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Il fascino della vita zingara

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 13, 2013

Van Gogh, la carovana degli zingari vicinoad Arles (1988)

Van Gogh, La carovana degli zingari vicino ad Arles (1888)

di Simona Maggiorelli

Ultimi giorni per vedere una mostra  affascinante come Bohèmes al Grand Palais di Parigi. Di fatto due esposizioni in una: la prima dedicata alla cultura zingara e l’altra alla vita ribelle di quegli artisti che nell’Ottocento sceglievano di vivere come nomadi, per una esigenza di libertà interiore, di ricerca, per un netto rifiuto di una società borghese sempre più positivista e basata solo sul calcolo e sul guadagno.

Merito del curatore Sylvain Amic è aver voluto esplicitare questo nesso che percorre come un fiume carsico la pittura più viva e fertile del XIX secolo.

Ma anche, e ben più tragicamente, il Novecento quando zingari e artisti d’avanguardia, bollati come degenerati, furono perseguitati dal nazismo.

Attraverso un centinaio di opere e inanellando capolavori di artisti dai linguaggi espressivi assai diversi – da Corot a  Courbet da Van Gogh a Turner e oltre – la mostra Bohèmes ( aperta fino al 14 gennaio) mette a fuoco un modo di intendere la pittura che si ribellava agli accademismi, all’establishment cristallizzato, recuperando una struggente e viva sensibilità, vissuta a fior di pelle. Raccontando come gli emarginati, i vagabondi, gli anarchici e gli artisti che sfidavano la società ricca e inerte si trovarono idealmente ad incontrarsi.

Sotto la cupola trasparente del Grand Palais, il percorso espositivo inizia, non a caso, con immagini di zingari visti attraverso lo sguardo dei grandi maestri, da quelli immaginifici disegnati da Leonardo da Vinci in un disegno conservato a Londra, alle scene di vita in carovana raffigurate analiticamente nelle incisioni di Callot, fino ai nomadi ritratti come soggetti “esotici” da Delacroix.

Courbet, Lhomme à la pipe (1846)

Courbet, Lhomme à la pipe (1846)

Fin dal Medioevo gli zingari venivano chiamati “egiziani”, erano trattati con diffidenza per i loro furti e al tempo stesso ammirati per la loro libertà. Il fascino romantico dell’Oriente rafforzò questa visione. Così ecco pittori come Dehodencq, ma anche come innovatori radicali come Manet che si lasciarono ispirare dagli zingari di Spagna. Mentre Diaz de la Peña, Bellet e Poisat si fecero quasi etnografi per raccontarne la vita.

Il vento del socialismo  influì sulle menti più aperte della Bohème. Portando Van Gogh sulla strada di Corot e dell’epica degli umili, per quanto intrisa di religiosità spartana e protestante. Sul versante più tipicamente romantico spicca, invece, Gustave Courbet, l’autore dello “scandaloso” L’origine del mondo e del Manifesto del bohèmien, superbamente rappresentato in mostra dal celebre autoritratto con la pipa del 1846, non solo dal più teatrale ritratto in cui appare con lo sguardo sgranato, come colto di sorpresa da una realtà nuova e sconvolgente.

Un modo di intendere la Bohème,  quello di Courbet, che trovò assonanze nei versi di Baudelaire e fu reso estremo e maudit da Rimbaud e Verlaine. Transitando poi nella prima avanguardia delle folli notti parigine, di arte, amori e assenzio, raccontate da Degas e vissute fino a rimetterci la pelle da  Modigliani e Toulouse-Lautrec.  A percorrere l’intera mostra sono giochi di assonanze, “corrispondenze di amorosi sensi”, ma anche scivoloni nel melodramma. Basta pensare alla Bohème di Murger a cui si ispirò Puccini.

 

dal settimanale left-avvenimenti 12 gennaio 2013

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L’oro e il blu del Mediterraneo

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 6, 2011

Da Cézanne a van Gogh, tutti i colori del Mare nostrum a Genova

di Simona Maggiorelli

Van Gogh dal Museo di Otterlo

Un colore azzurro, sempre cangiante, che non ci si stanca mai di guardare. Così Vincent van Gogh raccontava il Mar Mediterraneo, dalla Provenza, dove si era rifugiato in cerca di calore e di ispirazione, con il sogno di poter dar vita – con Paul Gauguin e altri pittori- a una sorta di comune in cui il lavoro creativo diventasse condiviso e maggiore fosse la possibilità di resistere agli attacchi di chi, invece, non capiva il senso di quella loro radicale e innovativa ricerca. «Questo mare – scriveva il pittore olandese – non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha già assunto una tinta rosa o grigia». E con pennellate via via sempre più materiche e vorticose, sperimentando arditamente con i colori per renderli più espressivi, cercava di tradurre su tela quell’incessante movimento di onde e colori, che avvertiva come qualcosa di profondamente suo, quasi fosse un riflesso del suo mondo interiore.

Prima e dopo van Gogh, il Mediterraneo ha conosciuto molti altri artisti viaggiatori, anche illustri. Ma nessuno aveva mai avuto il suo ardire nel rappresentarlo. Forse anche per questo Marco Goldin ha voluto alcune delle tele che van Gogh dipinse in Provenza a fare da nerbo a questa bella mostra genovese Mediterraneo. Da Courbet a Monet a Matisse organizzata con Linea d’Ombra e aperta fino al primo maggio 2011 in Palazzo Ducale.

Cézanne, Saint Victoire

Un’esposizione evento – come ormai Goldin ci ha abituati – che inanella una straordinaria serie di capolavori, tra i quali una poco conosciuta variante della Sainte Victoire di Cézanne, il Carnevale di Nizza di Matisse e un insolitamente solare Mattino sulla promenade di Munch. Tela questa, come molte altre qui esposte, che con lungo lavoro il curatore veneto è riuscito a rintracciare in collezioni private e a farsi prestare. Accanto, fra le ottanta opere selezionate, ritroviamo dipinti di Braque e altri graditi ritorni dalle precedenti esposizioni che Goldin, negli anni, ha realizzato intorno al tema della luce e del colore del Mediterraneo. Ritroviamo così le esplosioni cromatiche dei Fauves e le variazioni impressioniste di Monet. e a questo punto il discorso della mostra si allarga, andando indietro nel tempo, fino alle visionarie marine dei romantici Turner e di Friedrich. Invitando anche a rileggere il realismo di Courbet.

da left-avvenimenti 10 dicembre 2010

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Parigi, la seduzione dell’arte

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 24, 2005

di Simona Maggiorelli

La riapertura del Petit Palais, il più grande museo comunale parigino è una delle sorprese che la capitale francese offre in questo ultimo scorcio del 2005. Da sempre ricchissima di iniziative, in questo fine anno Parigi diventa particolarmente seducente per una serie di eventi legati al mondo dell’arte.
Così, anche privandosi, per una volta, di un ritorno alle sale storiche del Louvre, non bastano una manciata di giorni per godersi tutte le altre proposte.Provando a tracciarne una mappa, il nostro viaggio, sulle tracce di uno storico flâneur – in omaggio a Walter Benjamin che sulle gallerie dell’Esposizione Universale scrisse saggi suggestivi – non può che partire dal Petit Palais, il palazzo “maraviglia” che ai primi del Novecento Charles Girault pensò come «un inno alla luce» e come pandant degli Champs- Elysées. I lavori di restauro, durati quattro anni, sono costati più di 72 milioni di euro; fra vari intoppi, dovuti alla difficoltà a reperire i fondi e ai cambi di maggioranza politica alla guida della città. Lo scorso 10 dicembre, però, il sindaco Delanoë ha portato a casa il risultato, con il taglio del nastro di un rinnovato Petit Palais: l’area espositiva, fra trasparenze e aperture sul giardino come nel progetto originario, è passata da 15mila a ben 22mila metri quadri, con, in aggiunta, uno spazio fisso dedicato alla collezione permanente. Per Natale e Capodanno, così, torna alla luce l’importante collezione del museo   comunale di Parigi, che copre un arco di tempo che va dall’antichità greco romana fino al 1914, con un nucleo forte di opere di Courbet, Monet e Sisley. E mentre, (a distanza di cinque anni dall’ultima grande mostra dedicata alla Cina degli imperatori) per aprile al Petit Palais si prepara una mostra di arte preispanica del Perù e per l’autunno, un’antologica dedicata alle acqueforti di Rembrandt, fino al 12 febbraio, lo spazio mostre del Petit Palais ospita Quentin Blake e les demoiselles des bords de Sein, omaggio all’illustratore britannico Blake, seguendo il filo rosso della figura femminile nel XIX secolo a partire da Les demoiselles des bords de Seine di Courbet, conservata nel museo.
Ma accanto alla notizia certamente ghiotta della riapertura del Petit Palias, in questo fine anno, non va dimenticato che al Grand Palais, prosegue fino al 16 gennaio la mostra, Mélancolie, génie et folie en Occident, interessantissimo viaggio dall’antichità classica fino alla contemporaneità su come l’arte e gli artisti hanno interpretato il tema della melanconia nei secoli. Curata da Jean Clair, (Europa ne aveva parlato il mese scorso) con 250 opere che vanno dalla celeberrima incisione di Dürer, studiata da Panofsky , a tele di Zurbaran, Friedrich, de Chirico, Giacometti e altri. Sempre al Grand Palais, fi- no al 26 gennaio, c’è anche l’occasione di un viaggio a ritroso nella secessione viennese, con la mostra dedicata alla pittura fra il 1890 al 1918, raccontata attraverso opere di Klimt, Schiele e Kokoschka. E ancora, proseguendo il viaggio intorno al Marais, il quartiere melting pot di artisti e intellettuali, dove l’integrazione fra ebrei, arabi, asiatici è fatto storico, il Museo Picasso festeggia vent’anni da quel lontano – anche culturalmente – anno 1962, quando André Malraux, discusso poeta e ministro della Cultura nel periodo di De Gaulle, promosse, e non a poco prezzo, il recupero i 36 hôtel particulier, nobili dimore private in pietra bianca e mattoni rossi, intorno alla secentesca place des Vosges. Vicino alla casa-museo di Hugo e a quella di Théophile Gautier, fra cortili nascosti, caffè e antiquari e gallerie d’arte contemporanea (come quella di Emmanuel Perrotin, che ora propone anche Maurizio Cattelan), fino al 9 gennaio il Museo Picasso ospita la mostra Picasso. La passion du dessin, dedicata agli schizzi, ai bozzetti e alle opere che raccontano il talento veloce, onnivoro e vitale del pittore spagnolo. Ma per i cultori del Settecento francese, e del richiamo dell’antico motto, “libertà, uguaglianza, fratellanza” (che da qualche tempo, curiosamente, ritorna sulla stampa italiana ) il Louvre e il Musée Jacquemart- André dedicano a David, il pittore neoclassico della rivoluzione finestre e sezioni personali, in cui sono esposti ritratti e scene di storia. E sempre il Louvre promuove anche la retrospettiva di un centinaio di opere di Anne Louis Girodet de Roucy, detto Girodet-Trioson, il maggiore allievo di David, che dopo il restauro napoleonico, si fece interprete di un ritorno integrale alla mitologia fuori dal vivo della storia. Infine, per uscire dal solco strettamente francese, al Musée d’Orsay, fino all’8 gennaio, L’art russe dans la seconde moitié di XIX siècle: en quête d’identité, per raccontare attraverso dipinti, sculture una fase culturale in Russia non molto conosciuta. Mentre al Centre Pompidou continua dalla scorsa estate (fino al 9 gennaio) la più completa mostra mai organizzata sul movimento Dada, dalla Svizzera dei primi Caffè novecenteschi, alla Russia di Lenin.

da Europa 24 dicembre 2005

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