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La luce viva di GiorgioMorandi

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 20, 2015

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi nacque a Bologna il 20 luglio di 125 anni fa. Google celebra con un doodle una delle nature morte che lo resero celebre in tutto il mondo, bottiglie e vasi dipinti in olio su tela con colori tenui e linee essenziali. Si ispirava a Picasso e Cézanne, suoi contemporanei, senza però tralasciare i grandi pittori del Rinascimento. I suoi quadri sono esposti in tutto il mondo, mentre Bologna, città in cui morì il 18 giugno del 1964, gli ha dedicato un museo. Per festeggiare i 125  anni dalla sua nascita riproponiamo qui due articoli sulla sua arte.

Morandi non è il pittore delle bottiglie e della polvere intrisa di nostalgia gozzaniana. Come perlopiù si dice. Modernissimo, sensibile, instancabile sperimentatore fra olio, acquerello, incisione, il suo sguardo era del tutto anti naturalistico. Nel Complesso del Vittoriano dove – fino al 21 giugno 2015 – è stata organizzata  la mostra Giorgio Morandi, 1890-1964, le sue composizioni di oggetti verniciati ci vengono incontro come luminosi orizzonti urbani fatti di segni geometrici; le sue bottiglie dal collo lungo svettano nel cielo e i suoi fiori di carta, lontani da ogni intento mimetico, più che impressionistici annunci di primavera, appaiono come eleganti composizioni architettoniche.

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Da vivere, più che annusare. A Morandi non interessava dipingere in termini oggettivi ciò che aveva davanti agli occhi, ma trasfigurava gli oggetti in evocative presenze, fin quasi a farne dei segni astratti. Che catturano l’attenzione dello spettatore come fossero fotogrammi di una visione interiore, come un flusso musicale di suggestive modulazioni tonali, via via sempre più delicate fin quasi a scomparire.

Questa straordinaria retrospettiva romana che Maria Cristina Bandera dedica al pittore emiliano, dopo quindici anni di studi e una mostra al Metropolitan Museum di New York, non si limita a ricostruirne il percorso in senso filologico ma, attraverso precise sequenze, riesce a mettere in risonanza 150 opere fino a farne un unico flusso vitale che avvolge e seduce lo spettatore. Passando dalle prime composizioni cubiste, in cui gli oggetti paiono scomposti, a quelle inondate da luce radente e quasi marmorizzate (in cui la curatrice ci fa scoprire non solo accenni a Piero ma anche alla londinese Cena di Emmaus di Caravaggio), per arrivare a composizioni via via sempre più sintetiche e a nature morte dove i contorni sembrano dissolversi, farsi sfrangiati, impalpabili.

Non c’è ombra di metafisica nella luce e nel nitore di questi dipinti morandiani, abitati da un silenzio ricco di sfumature. Solo dal vivo si scopre la speciale forza del colore di Morandi (che nessuna riproduzione può catturare) anche quando il quadro è realizzato solo in una scala di bianchi e grigi, si scopre la vena di inquietudine che percorre gli acquerelli in cui le forme appaiono in negativo e la fine stilizzazione di incisioni su lastre dorate, con cui evocava paesi spogliati da ogni significato realistico. «Morandi è partito da Cézanne per fare una cosa più moderna», suggerisce la curatrice nel catalogo Skira. Ne ha ricreato la poetica per arrivare alla sintesi, all’essenziale. (Simona Maggiorelli Left)

Caro Longhi, caro Morandi

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Un vaso di rose fragile ed elegante, che pare sul punto di impallidire e svanire alla vista. Come il sorriso di chi, scampato il pericolo, non è ancora ritornato in forze, ma è profondamente riconoscente. Con questi Fiori ( 1943 ) Giorgio Morandi ringraziava Roberto Longhi di essersi impegnato per la sua liberazione dal carcere bolognese dove era stato rinchiuso con alcuni militanti del Partito d’Azione per la sua stretta amicizia con lo storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti, impegnato nel movimento antifascista clandestino Giustizia e libertà.
Nonostante i cupi tempi di guerra e la prigionia, il pittore emiliano realizzò un’opera che profumava d’Oriente illuminando il presente con un delicato impasto di colori. Quel quadro ad olio dotato di una «grazia fragile e sorridente» si trova ancora oggi nella villa fiorentina in cui Longhi visse fino alla morte, in quella residenza Il Tasso che oggi è la sede della omonima Fondazione di studi di storia dell’arte.

Qui di recente ha preso vita la rassegna Giorgio Morandi Roberto Longhi opere lettere scritti. Una piccola, preziosa, mostra incentrata sulle opere di Morandi che entrarono a far parte della collezione Longhi, ma anche su un fitto epistolario.

Giorgio Morandi, incisione

Giorgio Morandi, incisione

Quell’evento resta documentato in una bella pubblicazione edita da Silvana editoriale in collaborazione con i Quaderni della collezione Merlini. Curato da Maria Cristina Bandera e con interventi, tra gli altri, di una illustre allieva di Longhi come Mina Gregori, il volume offre uno sguardo profondo sulla biografia intellettuale dell’artista e dello studioso (entrambi nati nel 1890 ) che si svolse in modo quasi parallelo, fra molte consonanze e comuni passioni, lungo l’arco di trent’anni.

Come quella per gli scritti d’arte di Ardengo Soffici o l’interesse per il Futurismo, visto all’inizio come antidoto a certo provincialismo italiano, salvo poi abbandonarlo rapidamente.

E ancora dalle pagine di questa bella pubblicazione emerge la comune passione per la primitiva essenzialità di Piero della Francesca, per la drammaticità di Caravaggio e, soprattutto, per la visione di Cézanne.

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi

Per Longhi e Morandi fondamentale fu la stanza monografica che la Biennale di Venezia del 1920 dedicò al maestro di Aix en-Provence. Mentre un’altra Biennale storica, quella del 1964, coincise con la scomparsa del pittore bolognese.
Proprio mentre la Pop Art di Andy Warhol si apprestava a conquistare l’Europa, Morandi moriva. Una notizia che aveva lasciato Roberto Longhi sbigottito «non quasi tanto per la cessazione fisica dell’uomo, quanto più per l’irrevocabile, disperata, certezza che la sua attività resti interrotta, non continui; e proprio quando più ce ne sarebbe bisogno». Ma in quelle note il grande storico dell’arte era sostenuto anche da una speranza-certezza: «La statura di Morandi potrà, dovrà crescere ancora dopo che quest’ultimo cinquantennio sarà stato equamente ridimensionato, ridotto ai suoi limiti e, dove occorra, persino estromesso dal concerto di una storia che possa dirsi civile e cioè in grado d’intendere ciò che di umano sempre si esprime nell’atto dell’artista». (Simona maggiorelli, Left)

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Le passioni di RobertoLonghi, a Parigi

Posted by Simona Maggiorelli su giugno 24, 2015

Amor vicit omnia, Caravaggio

Amor vicit omnia, Caravaggio

A Roberto Longhi (1890-1970) si deve la riscoperta dei cosiddetti primitivi. E una innovativa e sensibile interpretazione della pittura del Trcento. Con al centro Giotto che, uscendo dalla piatta visione medievale, per la prima volta fa agire i personaggi nello spazio lasciando che le passioni e i sentimenti affiorino sui volti. Ma nel quadro del gotico internazionale seppe anche cogliere tutta l’originalità del linguaggio di Masaccio, fatto di essenzialità di linee, plastica monumentalità delle figure e potenza del colore. Lo racconta bene la mostra De Giotto à Caravage aperta fino al 20 luglio 2015 nel Musée Jacquemart-André a Parigi, scegliendo una fulgida Madonna con bambino dai colori smaltati per rappresentare l’artista della Cappella Brancacci in questo percorso espositivo pensato come fosse un ideale museo longhiano.

E poi la scoperta di Masolino da Panicale, dell’anti classico Mantegna e il pieno recupero dell’arcaicizzante Piero della Francesca di cui Longhi è stato uno dei massimi conoscitori e interpreti. Con una lingua viva quanto colta, nel celebre saggio L’officina ferrarese (1934, ora nei Meridiani Mondadori) Longhi riuscì anche a far riemergere dall’oblio un pittore come Cosmè Tura, dimostrando che era tutt’altro che un bizzarro e introverso pittore di provincia. Come testimonia qui, dal vivo, una potente e spettrale composizione di figure sacre, dai colori lividi e corruschi. Un’opera che emerge con straordinaria forza dal buio di una sala foderata di rosso scuro, mescolando inquietudini nordiche ed eleganza rinascimentale.

Ma in questo ricco itinerario dal XIV al XVII secolo, che affianca importanti prestiti del Polo museale fiorentino e di altri musei europei a numerose di tele della collezione Longhi, non poteva mancare uno degli artisti più amati dallo studioso piemontese: Caravaggio. Al quale riconosceva di aver rivoluzionato la pittura naturalistica con un uso vivo e drammatico del chiaroscuro. Di fatto gli scritti longhiani sono alla base della crescente fortuna critica di Caravaggio nel Novecento. Con l’aiuto di Mina Gregori presidente della Fondazione Longhi, il curatore Nicolas Sainte Fare Garno è riuscito a dedicargli sale in cui spiccano il Ragazzo morso da un ramarro  e l’Amorino dormiente della Galleria Pitti ma anche il Cristo coronato di spine del 1602, tra dipinti di Ribera e di caravaggisti. Ricostruendo il contesto in cui furono dipinti, con quell’attenzione alla koinè culturale che, come ricorda Orietta Rossi Pinelli ne La storia delle storie dell’arte (Einaudi), connota tutto il lavoro critico longhiano.

(Simona Maggiorelli, Left)

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Mantegna, il pittore filosofo che anticipò il Rinascimento

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 7, 2014

Andrea Mantegna. La presentazione al tempio

Andrea Mantegna. La presentazione al tempio

Quando si parla di Rinascimento, di solito, si pensa alla grande tradizione fiorentina e toscana. Di fatto, però, quella veneta non fu meno importante, quanto a inventiva e sperimentalismo. Due aspetti che connotano fortemente la pittura di Andrea Mantegna (1431-1506), straordinaria figura di “artista-filosofo”, anticipatore di quel modo di studiare l’antico (con pieno senso della distanza storica) che avrebbe poi caratterizzato Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

Ma anche maestro di una pittura in cui la nettezza quasi crudele della visione fiamminga è riscaldata da un forte pathos. Basta pensare ad un capolavoro come il Cristo morto (1480) che la Pinacoteca di Brera ha presentato di recente in un nuovo scenografico e discusso allestimento curato dal regista Ermanno Olmi che tuttavia ne mette bene  in risalto l’assoluta originalità,  attraverso un confronto con la Pietà (1460) di Giovanni Bellini.

Nella rappresentazione che Mantegna ci offre di questa scena sacra non c’è traccia di idealizzazione né di agiografia.

Lo scorcio vertiginoso lascia in primo piano il dettaglio dei piedi di Gesù. Mentre il dolore deforma il volto invecchiato di Maria che si affaccia da un lato, come sbucando da una quinta teatrale. Costruzione ardita e potenza immaginifica. Descrizione della realtà umana anche negli aspetti più concreti ed, insieme, invenzione di immagine. Perché qui non si tratta di pittura dal vero.

Se Mantegna avesse riprodotto la visione retinica della realtà, allora i piedi del Cristo sarebbero dovuti essere più grandi e la testa più piccola, secondo i canoni della prospettiva, come nota giustamente Marco Lucco nella sua interessante analisi del quadro contenuta nel volume Mantegna, appena pubblicato da 24 Ore Cultura: una importante monografia che ricostruisce minuziosamente la vita e l’opera del pittore padovano, che fece della provinciale Mantova una delle corti più illustri dal punto di vista artistico in un cinquantennale sodalizio con i Gonzaga, offuscato solo dalle pretese di Isabella d’Este, che l’artista, giudicava alquanto fatue e superficiali.

Spirito indipendente e rigoroso, Mantegna intendeva la pittura come studio e ricerca. Cercava la naturalezza, l’incisività e la freschezza restituendo allo spettatore, scrive Lucco, «la sensazione vitale di una realtà intensificata». E dava grande importanza alla coerenza del racconto figurativo. Tanto che, aggiunge lo storico dell’arte, «non c’è centimetro della sua pittura che non sia pensato».

Eppure non è mai cerebrale, mai freddo. Distaccandosi nettamente dal giudizio di Roberto Longhi che, con un certo disprezzo parlava di Mantegna come del pittore «di pietre fredde e acidamente venate», Lucco mette bene in luce la dinamica degli affetti che rende vive e vibranti in particolare le opere dell’ultimo Mantegna, realizzate negli anni Ottanta. E che a noi pare ravvisabile già in opere di disarmante bellezza come la Madonna Butler (1460) o come la Presentazione al tempio (1455) conservata alla Gemäldegalerie di Berlino, in cui spicca una bionda Madonna, fragile e femminile, che Lucco ipotizza essere un ritratto di Nicolosia, la figlia del pittore veneziano Jacopo Bellini che Mantegna sposò giovanissima. (Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Lorenzo Lotto nella Reggia di Venaria

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 10, 2013

Lotto. Laura da Paola

Lotto. Laura da Paola

“Difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto: e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole”, così scriveva la scrittrice Anna Banti ad incipit del suo libro dedicato a Lorenzo Lotto (1480-1556): un agile volume opportunamente recuperato e pubblicato nella collana Sms dell’editore Skira, un paio di anni fa. Il prezioso ritratto a parole firmato della romanziera e studiosa d’arte, sulla strada aperta dagli scritti di Roberto Longhi, finalmente restituiva la giusta statura a questo inquieto pittore, dalla vena sensibile e popolare, lontano anni luce dallo splendore e dal trionfo dei colori della pittura veneta a lui contemporanea.

Benché fosse veneziano e ventenne alla svolta del Cinquecento, la sua cultura visiva sembrava alquanto provinciale al confronto con il raffinato e poetico tonalismo di Giorgione o se paragonata al vigoroso realismo, laico ed espressivo di Tiziano.

Ma i suoi santi scavati dal tormento interiore, le sue timide Madonne, i suoi aguzzi e veritieri ritratti sono, se possibile, ancor più lontani dal classicismo idealizzante di Giovanni Bellini, che secondo la tradizione sarebbe stato suo maestro nei primi anni veneziani. Brusco ed immediato, poco propenso alla ricerca formale e alla trasfigurazione aulica dei soggetti rappresentati (anche nelle pale sacre) Lorenzo Lotto è stato forse il maggiore interprete in Italia di quello spirito nordico e riformista che si era andato diffondendo in modo più o meno sotterraneo nella piccola “borghesia” delle regioni del Nord della penisola. Ma non solo.

Lorenzo Lotto fu anche il cantore delle terre marchigiane e dei suoi rustici personaggi, come racconta la mostra Un maestro del Rinascimento. Lorenzo Lotto nelle Marche, aperta dal 9 marzo al 7 luglio nella piemontese Reggia di Venaria e incentrata dal curatore Gabriele Barucca su una ventina di opere realizzate da Lotto ad Jesi, a Recanati e dintorni.

Dedicata al periodo più fertile della produzione lottesca, l’esposizione, che ha fatto tappa anche al Museo Puškin di Mosca, in realtà è una piccola grande summa dell’arte di questo schivo e appartato artista: un viaggio sfaccettato nella sua poetica antieroica e borghese, dove trionfano penetranti primi piano di sarti e altri artigiani al lavoro, di ricche e addobbate signore di provincia, di giovani di belle speranze, di persone anonime che conquistano per la prima volta la ribalta della storia dell’arte.

In questo percorso espositivo sono tante anche le opere che raccontano episodi mutuati dai testi sacri e che appaiono sempre calati nella concretezza della vita di tutti i giorni, in modeste abitazioni e in brulli tratti di paesaggio, scavati da calanchi, come i volti dei solitari santi che Lotto metteva al centro della sua pittura altamente drammatica e narrativa. Calati nella quotidianità, nella storia, fuori da ogni distanza metafisica, così appaiono i suoi San Gerolamo e il suo San Vincenzo Ferrer proveniente dalla chiesa di San Domenico di Recanati e appena restaurato. Ma folgoranti sono anche i pannelli dell’annunciazione, dipinti a Jesi intorno al 1526 in cui le figure sacre si sporcano le mani con la faticosa quotidianità contadina, mentre lo sgomento che si legge sul volto di Maria arriva a sfiorare l’eterodossia. ( Simona Maggiorelli)

dal settimanale Left

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Nuove luci su Caravaggio. Per le celebrazioni del 2010

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 16, 2010

di Simona Maggiorelli

Caravaggio

Caravaggio

Fece clamore, tre anni fa, la scoperta di Sir Denis Mahon che, sotto le incrostazioni di una polverosa Chiamata dei Santi Pietro e Andrea attribuita a un seguace di Caravaggio e conservata nei magazzini della Royal Gallery di Hampton, riconobbe la mano geniale del Merisi.

E ancor più la querelle sul Narciso della Galleria Barberini lanciata da Vittorio Sgarbi dal salotto tv di “Porta a porta”: espungere la tela dal catalogo delle opere di Caravaggio era il diktat dell’attuale sindaco di Salemi. Alla quale rispose un’alzata di scudi da parte degli studiosi, da Strinati allo stesso Mahon. Ma se quella volta il Nostro aveva l’appoggio di un’autorevole allieva di Longhi, come Mina Gregori, fu invece unanimemente negativo il giudizio che nel 2006 fioccò sulla mostra firmata da Sgarbi Caravaggio e l’Europa a Palazzo Reale di Milano: brutta controfigura di quella che Longhi aveva realizzato nel 1951 nella stessa sede. Una mostra, quella di Sgarbi, talmente confusa nell’affastellare opere di pittori “caravaggeschi” e opere definitivamente attribuite a minori (e uscite definitivamente dal catalogo di Caravaggio) da avere un pregio: fermare la ridda delle esposizioni di Caravaggio ad alto tasso di spettacolarizzazione, ma affrettate e di scarso contenuto critico.

Una pausa di riflessione quanto mai utile, alla fine, ha connotato gli ultimi tre anni. Un silenzio laborioso ha accompagnato il percorso di avvicinamento alle celebrazioni del 2010 per il quarto centenario dalla morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio (15711610).In questi anni e nei mesi recenti si è pensato soprattutto a studiare e a presentare il risultato di nuove ricerche in convegni e lezioni. E mentre alla Galleria Borghese ( dove è allestita la mostra Caravaggio-Bacon)e alla Galleria Corsini l’associazione Lo studiolo annuncia per novembre un ciclo d’incontri sul “nero come spazio dell’interiorità e massima ombra in Caravaggio”, alla Pinacoteca dell’Ambrosiana a Milano (dove è conservato il celebre Canestro dell’Ambrosiana) si è appena concluso un convegno dedicato alla formazione di Caravaggio, periodo ancora in larga parte oscuro della vita e dell’arte del Merisi. Così, mentre il catalogo delle opere autografe (senza quei grandi colpi di scena che piacciono ai mercanti d’arte) ha conosciuto assestamenti in base a nuovi fatti documentari, importanti, lavori di restauro hanno permesso di acquisire nuove o più approfondite conoscenze. E’ questo il caso del San Francesco in meditazione attribuito a Caravaggio da Cantalamessa agli inizi del Novecento e del quale è ben nota una copia. Nella versione conservata nella chiesa di Carpineto, con le indagini radiografiche, è stata scoperta la figura retrostante di un San Francesco di piccole dimensioni, che si suppone autografo, e che Caravaggio usò certamente come immagine guida nel dipingere il panneggio nella stesura definitiva del quadro. La scoperta e lo studio di questi ripensamenti dell’artista, insieme a particolari venuti alla luce durante il restauro (le orecchie rosse per il freddo, dettaglio che il copista non capì e non trascrisse), fanno pensare che l’autografo sia il quadro di Carpineto e non quello dei Cappuccini, come fin qui si era pensato.

Importanti risultati si aspettano anche dal restauro della Adorazione dei pastori, umanissimo racconto ed epifania di luce che appartiene all’ultima, tormentata, fase della parabola caravaggesca, a quei concitati anni di fuga a cui fu costretto dopo aver ammazzato Ranuccio Tomassoni. Fino al 31 gennaio i lavori dei restauratori si possono seguire in un “cantiere aperto” allestito alla Camera dei deputati. Poi la tela andrà alle Scuderie del Quirinale dove, il 18 febbraio, sarà inaugurata una grande e attesa retrospettiva di Caravaggio per il quarto centenario.
“In anni recenti l’abbondante messe di ricerche, studi e interventi sulle vicende biografiche e artistiche del Merisi – annota il curatore  Claudio Strinati- ha confermato il generale, costante e crescente interesse intorno alla tormentata leadership del pittore.Da qui la scelta di strutturare la mostra secondo un criterio espositivo filologicamente rigoroso, che dia luogo a un percorso sintetico, non antologico, pur tuttavia fondato sulla presentazione di opere “capitali”.Opere come il Bacco dagli Uffizi, Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese, I musici dal Metropolitan, costituiranno, nella loro presentazione contestuale, una sorta di omaggio all’unicità di Caravaggio”.

dal quotidiano Terra del 3 novembre 2009

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L’Angelico e l’avanguardia di Rothko

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2009

A più di cinquanta anni anni dall’ultima retrospettiva dedicata a Beato Angelico, una mostra e nuovi studi riaprono la discussione sulla sua operae sul suo colore intriso di luce

di Simona Maggiorelli

untitled-1950Colpito da quella speciale luce che hanno gli affreschi di Beato Angelico in San Marco a Firenze, Rothko si mise a studiare una preparazione in gesso per dare al pigmento una qualità simile all’affresco e quella consistenza diradata che facesse sembrare le sue forme di puro colore come percorse da un movimento. Nasceva così l’osmosi di giallo radioso, bianco e azzurro di Untitled del 1950. Ma dalla nuova monografia, edita da Phaidon che Diane Cole Ahl ha dedicato all’opera dell’Angelico si apprende anche che il colore intriso di luce che faceva risplendere gli affreschi e i dipinti del pittore toscano affascinò anche molti altri pittori di avanguardia.


Studiando la luce e il colore, Rothko voleva davvero realizzare “i colori trascendenti e la spiritualità dell’arte” del maestro di Fiesole come è stato scritto? O piuttosto – come ci piacerebbe pensare – cercava quel valore prismatico, mobile, del colore che regala una straordinaria gamma di timbri alla pittura sacra del Quattrocento?

Domande che qui non possiamo che tenere aperte per ricerche future. Ma che, intanto, devono fare i conti con la risposta filologica di Maurizio Calvesi che, annota: “Quella luce che diverrà nella storia della pittura agente fondamentale di animazione, nell’Angelico è soprattutto un fissativo che scende su uno spettacolo ne varietur” .

Consulente scientifico della mostra Beato Angelico l’alba del Rinascimento aperta dall’8 aprile al 5 luglio nei musei Capitolini di Roma, nel suo saggio pubblicato nel denso catalogo Skira, Calvesi ricostruisce la biografia di Beato Angelico (al secolo Pietro di Guido) e la koinè culturale in cui visse e fu attivo fra il 1417 e il 1455. D’accordo con Cole Ahl, nel dire che se Vasari creò una leggenda agiografica intorno a Beato Angelico, Calvesi però ci ricorda che il pittore aveva fatto studi tomistici e che la sua arte intesa come predicazione dipinta era densa di sfumature teologiche.

foto-10-annunciazione-e-storie-della-vergine-nella-predellaLa scelta di fra’ Angelico indubbiamente fu diversa da quella di un altro artista suo contemporaneo, fra’ Filippo Lippi che, invece, fuggì con una giovane suora e smise il saio. Peraltro senza che questo pregiudicasse la sua carriera di pittore di immagini sacre. Papi, cardinali e principi, a quell’epoca, non vedevano affatto sconveniente che a dei “libertini” fossero commissionate le più importanti immagini sacre. Gli ordini minori, come insegna la storia di molti letterati e artisti fra Medioevo e Rinascimento, si prendevano perlopiù per avere di che vivere. Ma l’angelicus pictor, come fu subito nominato, si tramanda che avesse fede fervente e quella aureola che gli fu da subito assegnata è stata un ingombro non di poco conto alla lettura della sua opera.

Il primo a tentare di liberare la sua multiforme produzione di affreschi, quadri, disegni e opere miniate dal cliché di arte mistica e fatta di atmosfere celestiali fu Roberto Longhi rintracciando nella pittura dell’Angelico degli anni 20 e 30 del Quattrocento gli incunaboli del Rinascimento. Poi sarebbero venuti le importanti retrospettive di Roma e Firenze per il cinquecentenario della nascita dell’artista, il saggio di Giulio Carlo Argan e una gran messe di studi e acquisizioni recenti che (confermate dalle indagini riflettografiche di alcune opere realizzate dalla Normale di Pisa) oggi ci permettono di mettere a fuoco la figura di Beato Angelico come pittore di grande respiro pienamente inserito nel dibattito sulla prospettiva e sull’evoluzione dell’immagine del Quattrocento, capace di cimentarsi con le più diverse tecniche e aperto alla rivoluzione espressiva di un artista più giovane di lui di 15 anni, come Masaccio. Di un artista inserito nel suo tempo e in transito fra tradizione e innovazione oggi parla autorevolmente la storica dell’arte inglese Diane Cole Ahl, raccontando come nella luminosa pala di Cortona (ora in mostra a Roma) Beato Angelico avesse innovato la tradizione iconografica dell’annunciazione,mentre Calvesi nel catalogo Skira racconta come l’artista fosse passato da una concezione di una “natura naturata”, cioè immobile come dio l’ha creata, a una rappresentazione della natura come, physis, come divenire e come energia vitale aprendo la strada alla dinamica veduta del Valdarno che un giovane Leonardo avrebbe tracciato nel 1473.

E se una maggiore espressività delle figure, Beato Angelico la realizzò in rapporto con la pittura di Masaccio, dal Brunelleschi ricavò l’idea della profondità dello spazio architettonico, abbandonando a poco a poco gli sfondi oro, ma anche tralasciando la struttura a più ante del polittico a favore della più sintetica pala che gli consentiva di mettere in rapporto le figure umane.

Percorrendo le sale capitoline che ospitano questa nuova retrospettiva dell’ Angelico si può leggere questa evoluzione: dalle finezze tardo gotiche della prima Madonna di Cedri (proveniente dal Museo San Matteo di Pisa) alla scrittura ancora paratattica della Tebaide fino all’approdo a un Umanesimo tosco-emiliano, monumentale e classicheggiante che, alla fine dei suoi anni, lo porterà a affrescare la cappella Nicolina.

Ffoto-12-beati-e-dannati1In mezzo a questo articolato percorso, capolavori come la luminosa Annunciazione di San Giovanni Valdarno (1434) e il grande trittico di Cortona completo di predella. Ma anche opere da poco restaurate come il Trittico della Galleria Corsini di Roma e la predella della Pala di Bosco dei frati. Da Desdra arriva l’Annunciazione riassemblata nel XVI secolo e da Lipsia il frammento con San Giovanni Battista. Ma ad attrarre lo sguardo è anche una potente raffigurazione di Beati e Dannati (1430c.), oggi appartenente a una collezione privata americana. Una pittura di cremisi, neri, bianchi e blu radiosi che fa risplendere la tavola come pietre preziose.

da left-avvenimenti del 10 aprile 2009


FRA’ANGELICO , IL GRANDE INNOVATORE

Beato Angelico pittore devozionale, ma anche grande innovatore. Ripercorrendo tutte le più importanti acquisizioni che gli studiosi hanno messo a punto dal 1955 (l’anno delle grandi mostre per il cinquecentenario) a oggi, la storica dell’arte inglese Diane Cole Ahl, nel volume Fra’ Angelico pubblicato da Phaidon, ricolloca finalmente l’opera del pittore toscano nel suo giusto contesto storico, offrendone una lettura aggiornata. «Innovatore che seppe trasmettere le tradizioni iconografiche e spirituali del proprio ordine domenicano, egli concepì la propria arte come predicazione reinterpretando i temi sacri e conferendogli una nuova risonanza», scrive Cole Ahl. Dunque non più pittore del tutto chiuso in mondo di smalti medievali e sordo al tumultuoso rinnovamento culturale che la Firenze medicea stava vivendo grazie a una folta schiera di studiosi umanisti e artisti. Con questa sua importante monografia Cole Ahl invita a prestare maggiore attenzione ai segni di innovazione che le opere dell’Angelico mostrano, sia che si tratti di affreschi monumentali, sia di pale d’altare o di codici miniati. L’orchestrazione prospettica e la tridimensionalità architettonica delle scene sacre degli anni Trenta del Quattrocento, in effetti, ci dicono quanto il pittore fiesolano fosse lontano dagli appiattiti sfondi medievali, e interessato alle novità introdotte da Brunelleschi e Ghiberti. Mentre l’uso sapiente della luce e dei colori, in quella gamma vastissima di bianchi brillanti, cremisi e blu radiosi che fa risplendere le sue pitture come pietre preziose, appare in un certo modo in sintonia con nuova visione umanistica e rischiarata. E non si può dire nemmeno che Beato Angelico, con Masaccio, non avesse compreso la novità di una rappresentazione pittorica che dava nuova centralità e dignità all’umano. Basta guardare, nota Cole Ahl, il volto della Vergine nella Grande crocefissione e più ancora il gesto della Maddalena, bella e sensuale ai piedi della croce. «L’Angelico creò opere di profonda espressività», scrive la studiosa inglese e la mostra Beato Angelico, l’alba del Rinascimento che si apre oggi ai Musei Capitolini a Roma sembra, fin dal titolo, volerne raccogliere il messaggio. ( Simona Maggiorelli)

Da  Europa 8  aprile 2009

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Bellini e la sfida dell’invenzione

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 26, 2008


A sessant’anni dall’ultima monografica a Roma una grande mostra dedicata al maestro veneto

di Simona Maggiorelli

«Prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero e di Antonello, in ultimo fin giorgionesco», così in una pagina del Viatico Roberto Longhi ripercorreva l’inquieta parabola della pittura di Giovanni Bellini, mossa dal “rodimento” di una ricerca continua dell’invenzione nel confronto con i grandi della sua epoca. Un confronto – come quando nel 1475 arrivò a Venezia Antonello da Messina – che non mancò di risultare frustrante. Ma intanto nel gioco di emulazione della Crocifissione di Anversa del pittore siciliano Bellini creò forse il suo capolavoro assoluto: La Pietà di Brera, riuscendo a dare alla vena fiamminga e inquieta del Cristo di Antonello una nuova luce nei colori e uno sguardo aperto sul paesaggio. Fatto è che nell’arte veneta, prima ancora che altrove, si era rotto il culto delle immagini provenienti dall’Oriente, icone che nella loro pretesa di essere antichissimi ritratti autentici di santi, imponevano una cifra di immutabilità. Così se il padre Jacopo Bellini era stato un pittore di icone gotiche e il fratello più grande, Gentile, era l’abile ritrattista che Maometto II aveva invitato in Turchia (fu il primo occidentale a ritrarre l’Oriente musulmano) Giovanni – che era nato nel 1431 e morì nel 1516 – non potè più adagiarsi in una identità di bravo e stimato ritrattista. Nell’età di Leonardo da Vinci, il passaggio era epocale: i grandi pittori avevano perso lo status di artigiano per assumere quello di artista.

Un pittore di Urbino nato cinquant’anni dopo Giovanni Bellini sarebbe stato addirittura “il divino Raffaello”. Fu così che, come ci racconta la mostra Giovanni Bellini allestita nelle sale delle Scuderie del Quirinale, il pittore veneto dovette confrontarsi con il nascente mito dell’artista creatore. Mentre i dipinti su tavola, sempre più richiesti dai collezionisti privati, finalmente permettevano qualche libertà dal rigido canone imposto dalla committenza ecclesiastica. Mauro Lucco e Giovanni C.F. Villa, i due curatori della monografica che si apre il 30 settembre a Roma  alle Scuderie del Quirinale (a sessant’anni dalla storica mostra di Palazzo Ducale a Venezia) sono riusciti a riportarne in Italia alcuni esempi davvero straordinari, fra cui alcuni ritratti. Ma fra le sessanta opere di Bellini in mostra, che coprono i tre quarti della produzione certa del maestro veneziano, ci sono anche grandi e fragilissime pale d’altare, come il Battesimo di Cristo dipinto per la chiesa di Santa Corona a Vicenza e la Pala di Pesaro. E accanto alle Madonne illuminate e rese più carnali dal brillante colorismo veneto, accanto alla serie dei crocefissi spuntano allegorie e mitologie, fra le quali la Continenza di Scipione, un fregio di tre metri di cui la National Gallery di Washington non aveva mai concesso il prestito.

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