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Testamento biologico. Daremo battaglia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Proprio nell’anniversario della morte di Eluana il Consiglio dei ministri vara una strumentale giornata nazionale degli stati vegetativi. E dal 21 febbraio torna in Aula la proposta di legge Calabrò che limita  il diritto di autodeterminazione. E la presidente dell’Associazione Luca Csocioni, la deputata Maria Antonietta Coscioni promette: ” non resteremo in silenzio”

di Simona Maggiorelli

Onorevole Coscioni Il Tar della Lombardia ha bocciato come “illegittima” la disciplina varata nel 2008 dalla Giunta Formigoni perché il termine fissato delle 22 settimane contrasta con la legge la 194 sull’aborto. il Presidente della Regione Lombardia ha commentato: «questa sentenza è antiscientifica». Che dire?
Il commento del presidente della Regione Lombardia è ridicolo e neppure da prendere in considerazione. Roberto Formigoni non credo abbia alcun titolo per stabilire quello che è o non è scientifico. La sentenza comunque stabilisce non tanto la scientificità della “disciplina” Formigoni, quanto il fatto che ha prevaricato i suoi compiti e funzioni. Non è materia che debba e possa essere disciplinata dalle Regioni, ma dallo Stato.

Ignorante anche della tradizione cattolica di seppellire i feti abortiti in terra sconsacrata, il presidente Formigoni gli fa il funerale con tutti i crismi. Cosa è accaduto in Lombardia? Ci sono altre Regioni che ne seguono l’esempio?
Anche il “nuovo” Piemonte del leghista Roberto Cota, se non sbaglio, segue la strada formigoniana. Speculazione? Demagogia? In Lombardia, ad ogni modo, è stata sistematicamente occupata la sanità, militarmente vorrei dire, da parte di Comunione e Liberazione e del suo braccio economico, la Compagnia delle Opere. E la sanità, è noto, costituisce un lucrosissimo affare: cliniche e ospedali devono soggiacere ai diktat di Comunione e Liberazione, come documenta il libro La lobby di Dio (Chiarelettere), di Ferruccio Pinotti, un giornalista peraltro cattolico. Lettura illuminante (vedi Left n.46 del 26 novembre 2010) su quello che accade in Lombardia e non solo in quella Regione.

La neonatologia ha dimostrato scientificamente che solo dalle 24 settimane il feto ha possibilità di vita autonoma. (La Carta di Firenze dice addirittura da 25 settimane). Perché la sinistra e le forze politiche progressiste stentano a fare proprie le acquisizioni della scienza lasciando che si continui a dare dell’assassina a chi abortisce?
Bella domanda. Però, riguarda il PD, e se si vuole Di Pietro e Vendola, non certo noi Radicali, che abbiamo promosso e animiamo un’associazione, la “Luca Coscioni”, che ha per suo obiettivo e ragione costitutiva la libertà di ricerca. Ricordo che il nostro slogan-programma è: “Dal corpo del malato al cuore della politica”, e questo significa appunto che crediamo che i cosiddetti temi scientifici, al pari di quelli che oggi si dicono etici, sono questioni sociali. Siamo anche gli unici ad aver organizzato due congressi mondiali, proprio per rendere “politici e sociali” queste questioni.

Per Mimesis sono appena usciti gli Atti del secondo congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che avete organizzato al Parlamento Europeo. Anche in base a quell’iniziativa di respiro internazionale cosa pensa di certi media italiani che trasmettano servizi per dire che il feto in utero ci vede e che il feto di pecora sogna? Per non parlare poi dei casi di risveglio dal coma che sulla stampa vengono contrabbandati per miracolosi risvegli da stati vegetativi permanenti?
I danni che determina questo modo di procedere sono sotto gli occhi di tutti. La sistematica e pervicace disinformazione fa sì che queste questioni, che sono in realtà semplicissime e comprensibili da tutti, diventino ostiche. Lo abbiamo visto anche in occasione del referendum sulla legge 40 in materia di fecondazione assistita, ma potrei fare tantissimi altri esempi. Ma del resto, per tornare al caso Lombardia di cui parlavamo prima, si lascia che in certi ospedali siano affissi manifesti del sedicente Movimento della vita, dove si fa vedere un feto con fattezze ormai umane e la scritta: “Mamma, non uccidermi”. Ecco, se questa è la semina, il raccolto non può che essere quello che è. Il problema fondamentale è garantire e tutelare la volontà del paziente, dell’interessato; che al contrario è quotidianamente minacciata e pregiudicata.

Nel Libro bianco stilato dal sottosegretario alla Salute Roccella si equiparano gli stati vegetativi a una grave disabilità. Cosa ne pensa?
L’educazione e il buon gusto mi impediscono di dire cosa penso delle esternazioni e delle iniziative del sottosegretario Eugenia Roccella. Sono un quotidiano insulto all’intelligenza. Francamente mi riesce incomprensibile capire la ragione per la quale, con una furia sistematica demolisce tutto quello che ha caratterizzato e “segnato” i suoi primi vent’anni….

Il tribunale di Firenze il 12 gennaio ha detto sì al testamento biologico accogliendo il ricorso di un cittadino e sottolineando che la libertà di scegliere a quali trattamenti sottoporsi è garantita dalla Carta. Ma Casini chiede di calendarizzare il voto sul biotestamento. E per il 9 febbraio, anniversario della morte di Eluana, il Consiglio dei ministri ha indetto la Giornata nazionale degli stati vegetativi. Come  risponderete?
Posso dire che con le mie compagne e i miei compagni radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, dentro e fuori le istituzioni continueremo a dare battaglia, come abbiamo fatto finora; centuplicheremo i nostri sforzi. Il problema sarà quello di riuscire a coinvolgere i partiti di opposizione ma non solo: anche nel centrodestra ci sono personalità laiche sensibili a questi temi. Penso, per esempio, alla collega Chiara Moroni e ai tanti come lei, che mal sopportano la deriva clericale e vaticana di cui è preda il PdL o quello che ne resta. Per il 9 di febbraio, in particolare, nella sala Mappamondo della Camera dei Deputati con i colleghi Livia Turco, Ferruccio Saro,  e la stessa Chiara Moroni presenterò il libro Gli ultimi giorni di Eluana (Biblioteca dell’immagine) del professor Amato De Monte e Cinzia Gori che hanno accompagnato Eluana negli attimi finali. Fondamentale riguardo a questa battaglia  sarà il ruolo giocato dai mezzi di informazione: è il presupposto fondamentale, una corretta informazione. Non per un caso noi Radicali, Marco Pannella per primo, siamo preclusi dai programmi di approfondimento politico della RAI e di Mediaset. Se la ricorda l’ultima volta che ha visto Pannella a Porta a porta o a  Ballarò?.

dal settimanale left-avvenimenti

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Nuove tribù creative dall’Africa

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

Alla Biennale di Malindi, fino al 28 febbraio, la nuova onda africana, nomade e vitale

di Simona Maggiorelli

George-Lilanga

Le sue composizioni addensate di figure, uomini e animali che danzano in una foresta di colori brillanti, sono diventate il simbolo orgoglioso di una nuova Tanzania, giovane e consapevole dei propri tesori naturali; gioielli da far sapientemente balenare agli occhi dei turisti, insieme ai ritmi ribelli del nuovo rap e alle seduzioni di una viva e multiforme scena artistica. Così tele di un maestro degli anni del post colonialismo come George Lilianga (Kikwetu 1934-Der es Salaam 2005) occhieggiano già dalle colonne dell’aeroporto di Der es Salaam e di Zanzibar accanto a opere più seriali di pittori delle ultime generazioni che scelgono una via quasi fumettistica per raccontare, con divertita ironia, vecchi e nuovi incontri fra il “buon selvaggio” africano e “conquistadores” in tenuta da safari. E mentre il flusso del turismo consumistico, dalle capitali del Kenya  e della Tanzania, armato di macchine fotografiche, sciama verso parchi e villaggi Alpitour, c’è un atro flusso di viaggiatori che si dirige invece verso le capitali culturali dell’Africa, dalla piccola Stone Town tanzana alla keniota Malindi.

Qui in particolare, fino al 28 febbraio, è aperta la terza Biennale d’Arte, un appuntamento che in sei anni ha saputo guadagnare una forte attenzione internazionale. Anche grazie a una sua caratteristica specifica, quella di affiancare ad una ampia selezione di opere di artisti africani, alcune opere di giovani artisti occidentali ispirate alle tematiche poetiche ma anche politiche che attraversano questo immenso continente. Seguendo questa scia, con il titolo Safari (artisti e sciamani) l’attuale Biennale di Malindi curata da Achille Bonito Oliva

Esther Mahlangu

esplora le assonanze, i richiami interni che più o meno involontariamente attraversano il fare artistico di chi in Africa è nato e di chi l’ha eletta come propria patria creativa. Così accanto ai paesaggi umani di Lilanga, senza fondo e senza prospettiva (quasi a voler reinventare la pittura medievale) ecco i racconti per immagini di una Africa magica firmati da Bush Mikidadi. Accanto alle geometrie di linee e colori della celebre artista sudafricana Esther Mahlangu ecco le modernissime e sensibili pitture astratte su legno di Endgaget Legesse, talentuoso artista etiope nato nel 1971. E via di questo passo, in un mosaico di forme e colori che ci dice di nuove affascinanti tribù dell’arte, nomadi e imprendibili.

da left-avvenimenti del 4 febbraio 2011

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A Genova, l’Africa delle meraviglie

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

maschera Wé

Lo straordinario Museo dell’Uomo di Parigi, il Musée du Quai Branly, ha cambiato, in poco tempo il modo di concepire i musei d’arte impropriamente detta “etnica” o “primitiva” in Europa. Di fatto quello progettato dall’architetto Jean Nouvel, dall’inaugurazione nel 2006 a oggi, ha già fatto scuola con il suo suggestivo allestimento in cui antico e ultramoderno si poteniano l’un l’altro per far passare i messaggi di culture scomparse o che si sono trasformate in “altro” nel corso della storia.

Ma il Musée du Quai Branly ha fatto scuola anche con il suo intelligenteuso della multimedialità per contestualizzare i reperti antichi e per il forte appeal scenografico dei percorsi espositivi. Un tratto che, accanto alla cura scientifica dei contenuti ritroviamo esplicitamente richiamato nella mostra L’Africa delle meraviglie  aperta fino al 5 giugno 2011.

In Palazzo Ducale e in Castello d’Albertis, infatti, gli antropologi Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano, con la collaborazione del filosofo Marc Augé hanno costruito un articolato percorso scandito da rosso bianco e nero ( i colori per antonomasia dell’arte africana) per presentare per la prima volta al pubblico centinaia di maschere, sculture, totem ma anche oggetti di uso quotidiano provenienti da aree geografiche e temporali diverse dell’Africa Subsahariana e conservati in collezioni rivate italiane.

Reperti che ci raccontano dell’arte raffinata di tribù africane del Mali, del Congo, della Costa d’Avorio, del Camerun, ma anche oggetti da cui è possibile ricostruire importanti pagine di microstoria. Così come proseguimento ideale del “2010 anno dell’Africa”, in cui si sono celebrati  i cinquant’anni della decolonizzazione (anche se come fanno notare i curatori in Italia pochi sembrano essersene accorti) ecco l’occasione per conoscere più da vicino culture africane antiche, per godere della bellezza di questi importanti reperti che sono anchespia dei rapporti che l’Occidente e l’Italia in particolare hanno avuto con l’Africa. «Perché collezionare- avvertono i curatori- è molto più che raccogliere oggetti, è un modo di dar forma al mondo, di gettare uno sguardo sull’Altro,di costruire un microcosmo fra reale e immaginario che parla tanto degli altri quanto di noi». E se al centro dell’attenzione nei due blasonati palazzi genovesi sono le arti africane, è anche vero che le collezioni sono italiane e sarà come vedersi allo specchio. «Succede così- concludono i curatori- che nel parlare dell’Africa, parliamo anche di noi, di un certo modo di vedere lecose e il mondo. Nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia può essere un altro modo imprevisto e imprevedibile di rileggere la nostra storia».

dal settimanale  left-avvenimenti

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C’è del marcio in Danimarca

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 24, 2011

Il Paese delle grandi conquiste democratiche è diventato il più chiuso d’Europa. Con una durissima legge sulla immigrazione. La denuncia dello scrittore Olav Hergel

di Simona Maggiorelli

Nyhavn, Copenhagen

La Danimarca delle grandi conquiste democratiche, dei diritti, del benessere, da qualche anno mostra un volto assai diverso e duro. Un volto fatto di intolleranza e ostracismo. Verso gli immigrati che guardano al ricco Nord con la speranza di potersi ricostruire una vita migliore. Ma anche verso i rifugiati. Che nella civilissima Danimarca, al 95 per cento, si vedono respingere la richiesta d’asilo. In media, dopo aver passato dai 2 ai 4 anni nel vuoto pnueumatico di centri di accoglienza che sono delle vere e proprie carceri: “non luoghi”, asettici e impersonali dove circa il 50 per cento dei richiedenti asilo, anche i minori, viene messo sotto psicofarmaci. Mentre crescono i tentativi di suicidio. A denunciarlo è un noto giornalista, Olav Hergel, oggi collaboratore del Politiken e vincitore del Premio Cavling.

«In meno di quindici anni la Danimarca è diventata una delle nazioni più chiuse d’Europa. Con una delle leggi sull’immigrazione più severe nella Unione Europea; una norma – ci ricorda – nata da un accordo fra il governo di centrodestra e il Partito del Popolo che gli ha dato sostegno esterno». Così, prosegue Hergel, «un popolo gentile e tollerante ha assorbito ciò che c’è di peggio in Occidente quanto a xenofobia, diventando capofila della negazione dei diritti umani».

Olav Hergel

Dopo essersi scontrato con la riluttanza dei maggiori media danesi, restii a dare spazio alla questione dei rifugiati, Hergel ha deciso di fare del suo lavoro di ricerca sul campo il nerbo di un romanzo d’inchiesta, Il fuggitivo, uscito nel 2006 in Danimarca e nel 2008 diventato film per la regia di Kathrine Windfeld (ma perdendo di mordente politico). Ora, finalmente, questo avvincente esperimento di reality-fiction esce anche in Italia nella collana Ombre di Iperborea.

Ambientato durante la prima guerra Usa in Iraq, racconta la storia di una giornalista che accetta di andare in Medioriente da embedded, al seguito dell’esercito danese. Ma il “mestiere” in Rikke Lyngdal (solare alter ego femminile dell’autore è più forte dell’obbedienza al direttore-manager della testata per cui lavora: i suoi reportage dal fronte portano in primo piano la crisi e la sfiducia dei soldati danesi verso una guerra fondata sul pregiudizio, in cui i civili iracheni muoiono come mosche. Così il direttore del Morgenavisen regolarmente li cestina. Finché un giorno Rikke viene rapita da un gruppo di ribelli iracheni e lui, d’un tratto, vede in tutta questa storia un mezzo per fare soldi.

bimbo rom in Danimarca

Intorno a questa trama scarna e fin troppo realistica, Hergel costruisce un potente affresco di storia danese recente, dai primi anni Novanta a oggi; anni in cui l’uso politico della paura da parte delle destre ha fatto breccia in una ricca Danimarca che teme di perdere i propri privilegi. Ma anche in quella parte più povera e religiosa del Paese che torna a vagheggiare il mito di Cristiania. Fondendo cronaca e narrazione, senza scadere mai nell’aridità letteraria di molti noir, Hergel ci mostra come i discorsi di pochi fanatici siano diventati legge in Danimarca. Agitando lo spauracchio di una immigrazione-invasione che non c’è mai stata nel Paese. «I centri di accoglienza danesi ospitano appena 2600 richiedenti asilo. Quelli olandesi 25mila. Benvenuti in una nazione che non ha problemi di immigrazione ma non se ne rende conto» scrive Hergel calandosi nei panni della protagonista femminile de Il fuggitivo. Poi l’amaro affondo: «Dopo l’assassinio di Theo van Gogh i media danesi hanno fatto di Ayaan Hirsi Ali un’icona. E sembra quasi che sperino nell’arrivo del terrorismo e dei crimini religiosi».

E ancora: difendendosi da accuse di filoterrorismo per aver nascosto il giovane rapitore iracheno che l’aveva liberata, Rikke annota: «Quando una nazione perde il rispetto per l’individuo e non si lascia turbare dal suo dolore…, nel suo orizzonte si profila il totalitarismo. E il fatto che qui si tratti di un totalitarismo fondato su un ampio sostegno popolare e democratico, non lo rende meno raccapricciante». Ma che cosa ha davvero innescato la miccia della xenofobia in Danimarca? «Siamo solo cinque milioni di abitanti e il passaggio alla multiculturalità è stato uno choc per molte persone – spiega Hergel – Siamo sempre stati una nazione “bianca”, solo negli ultimi trent’ anni siamo passati a una diversa composizione etnica. Molti danesi si sono spaventati e hanno reagito voltando le spalle ai principi democratici. Anche in Olanda, in Francia e in Italia – sottolinea lo scrittore – sta accadendo qualcosa di analogo stiamo assistendo a un vero cambiamento sociale, il vostro paese riceve ogni giorno via mare, sulle sue coste, un gran numero di immigrati. La xenofobia è la risposta che nasce dalla paura: ci si spaventa e si inizia a smettere di considerare gli individui in quanto tali». Ma non solo.

« Senza contare che le nostre classe dirigenti si “dimenticano” di considerare il ruolo sociale, indispensabile, che ormai i lavoratori stranieri hanno da noi». Una miscela esplosiva di ignoranza e paura che, peraltro, i maggiori media non aiutano a smascherare. Abdicando così al proprio ruolo. «Tv e giornali- stigmatizza Hergel- non raccontano quasi mai la ricchezza culturale che i migranti portano con sé dai paesi di origine. Per compiacere i pregiudizi e i gusti dei lettori i media descrivono più facilmente gli immigrati come un problema senza approfondire le loro storie, senza restituircene la complessità e le sfumature. Ho incontrato centinaia di Romeo e Giulietta come Fatima e Nazir (la giovane afgana e il ragazzo iracheno che nel romanzo s’incontrano in un centro danese per poi fuggire nella più democratica Svezia ndr), ragazzi, che sono in Europa, con fantastiche storie d’amore. Ma i media le trovano noiose e lasciano che un caso di cronaca nera caratterizzi tutta la comunità». Ne Il fuggitivo molti particolari, così come molti discorsi di politici, vengono dalla realtà e da 15 anni di articoli che Hergel ha scritto per vari giornali. Da lì viene anche la storia bruciante del ponte di Istanbul dal quale alcuni ragazzi si gettano per saltare in groppa a camion con targhe europee. «Anni fa ero negli slum di Casablanca cercando di capire perché alcuni gruppi di terroristi islamici vengono da lì. Mi sono ritrovato in una situazione di estrema povertà. Dei bambini mi hanno portato su un ponte poco lontano- ricorda Hergel – era pieno di scritte “mamma, ciao, vado a farmi una nuova vita a Berlino, a Londra, a Parigi, a Roma”. Da lì tanti ragazzini si buttano ogni mese sui camion in transito sulla sottostante autostrada: c’è un avvallamento e i guidatori sono costretti a rallentare, i bambini si tuffano giù dal ponte, con un coltello aprono il telo e si nascondono fino a Tangeri, e da lì sperano di riuscire a nascondersi per tutti il tragitto fino in Europa. Questi sono fatti, la storia de Il fuggitivo che si butta è fiction». (Ha collaborato Cristina Gerosa).

dal settimanale left-avvenimenti

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Emergenze di talento

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 20, 2011

Dopo aver firmato la Biennale di Berlino e quella della Corea del Sud, l’under 40 Massimiliano Gioni è il nuovo direttore associato del New Museum di New York. Ma lui assicura: «Non sono un cervello in fuga»

di Simona Maggiorelli

Massimiliano Gioni

Giovane curatore di fama internazionale e “cervello in fuga” – come qualcuno lo ha definito non senza una punta di invidia – Massimiliano Gioni è da una settimana il nuovo direttore associato del New Museum of Contemporary Art di New York, dove è responsabile anche della programma espositivo. Un incarico importante per un italiano non ancora quarantenne in uno dei musei più di tendenza nella Grande Mela, aperto com’è ai nuovi linguaggi e al lavoro di giovani e emergenti.

Nel luminoso edificio disegnato dall’architetto giapponese Sejima, Massimiliano Gioni (che a New York, anni fa, ha fondato la micro galleria no profit Wrong Gallery e una rivista) è già al lavoro per preparare Mental States una monografica sul pittore americano anni ‘80 George Condo e, soprattutto, per organizzare la retrospettiva che dal 9 febbraio il New Museum dedicherà a Lynda Benglis, «un’artista che ha rielaborato temi femministi, intendendo la scultura come gesto politico – racconta Gioni -. Inoltre Lynda ha sempre avuto il suo studio nella zona dove ora sorge il New Museum, un quartiere dove c’è sempre stata una comunità di artisti molto attiva. Quando era molto più degradato, qui, non a caso, sono iniziate le prime sperimentazioni artistiche con materiali di scarto e riciclati».

New Meuseum di New York

Ma il rapporto fra arte e territorio è il filo rosso che, potremmo dire, attraversa l’intera, rapidissima, carriera di Massimiliano Gioni, fin da quando ha mosso i primi passi con la Fondazione Trussardi di cui ancora oggi è direttore artistico. In una metropoli come il capoluogo lombardo che “curiosamente” non ha ancora un suo museo dell’arte contemporanea, «l’idea è stata quella di pensare a una sorta di museo nomade, che di volta in volta apra all’arte vecchi palazzi e zone impreviste del tessuto urbano» ricorda Gioni. E aggiunge: «Sotto molti punti di vista è un progetto di arte pubblica. Parliamo di un museo sostenibile che non comporta nuovo cemento, ma che restaura e riusa ambienti che ci sono già, come abbiamo fatto con Palazzo Litta, Palazzo Dugnani e Palazzo Citterio restaurandoli».

Una lezione di cui ha fatto tesoro quando, a soli 33 anni nel 2006, si è trovato a dirigere la Biennale di Berlino insieme a Maurizio Cattelan e alla giovane editrice Ali Subotnick. Allora, come un qualunque appassionato d’arte, prese ad andarsene in giro in treno, perlustrando la Germania a caccia di artisti che sapessero raccontare l’atmosfera eccitata ma anche carica di tensioni della capitale tedesca post riunificazione. Gettare radici anche se per poco tempo, provare a crescere sul posto, incontrando i talenti che ci vivono, aprirsi alla cultura locale senza perdere di vista l’orizzonte globale è la strategia che Gioni ha messo in campo, più di recente, anche quando è stato chiamato alla guida dell’edizione 2010 della Biennale di Gwangju nella Corea del Sud. La sua mostra mutuava il titolo da 10,000 Lives, il poema non finito Maninbo (alla lettera 10.000 vite) del poeta dissidente Ko Un che nel 1980 fu accusato di aver partecipato al movimento democratico sudcoreano e, per questo, fu arrestato. Con questa esposizione, che ha chiuso i battenti lo scorso novembre, il curatore lombardo si proponeva di sollevare domande su «come vengono fatte, distribuite e riciclate le immagini», spaziando dall’arte alla propaganda, alla fotografia commerciale. Con un lavoro di ricerca durato molti mesi, per questa importante Biennale del sud-est asiatico ha selezionato 134 artisti provenienti da 28 differenti Paesi. E alla fine sono state quasi novemila le opere in mostra. «E’ stata un’occasione unica, imperdibile, per capire dall’interno qualcosa di più di un continente sterminato, l’Asia, che sta cambiando drasticamente gli equilibri nello scenario internazionale dell’arte. Certo – prosegue Gioni – dirigere la Biennale di Gwangju ha voluto dire, per me, anche mettersi in discussione, trovare un linguaggio per comunicare con una cultura molto diversa e lontana». E, stando alle fitte presenze di pubblico alla fine pare l’operazione possa dirsi più che riuscita.

«Mi ha colpito moltissimo l’interesse che ha suscitato – chiosa il direttore artistico – ho trovato là una curiosità, un‘attenzione al contemporaneo e una voglia di conoscere che non ha eguali da noi. Senza contare – aggiunge – che sembra attraversare tutte le fasce sociali. In Biennale s’incontravano i ragazzi delle scuole, c’erano gli anziani e c’erano tanti adulti. A New York come a Venezia riconosci alla prima occhiata l’artista, lo studente, il collezionista, le varie tipologie di spettatori. Là non avevo questi parametri familiari per orientarmi e il pubblico ai miei occhi aveva tutto il fascino dello sconosciuto di una storia e di una tradizione tutte da studiare».

Così da questo Belpaese che lascia crollare il proprio passato e che non promuove i giovani talenti Massimiliano Gioni continuerà a tenersi debitamente alla larga? «In realtà- confessa- non avevo deciso di andarmene a vivere in altri Paesi. Il mio non è stato un rifiuto dell’Italia. E’ che avendo viaggiato molto e da solo fin da giovanissimo ho avuto la fortuna di incontrare altrove persone con la mia stessa passione per l’arte e con le quali fare progetti, poter lavorare. Sapere le lingue, mi ha facilitato, il resto è stato lavoro duro, anche rinunciando al tempo libero». Ma di persone con cui costruire progetti importanti, sostiene Gioni ce ne sono anche in Italia. «Per me è stato importantissimo l’incontro con la Fondazione e quello con Beatrice Trussardi in particolare. Insieme, per i cento anni dalla maison, abbiamo pensato a una mostra con tredici artisti internazionali che sono stati vicini alla Fondazione» . Da qui, in occasione di Pitti a Firenze è nata la mostra 8½ che resterà aperta fino al 6 febbraio negli spazi di archeologia industriale della stazione Leopolda. «Una mostra – conclude Gioni – in cui la moda supporta l’arte e non viceversa. Certo, molti artisti che sono cresciuti negli anni ‘90 sono stati molto influenzati da quel mondo, ma moda e arte sono e restano due linguaggi diversi; in questo ambito non credo nelle contaminazioni».

LA MOSTRA: OTTO E MEZZO IN PROVOCAZIONE

FischliWeiss

«Everything is going to be alright» (Andrà tutto bene) è l’ironica scritta al neon di Martin Creed che campeggia sulla facciata della Stazione Leopolda (in foto). Quasi un monito per chi varchi la soglia della ottocentesca stazione fiorentina per visitare la mostra 8½, curata da Massimiliano Gioni per la Fondazione Trussardi in occasione di Pitti. Una collettiva (fino al 6 febbraio, ingresso libero) che squaderna le provocatorie visioni sul presente di tredici star dell’arte contemporanea. E che sotto le alte volte leopoldine fa comparire fantasmagorie, sogni e ossessioni assai poco tranquillizzanti. Come il peluche afflosciato del celebre Film con un orso e un ratto di Fischli and Weiss che compare nel vuoto di un sontuoso salone, evocando un agghiacciante ritratto di una famiglia in un interno. E quel filo di inquietudine non si stempera neanche quando- come nel caso del mastodontico autoritratto del polacco Pawel Althamer – l’opera è virata al carnevalesco. Oppure è cucinata in salsa grottesca come la riflessione sulla morte che Maurizio Cattelan ha realizzato ad hoc per questa mostra dell’amico e sodale Gioni. Provando ad uscire da questi universi di claustrofobico autobiografismo, più in là, ecco l’auto bianca con roulotte di Elmgreen & Dragset che si fa amara metafora del turismo globale. Corrosiva e insieme disperata ci appare anche la dissacrante rappresentazione di George W. Bush in Static (Pink) di Paul McCarthy, con il suo debordadante uso della materia che resta solo tale, ottusamente senza forma, senza sogni, senza utopie. Ed è una fiaba che non ha niente di fiabesco quella che racconta Urs Fischer con la sua casa di pane, mentre Paola Pivi cerca lo choc nello spettatore con le sue spiazzanti zebre fotografate in un paesaggio ghiacciato. In questa rilettura del celebre film di Fellini che rifletteva sul ruolo dell’artista tredici graffi d’autore, davvero al vetriolo. s.m.

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Istanbul, la femmina

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 15, 2011

A colloquio con la filologa Silvia Ronchey, in questi giorni al lavoro a una grande mostra su Bisanzio a Roma, mentre sono usciti di recente due  suoi  nuovi libri, che aiutano a capire di più della storia del Medioriente a noi più vicino.

di Simona Maggiorelli

Istanbul, Mimar di Sinan

Mentre sta lavorando alacremente a una grande mostra storica su Bisanzio che per la prima volta esporrà a Roma i tesori bizantini della Chiesa cattolica, accanto a quelli della Chiesa ortodossa e quelli del Museo di Istanbul, Silvia Ronchey non trascura il lavoro di studiosa e di divulgatrice della storia del Vicino Oriente. Così dopo l’antologia pubblicata a settembre con Tommaso Braccini Il romanzo di Castantinopoli (Einaudi) che riscopre testi di scrittori, viaggiatori, filosofi e artisti sulle rotte della grande città turca, a fine 2010 è uscita anche una sua nuova biografia, Ipazia, la vera storia (Rizzoli), dedicata alla filosofa e scienziata alessandrina Ipazia, assassinata nel IV secolo d.C. da fondamentalisti cristiani. Due lavori che ci hanno dato il la per un incontro con  la docente di Filologia classica e civiltà bizantina dell’Università di Siena.

Professoressa Ronchey,nell’ultimo anno la filosofa alessandrina è stata al centro di una vera e propria riscoperta e sono usciti molti libri. Mancava una biografia scientifica?
E’ vero, c’è stato  un affiorare nelle librerie e nei giornali di pubblicazioni su Ipazia ma molte sono riedizioni, sulla scia del successo del film Agorà di Amenábar. Così La Lepre ha ripreso il libro di Petta e La Tartaruga quello di Moneti Codignola. Io stessa avevo scritto su Ipazia in un volume miscellaneo uscito, ormai diciasette anni fa, per Laterza. E da anni mi riproponevo di tornarci. Il fatto che siano uscite molte rielaborazioni letterarie, attualizzazioni e ricostruzioni libere mi ha dato il la per tornare alla storia con metodo scientifico.

In un convegno su Ipazia organizzato dalla Treccani lei aveva posto l’accento sulla complessità del contesto in cui  fu uccisa. Che cosa deve essere messo a fuoco ancora nell’analisi di quelle vicende?
La vicenda di Ipazia si svolse in un quadro non riducibile solol a uno scontro ideologico fra pagani e cristiani. Da Diderot in poi ha preso campo  la posizione  illuminista che legge l’assassinio di Ipazia come l’uccisione del libero pensiero da parte di una Chiesa. Arrivando anche a vedere in Ipazia una proto-illuminista. Dal punto di vista storico, però, non possiamo trascurare che Ipazia era un’autorevolissima caposcuola di una confraternita platonica, dunque una teurga. Ma ci sono anche tanti altri punti da chiarire senza facili semplificazioni. Anche per questo ho pensato di aggiungere al mio libro un apparato di “documentazione ragionata”. Dove c’è quello che un lettore può voler sapere a partire da quanto racconto nella storia principale. Sono documenti che aiutano a capire la complessità di dibattiti come, per esempio, quello sul monofisismo e che sono sullo sfondo della vicenda di Ipazia.

BRAUN GEORG, Alessandria d'Egitto (1572)

La quantità di interventi su Ipazia  che si possono leggere anche in rete testimoniano un interesse vivo e diffuso.Perché secondo lei si accende proprio oggi?
Ci troviamo in un momento storico in cui la laicità ritorna di attualità e ha bisogno di attingere a qualche precedente. Abbiamo attraversato periodi di grandi fedi secolari, di grandi fedi e ideologie pervasive che a un certo punto sono venute a  crollare. Al contempo abbiamo assistito a un rigurgito teocon, alla salita al soglio pontificio dell’ala più conservatrice della Chiesa cattolica. C’è da notare che l’ayatollah Khomeini e Woytila sono ascesi al vertice in contemporanea. Poi il pontificato di Ratzinger ha portato un alteriore irrigidimento fondamentalista. Insomma appare chiaro quanto sia urgente un dibattito sulla laicità. E spero che il mio libro possa contribuirvi. Al centro non a caso c’è il tema del rapporto fra Stato e Chiesa. Nella Alessandria del IV secolo c’era un’influenza politica diretta sullo Stato da parte di Cirillo che fu fortemente contrastata nel mondo bizantino. Un’infiltrazione che  divenne una bandiera dell’infiltrazione papista cattolica nello Stato. Questo ci spiega perché la vicenda di Ipazia sia stata così censurata in Occidente.

Dervisci turchi

Alessandria d’Egitto era una città multietnica e multiculturale. E ancor più lo è stata Costantinopoli lungo i secoli. Da qui il fascino di Istanbul?
Qui ci riallacciamo a quanto dicevo prima: Costantinopoli fu lo specchio della civiltà di cui era capitale. Per più di undici secoli, sommando quelli bizantini a quelli ottomani. Gli ottomani che conquistarono Costantinopoli nel 1453 si posero come continuatori di quella civiltà statale che era stata dell’impero multietnico bizantino. Una convivenza, non solo di etnie ma di culti era alla base dell’esistenza stessa di questa superpotenza del Medioevo che lo sarà anche nell’Età moderna. La forza bizantina, e poi ottomana, stava nella capacità di mescolare, di amalgamare tradizioni e culture o, nel caso, di tollerarle. Quello ottomano era uno stato laico con una distinzione netta fra potere spirituale e temporale. Già al momento della conquista, Maometto II non impose l’islam come religione di Stato ma nominò un patriarca ortodosso, cosa che non fecero i crociati che, invece, presa Costantinopoli, sostituirono al patriarca bizantino ortodosso un loro patriarca latino. Il fascino di questa città nasce dal suo incarnare un ideale di fusione e di tolleranza, come capacità inclusiva. Per questo il passato bizantino ha molto da dare a un’epoca come la nostra di scontro di civiltà. Per undici secoli questo scontro è stato evitato proprio lì, sull’istmo. Il volto di Istanbul appare, ieri come oggi, molto stratifico. è la città che più di ogni altra al mondo mantiene i simboli delle civiltà sconfitte. E proprio questo è il filo di Arianna che abbiamo seguito con Baccini nel preparare questa antologia. L’architettura e la pittura a Istanbul condensano questa sua realtà storica.

Istanbul, Suleimaniye Mosque

Curiosamente molti scrittori e viaggiatori parlavano di Costantinopoli al femminile. Perché?
Istanbul è la città femminile per eccellenza, fin dall’età pagana. Già prima di Teodosio era consacrata ad Artemide. La falce lunare che nei secoli ha continuato a rappresentare la città, in origine era il simbolo di Artemide. Poi anche la Madonna così è diventata una divinità femminile e lunare. Questo simbolo della falce lunare campeggia anche nella bandiera ottomana. C’è una continuità femminile che ritorna anche nelle titolazioni delle chiese, a cominciare da Santa Sofia. Non solo. La “femminilità” di questa città fu captata anche dai conquistatori. In alcune cronache incluse nel Romanzo di Costantinopoli si parla quasi in termini “pornografici” della penetrazione in città.

Nella prefazione a Figure bizantine di Charles Diehl lei ricorda che opere letterarie e teatrali come Teodora contribuirono a creare il mito di un Oriente seducente ma pericoloso.
Cocteau definiva Costantinopoli «la decrepita mano ingioiellata che si protende verso l’Europa». Lo stereotipo della decadenza cominciò già a definire Bisanzio e continuò nella definizione di Costantinopoli.  Vista come minaccia ipnotica seduttiva, quasi vampiresca. Ma va anche detto che molti scrittori, soprattutto nell’Ottocento, che parlavano di questa malìa negativa, scrissero le loro cose migliori proprio a Costantinopoli o grazie a un’ispirazione che veniva loro da lì. Vale per Flaubert  per Potocki, per Byron e molti altri. Per cui sì, lo stereotipo della seduttrice pericolosa è la creazione di uno stereotipo orientale, di una Medea, di una sirena, a lungo operante, ma che ripaga gli scrittori, trasformandosi a posteriori in musa.

Proprio parlando di sirene è intervenuta di recente su Radio 3, ne nascerà un libro?
Il mio intervento si basava su un libro di Luigi Spina, Il mito delle sirene. Uno studio fantastico che ripercorre anche l’oltre vita simbolico e letterario della sirena. A questo non c’è da aggiungere altro. Mi interessava il fatto che questo mito ci lascia intendere che già i greci avevano una visione alterata dell’immagine femminile. La paura della donna c’era già in Omero. Da sempre l’immagine femminile si sdoppia in un’immagine materna (la Madonna) e un’immagine mortifera, che in realtà è l’altra faccia della madre. In una battuta, ecco perché molto spesso gli uomini hanno una moglie e un’amante. C’è una scissione nella ricerca, nell’attrazione per l’immagine femminile. E questo è un aspetto che obiettivamente manca nella donna. I miti antichi ci danno conto di questa inquietudine per quel volto, la faccia scura della Madonna,  simbolo lunare. La donna sarebbe questo essere che ti fa perdere i confini dell’io, trascinandoti in una naturalità, in un mondo di puro istinto, di pura passione. Un mondo di smarrimento, di ebbrezza. Le figure del mito non a caso sono tutte legate a elementi dionisiaci, perfino alle droghe, il nepente di Elena, il nome stesso di Medea si lega alla sua capacità di preparare droghe. Similmente per Medusa. Oggi i greci per dire sirena usano Gorgone. Quello delle sirene è un canto, legato a una dimensione dionisiaca che fa uscire l’uomo dalla coscienza, questa è la sua grande forza. Da qui la paura della passione che scinde l’animo del maschio, che sia Odisseo o che sia quello di oggi.

IN MOSTRA Istanbul nello sguardo di Gabriele Basilico Come si fa a cogliere la forma di una città? Quella non solo esteriore ma che rimanda a un’immagine più nascosta? Di certo ci vuole lo sguardo di un artista. Specie quando si tratta di una città particolare come Istanbul, megalopoli che sia sul versante asiatico che su quello occidentale sembra percorsa da morbide onde di strade e palazzi, a perdita d’occhio, senza soluzione di continuità fino al mare. Uno scintillante tappeto di luci negli scatti notturni del grande fotografo Gabriele Basilico. Catturando  il profilo della città dalle colline al Bosforo.  è una delle immagini guida  della mostra Gabriele Basilico Istanbul 05.010, che si è tenuta alla Fondazione Stelline di Milano e raccantata in volume edito da Corraini. Una mostra in cui Basilico torna a rappresentare la città amata, cogliendone la vitalità, il flusso continuo di persone che la percorre a ogni ora ma anche gli aspetti più malinconici, come le splendide ville di legno sul mare della borghesia turca del secolo scorso e oggi perlopiù abbandonate.  «Pur rimanendo fedele al proprio sguardo esatto, il grande fotografo milanese – annota Luca Doninelli nel catalogo – non rinuncia al senso del mistero. Come il narratore di talento – prosegue lo scrittore – sa cavare il fascino delle sue storie dalla scrupolosa messa in fila degli eventi, senza nulla  concedere alle facili evocazioni d’atmosfera, lasciando che la complessità delle cose si trasformi in esattezza di sguardo».
L’Oriente è un’invenzione dell’Occidente», scriveva Edward W. Said in un saggio che è già un classico: Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, uscito in Italia per Feltrinelli. Un’invenzione esotica, abbagliante, che però nasconde uno sguardo colonialista e maschilista. «Non possono rappresentare se stessi devono essere rappresentati», del resto, denunciava già Marx. E in questa trappola di un orientalismo seducente ma ambiguo sono caduti anche letterati di rango. A cominciare da Gustave Flaubert, ideatore di uno stereotipo letterario della donna orientale destinato ad avere lungo successo: la cortigiana egizia di Flaubert non parla mai di sé, non esprime le proprie emozioni, la propria sensibilità o la propria storia. «è lo scrittore francese a farlo per lei», faceva notare Said. Parallelamente, come ora ricostruisce Emmanuelle Gaillard nel volume L’orientalismo e le arti (Electa), in pittura e in architettura si sviluppava nell’Europa dell’Ottocento uno stile di gran moda. Sul piano alto della ricerca, intanto, grandi artisti come Delacroix e Matisse hanno contribuito ad allargare il nostro sguardo oltre un asfittico eurocentrismo, regalandoci immagini sontuose di Babilonia, di Algeri, di Casablanca. Ma al tempo stesso con le loro splendide odalische hanno contribuito a fissare nel nostro immaginario fantasie di un Vicino Oriente femminile ma del tutto inerte. In questo suo nuovo lavoro, Gaillard analizza queste rappresentazioni riavvolgendo il nastro della storia fino al XVII secolo, quando comparvero i primi vagheggiamenti di un Oriente, terra lontana, luogo opulento, mitico, d’evasione.                          s.m.
dal settimanale left-avvenimenti

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Islam e immagini

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 14, 2011

In Palazzo Reale a Milano, una grande mostra dai Paesi della galassia musulmana

di Simona Maggiorelli

A Palazzo Reale, uno dei più importanti centri espositivi di Milano,  fino a l 31 gennaio 2011 offre i propri spazi all’arte proveniente dai Paesi della galassia musulmana con la mostra Arte della civiltà islamica. E ancor più – nel clima di caccia allo straniero che le politiche di centrodestra hanno instaurato nel capoluogo lombardo – diventa un’iniziativa culturale da segnalare e da valorizzare. Merito dello studioso Giovanni Curatola e della casa editrice Skira (che pubblica il catalogo) è aver portato in Italia una tranche significativa della sterminata collezione che Sheikh Nasser Sabah Ahmed al Sabah ha affidato a musei del Kuwait. In un allestimento che segue una mappatura storico-geografica amplissima (dal Nord Africa all’India) e accompagnato da un ricco apparato didattico. Importante anche per sfatare alcune visioni stereotipate dell’arte islamica che in Occidente viene descritta come arte aniconica. E se, come documenta anche questa mostra milanese, è vastissimo il repertorio che riguarda l’arte con grafismi, geroglifici, motivazioni geometriche, è altrettanto vero che soprattutto nell’area asiatica si registra un’ampia fioritura di codici miniati con rappresentazioni di figure umane. «Su questo tema dell’espressione artistica e del suo specifico linguaggio, del resto, il libro sacro dell’Islam dice poco e niente», nota Curatola. Sono solo espressi alcuni principi  come «l’unicità assoluta di Dio e l’assurda pretesa di potersi mettere in composizione con questa» Da qui è stata letta da alcuni la legittimazione ad abbattere idola in quanto simulacri di Dio. Ma in generale, conclude lo studioso, «prevale l’approccio pragmatico e per certi versi poco ideologico e dogmatico seguito dallo stesso Maometto».

da left- avvenimenti

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2011. Un anno d’arte

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 8, 2011

Ecco un vademecum delle mostre da non perdere nel 2011 Fra proposte culturali alte e rivisitazioni, cercando di schivarela crisi

di Simona Maggiorelli

Matisse, Busto in gesso, bouquet di fiori,

Van Gogh e il viaggio come ricerca, in Palazzo Ducale a Genova, si annuncia come l’evento autunnale dell’anno. Per l’11 febbraio, invece, nel complesso Santa Giulia di Brescia si prepara una mostra che rilegge l’opera di Henri Matisse attraverso la seduzione che sul pittore francese esercitò Michelangelo scultore.

Dagli inizi di marzo, in Palazzo Strozzi a Firenze, Picasso sarà spietatamente messo a confronto con i surrealisti spagnoli Mirò e Dalì, che nei riguardi del genio malagueño tentarono l’emulazione di stili e di provocazioni finendo (specie Dalì) nel solo camouflage.

Sempre a marzo, a Milano, Palazzo Reale ospiterà una mostra sugli Impressionisti con un nucleo di trenta opere di Renoir che, di fatto, formerà una monografica all’interno della collettiva dedicata a Monet, Pissarro, Gauguin, Manet e Degas.

Picasso, donna che piange

E ancora: l’esistenzialista e “spirituale” Alberto Giacometti, insolitamente indagato dal punto di vista della predominanza e della forza della materia in una mostra curata da Michael Peppiatt (autore di In Giacometti’s studio) nel nuovo Maga di Gallarate dal 3 marzo. E i due movimenti artistici Die Brücke (il Ponte) e Der Blaue Reiter (il cavaliere azzurro) nati dalla ricerca di Kandinsky e Marc, ripercorsi in una ampia esposizione e a Villa Manin  di Codroipo, a Udine, dal 24 settembre, grazie alla collaborazione con importanti istituzioni berlinesi .

Quanto al versante della più classica storia dell’arte italiana, una scelta di 350 opere e capolavori – da Giotto a Leonardo, da Tiziano a Caravaggio e oltre – dal 18 marzo, in mostra negli splendidi spazi di Venaria Reale a Torino in un allestimento fortemente voluto dal presidente Giorgio Napolitano e curato scenograficamente dal regista Luca Ronconi per i 150 anni dell’Unità d’Italia. E non è tutto: alle Scuderie del Quirinale a Roma, dal 2 marzo, una retrospettiva di Lorenzo Lotto, mentre già dal prossimo 29 gennaio, una mostra dedicata a Melozzo si annuncia di grande valore scientifico. Per non parlare poi del grappolo di iniziative che, dal primo aprile, Arezzo e Firenze dedicheranno a Giorgio Vasari nel cinquecentenario della nascita dell’architetto, pittore e studioso d’arte toscano. Un evento nato anche con l’auspicio che lo Stato decida di esercitare il proprio diritto di prelazione sull’Archivio Vasari che alcuni magnati russi – come è stato riportato da varie testate locali – sarebbero già pronti a comprare.

Ma il 2011 dell’arte in Italia avrà anche attenzione al contemporaneo con la mostra che il Pac di Milano dedicherà a un maestro della scultura come Tony Oursler, con nuove mostre, a staffetta, Elogio del dubbio e Il mondo vi appartiene, negli spazi di Punta della Dogana a Venezia, e la retrospettiva dedicata a John Mc Craken nel Castello di Rivoli (ora diretto da Andrea Bellini e Beatrice Merz). Senza dimenticare la grande antologica che, in collaborazione con musei americani, il Maxxi di Roma dedica a Michelangelo Pistoletto: una iniziativa per festeggiare i sessant’anni di ricerca di questo maestro dell’Arte povera ma anche il suo instancabile lavoro a sostegno dei giovani talenti con la Fondazione Città dell’arte di Biella. Una mostra che a tre mesi dall’apertura – per la cronaca – è già stata bollata da Vittorio Sgarbi come «inutile e arcinota» durante una “vivace” conferenza stampa di presentazione della programmazione 2011 del museo progettato da Zaha Hadid. Del resto, in questo inizio anno nuovo che ancora non sembra patire gli effetti dei drastici tagli ai finanziamenti operati dal governo Berlusconi (che si faranno sentire dal 2012), il Vittorio nazionale già suona  la grancassa per il suo Padiglione Italia della Biennale di Venezia che aprirà i battenti a giugno squadernando 150 artisti «ingiustamente trascurati e negletti dalla critica di sinistra» per celebrare, a suo modo, i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Van Gogh, autoritratto

Comunque sia, l’offerta culturale di questo 2011, come si vede, è piuttosto ampia e ci sarà di che consolarsi. Come accennavamo, già a partire da questo 29 gennaio, con l’importante monografica che i musei di San Domenico di Forlì dedicano a Melozzo degli Ambrogi (1438-1494), pittore che giocò un ruolo non trascurabile nella congiuntura umanista-rinascimentale che va da Piero della Francesca a Raffaello. Curata da Antonio Paolucci, raccoglie per la prima volta la gran parte delle opere superstiti di Melozzo e non amovibili. Ma avremo modo di riparlarne. Così come non mancheremo di tornare sulla monografica che si aprirà a marzo alle Scuderie del Quirinale dedicata a Lorenzo Lotto (1480-1556), artista inquieto che nel lombardo-veneto sotterraneamente percorso da istanze riformiste rischiò l’eterodossia dipingendo madonne umanissime che si ritraggono impaurite all’annuncio dell’Arcangelo ma anche ritratti, acuti e penetranti, di artigiani e di popolani che, fino ad allora, non erano mai entrati da protagonisti nella storia dell’arte. Infine, in questa prima parte dell’anno, interessantissima appare la mostra bresciana che ricostruisce la ricerca di Matisse sulla tridimensionalità in pittura. Una ricerca che trovò una curiosa e originale soluzione negli anni maturi del pittore francese anche attraverso i decoupage.  Quanto a Vincent van Gogh e il viaggio, è la nuova grande mostra pernsata per Palazzo Ducale di Genova dal prolifico Marco Goldin ( che in questi mesi firma negli stessi spazi la mostra sui colori del Mediterraneo). Attraverso una selezione di un centianio di opere della pittura europea e americana del XIX e del XX secolo questa nuova esposizione prevista per novembre il curatore si propone di esplorare il tema del viaggio come incontro con culture lontane e diverse, ma anche come viaggio nel tempo e come viaggio interiore. Dimensione questa che fu quanto mai consona a Van Gogh,secondo Goldin, che del genio olandese raduna per questa occasione quaranta suoi dipinti fondamentali, molti dei quali prestati dal Van Gogh Museum di Amsterdam e dal Kröller-Müller Museum di Otterlo.

da left-avvenimenti del 7 gennaio 2011

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L’oro e il blu del Mediterraneo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2011

Da Cézanne a van Gogh, tutti i colori del Mare nostrum a Genova

di Simona Maggiorelli

Van Gogh dal Museo di Otterlo

Un colore azzurro, sempre cangiante, che non ci si stanca mai di guardare. Così Vincent van Gogh raccontava il Mar Mediterraneo, dalla Provenza, dove si era rifugiato in cerca di calore e di ispirazione, con il sogno di poter dar vita – con Paul Gauguin e altri pittori- a una sorta di comune in cui il lavoro creativo diventasse condiviso e maggiore fosse la possibilità di resistere agli attacchi di chi, invece, non capiva il senso di quella loro radicale e innovativa ricerca. «Questo mare – scriveva il pittore olandese – non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha già assunto una tinta rosa o grigia». E con pennellate via via sempre più materiche e vorticose, sperimentando arditamente con i colori per renderli più espressivi, cercava di tradurre su tela quell’incessante movimento di onde e colori, che avvertiva come qualcosa di profondamente suo, quasi fosse un riflesso del suo mondo interiore.

Prima e dopo van Gogh, il Mediterraneo ha conosciuto molti altri artisti viaggiatori, anche illustri. Ma nessuno aveva mai avuto il suo ardire nel rappresentarlo. Forse anche per questo Marco Goldin ha voluto alcune delle tele che van Gogh dipinse in Provenza a fare da nerbo a questa bella mostra genovese Mediterraneo. Da Courbet a Monet a Matisse organizzata con Linea d’Ombra e aperta fino al primo maggio 2011 in Palazzo Ducale.

Cézanne, Saint Victoire

Un’esposizione evento – come ormai Goldin ci ha abituati – che inanella una straordinaria serie di capolavori, tra i quali una poco conosciuta variante della Sainte Victoire di Cézanne, il Carnevale di Nizza di Matisse e un insolitamente solare Mattino sulla promenade di Munch. Tela questa, come molte altre qui esposte, che con lungo lavoro il curatore veneto è riuscito a rintracciare in collezioni private e a farsi prestare. Accanto, fra le ottanta opere selezionate, ritroviamo dipinti di Braque e altri graditi ritorni dalle precedenti esposizioni che Goldin, negli anni, ha realizzato intorno al tema della luce e del colore del Mediterraneo. Ritroviamo così le esplosioni cromatiche dei Fauves e le variazioni impressioniste di Monet. e a questo punto il discorso della mostra si allarga, andando indietro nel tempo, fino alle visionarie marine dei romantici Turner e di Friedrich. Invitando anche a rileggere il realismo di Courbet.

da left-avvenimenti 10 dicembre 2010

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Se l’obiettivo coglie l’invisibile

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su gennaio 4, 2011

Immagini politiche, incisive, che svelano significati latenti. Nel volume “Decade” Nel volume “Decade” cinquecento
immagini per fare la vera storia dell’ultimo decennio

di Simona Maggiorelli

La cultura delle immagini che va per la maggiore oggi in musei, in mostre e nelle gallerie va letta nell’ambito dell’arte o piuttosto nel contesto dei media edell’informazione?

È la domanda che nasce guardando le fotografie di fortissimo impatto emotivo che sono state selezionate da esperti internazionali per il volume Decade appena uscito, anche in edizione italiana, per i tipi della casa editrice inglese Phaidon. Frutto di una lunga selezione, queste cinquecento immagini squarciano l’ indifferenza e le cautele del politically correct.

Davanti ai nostri occhi scorrono flash, schegge incisive, capaci di andare al cuore di episodi cruciali accaduti nell’ultimo decennio. Benché scattate in situazioni e luoghi lontanissimi fra loro, hanno un tratto in comune: sono immagini fortemente partecipate. Chi ha fotografato o filmato eventi come l’uccisione di civili in Afghanistan o l’attacco alle Torri gemelle, in questo caso, non era certamente uno spettatore passivo.

E non si è limitato a documentare, registrare, riprodurre la realtà meccanicamente. Scorrendo queste potenti sequenze fotografiche colpisce che sia proprio il mezzo nato per ricalcare la realtà a farci vedere al di là del percepito e del visibile. Talora cogliendo anche l’invisibile, ovvero il vissuto profondo di esseri umani che si si sono trovati d’un tratto, loro malgrado,protagonisti di eventi che hanno segnato la storia. In un
momento in cui l’arte contemporanea è perlopiù freddamente concettuale, asettica, o insulsamente decorativa, in un curioso scambio delle parti, sembra essere la fotografia a permetterci di ricomporre, per frammenti, il puzzle intero: un universo di significati nascosti.
Cogliendo in rapida sintesi e con bruciante immediatezza, il senso più profondo delle cose. Così una vicenda criminale come quella dei preti pedofili scandalosamente coperta da Joseph Ratzinger, in “Dacade” è sintetizzata in un ritratto frontale del portavoce vaticano Padre Lombardi che, di fronte all’obiettivo puntato di un fotoreporter,alza le mani come un delinquente colto sul fatto. I curatori di questa monumentale summa del decennio che ci stiamo lasciando alle spalle forse non potevano scegliere una istantanea di chiusura più pregnante.

Ma sfogliando questo volume a ritroso, sono tante le immagini che restano nella mente; come la presenza viva e vibrante di un monaco birmano vestito di rosso che, a mani nude, affronta una fila di militari di regime. Poi, vista con gli occhi di oggi, sapendo della carneficina di civili causata in Iraq dalla strategia Usa “shock and awe” (colpisci e terrorizza), appare agghiacciante il doppio ritratto di Bush e Blair che, forse non pensando di essere immortalati, giocano a fare i duri da film di guerra. Così mentre l’arte si depoliticizza, sono la fotografia , il video e il web a farsi mezzi scomodi, politici, a denunciare il presente con bella ribellione.

Proprio con questo pensiero Germano Celant ha curato la mostra Immagini inquietanti alla Triennale di Milano.Diversamente dall’operazione culturale realizzata da Phaidon con opere di fotografi poco conosciuti o del tutto anonimi (valorizzando l’immagine in sé più che l’autorialità) nella esposizione e nel catalogo Skira che accompagnano questa mostra aperta fino al 9 gennaio, Celant ha scelto di puntare su maestri della fotografia come Alfredo Jaar. E alla fine, a ben vedere, le due iniziative accendono una stessa domanda cruciale: e se la fotografia oggi non fosse più solo riproduzione della realtà ma avesse assunto alcuni aspetti della rappresentazione artistica?

dal left -avvenimenti del 23  dicembre 2010

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