Merz. Pageantry of painting, aperta fino al 26 settembre negli spazi della fondazione Merz a Torino. «L’idea – spiega Fuchs – è proprio quella di un corteo di colori.

Certo i dipinti non possono muoversi all’interno della mostra ma – aggiunge scherzando – credo che un’installazione così sia possibile, con i baluardi che roteano e sventolano nell’aria». Così nella storica sede della Fondazione torinese sfilano una ventina di grandi pitture realizzate tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, provengono sia da importanti musei europei sia da collezioni private e in alcuni casi non esposte al pubblico da molti anni. Si tratta in buona parte di soggetti animali, dalle forme arcaiche, in cui l’evidenza e la riconoscibilità dell’immagine si sposa con l’utilizzo della figurazione in senso archetipico, dalla forte accentuazione simbolica e mitica, specchio di un progetto esistenziale. Scrive ancora il curatore della mostra «Una volta vidi Mario Merz mentre creava alcuni dei grandi dipinti inclusi in questa mostra. Procedeva con un pennello zuppo di colore e qualche bomboletta di vernice su tele non intelaiate, leggere e sottili come lenzuola. Più che dipingere sembrava disegnare: linee allungate, curve, ondivaghe, che prendevano la forma di una qualche figura (per lo più di animali fantastici). Erano forme ben delineate, potenti nel colore e nel disegno. Erano forme araldiche».

Mario Merz stesso sottolineava la connessione tra immagine e rimandi simbolici: «La pittura prende vita nella mente ancora prima di essere fatta. E l’immagine è sempre doppia, è un’immagine e anche qualche altra cosa. Se l’immagine è perfetta diventa un dipinto… Fino a poco tempo fa si poteva diffidare dell’immaginazione, al giorno d’oggi si deve portare nuovamente più fantasia possibile nell’arte». E dopo la fioritura anni Sessanta e Settanta, la pittura torna ad essere un’esigenza forte per Merz negli anni Ottanta con gli igloo dipinti. Per la mostra di Torino Rudy Fuchs ha scelto due igloo dipinti, Casa del giardiniere e Igloo (Tenda di Gheddafi) accompagnati dal video Lumaca di Gerry Schum. Con questa mostra la collezione di pubblicazioni della Fondazione Merz si arricchisce di un nuovo volume in cui Rudi Fuchs offre racconta del maestro Mario Merz.

dal quotidiano Terra luglio 2010

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Le sperimentazioni laiche di Enrico Baj

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 25, 2010

A Castiglioncello, per tutta l’estate, una mostra ripercorle avventure nell’arte  e le sperimentazioni di Enrico Baj.

di Simona Maggiorelli

Enrico Baj

Giocoso, intemperante, con il gusto della provocazione e di quel guizzo di fantasia che apre una finestra su nuovi mondi. L’arte e la vita di Enrico Baj sono ripercorse in Castello Pasquini, a Castiglioncello da una mostra curata per Skira da Luciano Caprile e da Roberta Cerini Baj dal titolo Enrico baj: dalla materia alla figura La rassegna aperta fino al 27 settembre e accompagnata da catalogo Skira raccoglie 77 opere realizzate dal poliedrico artista milanese dal 1951 , ovvero dall’anno di fondazione del Movimento Nucleare, fino agli anni Novanta, quando le sue ludiche sperimentazioni prendono forma di “maschere tribali”, “totem” e composizioni materiche a partire da objet trouvé. Ma andiamo con ordine. Il percorso delle sei sale nel bel castello in pineta prende le mosse dal De Rerum Natura di Lucrezio, a cui Baj era legatissimo per lo spirito laico dello scrittore latino, ma anche per la metafora del naufragio e della possibilità di raggiungere una sponda, un nuovo inizio. Metafora che si tingeva di significati ben concreti per Enrico Baj alla fine della seconda guerra mondiale. Fra speranza di un nuovo futuro e ferite ancora aperta e devastanti lasciate dal conflitto e dall’atomica in quegli anni l’universo di Baj era percorso ancora da atmosfere da day after . Lo racconta bene un’opera come Due figure atomizzate, un olio e smalto del 1951 in cui un sinistro processo metamorfico sembra erodere la stessa sostanza pittorica livida di colature e di umori. La mostruosa Zia Vannia del 1955 nasce da lì e lo stesso Baj non esita a escogitare nel 1956 un Autoritratto che lievita da un impasto informale. In questo ambito di ricerca si colloca anche l’idea dei “generali” rappresentati come se il concetto di violenza e di distruzione fosse insito nel loro corredo cromosomico. Général se promenant avec son petit chien del 1960 è una delle opere che più colpisce in questo senso. Non solo e non tanto per le sue grandi dimensioni ma il tono caustico, corrosivo. Ma a Castiglioncello incontriamo anche un altro quadro celebre di Baj, Zita de Bourbon-Parme, Impératrice d’Autriche, “dama” della frivolezza e della vacuità. Ma la mostra toscana dà anche spazio al successivo percorso creativo di Enrico Baj , in cui il piacere di stupirsi e di stupire il prossimo si unisce a una acuta analisi della società di cui l’artista milanese denuncia la masochistica vocazione per la catastrofe. Fino al tripudio di colori del finale . Nell’ultima sale ecco le “maschere tribali” e i “totem” in cui la pratica del “ready made” usata non per divertimenti fini a se stessi ma per una disamina dei comportamenti umani, capaci di mescolare nello stesso tempo una tecnologia sempre più sofisticata ad atteggiamenti regressivi. Così Attkuyu può inalberare un telefono cellulare mentre il bifronte Luigi XV e Madama Pompadura si fa trapanare il cranio da una lama. E a ribadire quanto Baj fosse incurante di generi e tecniche blasonate ecco, nelle vetrine di Castello Pasquini, “meccani”, i “lego”, le “plastiche”, i “mobili”, gli “specchi” che accompagnarono in tutto il suo percorso artistico.

Simona Maggiorelli

dal quotidiano Terra del 17 luglio 2010

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La cricca dei clerical vip

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 20, 2010

Prelati, affaristi,  politicanti e un aspirante  Papa. Il vaticanista de Il Tempo svela i retroscena del nuovo scandalo che ha travolto  la Chiesa di Roma
di Federico Tulli

Vaticano

E’ romana è l’istituzione politico-religiosa che da sempre si autoproclama faro della moralità universale, ma specie nell’ultimo anno una serie impressionante di scandali in ambiti diversi (pedofilia, finanza, politica) hanno minato fortemente la credibilità sia personale di alcuni suoi eminenti rappresentanti, sia del messaggio culturale che diffonde per bocca del pontefice. L’ultima crisi vaticana entrata nelle cronache quotidiane vede coinvolto il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli già presidente di Propaganda Fide. È questo un Dicastero (o Congregazione) extraterritoriale della Santa Sede, si legge sul sito del Vaticano, «fondato nel 1622 con il duplice scopo di diffondere il cristianesimo nelle zone dove ancora l’annuncio cristiano non era giunto e difendere il patrimonio della fede nei luoghi dove l’eresia aveva messo in discussione la genuinità della fede». Da quattro secoli, dunque, Propaganda Fide ha il compito di organizzare tutta l’attività missionaria della Chiesa. Per disposizione di Giovanni Paolo II, (al fine di rendere più espliciti i suoi compiti) dal 1988 la primitiva Propaganda Fide, si chiama Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Nei mesi scorsi Sepe è finito sul registro degli indagati della procura di Perugia, per corruzione. Secondo i magistrati umbri, in cambio di appalti, mutui e case, facendo leva sul patrimonio immobiliare direttamente o indirettamente gestito da Propaganda Fide (del valore di circa 9 miliardi di euro), il prelato potrebbe aver “unto” anche politici italiani di spicco. Con quale fine? «Creare un gruppo di potere a sostegno della propria aspirazione a diventare prima segretario di Stato vaticano, infine Papa. Una scommessa persa, la sua». È la lettura che ne dà Andrea Guagliarducci, giornalista vaticanista dei quotidiani Il Tempo e La Sicilia, che ha pubblicato per il Saggiatore l’agile istant-book Propaganda Fide R.E. Un intrigo clerical Vip. A Gagliarducci left rivolge alcune domande per comprendere cos’è che tiene uniti importanti uomini di Chiesa, affaristi, politicanti e politici italiani. Un filo che le cronache degli ultimi tempi sempre più spesso stanno portando allo scoperto.
Come è nato questo libro?
Premetto che il mio non è un libro contro la Chiesa cattolica. La vera Chiesa non è la Curia, sono i fedeli, le persone, ma l’istituzione va comunque preservata perché la parte sana per essere viva nel dibattito culturale, per essere incisiva non può uscire improvvisamente da tutti i tavoli. Nello specifico, ho pensato che ci fossero tante cose da raccontare e che nessuno aveva ancora descritto in maniera organica. Fatti che non sono le inchieste in sé ma che riguardano tutto il mondo che ruota intorno alle inchieste.
Andrea Gagliarducci I magistrati definiscono questo mondo “massa gelatinosa”. Un sottobosco di personaggi che fanno da anello di congiunzione tra una parte della politica, imprenditoria e poteri forti dello Stato italiano e una parte delle gerarchie ecclesiastiche. Chi sono queste persone?
Io li definisco “clerical vip”, perché si professano quasi tutti clericali ma generalmente sono fuori dalla Chiesa cattolica. È gente che orbita intorno a essa, che prende il conto all’Istituto opere religiose (Ior) entrando nelle associazioni che ti consentono di averlo. Che utilizza l’amicizia con l’importante uomo di Chiesa, ma anche dello Stato italiano che a sua volta ha legami in Vaticano, per farsi i propri affari o per valutare quali appoggi può ottenere per arrivare a concluderne. È un mondo che sostanzialmente non fa bene né alla politica della Penisola né a quella della Santa Sede. Cosa che Benedetto XVI ha ben presente.
Per questo una sua citazione apre ogni capitolo?
Il Papa queste cose le sa, dall’inizio. Perché è stato per venticinque anni alla guida del Sant’Uffizio, il posto in cui vengono convogliate tutte le “veline” di un certo rilievo. Lui sa bene che esistono i clerical vip ed è a quella Chiesa che li frequenta che ha “dedicato” diversi messaggi pastorali.
La merce di scambio che tiene uniti questi mondi è molto eterogenea. Ad esempio tra i vari favori sembra essere stata inserita la distribuzione di case del patrimonio immobiliare di Propaganda Fide. Qual è il tornaconto per i clerical vip?
Senza dubbio il potere. E la “distribuzione” delle case a un preciso target di clientela è il mezzo per creare un sistema di potere. Aggiungo però che viene chiamata “massa gelatinosa” proprio perché non la si può definire. È composta da un gioco di alleanze finalizzate a creare ciascuna il proprio gruppo di potere e che si mantengono nel momento in cui c’è l’interesse reciproco. Quando questo finisce, le alleanze si rompono e la “massa” prende un’altra forma. Al suo interno ci sono sicuramente massonerie, ma più spesso sono consorterie di affari in cui uno cerca di entrare. E quando ci riesce non sempre il gioco è vincente. Questo penso sia il caso di Angelo Balducci che quando non è più servito è stato scaricato. Probabilmente anche per dare un segnale forte di avvertimento all’esterno.
Balducci è un “gentiluomo del Papa” sin dagli anni ‘90. Come si ottiene questa onoreficienza?
C’è un cardinale o una persona abbastanza influente che scrive una lettera di presentazione in cui chiede che l’altro possa entrare nella famiglia pontificia.
In cambio cosa deve fare questo gentiluomo?
Più che altro bisogna andare a vedere cosa ha fatto per meritarsi la segnalazione. Una volta nominato, viene chiamato a prestare servizio presso Sua Santità. Può capitare di essere assegnato al seguito del presidente Usa, George Bush, in visita ufficiale alla Santa Sede, come è successo a Balducci. Nella sostanza si ha la possibilità di aprire un conto allo Ior e di entrare in Vaticano più facilmente dei “comuni mortali”.
Nell’introduzione scrivi «se ci sono molti pettegolezzi omosessuali che vengono dagli ambienti clerical vip è perché l’omosessualità, in molti casi, è intesa come esercizio del proprio potere». Spiegaci meglio.
Ci sono anche sacerdoti che hanno rapporto con una donna, ma lo vivono sempre con discrezione. Lo stesso vale per alcuni di loro che sono omosessuali. Ma chi va al festino gay e per di più celebra una messa dentro la casa dove si è appena consumata un’orgia, e se ne vanta platealmente, lo fa per dimostrare di essere intoccabile.
Hai scritto che la Congregazione è «come un ministero con portafogli», perché?
Generalmente i dicasteri vaticani non hanno autonomia finanziaria. Questa è una competenza della Segreteria di Stato. Ce ne sono alcuni, come Propaganda Fide o la prefettura delle Chiese orientali, che invece hanno un bilancio proprio e del denaro e proprietà immobiliari a disposizione, che possono destinare allo scopo per cui sono state create. In questo modo la Congregazione può consentire ai missionari di essere indipendenti dal potere politico dei Paesi in cui prestano la loro opera di evangelizzazione. Sotto l’ombrello di Propaganda Fide vanno tutte le terre in cui non c’è una presenza cristiana forte. Nei luoghi cioè, come in Cina, dove le relazioni diplomatiche ufficiali sono piuttosto carenti e non si possono costituire diocesi ma solo le cosiddette “missio sui iuris”.
C’è n’è una anche alle isole Cayman.
Sì, ma quella è dello Ior.

da left-avvenimenti del 30 luglio 2010

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La notte di Caravaggio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 17, 2010

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, San Giovanni battista, in mostra a Porto Ercole

“Così il Caravaggio si ridusse a chiuder la vita e l’ossa in una spiaggia deserta, ed allora che in Roma attendevasi il suo ritorno, giunse la novella inaspettata della sua morte, che dispiacque universalmente…».

così il Bellori consegnava alla storia la notizia della morte del genio lombardo. E letteralmente intorno a quelle ossa – quattrocento anni dopo – si è scatenato un surreale braccio di ferro fra la Lega Nord e l’amministrazione di Porto Ercole dove Caravaggio morì il 18 luglio del 1610. Con tanto di beffa finale: le ossa del pittore in una teca trasparente sono tornate in processione all’Argentario, trasportate via mare dalle bianche vele di Cesare Previti, osannato dal sindaco del Comune toscano.

E pensare che proprio a Porto Ercole Caravaggio trascorse le sue ore più drammatiche e disperate: in fuga da Napoli, illudendosi di poter rientrare a Roma benché lì fosse ricercato per la morte di uomo; pensando di poter contare ancora sull’appoggio del cardinaleScipione Borghese. A lui, probabilmente, erano destinati quei tre quadri che faticosamente portava con sé. Malato, braccato, sfinito, Caravaggio non ce la fece e a 39 anni, a Porto Ercole, finì la sua straordinaria avventura di arte e di vita.

Un’esistenza di affocate passioni, di rivalità, di solitaria originalità e innovazione del linguaggio pittorico che una gretta committenza religiosa tentò invano di censurare. Una vita, di fatto, bruciata in un soffio ma punteggiata di opere d’arte di insuperato talento. Caravaggio – come ricorda ora Giuliano Capecelatro nella bella biografia Tutti i miei peccati sono mortali (Il Saggiatore) – seppe imporre la propria visione con mano sicura. In potenti rappresentazioni dei soggetti sacri, da cui trapela un significato altro, del tutto umano e più profondo. Una biografia questa di Capecelatro che, per altro, non trascura di ricostruire fatti interessanti e poco ricordati come la compresenza a Roma di Caravaggio e Giordano Bruno tra il 1594 e il 1600 e la probabile conoscenza di scritti del Nolano da parte del pittore grazie alla coraggiosa biblioteca del cardinale Francesco Maria Del Monte. Ma pagine appassionate sono anche quelle dedicate ai tormentati ultimi anni di Caravaggio.

E che fra il 17 e il 18 luglio, per il quarto centenario dalla morte del pittore, si potranno ripercorrere a Roma in uno straordinario itinerario di musei e chiese aperte fino all’una di notte. Incluse la Chiesa di Sant’Agostino dove si trova la carnale Madonna dei Pellegrini dipinta tra il 1603 e il 1606 e San Luigi de’ Francesi con il suo vertiginoso trittico di capolavori: la Vocazione e il Martirio di SanMatteo eseguiti tra il 1599 e il 1600 e San Matteo e l’Angelo (1602). Alla Galleria Borghese poi, per questa occasione, sarà esposta Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, mentre in S. Maria del Popolo la notte sarà al climax accendendo le luci sulla Conversione di S. Paolo e sulla Crocifissione di San Pietro. In contemporanea a Porto Ercole, con la presentazione di un nuovo studio edito da Skira, dal 18 luglio sarà esposto il San Giovanni battista della Galleria Borghese.

E volendo ancora continuare il viaggio, tra la Toscana e la Liguria restano almeno due tappe irrinunciabili: agli Uffizi e in Palazzo Pitti dove è aperta la mostra Caravaggio e i caravaggeschi e a Genova che nelle Ville Doria Pamphilj, con Caravaggio e l’arte della fuga, ospita circa ottanta opere dalle collezioni degli storici mecenati liguri, fra le quali il giovanile e già dirompente Riposo durante la fuga in Egitto, sinfonia di luci chiare e radenti, dipinta tra il 1595 e il 1596.

da left-avvenimenti del 15 luglio 2010

Quel San Lorenzo è di Caravaggio”
CARLO ALBERTO BUCCI
DOMENICA, 18 LUGLIO 2010 LA REPUBBLICA – Cronaca
Annuncio dell´Osservatore romano. L´opera ritrovata dai gesuiti. Ma l´attribuzione suscita dubbi Perplessità del responsabile dei Beni culturali vaticani: non credo sia del maestro.

Gli ultimi visitatori della notte bianca romana dedicata al Merisi sciamano dalla galleria Borghese. Mentre dalle tre chiese che conservano i capolavori del maestro escono i visitatori ed entrano i fedeli per la messa mattutina. Sotto il braccio hanno l´Osservatore romano, oggi in edicola con “Un nuovo Caravaggio scoperto nel quarto centenario della morte”, recita il titolo della prima pagina. Si tratta di un cruentissimo Martirio di san Lorenzo con il giovane cristiano che affronta nel panico la morte sulla graticola. Un dipinto che ora, finito il restauro, viene proposto come mano del maestro lombardo. Non senza perplessità. La critica caravaggesca fa infatti suonare l´allarme: «Attenzione alle attribuzioni affrettate e sensazionali».
Il 18 luglio 1610 il pittore si spegneva malato di malaria a Porto Ercole. Ai suoi anni romani (1592-1606) apparterrebbe invece la tela con il martire e tre aguzzini (il quadro pubblicato sull´Osservatore è incompleto). «Di certo è un dipinto stilisticamente impeccabile, però non si vuole ora cadere nel facile tranello di un “Caravaggio a tutti i costi”» scrive Lydia Salviucci Insolera. Storica dell´arte «cristiana a gesuitica», come dice, la studiosa è convinta della bellezza del dipinto restaurato. E, mentre rimane con i piedi per terra ipotizzando un «caravaggesco molto bravo della primissima ora», intanto sottolinea «il terrore negli occhi del santo tutto caravaggesco». Ma anche la presenza nella chiesa del Gesù di un affresco del 1603 di Agostino Campelli che, raffigurando il medesimo tema, «riecheggia» la tela conservata nel convento: e la cappella dell´affresco era dei Crescenzi, legati ai Contarelli per i quali il Merisi nel 1599 dipinse le storie di Matteo in San Luigi dei Francesi. «I documenti ancora non li ho trovati, ma gli studi sono appena cominciati» dice la Salviucci Insolera. E poi Caravaggio ebbe più volte “occasione di andare al Giesù”, come disse lui stesso al processo intentatogli nel 1603 dal Baglione.
Basta per ipotizzare un rapporto con i gesuiti? Non sono di questa idea gli studiosi che il Martirio l´hanno visto, dal vero o in foto. «Mi sembra un quadro bello e interessante, ma l´attribuzione a Caravaggio è da approfondire» dice diplomaticamente la soprintendente al Polo museale romano Rossella Vodret. «Mi riservo di guardarlo da vicino ma le foto sono lontane mille miglia dalla mano del maestro» taglia corto Stefania Macioce, autrice quest´anno della raccolta di Fonti e documenti sul Merisi. Categorica anche Francesca Cappelletti (Caravaggio, un ritratto somigliante, 2009): «Ho visto la tela qualche anno fa ed era in pessimo stato di conservazione: pensai subito a un precoce seguace napoletano». Infine Francesco Buranelli, già direttore dei Musei vaticani e ora segretario della Pontificia commissione dei Beni culturali della Chiesa: «È un bel quadro ma deve essere ancora studiato. Va messo a disposizione degli storici e degli analisti di laboratorio. Poi bisogna trovare i documenti che confermino il giudizio stilistico. Detto questo, il quadro io l´ho visto un paio di anni fa e posso dire che è un´opera di qualità. Caravaggesco? Sì, si può dire. Caravaggio? No, non sono d´accordo».

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