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C’è del marcio in Danimarca

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 24, 2011

Il Paese delle grandi conquiste democratiche è diventato il più chiuso d’Europa. Con una durissima legge sulla immigrazione. La denuncia dello scrittore Olav Hergel

di Simona Maggiorelli

Nyhavn, Copenhagen

La Danimarca delle grandi conquiste democratiche, dei diritti, del benessere, da qualche anno mostra un volto assai diverso e duro. Un volto fatto di intolleranza e ostracismo. Verso gli immigrati che guardano al ricco Nord con la speranza di potersi ricostruire una vita migliore. Ma anche verso i rifugiati. Che nella civilissima Danimarca, al 95 per cento, si vedono respingere la richiesta d’asilo. In media, dopo aver passato dai 2 ai 4 anni nel vuoto pnueumatico di centri di accoglienza che sono delle vere e proprie carceri: “non luoghi”, asettici e impersonali dove circa il 50 per cento dei richiedenti asilo, anche i minori, viene messo sotto psicofarmaci. Mentre crescono i tentativi di suicidio. A denunciarlo è un noto giornalista, Olav Hergel, oggi collaboratore del Politiken e vincitore del Premio Cavling.

«In meno di quindici anni la Danimarca è diventata una delle nazioni più chiuse d’Europa. Con una delle leggi sull’immigrazione più severe nella Unione Europea; una norma – ci ricorda – nata da un accordo fra il governo di centrodestra e il Partito del Popolo che gli ha dato sostegno esterno». Così, prosegue Hergel, «un popolo gentile e tollerante ha assorbito ciò che c’è di peggio in Occidente quanto a xenofobia, diventando capofila della negazione dei diritti umani».

Olav Hergel

Dopo essersi scontrato con la riluttanza dei maggiori media danesi, restii a dare spazio alla questione dei rifugiati, Hergel ha deciso di fare del suo lavoro di ricerca sul campo il nerbo di un romanzo d’inchiesta, Il fuggitivo, uscito nel 2006 in Danimarca e nel 2008 diventato film per la regia di Kathrine Windfeld (ma perdendo di mordente politico). Ora, finalmente, questo avvincente esperimento di reality-fiction esce anche in Italia nella collana Ombre di Iperborea.

Ambientato durante la prima guerra Usa in Iraq, racconta la storia di una giornalista che accetta di andare in Medioriente da embedded, al seguito dell’esercito danese. Ma il “mestiere” in Rikke Lyngdal (solare alter ego femminile dell’autore è più forte dell’obbedienza al direttore-manager della testata per cui lavora: i suoi reportage dal fronte portano in primo piano la crisi e la sfiducia dei soldati danesi verso una guerra fondata sul pregiudizio, in cui i civili iracheni muoiono come mosche. Così il direttore del Morgenavisen regolarmente li cestina. Finché un giorno Rikke viene rapita da un gruppo di ribelli iracheni e lui, d’un tratto, vede in tutta questa storia un mezzo per fare soldi.

bimbo rom in Danimarca

Intorno a questa trama scarna e fin troppo realistica, Hergel costruisce un potente affresco di storia danese recente, dai primi anni Novanta a oggi; anni in cui l’uso politico della paura da parte delle destre ha fatto breccia in una ricca Danimarca che teme di perdere i propri privilegi. Ma anche in quella parte più povera e religiosa del Paese che torna a vagheggiare il mito di Cristiania. Fondendo cronaca e narrazione, senza scadere mai nell’aridità letteraria di molti noir, Hergel ci mostra come i discorsi di pochi fanatici siano diventati legge in Danimarca. Agitando lo spauracchio di una immigrazione-invasione che non c’è mai stata nel Paese. «I centri di accoglienza danesi ospitano appena 2600 richiedenti asilo. Quelli olandesi 25mila. Benvenuti in una nazione che non ha problemi di immigrazione ma non se ne rende conto» scrive Hergel calandosi nei panni della protagonista femminile de Il fuggitivo. Poi l’amaro affondo: «Dopo l’assassinio di Theo van Gogh i media danesi hanno fatto di Ayaan Hirsi Ali un’icona. E sembra quasi che sperino nell’arrivo del terrorismo e dei crimini religiosi».

E ancora: difendendosi da accuse di filoterrorismo per aver nascosto il giovane rapitore iracheno che l’aveva liberata, Rikke annota: «Quando una nazione perde il rispetto per l’individuo e non si lascia turbare dal suo dolore…, nel suo orizzonte si profila il totalitarismo. E il fatto che qui si tratti di un totalitarismo fondato su un ampio sostegno popolare e democratico, non lo rende meno raccapricciante». Ma che cosa ha davvero innescato la miccia della xenofobia in Danimarca? «Siamo solo cinque milioni di abitanti e il passaggio alla multiculturalità è stato uno choc per molte persone – spiega Hergel – Siamo sempre stati una nazione “bianca”, solo negli ultimi trent’ anni siamo passati a una diversa composizione etnica. Molti danesi si sono spaventati e hanno reagito voltando le spalle ai principi democratici. Anche in Olanda, in Francia e in Italia – sottolinea lo scrittore – sta accadendo qualcosa di analogo stiamo assistendo a un vero cambiamento sociale, il vostro paese riceve ogni giorno via mare, sulle sue coste, un gran numero di immigrati. La xenofobia è la risposta che nasce dalla paura: ci si spaventa e si inizia a smettere di considerare gli individui in quanto tali». Ma non solo.

« Senza contare che le nostre classe dirigenti si “dimenticano” di considerare il ruolo sociale, indispensabile, che ormai i lavoratori stranieri hanno da noi». Una miscela esplosiva di ignoranza e paura che, peraltro, i maggiori media non aiutano a smascherare. Abdicando così al proprio ruolo. «Tv e giornali- stigmatizza Hergel- non raccontano quasi mai la ricchezza culturale che i migranti portano con sé dai paesi di origine. Per compiacere i pregiudizi e i gusti dei lettori i media descrivono più facilmente gli immigrati come un problema senza approfondire le loro storie, senza restituircene la complessità e le sfumature. Ho incontrato centinaia di Romeo e Giulietta come Fatima e Nazir (la giovane afgana e il ragazzo iracheno che nel romanzo s’incontrano in un centro danese per poi fuggire nella più democratica Svezia ndr), ragazzi, che sono in Europa, con fantastiche storie d’amore. Ma i media le trovano noiose e lasciano che un caso di cronaca nera caratterizzi tutta la comunità». Ne Il fuggitivo molti particolari, così come molti discorsi di politici, vengono dalla realtà e da 15 anni di articoli che Hergel ha scritto per vari giornali. Da lì viene anche la storia bruciante del ponte di Istanbul dal quale alcuni ragazzi si gettano per saltare in groppa a camion con targhe europee. «Anni fa ero negli slum di Casablanca cercando di capire perché alcuni gruppi di terroristi islamici vengono da lì. Mi sono ritrovato in una situazione di estrema povertà. Dei bambini mi hanno portato su un ponte poco lontano- ricorda Hergel – era pieno di scritte “mamma, ciao, vado a farmi una nuova vita a Berlino, a Londra, a Parigi, a Roma”. Da lì tanti ragazzini si buttano ogni mese sui camion in transito sulla sottostante autostrada: c’è un avvallamento e i guidatori sono costretti a rallentare, i bambini si tuffano giù dal ponte, con un coltello aprono il telo e si nascondono fino a Tangeri, e da lì sperano di riuscire a nascondersi per tutti il tragitto fino in Europa. Questi sono fatti, la storia de Il fuggitivo che si butta è fiction». (Ha collaborato Cristina Gerosa).

dal settimanale left-avvenimenti

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Genio, nonostante la pazzia

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 22, 2010

Dall’8 ottobre una mostra al Vittoriano espone settanta opere di  Vincent Van Gogh. In dialogo con tele di Cézanne, di Gauguin, di Pissarro  e di altri impressionisti.

di Simona Maggiorelli

Vincent van Gogh Le tre età dell'uomo

Non solo un evento spettacolare e seducente come lo è, d’impatto, ogni mostra di Vincent van Gogh. Ma anche un’esposizione pensata dalla studiosa Cornelia Homburg per presentare le più recenti acquisizioni negli studi sull’opera di questo rivoluzionario artista. Che a secoli di distanza resta ancora insuperato nella potenza del colore e nella capacità di creare immagini assolutamente nuove a partire dalla rappresentazione di un paesaggio interiorizzato. Vedute en plain air o scorci di interni- ci ricorda la mostra Van Gogh campagna senza tempo, città moderna, dall’8 ottobre al Vittoriano – che nell’opera del pittore olandese, in meno di una decina di anni, diventarono via via sempre più onirici e visionari, pur restando legati a una realtà riconoscibile.

«Un artista non rappresenta le cose come sono, esaminandole freddamente e analiticamente, ma come le sente» annotava Van Gogh nel 1885. Mentre con pennellate materiche e vibranti portava i suoi paesaggi al massimo dell’espressività, regalando a ogni forma un proprio movimento con fasci di linee grafiche che percorrono la tela vorticosamente. Ne sono visibilmente contrassegnati alcuni quadri esposti in questa rassegna romana, come i celebri Cipressi con donne di Saint Rémi (1889) ma anche alcune più aperte e luminose vedute di campagna realizzate in Provenza, al pari di vivaci panoramiche di città che Van Gogh maturò a Parigi a contatto con la prima bohème impressionista. Un gruppo di artisti- da Pissarro a Seurat – di cui seppe cogliere e apprezzare la tavolozza brillante e le novità coloristiche ma al contempo essendo ben consapevole di voler e poter andare oltre.

«L’artista del futuro – scriveva Van Gogh – sarà soprattutto un artista del colore». Ma anche: «Il colore può assumere una funzione e un senso che è indipendente dall’immagine rappresentata». E per raggiungere questi risultati l’artista olandese sapeva bene che la strada da percorrere non era quella dell’estenuante analisi dei meccanismi fisici della visione, come sostenevano gli impressionisti.

Assai più fruttuosa era la lezione che veniva da un pittore romantico come Delacroix o ciò che si poteva ricavare dai colori piatti, del tutto innaturali, delle stampe giapponesi. Nasce proprio all’incrocio fra queste differenti e lontane culture un capolavoro come il Seminatore al tramonto (a Roma nella versione dell’Hammer museum di Los Angeles), opera simbolo di questa monografica al Vittoriano che, riportando Vincent van Gogh a Roma dopo ventidue anni, raccoglie settanta opere autografe accanto a quaranta tele di maestri come Cézanne e di artisti come Gauguin con cui Van Gogh condivise burrascosi momenti di arte e di vita. “Opera manifesto”, questo seminatore, non solo perché faceva incontrare la forza quasi mitologica delle campagne giovanili con i segni di una troppo rapida industrializzazione conosciuta a Parigi. Ma anche per l’innovativa risonanza di timbri e di colori che anima questo quadro: «Un immenso disco color limone come sole. Cielo verde giallo con nubi rosa, il terreno violetto, il seminatore e l’albero blu di prussia», nelle parole che usava lo stesso Van Gogh per raccontarla al fratello via lettera. Il realismo e il tono elegiaco dei contadini alla Millet tanto ammirato negli anni giovanili qui è del tutto sparito. Resta la forza panica della natura e l’epos della povera gente. Intanto la visione ha acquistato potenza e Van Gogh ha raggiunto il pieno possesso dei propri mezzi espressivi. «Nonostante i più vedano Van Gogh come un artista maledetto e guardino alle sue opere come al prodotto stupendo della sua follia – scrive la curatrice Homburg nel catalogo Skira che accompagna la mostra – Van Gogh era invece un uomo di grande cultura e un pensatore raffinato». E aggiunge: «Per quanto spesso tormentato da profondi dubbi in parte originati dalla sua malattia, aveva una percezione chiara della propria opera nel suo insieme e del ruolo che avrebbe avuto nella storia dell’arte». Questa esposizione romana, insomma, ci consegna l’immagine di un artista colto, tutt’altro che naif, che quando la malattia gli dava tregua studiava e ripensava ogni opera, ogni colore, ognuna di quelle pennellate apparentemente incontrollate, finché non raggiungeva ciò che voleva: una vividezza abbagliante, capace di toccare il cuore dello spettatore.

IL LIBRO.Le memorie ritrovate della sorella Elisabeth

I rapporti di Vincent van Gogh (1853-1890) con la famiglia furono sempre durissimi. Lui stesso scriveva di essere fuggito da casa anche per l’odio a pelle che sentiva da parte dei genitori che lo consideravano un «cane selvaggio e pieno di pulci» per la sua mancanza di rispetto delle regole di “buona educazione”, cristiana e borghese.Formalmente le cose andavano meglio con il fratello minore, Theo. Fu lui a sostenere l’artista economicamente nei momenti più bui. Ma dalla monumentale edizione completa delle lettere di Vincent Van Gogh uscita di recente (colmando molte lacune), la figura di Theo emerge ora con più chiarezza come quella di un mercante d’arte dalla mentalità  ottusa, convinto che Vincent fosse un fallito, tanto da raccomandargli di correggere quelle deformazioni oniriche che regalava ai suoi ritratti, stigmatizzandole come «errori di prospettiva». In tutt’altra direzione vanno invece le pagine su Vincent scritte dalla sorella Elisabeth, presenza silenziosa e schiva nella vita del pittore. Molti anni dopo quel tragico 1890 si decise a pubblicare un libro di ricordi che ora Federica Ammiraglio pubblica per i tipi di Skira. Con il titolo Vincent, mio fratello è in libreria dal 6 ottobre, restituendoci l’immagine di un artista che si dedicava allo studio con ferrea disciplina,  cercando di apprendere quelle tecniche che gli avrebbero permesso di esprimere la sua originale visione. In quegli anni, scrive Elisabeth, «il suo genio, ancora sopito, continuava a farsi strada inconsciamente. Lavorava a modo suo: era un osservatore sempre attento e una volta che si mise a dipingere, i risultati arrivarono velocemente. Non deve sorprendere che in dieci anni egli abbia realizzato più di quanto altri non abbiano fatto in una vita. Quelli che hanno scritto su di lui se ne sono meravigliati – nota Elisabeth -. Non sono stati in grado di comprendere tutto il lavorio che aveva preceduto l’esplosione della sua arte».  Restituendoci  un ritratto di Van Gogh più assai più autentico ( e curiosamente in sintonia con i più recenti  risultati negli studi ) di quelloche entrato nella storia dell’arte attraversoo pato-biografie come Van Gogh genio e follia di Karl Jaspers.
s.m.

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Il sogno di fare arte insieme

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 15, 2005

Ad Arles la fine dell’amicizia fra Van Gogh e Guaguin. La vicenda raccontata in  grande mostra a Brescia

di Simona Maggiorelli

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Van Gogh, la sedia di Gauguin,1888

Erano giorni di attesa febbrile. Ma anche di speranza. Van Gogh ne era convinto: l’arrivo di Gauguin nella propria casa, la piccola casa gialla di place Lamartine ad Arles, in Provenza dove si era da poco trasferito dopo una brutta crisi, avrebbe portato ad entrambi nuovo slancio nella ricerca artistica.Era l’autunno del 1888 e Van Gogh, mentre aspettava da Gauguin la conferma definitiva del suo trasferimento in Provenza, scriveva lettere entusiaste al fratello Theo, gallerista a Parigi, che li aveva fatti conoscere.Lo schivo e introverso Van Gogh sperava che l’inizio di un più stretto sodalizio artistico con Gauguin potesse realizzare il sogno di una “comune” di artisti, dove le difficoltà materiali e l’incomprensione ostile di chi non accetta la libertà dell’artista non uccidessero la creatività. Quell’incontro tanto sperato avvenne, finalmente, il 22 ottobre del 1888.
Ma non andò come Vincent aveva sperato. I rapporti con Gauguin presto si guastarono. E una violenta crisi di Van Gogh segnò la rottura. Il pittore francese raccolse in fretta le sue cose e se ne andò a rilassare i nervi nei più tranquillizzanti paradisi naturali della Polinesia. Per Vincent quella bruciante delusione aprì la strada a una serie crisi psichiche sempre più laceranti e che, appena qualche anno dopo, lo porteranno al suicidio. Morte in qualche modo annunciata da quella malinconica sedia vuota che resta, non a caso, come uno dei segni più forti e disperati della pittura di Van Gogh. Cosa successe davvero  fra i due in quelle giornate in Provenza? Gauguin, come del resto Theo Van Gogh, dietro gesti di cortesia e di aiuto, nascondeva una lucida indifferenza, un’inconsapevole pulsione a tarpare la genialità di Vincent? Marco Goldin, curatore della colossale mostra di Brescia (dal 22 ottobre al 19 marzo, la più ampia in assoluto, dopo quella del 2001 di Chicago e Amsterdam) suggerisce tra le righe questa intrigante chiave di lettura. Lo fa mettendo a confronto nelle sale del complesso bresciano di Santa Giulia centocinquanta opere di Van Gogh (1853-1890) e Gauguin (1848-1903) – tele disegni, bozzetti, oli, ma anche lettere autografe e documenti – che, passo dopo passo raccontano la formazione dei due artisti in Olanda e in Francia, i debiti con la generazione degli impressionisti, le scelte artistiche più personali e quella rivoluzione del colore, che, a partire dalla lezione dei fauve e di Cézanne in particolare, portò i due artisti ad avvicinarsi, per subito separarsi proiettandosi verso orizzonti assai diversi: vette altissime di potenza espressiva per Van Gogh in visionarie immagini di campi di grano, potenti vedute notturne e autoritratti che, incuranti della verità documentarista, trasmettono, con pennellate che sembrano graffi di dolore, tutta la forza di un tempestoso vissuto interiore. Per Gauguin, invece, dopo la fuga dalla casa di Van Gogh lo scenario sarà quello di un rassicurante tuffo nell’esotico, in una pittura che finge il pittoresco e espelle la profondità, accumulando ritratti stilizzati di fanciulle dalla pelle scura che si susseguono più o meno identici, nulla lasciando trasparire di una tridimensionalità interiore.
Per trasmettere le sue riflessioni critiche e la sua chiave interpretativa dello storico incontro-scontro fra i due artisti, Marco Goldin anche questa volta, come già nelle grandi mostre di Treviso dedicate all’impressionismo, a Cézanne e allo stesso Van Gogh, punta su un doppio canale: su una selezione accurata delle opere provenienti dai musei di Amsterdam e di Parigi, ma anche “rastrellate” in mete sperdute d’Oltreoceano. E insieme, per attrarre un pubblico il più possibile ampio, su una sapiente teatralità.

Van Gogh, la propria sedia vuota

Van Gogh, la propria sedia vuota

Ricorrendo a un allestimento di forte impatto scenografico e, questa volta, anche praticando la scena in senso stretto con un testo teatrale che racconta i giorni di Van Gogh e Gauguin ad Arles. E che, trascritto in stralci, fa da guida ai visitatori lungo le otto sezioni della mostra; dove in parallelo si squadernano gli anni della formazione di Gauguin nella Parigi dell’impressionismo e quelli di Van Gogh in Olanda, contrassegnata dalla tipica pittura scura e bituminosa dei Mangiatori di patate. Poi gli anni di Gauguin in Bretagna con la celebre Vegetazione tropicale del 1887, la scoperta del colore di Van Gogh a Parigi, il soggiorno ad Arles, per approdare nel finale fra i potenti ritratti de La famiglia Roulin e il folgorante Seminatore del 1888 che apre l’ultima tranche della breve e intensa carriera artistica di Van Gogh. E che Goldin gioca in contrappunto con un ampio carnet di dipinti e disegni tahitiani di Gauguin.

Da Europa 15 ottobre 2005

Dalle lettere: Gauguin a Theo, da Arles, nel dicembre 1888:

“Caro signor Van Gogh, vi sarei molto grato se mi inviaste parte del denaro, a conti fatti sono costretto a rientrare a Parigi, Vincent e io non  possiamo assolutamente vivere in pace fianco a fianco, data un acerta incompatibilità di carattere e il bisogno che abbiamo entrambi di tranquillità per il nostro lavoro. E’ un uomo di notevole intelligenza, lo stimo molto e lo lascio con rammarico, ma vi ripeto che è necessario…

cordialmente

Paul Gauguin

Vincent a Theo, dopo la crisi e il ricovero, da Arles 17 gennaio 1889:

Mio caro Theo grazie  per la bella lettera e per i 50 franchi che conteneva… (…)sentite non voglio insistere sull’assurdità di questo  modo di fare ( di Gauguin, riguardo alle continue richieste di soldi ndr). Supponiamo che quella sera io fossi fuori di me quanto si vuole, perché però l’illustre compagno non si è mantenuto calmo?… non insisterò oltre su questo punto. Non potrò mai lodarti abbastanza per aver pagato Gauguin in modo che non possa che essere contento dei rapporti avuti con noi… se Gauguin fosse a Parigi per studiarsi un po’ bene o per farsi studiare da uno specialista, in fede mia, non so proprio cosa ne verrebbe fuori. In più di una occasione gli ho visto fare cose, che tu ed io non ci permettremmo mai di fare, in quanto esseri di ben altro sentire….


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