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A Genova, l’Africa delle meraviglie

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 4, 2011

maschera Wé

Lo straordinario Museo dell’Uomo di Parigi, il Musée du Quai Branly, ha cambiato, in poco tempo il modo di concepire i musei d’arte impropriamente detta “etnica” o “primitiva” in Europa. Di fatto quello progettato dall’architetto Jean Nouvel, dall’inaugurazione nel 2006 a oggi, ha già fatto scuola con il suo suggestivo allestimento in cui antico e ultramoderno si poteniano l’un l’altro per far passare i messaggi di culture scomparse o che si sono trasformate in “altro” nel corso della storia.

Ma il Musée du Quai Branly ha fatto scuola anche con il suo intelligenteuso della multimedialità per contestualizzare i reperti antichi e per il forte appeal scenografico dei percorsi espositivi. Un tratto che, accanto alla cura scientifica dei contenuti ritroviamo esplicitamente richiamato nella mostra L’Africa delle meraviglie  aperta fino al 5 giugno 2011.

In Palazzo Ducale e in Castello d’Albertis, infatti, gli antropologi Ivan Bargna e Giovanna Parodi da Passano, con la collaborazione del filosofo Marc Augé hanno costruito un articolato percorso scandito da rosso bianco e nero ( i colori per antonomasia dell’arte africana) per presentare per la prima volta al pubblico centinaia di maschere, sculture, totem ma anche oggetti di uso quotidiano provenienti da aree geografiche e temporali diverse dell’Africa Subsahariana e conservati in collezioni rivate italiane.

Reperti che ci raccontano dell’arte raffinata di tribù africane del Mali, del Congo, della Costa d’Avorio, del Camerun, ma anche oggetti da cui è possibile ricostruire importanti pagine di microstoria. Così come proseguimento ideale del “2010 anno dell’Africa”, in cui si sono celebrati  i cinquant’anni della decolonizzazione (anche se come fanno notare i curatori in Italia pochi sembrano essersene accorti) ecco l’occasione per conoscere più da vicino culture africane antiche, per godere della bellezza di questi importanti reperti che sono anchespia dei rapporti che l’Occidente e l’Italia in particolare hanno avuto con l’Africa. «Perché collezionare- avvertono i curatori- è molto più che raccogliere oggetti, è un modo di dar forma al mondo, di gettare uno sguardo sull’Altro,di costruire un microcosmo fra reale e immaginario che parla tanto degli altri quanto di noi». E se al centro dell’attenzione nei due blasonati palazzi genovesi sono le arti africane, è anche vero che le collezioni sono italiane e sarà come vedersi allo specchio. «Succede così- concludono i curatori- che nel parlare dell’Africa, parliamo anche di noi, di un certo modo di vedere lecose e il mondo. Nei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia può essere un altro modo imprevisto e imprevedibile di rileggere la nostra storia».

dal settimanale  left-avvenimenti

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