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In missione alle Cayman per conto di Dio

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Una religione molto “terrena”. Tesori nascosti, scandali e affari della Chiesa, nel nuovo libro dello storiografo Claudio Rendina

di Federico Tulli

Ratzinger

Dalla Cappella Sistina, a Città del Vaticano, c’è una piccola porta un po’ defilata che è sempre chiusa. Quasi invisibile, serve a dividere uno dei luoghi d’arte più famosi e visitati al mondo da uno dei siti meno noti e più segreti della Santa sede. Chiusa al pubblico, essa nasconde all’occhio dei comuni mortali il sacrario apostolico vaticano. L’ambiente si sviluppa in diverse sale dislocate su tre piani, dove sono custoditi tra le varie stanze oggetti e paramenti di valore storico, e capolavori di arte orafa e tessile di epoche diverse. Un tesoro dal valore inestimabile.

«Ci sono le pianete di Urbano VIII e Leone XII, i manti di Pio IX e Leone XIII, e poi anelli, calici, piviali con gemme incastonate per oltre 6.000 manufatti, mitrie. Tra cui quella più famosa usata da Pio IX per la proclamazione dell’Immacolata concezione e riutilizzata da Giovanni Paolo II nel 1987 per le celebrazioni dell’anno mariano. E ancora, i triregni di Pio IX e Leone XIII, gli anelli ingioiellati, i pastorali, i sei candelabri con la croce di Leone XII, tutto d’oro. Come sono d’oro i razionali con gemme e smeraldi usati per agganciare i piviali. E c’è anche la toletta da viaggio di Pio IX. È fatta di legno, tartaruga e avorio, ha un interno in velluto rosso e contiene sette rasoi, ciascuno per un giorno della settimana.Che difatti vi è inciso sopra. Forse per non sbagliarsi». Circa venti anni fa Claudio Rendina ha varcato quella porticina e, «grazie al solito monsignore compiacente», è riuscito a vedere l’immenso tesoro che vi è custodito. Pochi sanno della sua esistenza. Un paio di anni fa è stata organizzata a Spoleto la mostra Santi e papi in terra d’Umbria in cui vennero esposti alcuni dei pezzi, quasi nessuno tra quelli più pregiati. Calcolarne il valore è praticamente impossibile. Di certo non potrà più farlo Rendina. «Oggi – racconta lo storiografo e romanista facendosi una risata di gusto – se torno da quel monsignore mi prende a calci nel sedere». Già perché nel frattempo Rendina ha scritto libri come La Santa casta della Chiesa e I peccati del Vaticano, andando a  soddisfare la sua curiosità investigativa anche in altre stanze che il Vaticano fa di tutto per mantenere al riparo da occhi indiscreti. Oggi, sempre per Newton Compton, lo scrittore completa la trilogia con L’oro del Vaticano. In cui ricostruisce la complessa rete patrimoniale della Chiesa cattolica fornendo un utile strumento di comprensione anche per le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto diversi appartenenti alle gerarchie ecclesiastiche. Non ultimo, il caso dell’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia per gli appalti sui Grandi eventi, e tirato in ballo nei giorni scorsi in un’intercettazione dell’inchiesta della Procura di Napoli su Trenitalia.
L’elenco dei beni, finanziari e immobili, di proprietà del Vaticano dice di un’organizzazione politico-religiosa ben lontana dallo spirito di umiltà e povertà che la stessa Chiesa propaganda ogni giorno. È d’accordo?
Assolutamente sì. È l’indignazione che mi provoca questo “doppio registro” ad aver ispirato l’indagine storica da cui muove questo libro. Esaminando gli aspetti finanziari e patrimoniali che sono alla base dell’esistenza di Città del Vaticano ho incrociato tutta una serie di fatti che poco si sposano con lo spirito apostolico invocato dalle alte sfere della Chiesa. Dal rifiuto della legge sulle guarentigie del 1871 ai Patti di Mussolini del 1929, al Concordato di Craxi dell’84, passando per le vicende dell’Istituto opere religiose, mi sono sempre trovato davanti un apparato organizzato per gestire al meglio le ricchezze sconfinate via via accumulate tramite le diverse fonti di approvvigionamento sparse in tutto il mondo. Mi riferisco, solo per citarne alcune, all’Elemosineria apostolica, ai guadagni della Sacra rota, allo sfruttamento di santuari e pellegrinaggi, alla vendita di monete, medaglie e francobolli, alle offerte nelle chiese. Per non dire poi dell’immenso patrimonio immobiliare distribuito nelle diocesi dell’intero pianeta. Infine, ma questo è un caso unico al mondo, dei 4,5 miliardi di euro che ogni anno l’Italia dà alla Chiesa tra ottopermille, finanziamenti e agevolazioni fiscali.
Rendina, chi gestisce ora tutto questo tesoro?
Oggi, senza dubbio l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica costituita da Paolo VI nel 1967. La potremmo definire una sorta di ministero che amministra l’assegnazione degli immobili, la gestione della circolazione del denaro, dei flussi di pellegrini e così via. Fino a coprire tutti i beni di proprietà della Santa sede, destinati a fornire i fondi necessari all’adempimento delle funzioni della curia romana.
E l’Istituto opere religiose che ruolo ha?
Lo Ior è la cassa del Vaticano, il forziere dov’è custodito tutto il denaro che arriva a Roma dalle diverse “fonti”. E qui rimane fino a quando non ce n’è troppo. Quello, per così dire, in eccesso finisce alle Isole Cayman dove c’è il Fort Knox del Vaticano. Il fortino inespugnabile.
Cayman è sulla lista grigia dell’Ocse. È cioè uno dei Paesi che pur essendosi impegnati a rispettare le regole fiscali internazionali non le hanno concretamente applicate.
Alle Cayman ci sono due «quasi parrocchie», così le definisce l’Annuario pontificio, ufficialmente distaccate dall’arcidiocesi di Kingston in Giamaica, con il ruolo di Missio sui iuris, cioè come “terra di missione” apostolica. In realtà di spirituale c’è ben poco come il nome e il Vaticano vorrebbero far credere. Le quasi parrocchie fanno direttamente capo a Roma e sono rette dal cardinale Adam Joseph Maida, che è membro dello Ior.
L’otto per mille è una “fortuna” solo italiana?
Ci fu un’istituzione simile ottenuta dal cardinal Pacelli, futuro Pio XII, quando era nunzio apostolico nella Germania di Hitler. Ma a quei tempi e in quei luoghi la Chiesa di Roma versava veramente in cattive acque e questo è l’unico caso oltre al nostro. Nel mondo non esistono altre situazioni simili. Peraltro tutti i vescovadi nel mondo hanno proprietà immobiliari esentasse che insieme alle offerte garantiscono loro un’adeguata sopravvivenza. Questo vale anche per l’Italia. Come a dire che l’ottopermille è una forzatura senza senso. Con tutti i miliardi che si ritrovano in cassa e senza che si capisca bene che cosa se ne facciano. Visto che fino a oggi è capitato solo una volta con Paolo VI che a un papa venisse in mente di vendere parte del tesoretto e donare il ricavato
ai poveri.

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

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