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Specchi dei tempi

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 5, 2011

Dal 4 marzo una grande retrospettiva al MAXXI festeggia cinquant’anni di ricerca di Michelangelo Pistoletto

di Simona Maggiorelli

Michelangelo Pistoletto, Lui e lei abbracciati

Per festeggiare i cinquant’anni di ricerca di Michelangelo Pistoletto, la sua inesausta voglia di sperimentare, ma anche di interrogare lo “zeitgeist” dei nostri giorni, forse non si poteva immaginare luogo più congeniale del MAXXI di Roma.

Tempio laico del contemporaneo nel cuore della metropoli papalina. Castello dei sentieri incrociati dall’arte. Organismo architettonico in continuo divenire con il suo moltiplicarsi di spazi, di rampe sinuose, di vetrate che portano dentro il museo lo scorrere della vita in strada.

C’è insomma una profonda sintonia fra l’idea di progettazione del MAXXI di Zaha Hadid e i quadri specchianti di Pistoletto che il museo romano ospita dal 4 marzo in una grande personale dedicata al maestro dell’Arte povera. Fin dai primi lavori degli anni Cinquanta, infatti, Pistoletto ha aperto il suo fare arte al divenire, dissacrando la staticità dell’icona, obbligando ogni ritratto ad avere i piedi ben piantati per terra, ovvero ad accogliere nel suo spazio della rappresentazione sia lo spettatore che il suo ambiente circostante.

Rompendo il solipsismo del quadro, con superfici a specchio, Pistoletto ha aperto l’opera al tempo e al moltiplicarsi di prospettive. Costringendo Narciso a fare all’impossibile: non ammirare più soltanto il proprio riflesso.

Ma nel cantiere capitolino delle arti del nuovo millennio che ricrea la personale recentemente dedicata al maestro dal Philadelphia Museum of Art, c’è spazio anche per ripercorrere il lungo viaggio che Pistoletto ha fatto e continua a fare nell’ambito della scultura. Fin dalla famosa Venere degli stracci che nel ‘67 celebrava la bellezza assoluta e atemporale di una statua classica in mezzo a un mucchio di cenci, rendendola umanissima e terrena. Così, nel percorso di questa ampia antologica che resterà aperta fino al 15 giugno, l’ironia giocosa di questa Venere del vintage trova eco nelle radicali interrogazioni di Pistoletto sulle ideologie in cui, nel corso della storia, sembra essersi inceppato il fluire della mente umana. In primis la lapide su cui, rigorosamente a mano, è inciso il dissacrante botta e risposta «C’è Dio? Sì, ci sono!» con cui Pistoletto decostruisce – è lui stesso a dirlo in questi termini- «la struttura piramidale in cima alla quale è posto un capo assoluto proprio dei monoteismi da cui si generano mostruosi conflitti».

Pistoletto, visitatrice con catalogo

Per arrivare poi al recentissimo I temp(l)i cambiano in cui la facciata di un tempio greco appare realizzata con pezzi di elettrodomestici rottamati (le colonne, in particolare, sono fatte con cestelli di lavatrici). La base poggia su un cuneo che fa apparire il tempio in bilico, come se dovesse scivolare su un lato da un momento all’altro. Così come un’idea di abbattimento degli idoli traspare dalla statua di uomo franata di fianco con cui, poco prima della caduta del muro di Berlino, Michelangelo Pistoletto da artista intuiva e rappresentava quello che sarebbe accaduto di lì a poco e che si sarebbe concretizzato nell’abbattimento della statua di Lenin.

Una capacità di “preveggenza” che Pistoletto ha saputo tenere straordinariamente viva nel tempo. Anche trasformando quello che una volta era lo studio di artista, isolato e fuori dal mondo, in una grande fucina delle arti grazie alla Fondazione Pistoletto Città dell’arte, fondata giusto vent’anni fa a Biella e aperta ai giovani talenti da ogni parte del mondo.

da left-avvenimenti 4-10 marzo 2011

UN MANIFESTO POLITICO, così Michelangelo Pistoletto ha presentato il proprio lavoro in conferenza stampa il 4 marzo, al MAXXI di Roma:

E’ stato detto che i i quadri specchianti sono la mia cifra. Io dico, invece , che sono il mio filo conduttore. Attraverso i quadri specchianti ho fatto dell’autoritratto il ritratto del mondo. Nel posto del punto di vista predefino ho portato a trecentosessanta gradi tutte le possibilità. I quadri specchianti sono unici come i momenti della vita. E’ un’opera unica. E  anche coloro che verranno dopo  spechieranno entrando nell’opera. In questo senso i quadri specchianti contengono anche il futuro.

E’ l’universo dei possibili che si apre nei quadri specchianti l’universo dei possibili qui si realizza in concreto. I quadri specchianti come gli oggetti in meno sono una trasposizione di  questa esigenza, per questo contraddicono la cifra. Perché ogni momento è diverso dall’altro. E’ esplosione del sé in molti lavori diversi: Diversi come diverse sono le persone. Come diversi sono i momenti della vita. Da questo fenomenologia delle differenze nasce il concetto stesso di una città dell’arte.

Alla fine degli anni Sessanta c’era una grande voglia di interagire, entrare nelle piazze con il teatro, quasi ainserire diversi segmenti di arte nella vita sociale. L’idea che continuo a coltivare è quella della polis, da qui l’idea della Città dell’arte come civitas, come civiltà . L’arte ristabilisce il progresso. L’arte è la creatività umana. E’ il fulcro di ciò che è umano. Il nostro compito come arttisti è acquistare quel po’ di libertà individuale e trasformarla in responsabilità individuale. Dove non c’è libertà non c’è rispetto.

L’arte è un’attività in senso comunitario. Da qui il mio incontro con Gianna Nannini nel progetto che mette al centro un nuovo segno di infinito come procreazione. L’arte è  nuova civiltà umana al mondo.


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La coerenza di un maestro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 5, 2011

Un trittico di mostre festeggia i cinquant’anni di ricerca di Michelangelo Pistoletto. I suoi “classici” trovano nuova linfa nel parco archeologico
di Scolacium in Calabria

di Simona Maggiorelli

Michelangelo Pistoletto in Segno arte

Al Contemporary art museum di Philadelphia, in autunno, lo aspetta una grande retrospettiva. Ma anche il Maxxi di Roma ha in programma un’antologica che festeggia i suoi cinquant’anni di ricerca artistica. Intanto, quasi fosse un’anteprima, al Marca di Catanzaro e al parco di Scolacium, Alberto Fiz ha organizzato un omaggio a Michelangelo Pistoletto con la mostra Il Dna del terzo paradiso che, fino al 3 ottobre, rilegge per capisaldi la sua intera opera, dai primi quadri specchianti che moltiplicano lo spazio all’infinito, per arrivare poi alle sue più recenti realizzazioni, alcune delle quali appaiono risemantizzate nello scenario mozzafiato del parco archeologico calabrese. A cominciare, per esempio, dal bronzo L’arringatore del 1976, ricreazione dell’antica statua etrusca che qui allunga il braccio verso il tronco di un albero, come ad alludere a un moderno rapporto fra arte e natura che però riesce a sussumere l’antico. Ma anche la scultura Il gigante (1981-83) che svetta nel parco con i suoi sei metri d’altezza, appare, nel confronto con questo paesaggio, tingersi di maggiori risonanze classiche. Mentre sculture come Segno Arte che reinterpreta l’antropocentrismo vitruviano e I temp(l)i cambiano (con la facciata del tempio franante e sbilenca) mettono in primo piano la vena ludica, profondamente laica di Pistoletto. Che qui ripropone anche, ma questa volta scolpita su una clessidra di marmo, l’azione compiuta nel 1978 C’è Dio? Sì ci sono! «con il preciso scopo – annota Pistoletto nel catalogo Electa – di estendere la capacità della gente di esercitare autonomamente le funzioni del pensiero». Insomma, anche se il percorso di questa mostra curata da Fiz si compone di una decina di opere soltanto, qui ritroviamo tutti i fili del lungo percorso del maestro biellese. E in primo piano ne risalta la sua profonda coerenza. Fin da quel 1960, quando allestì la sua prima mostra negli spazi della Galleria Galatea di Torino, Pistoletto ha sempre seguito un sua strada originale, non di rado facendo parte per se stesso (perché non disposto a scendere a compromessi), avendo in mente un’idea di arte che si proponga anche come etica, come rapporto non distruttivo con l’ambiente e soprattutto con gli altri esseri umani. Così quando negli anni Sessanta furoreggiava la pop art con le sue sgargianti e sorde gigantografie di merci e dive, Pistoletto, in risonanza con una manciata di artisti italiani – da Merz a Paolini, a Fabro e altri – scelse una poetica fatta, all’opposto, per sottrazione, con materiali grezzi e naturali, che cercava l’essenziale e immagini interiori capaci di stagliarsi contro il rumore del boom economico. E come ci ricordano ora il bronzo, il marmo e gli altri materiali preziosi che l’artista ha usato per la realizzazione delle sculture esposte a Catanzaro, la sua Arte povera non è mai stata ascesi, francescana rinuncia. Né freddo minimalismo, come ci suggeriscono qui i festosi tavoli specchianti Love difference in cui appaiono “attovagliati” tutti i Paesi del Mediterraneo, ciascuno con la propria, originale identità rappresentata
da differenti panchetti.

da left-avvenimenti del 6-26 agosto 2010

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Nell’America selvaggia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 3, 2011

Con un intenso romanzo  sul tema della memoria, una sorta di moderno epos del New Egland, Paul Harding ha vinto il premio Pulitzer. Ed è solo il suo esordio

di Simona Maggiorelli

Edward Hopper-Railroad Sunset

George Washington Crosby è un personaggio che ha un nome importante quanto la storia dell’America. Anche se la sua vita è scorsa via in silenzio, in lunghi viaggi attraverso i boschi del New England. Viene da una famiglia di stagnari e venditori ambulanti ma la sua vera passione è accomodare orologi. E il ticchettio di quei meccanici misuratori di tempo nel romanzo di Paul Harding, Tinkers, diventa sotterraneo metronomo di tutti i pensieri del protagonista.
Finché tutto precipita. E comincia a vorticare furiosamente. Finché il mondo interiore di George Washington Crosby esplode in una crisi che l’autore ci racconta come malattia fisica, ma che agli occhi del lettore acquista il senso più profondo di una catastrofe interiore.

Siamo all’inizio del romanzo. E il protagonista sta già morendo. In un potente rincorrersi di immagini la sua esistenza e quella di tre generazioni scorre come un fiume in piena nella sua mente. Un mare in tempesta in cui anche noi, d’un tratto, siamo precipitati.
Con questa storia fatta di niente, in cui non ci sono fatti, ma dove a tenere la scena è quasi solamente ciò che accade nella testa del protagonista, il quarantatreenneee Paul Harding a, sorpresa, ha vinto  il premio Pulitzer. Da esordiente. Sostenuto da una piccola casa editrice indipendente, la Bellevue Literary Press. Arrivato in Italia la settimana scorsa per presentare la traduzione di Tinkers, appena uscito per Neri Pozza con il titolo L’ultimo inverno, Harding racconta della sua sorprendente vicenda editoriale, con un misto di candore e stupore: «Erika Goldman è una editor veterana e dirige una piccola casa editrice no profit, le devo moltissimo – ammette lo scrittore – anche perché in precedenza avevo bussato a molte porte e nessuno aveva voluto pubblicare il romanzo».

Dopo l’uscita poi, trascinante è stato l’effetto del passaparola tra lettori e librai. Così questo romanzo, che affresca pagine di storie del New England pur non avendo nulla del romanzo storico, ha scalato le classifiche di vendita statunitensi fino alla cima.

Difficile raccontarne la sostanza e l’alchimia, giocata com’è fra la potenza lirica e visionaria di questo unico, ininterrotto, flusso interiore del “personaggio che dice io” e una natura trasfigurata in senso epico che diventa, essa stessa, protagonista. «Non mi interessa raccontare trame,- chiosa Harding – mi interessano i personaggi, la loro psiche, le loro memorie che hanno il potere di fare decadere l’andamento lineare del tempo. Ho sempre pensato al romanzo come al prodotto di una mente, con i salti logici e temporali che ne possono venire».
Da un lato, dunque, la psicologia dei personaggi e la possibilità che offre di rappresentare qualcosa di estremamente personale e insieme di universale ( «Non voglio tratteggiare dei i tipi, “il” padre, “la” figlia, ma quel padre, quella figlia» avverte Harding). Dall’altro lato c’è un’America selvaggia, antica, quasi mitica.

Sotto questo riguardo nel romanzo di Harding si possono scorgere echi di grandi scrittori come Faulkner  e Howthorne e riguardo alla rappresentazione della natura in senso stretto anche di scrittori tipicamente americani e protestanti come i “trascendentalisti” Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau,
Ma a stregare il lettore di Tinkers è soprattutto la sonorità della lingua e lo spessore lirico della prosa di Harding che, a partire da quelle che lui stesso chiama «improvvisazioni», diventa tema musicale e, pagina dopo pagina, sinfonia che riesce a comporre tutta una serie di elementi a tutta prima dissonanti. Un parallelismo musicale che, da ex batterista dei Cold water flat (un gruppo grunge che ha avuto un certo successo in America una quindicina di anni fa), non disdegna affatto. Anzi.

«Il ritmo per me è molto importante – racconta di sé – scrivo ad orecchio. E potrei quasi dire che i  tempi, le pause, le battute con cui mi vengono le frasi quasi precedano il loro senso letterale». Un lasciarsi andare al ritmo dell’ispirazione che paradossalmente, però, in questo romanzo, sembra combinarsi con una cura quasi maniacale nella scelta delle parole, precise, concrete, vivide. «Ai miei studenti all’Università di Harvard do sempre un unico consiglio: essere precisi conta più di ogni altra cosa nello stile- dice Harding -. Raccomando loro di scrivere nella maniera più chiara possibile di ciò che ritengono più misterioso e profondo nell’esperienza umana. Essere vaghi o oscuri significa fallire nella scrittura creativa». Una ricerca di essenzialità e precisione che Paul Harding dice di aver sperimentato in prima persona quando ha cominciato a scrivere Tinkers a partire da quel che aveva sentito raccontare dal nonno materno, in particolare sulla sua vita nel Maine, dove era cresciuto.

«Quando mio nonno aveva dodici anni – racconta Harding – il padre abbandonò lui e la famiglia: aveva scoperto  che la moglie voleva farlo internare in un ospedale a causa della sua malattia, l’epilessia. Ma questa era una vicenda dolorosa di cui  mio nonno non amava parlare e questo ancora oggi è tutto quello che so». Una storia che incuriosiva Paul Harding da bambino, ma a cui poi dice di non  aver pensato più. Fino a quando è ricomparsa, completamente trasformata, nel romanzo. E arricchita dal significato letterario e simbolico che l’epilessia,, e la malattia in genere, hanno avuto in grandi scrittori dell’Ottocento. A cominciare da Dostoevskijj per arrivare a Thomas Mann. «Ammetto di non aver mai veramente letto Dostoevskij – confessa Harding-. Ho meglio: ci ho provato più volte, ma per qualche ragione non sono mai riuscito a portare in fondo la lettura. Al contrario, invece, ho letto e riletto più volte Thomas Mann. I suoi capolavori probabilmente mi hanno influenzato. Però Mann è uno scrittore affascinato dalla malattia. Quasi in maniera patologica. E mentre scrivevo Tinkers ho spesso pensato al modo in cui lui ha parlato di epilessia. Tenendolo bene a mente come esempio di ciò io intendevo evitare. Non volevo in nessun modo estetizzare la malattia, renderla qualcosa di romantico. Ma soprattutto non ho mai deciso razionalmente, in maniera astratta,  di scrivere di epilessia. Come dicevo all’inizio – conclude Paul Harding – era un aspetto del personaggio. Il mio protagonista era malato e questo era un fatto non negoziabile tra me e lui; un fatto con cui, in quanto autore, non potevo non fare i conti».

da left-avvenimenti del 4 marzo 2011

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Lorenzo Lotto, l’anticlassico

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 25, 2011

Dal 2 marzo alle Scuderie del Quirinale una importante antologica dedicata al maestro veneto che allo splendore del colorismo di Tiziano preferiva l’inquietudine di Antonello da Messina

di Simona Maggiorelli

Lorenzo Lotto, Annunciazione

Quella giovane Madonna di Lorenzo Lotto che, qui e ora, in un movimento assolutamente contemporaneo a noi che guardiamo il quadro, si rincantuccia mostrando tutta la sua umanissima paura di fronte all’Arcangelo, non potrebbe essere più lontana dalla protagonista dell’Annunciazione (1522) di Tiziano che accoglie il messaggero divino con modi pacati ed eleganti da gran signora. Lo stesso soggetto, la stessa scena sacra. Entrambi i pittori conoscono alla perfezione la tradizione pittorica e padroneggiano al massimo la tecnica. Ma la resa iconografica dell’Annunciazione, per i due maestri del Cinquecento, non potrebbe essere più divergente.

Così se Tiziano rende quasi profana la scena ambientandola in un aristocratico palazzo, Lotto sembra fare del dipinto di Recanati (1534) un manifesto di una  pittura popolare, concreta, quasi protestataria. Certamente segna uno scarto dalla norma quel modo di narrare per immagini, anticlassico e vivace, che caratterizza la tela di Recanati, dal 2 marzo al 12 giugno al centro della mostra Lorenzo Lotto (catalogo Silvana editoriale) curata da Giovanni Carlo Federico Villa alle Scuderie del Quirinale; una antologica che riunisce a Roma un ampio nucleo di opere dell’artista veneto, fra pale di altare, opere a tema sacro e una serie di eccezionali ritratti.

Ma forse si può dire di più: L’Annunciazione di Lotto rappresenta una vera e propria invenzione di immagine. Anche rispetto agli esempi di turbatio della Madonna dipinti da Ambrogio Lorenzetti e altri, ben noti a Lotto (come ha documentato Settis in Iconografia dell’arte italiana, Einaudi). Precedenti molto decorosi e composti che ben poco hanno a che fare con il ruspante scompiglio di questa Annunciazione, dipinta in colori freschi e accesi. Ma anche la Natività (1530), da poco restaurata e in primo piano alle Scuderie, ci racconta che Lotto non era un pittore naif: nel bel mezzo di una scena intima e quasi naturalistica qui l’autore sapientemente cala due fredde ali azzurrine, una nota divina e straniante, già pienamente manierista.

Che Lorenzo Lotto (1480-1556) non fosse affatto un artista minore nel quadro della pittura veneta del Cinquecento, del resto, lo aveva già notato Bernard Berenson dedicandoli nel 1895 la prima monografia (ripubblicata nel 2008 da Abscondita). E lo hanno ribadito nel secolo scorso studiosi come Venturi e Longhi ispiratori della importante antologica veneziana degli anni Cinquanta.

Giovane rivale di un ben più acclamato Tiziano e coetaneo di un artista raffinato come Giorgione, Lotto per necessità e non solo scelse la provincia come ambito in cui vivere e operare, legandosi ad una committenza diversissima da quella laica, colta e nobile che sosteneva i suoi due più famosi colleghi. Sempre controcorrente, solo, di spigolo alle cose e fuori dalla rete dei rapporti che contano, così raccontano l’uomo Lorenzo Lotto le trentasei lettere autografe indirizzate al Consorzio della Misericordia. Ma un profilo aspro e schivo emerge anche dal Libro di spese diverse, una specie di diario in cui dal 1538-1556 il pittore annotò tutte le commissioni ricevute ma anche il fallimento della vendita all’asta di quarantasei opere, da cui nel 1550 sperava d ottenere almeno quattrocento scudi riuscendo a cavarne solo quaranta. Prova ulteriore che la sua arte, al tempo stesso “antica” e in anticipo sui tempi (basta pensare alla penetrazione psicologica di certi ritratti), era del tutto fuori sincrono rispetto alle mode del tempo. Più che dallo splendore del colorismo veneto e dai suoi classici maestri come Giovanni Bellini, Lotto si sentiva attratto dalla vena inquieta di Antonello da Messina (dal quale mutuò il drammatico fondo nero della bellissima cimasa del Cristo morto) ma anche da certo naturalismo tedesco e fiammingo che ebbe modo di conoscere da vicino attraverso Albrecht Dürer a Venezia nel 1505. Già a quell’epoca il venticinquenne Lotto dimostrava una sua personalità perfettamente formata. Come si può evincere dal sanguigno ritratto del vescovo Bernardo de’Rossi realizzato proprio quell’anno e ora esposto a Roma.

Lorenzo Lotto, ritratto di giovane uomo

Insieme alla cultura figurativa, dall’area nordica Lotto aveva appreso alcune istanze di rivolta evangelica.  E anche a causa di un ritratto andato perduto di Martin Lutero con la moglie si tramanda che il pittore avesse imboccato la strada dell’eterodossia. Strada quando mai rischiosa in tempi in cui si cominciavano ad accendere i roghi della Controriforma. Dall’appassionante indagine che Massimo Firpo scrisse qualche anno fa sulla controversa ortodossia di Lotto (Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma, Laterza) si sa, per esempio, di una Venezia, snodo cruciale dei traffici tra l’ Oriente e l’Europa, ma anche «Porta della Riforma», dove fu stampata  la prima traduzione italiana del Corano ma anche la  Bibbia in volgare illustrata da Lotto, insieme a  testi in odore di eresia, opere criptoriformate e libri eretici. E nel tollerante clima politico lagunare, oasi momentanea in un’Europa di grandi sconvolgimenti politici e martoriata dalla peste, sostiene Firpo, Lorenzo Lotto si lasciò affascinare da istanze dissidenti rispetto alla dottrina dal papato romano, con il quale aveva avuto un breve contatto nel 1509 quando era stato chiamato da Giulio II per affrescare le Stanze. Dalla corte papale, come noto, Lotto quasi scappò e da allora per lunghi anni, spinto da ragioni economiche  ma anche, chissà, forse incalzato dalla montante Controriforma, peregrinò per l’area lombardo veneta e nelle Marche. E se la tesi di Firpo ora trova ulteriore conferma nella serrata indagine storiografica compiuta da Diarmaid MacCulluch nel poderoso volume Riforma da poco uscito per Carocci (uno studio di oltre mille pagine  in cui lo storico inglese, tra l’altro, ricostruisce tutta la mappa delle amicizie veneziane di Juan de Valdes) più cauto sulla vexata quaestio della devianza lottesca è invece il curatore della mostra alle Scuderie del Quirinale : «Lotto fu un uomo dall’animo profondamente religioso – dice – mantenne sempre uno stretto rapporto con i domenicani, che volevano una Chiesa vicina ai ceti più poveri. Anche per questo – conclude Villa- la sua pittura anticipò alcuni temi della Controriforma»

da left-avvenimenti  25 febbraio 2011

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L’Italia nel mito preraffaellita

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 25, 2011

Alla Gnam di Roma a confronto opere di pittori inglesi dell’epoca vittoriana  e i capolavori, da Giotto a Botticelli, da cui trassero linfa

di Simona Maggiorelli

Dante Gabriel Rossetti Venere Verticordia (1866)

Colori chiari, purezza della forma, bellezze muliebri morbide e sensuali. Immerse in un bagno di fiori pre-liberty. Fondendo l’immagine idealizzata della donna stilnovistica con l’immagine delle eroine shakespeariane e romantiche.Così Dante Gabriel Rossetti coltivava in pittura il mito del Belpaese, frutto di frequentazioni letterarie e non di conoscenza diretta (per quanto fosse figlio di un poeta, carbonaro e fuoriuscito abruzzese dei moti napoletani del 1820).

Ma il sole meridiano stregò anche un artista raffinato e grande sperimentatore come il pittore William Turner, uno studioso di arte come John Ruskin ( che si fece mentore dei Preraffaelliti) e tanti poeti romantici , fra i quali anche Browning e Tennyson. Tanto che nell’Inghilterra vittoriana si sviluppò un vero e proprio filone di interessi italianistici e risorgimentali che infuocò le fasce più vivaci dell’intellettualità. In questo milieu, nel 1848, Dante Gabriel Rossetti, con Burne-Jones, con Millais e altri, fondò il movimento dei Preraffaelliti (Pre-Raphaelite Brotherhood) che proponeva il superamento di ogni rigido accademismo attraverso la riscoperta  «della verità del Trecento» (per dirla con Gombrich) e di un Quattrocento inquieto e tormentato.

John W. Waterhouse, la Sirena

Nel segno di Giotto, di Gentile da Fabriano e dei coevi maestri del paesaggismo veneto. Ma anche nel segno aspro e verace di Crivelli e Carpaccio e in quello fragile e altero di Botticelli. Riportando in primo piano la pittura italiana precedente all’armonioso Rinascimento di Raffaello che tutto leviga e ricompone. Al sogno ribelle e carbonaro di questo singolare movimento artistico uscito dalle nebbie di un secondo Ottocento inglese puritano e bacchettone, la Galleria nazionale di arte moderna (Gnam) dal 24 febbraio al 12 giugno dedica la mostra Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’Italia in cui, attraverso un percorso di un centinaio di opere, sono messe a confronto diretto le opere oniriche ed estetizzanti dei Preraffaelliti e i capolavori italiani che le ispirarono. «La mostra che proponiamo – spiega una delle curatrici, Maria Teresa Benedetti nel catalogo Electa – vuole documentare, con scelte probanti, la trasposizione talora arbitraria di elementi chiave della nostra tradizione in area inglese nel corso del XIX secolo».

E se un anno fa l’antologica ravennate I Preraffaelliti e il sogno del Quattrocento italiano ha permesso di vedere per la prima volta in Italia un’ampia selezione di opere di pittura inglese del secondo Ottocento, in questa nuova occasione romana sono approfinditi alcuni rapporti specifici fra Rossetti e  Burne-Jones con Botticelli e Michelangelangelo. Ma non solo. Nella mostra romana firmata da Stefania Frezzotti, Robert Upstone  si ricostruisce la scoperta inglese degli affreschi di Beato Angelico per l’effetto di leggerezza della sua grana rada e luminosa.
E il fatto che  Hunt, Millais, Rossetti e compagn – in fuga  dalla retriva borghesia vittoriana e  dal capitalismo delle  macchine e affascinati dal socialismo umanitario di  William Morris- si lasciarono incantare anche dalle architetture medievali e dal mito delle rovine, come nella mostra alla Ganm ci ricorda attraverso opere come il trittico del 1861 di  Burne-Jones, con l´Annunciazione e Adorazione dei Magi, “una tela ad olio di grandi dimensioni destinata a una chiesa Gothic Revival a Brighton progettata da Carpenter”. L’idealizzazione della vita agreste intanto fa capolino nel ritratto della Nanna di Frederich Leighton. Ma l’attrazione per il medioevo di Dante trova espressione anche nel il ritratto di Beatrice dipinto da Rossetti , alla Ganm al centro di una serie di ritratti in cui Rossetti si divertva a trasfigurare amiche e amanti in dee e figure del mito.

da left-avvenimenti

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La truffa sul lettino

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 20, 2011

Dopo una decina di anni di psicoanalisi e nessun miglioramento, una paziente- che di professione fa la giornalista- ha deciso di uscire allo scoperto con un libro denuncia

di Simona Maggiorelli

da Freud a fumetti Raffaello Cortina

In analisi per anni, a costi altissimi, per sentirsi impartire da psicoanalisti che “agiscono da veri conservatori, un mix di cristianesimo e occultismo”, nonché una sfilza di precetti “iperazionali” per controllare e tenere a bada le passioni.

E’ l’esperienza di vita che la giornalista Elisabetta Ambrosi racconta, con linguaggio corrosivo, nel pamphlet Inconscio ladro! Malefatte degli psicoanalisti ( La lepre edizioni). Tratteggiando quella che al lettore appare come una vera e propria truffa ai danni del malato. “La parola truffa – ci risponde Ambrosi- presuppone una realtà sociale condivisa e insieme la possibilità che il truffato possa rivolgersi a vie giudiziarie o di altro tipo per un riconoscimento. Purtroppo invece, poiché l’analisi si svolge nel chiuso di una stanza, alla presenza delle due stesse identiche persone, è difficile che si possa creare una oggettività giudicabile esternamente. In teoria esiste la possibilità per il paziente di denunciare il terapeuta all’Ordine, ma quanti lo fanno?- si domanda l’autrice del libro -. E come dimostrare il danno visto  il monopolio da parte di chi sarebbe denunciato di nozioni e teorie con cui agilmente argomentare il contrario? Pensiamo a quanto è difficile per un giudice ricostruire una causa di lavoro o  un caso di mobbing”.

Quella analitica, sottolinea la giornalista,  “è una situazione massimamente delicata, che richiederebbe un’estrema competenza da parte degli analisti, che talvolta sono invece persone mediocri o comunque incapaci di curare e che possono quindi arrecare danni gravi. Non parliamo poi dei pazienti che si suicidano, le cui storie sono spesso impossibili da ricostruire”.

E allora anche alla luce di tutto questo come è stato possibile che Sigmund Freud sia diventato una figura quasi intoccabile pur non avendo scoperto l’inconscio né avendo una teoria scientifica per la cura della malattia mentale ( come hanno dimostrato tanti autorevoli studiosi da Ellenberger, a Fagioli, a Masson)? ” Confesso di non aver letto tutte le opere di Freud- risponde Ambrosi-. Sono andata in analisi perché stavo male e per un desiderio di conoscenza. Posso però dire che l’uso di categorie freudiane è stato forte e rigido in analisi, con conseguenti interpretazioni e letture in cui era difficile riconoscersi ma in cui spesso mi costringevo a stare, proprio come un tempo facevo in credenze religiose e di altro tipo. Ora è chiaro – approfondisce la giornalista- che se il paziente ha la tendenza a cercare regole o interpretazioni normative rassicuranti, compito dell’analista è scongiurare questo pericolo. Dovrebbe quanto più possibile picconare categorie di ogni tipo!”

E poi rievocando la propria esperienza personale aggiunge:” Mi sconvolge ancora ripensare a quanto dogmatismo invece ho incontrato. Un dogmatismo basato, appunto, sui testi sacri poco storicizzati, poco usati come strumenti e molto come fini in sé. Tanto che sentire parlare di psicoanalisi freudiana, lacaniana, junghiana eccetera mi fa pensare a forme di credo religioso”.

Insomma il punto non sarebbe solo  l’intoccabilità della figura di Freud nel panorama culturale? ” Per me il punto è l’intoccabilità della terapia stessa considerata appunto non come uno strumento ma come una specie di sacro rito senza il quale il paziente è perduto per sempre. Una simile visione non fa che rendere chi va in analisi ancora più dipendente e incapace di essere felice autonomamente. Una cosa terribile”.

In chiusura resta una curiosità: come ha reagito la Società psicoanalitica italiana (Spi) al libro Inconscio ladro!? “Nonostante nasca da un’esperienza privata, considero comunque questo libro come parte del mio lavoro giornalistico- dice Ambrosi-. Il libro sta sul mercato e lo legge chi vuole. Insomma non sono andata sotto le scuole Spi a lanciarlo contro le finestre! Né l’ho mandato ha chi mi ha curato malamente. Perché non mi interessava in alcun modo la vendetta, che di fatto non è altro che l’altra faccia della dipendenza, anche se la rabbia c’è stata e legittima. Io volevo raccontare con ironia una vicenda che rimanda a un problema di rilevanza pubblica, sebbene se ne parli così poco”.

da left-avvenimenti

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La critica è vera critica solo se è militante

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2011

Tutte le metamorfosi dell’intellettuale come oppositore. Da Alfieri a oggi. Parla il critico e studioso Alfonso Berardinelli, autore del pamphlet Che intellettuale sei?

di Simona Maggiorelli

Alfonso Berardinelli

Professor Alfonso Berardinelli, in tempi di contaminazione fra culture diverse e lontane, che senso ha un’ identità italiana, come quella ideale per Francesco De Sanctis, in cui cultura e nazione coincidono?

Di recente alcuni italianisti hanno attaccato la sua idea di letteratura e il suo patriottismo. A me pare un po’ tardi. Dopo un secolo e mezzo siamo troppo lontani per un normale confronto. De Sanctis è un grande classico e l’epoca in cui visse non è comparabile in alcun modo a quella attuale. Anche l’idea di primato con cui conclude la sua Storia della letteratura non può essere letta schiacciandola sul colonialismo dell’Ottocento o, peggio, sugli anni Trenta del Novecento. Di fatto lui credeva di vedere in Italia una rivoluzione nazionale, un grande dinamismo sociale, liberatorio, analogo a quello americano. E poi, non va trascurato, è stato il critico più linguisticamente democratico che abbiamo avuto. Non parla ad una elite ma a tutti, non c’è prosa critica più potenzialmente accessibile della sua. Come per Darwin, Marx, o Tocqueville è ridicolo prenderli alla lettera. Sono autori da cui imparare il più possibile, ma senza riportarli piattamente all’oggi.

Nel volume Viaggio tra i capolavori della letteratura italiana (Skira) lei scrive che Alfieri crea «la figura dell’intellettuale come oppositore». Una genia in estinzione?

Nessun intellettuale, prima di Vittorio Alfieri, si concepiva come oppositore. Nemmeno Giordano Bruno nonostante sia finito sul rogo. Non si consideravano “contro”, ma persone che dicevano la verità e non potevano tradire il proprio pensiero. Alfieri era un aristocratico fra illuminismo e romanticismo, per usare i termini della scuola. E aprì un baratro rispetto alla tradizione del letterato cortigiano succube del clero e del principe in cambio di protezione. Ha creato l’intellettuale come oppositore del potere; una figura che è durata da allora fino all’altro ieri. Anch’io, in qualche modo, sono cresciuto con quella idea. Perciò sono un po’ a disagio oggi. Anche se, in realtà, nessuna genia sparisce completamente: incontro trentenni che sono in sintonia con me. Ma più spesso si trovano giovani scrittori che “dialogano” con gli editori. Noi, invece, abbiamo perso almeno dieci anni di vita fuori dalle istituzioni. C’era l’idea di rivoluzionare un’intera società. Fare la rivoluzione bolscevica a Roma o a Milano…Idea dissennata,francamente non riesco a capire come ci siamo potuti intrattenere con questa idea per anni.

Poi con la rivista Diario (1985- 1993), ora riproposta in un libro da Quodlibet, ci fu una cesura netta.

Con Piergiorgio Bellocchio decidemmo di passare dal noi all’io. Lo dicemmo con la grammatica invece che con l’ideologia. Senza cancellare il disagio di vivere una realtà insoddisfacente, restringemmo la questione a una prospettiva individuale, perché, dai movimenti in poi si era determinato un forte conformismo politico. Per dirla con una battuta: i terroristi erano stati così “coerenti” da prendere alla lettera il rapporto fra teoria e prassi. Al punto da prendere il fucile.

E qui veniamo all’oggi scandagliato nel suo pamphlet Che intellettuale sei? appena uscito per (Nottetempo). Accanto a intellettuali tecnici e critici, fotografa una categoria di moda: i metafisici. Ovvero?

Metafisici puri sono Heidegger e Severino (in Italia). In senso più spurio lo sono anche Massimo Cacciari, Roberto Calasso e altri. E’ in atto una rivendita della grande tradizione occulta. Anche se non lo dichiarano. Ormai è evidente che Calasso vorrebbe essere non solo un indologo ma essere Vishnu o Shiva. Una volta dissi a Josif Brodsky: ho l’impressione che Calasso si senta un essere divino. Non era una battuta. E poic’è chi fa filosofia come fosse teologia…

Come Massimo Cacciari, innamorato del «pensiero di rocca» di  Maria Zambrano…

Come Cacciari che fa un minestrone di tutto. Personalmente stimo di più Giorgio Agamben. Almeno scrive bene. Anche se, a volte, a metà del testo fa una gran capriola: per esempio quella lui chiama profanazione si scopre poi essere la restituzione del profano al sacro. Ma Agamben la chiama profanazione perché così si sente di sinistra.

Martin Heidegger da giovane

A proposito di metafisici lei scrive: è «pericoloso non coniugare il verbo essere come fa Heidegger. Perché il teorico dell’«essere per la morte» ha influenzato tanto gli intellettuali di sinistra, a partire da Foucault?

E’ un fatto di moda, ogni tanto ci sono questi accecamenti. Personalmente non penso che Heidegger sia un grande filosofo. Per me, “l’orco della selva nera” è un grande impostore. Come tutti gli impostori tace come un bramino. Non fa sapere nulla di sé. Non risponde alle domande, tutte percepite come improprie. Si è detto che Heidegger fosse un esistenzialista, ma lui riporta di nuovo la filosofia all’essenza, “all’essere”, non parla dell’esperienza di nessuno. Ma anche questa è una faccenda che fatico a far capire anche a chi non è heideggeriano. La maggior parte dei critici si trincerano dietro a un “non capisco la filosofia”. Io dico: “no, io la capisco” e mi indigno per quello che leggo. Il fondamentale fenomeno negativo, non solo politico ma anche morale, sociale e umano, è il nazismo. Heidegger non ha capito che il nazismo era il nazismo. Ora, se lui capisce i presocratici, se capisce Parmenide, ma non capisce Hitler, be’ allora non è un grande filosofo. Heidegger definì sprezzantemente «quel sociologo» Adorno che l’aveva criticato ne Il gergo dell’autenticità (Bollati Boringhieri) quasi che pensare il rapporto fra cultura e società fosse un fatto spregievole. Ma questa realtà di Heidegger l’ha compresa bene Levi certamente più di Hannah Arendt, sempre un po’ pietosa, sempre un po’ dubbiosa, verso il vecchio.

Quanto a Emanuele Severino?

Ha ripreso da Heidegger un concetto generico di tecnica. Per cui la tecnica sarebbe sia la zappa sia la bomba atomica. Ma se si parla di tecnica in generale e non si guarda agli effetti e al rapporto sociale che, di volta in volta, si fa con la tecnica allora Heidegger diventa un retore della lotta fra tecnica e essere. Ma questo essere con quale organo della conoscenza può essere raggiunto e conosciuto? Capita anche fra amici a cena che su questo si cominci a discutere. E io dico: “Se sei appassionato di essere, posa la forchetta e pensa l’essere se ci riesci. Ti do tre minuti”. Dopo un po’ chiedo: “Che ti è venuto in mente?”. “Nulla”, mi sento dire. L’essere “puro” privo di ogni determinazione è impensabile. Se loro vogliono parlare di essere devono accettare di dire che rimpiangono la mistica medievale che l’Occidente ha abbandonato. Allora vadano sull’Himalaya per quindici anni e se ci riescono, attraverso il vuoto mentale concepiscano il nulla.

In questo nuovo pamphlet scrive anche che i metafisici vanno a braccetto con i tecnici. Oggi filosofi, cognitivisti e organicisti sembrano fare a gara nel propinarci un’idea della mente umana esemplata sul modello del computer.

In un recente articolo mi è capitato di scrivere che il Novecento è passato per il secolo della psiche e che ora siamo passati all’epoca del cervello. Oggi si pensa il cervello separato dalla psiche quando è del tutto falso. Il funzionamento della memoria è determinato dalla psiche in larghissima misura.

Arriviamo così all’ultima categoria: il critico. Come lavora quello “militante”?

Il critico, come notava Fortini, è il contrario dello specialista: non vede il testo isolandolo da ogni altra cosa. Usa una prosa argomentativa, attingendo a vari strumenti, dall’elemento biografico a quello satirico. Il critico militante, insomma, è un critico che si occupa anche del sociale, in un certo senso qui torniamo a De Sanctis, perché la sua intera Storia della letteratura è una grande opera di critica militante, perché rilegge interamente alla luce del presente, E fortunatamente le generazioni più giovani hanno riscoperto la recensione, ma anche l’intensità di rapporto con il presente. Insomma la critica è un genere letterario, lo dico da anni, all’inzio mi si rivoltavano tutti contro. Ora comincia ad essere accettato.

da left-avvenimenti del 18 febbraio 2011

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Matisse, linea e volume

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 14, 2011

La seduzione che la scultura di Michelangelo esercitò su Matisse al centro di una grande mostra nel complesso di Santa Giulia a Brescia. Con centottanta opere del maestro francese

di Simona Maggiorelli

Matisse, nudo blu, 1957

Quella di Michelangelo scultore fu per antonomasia “arte del levare”, in un titanico corpo a corpo con blocchi di marmo intonso, fino a a cavarne forme originali e possenti. Basta pensare alla forza plastica del David. Oppure al drammatico e vibrante affiorare alla superficie della pietra dell’ultimo movimento ribelle dei Prigioni.

Nel Novecento, Henri Matisse fu uno dei più grandi ammiratori del maestro rinascimentale e uno degli artisti che seppe rielaborarne la lezione nel modo più vivo e moderno. Con questa idea Claudia Beltramo Ceppi (dopo aver esplorato il rapporto fra Matisse e l’Oriente nel 1997 a Firenze) ora ha curato la mostra Matisse. La seduzione di Michelangelo che fino al 12 giugno raduna centottanta opere del pittore francese nel complesso di Santa Giulia a Brescia.

Una grande retrospettiva, dai primi dipinti fauve fino alle ultime gouaches découpées costruita dal vivo e nel catalogo Giunti seguendo il filo rosso delle testimonianze di questa passione lasciate da Matisse stesso, negli scritti e nelle lettere. In quelle da Firenze datate 1907, per esempio, confessava di aver tempo per una sola donna: la Notte delle Cappelle Medicee, dicendo di trascorrere intere giornate a studiare la torsione delle quattro statue che paiono come scivolare giù dalle tombe di Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

Curiosamente, come il visitatore della mostra bresciana può notare di primo acchito, di questa intensa frequentazione nell’opera di Matisse scultore quasi non vi è traccia. Un bronzo come Nudo disteso del ‘27 (prestito del museo di Minneapolis) appare ispirato, piuttosto, al modo fluido di modellare la materia del romantico Rodin, mentre filiformi creazioni in ferro sembrano rincorrere le invenzioni di Picasso e degli altri cubisti della prima ora. è solo di fronte a quadri come Il grande nudo blu (1907) o come Il Ratto d’Europa del 1929 che si comincia a notare una eco michelangiolesca nelle pose della modella. Più in là, nel celebre Nudo seduto su sfondo rosso (1925), l’evidenza scultorea del corpo femminile si staglia potentemente su uno sfondo purpureo, sfumato, senza prospettiva geometrica.

Ma è nei découpages della maturità che quell’ispirazione produrrà i suoi frutti più sorprendenti. Quando, già avanti negli anni e meno libero nei movimenti, Matisse si mise sulle orme di Michelangelo armato di cartoncino e forbici. A questo punto monumentalità e rappresentazione della figura in movimento diventano nello studio dell’artista francese decantazione e semplificazione della forma, ricerca dell’essenziale e del massimo di profondità e di energia. Siamo già oltre la Danse del MoMa e di San Pietroburgo dove l’omaggio a Michelangelo è esplicito nella torsione e nei tratti massicci, quasi androgini, delle danzatrici. Con i découpages Matisse cerca quasi l’impossibile: la tridimesionalità della scultura su una superficie piatta. Ci prova con la sagoma levitante di Icaro che nuota nel blu e, soprattutto, con le figure stilizzate e astratte della serie Jazz il lanciatore di coltelli del 1943-44. Papier découpé, composizioni di tinte brillanti, in cui la solidità scultorea è ottenuta solo ritagliando forme dalla linea netta e in colori piatti. Senza tratteggi, ombre o mezze tinte. Senza alcun elemento descrittivo delle figure umane rappresentate, perché: «E’ sufficiente un segno per un volto, non c’è nessun bisogno di imporre degli occhi. Bisogna lasciar il campo libero al sogno dello spettatore».

da left -avvenimenti

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Riprendiamoci i nostri sogni

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 13, 2011

Dalla lotta partigiana, alla pasione per l’arte. Dalla militanza nel Partito comunista italiano (Pci), al no alla violenta repressione dei carrarmati sovietici a Praga, alle battaglie per i diritti delle donne e di tutte. Luciana Castellina ri percorre la propria storia a partire dai dairi del ’43-48 in un bel libro edito da Nottetempo. E per la manifestazione del 13 febbraio a Roma  in difesa delle donne dice: “scendano in piazza anche gli uomini”.

di Simona Maggiorelli

Luciana Castellina

«Dovrebbero essere gli uomini a ribellarsi. A scendere in piazza e protestare. Più delle donne» sbotta Luciana Castellina con un moto di indignazione. Lei che, poco più che bambina durante la guerra aveva già capito da che parte stare ribellandosi al fascismo: ( «Mussolini è un pazzo» annotava nel suo diario). Lei che ha fatto tutte le battaglie per i diritti civili e delle donne oggi quasi non si capacita che il Paese viva «una così grave regressione politica e culturale. E’ come se si fosse tornati indietro – dice – e oggi le donne devono combattere la codardia di certi uomini che, li senti per strada, solidarizzano con Berlusconi, dicendo “sono fatti suoi”». Secondo il libro inchiesta Ma le donne no (Feltrinelli) di Caterina Soffici l’Italia è il paese più maschilista d’Europa, ma allora non dovremmo essere anche noi a cercare, a pretendere un’immagine e un’identità maschile diversa? «Certamente – rilancia Luciana Castellina – ma è anche importante che ora si preoccupino loro. Perché l’identità maschile in gioco è la loro. Ed è peggiore di quella delle donne. Quella che il berlusconismo ci offre è un’idea della sessualità maschile spaventosa, una loro idea della politica tremenda. Certo – aggiunge – mica tutti gli uomini sono in questo modo. Così come noi non siamo tutte veline. E’ tempo che si guardino dentro, perché il lavoro da fare è davvero tanto». E il suo pensiero corre ai più giovani, «la protesta degli studenti – dice – mi sembra un segnale importante, un bel segno di vitalità, ma questi ragazzi devono combattere contro una sensazione di immobilismo che noi non conoscevamo. In certo senso – chiosa Castellina – la nostra generazione, quella che è maturata in tempo di guerra, è stata molto fortunata. Perché ha conosciuto grandi speranze. Avevamo l’idea che si potesse svoltare dopo tutto quello che era successo. Abbiamo pensato che sarebbe stato possibile, finalmente, porre mano a tutto quella ingiustizia che avevamo visto e vissuto. Sognavamo la liberazione dei popoli e lavoravamo al cambiamento dell’Italia».

E la generazione di oggi? «Nasce dopo molte sconfitte e, purtroppo, si trova a che fare con un tempo di discarica. A questi ragazzi – prosegue Castellina – è stata sottratta la memoria del secolo precedente. Sul Novecento si è fatta un’opera di profonda rimozione. Certo, è stato un secolo drammatico ma anche di grandi utopie, di grandi cambiamenti oggettivi, di conquiste democratiche, sociali, di emancipazione dalla condizione contadina, di liberazione della donna. Ecco – ribadisce Castellina – c’è stata un’operazione voluta di cancellazione del passato, dagli anni ’80 in poi. E ha fatto pensare ai giovani che non essendoci passato non c’è neanche futuro. E’ come se mancasse lo scorrere del tempo. Così l’orizzonte del cambiamento è stato abolito, questa è una grande disgrazia per le nuove generazioni». Quella sensazione di poter cambiare davvero, la realtà e se stessi, che una certa gioventù “partigiana” ha vissuto ce la restituiscono ora le pagine del sorprendente «diario politico» che una Castellina adolescente scrisse fra il ’43 e il ’48. E ora diventato traccia del bel libro autobiografico La scoperta del mondo appena uscito per Nottetempo. Un libro da cui riemergono vividi frammenti di formazione sentimentale e politica della giornalista e parlamentare comunista, che di fronte alla violenza della repressione sovietica a Praga ebbe il coraggio di dire e no (e per questo fu radiata dal Pci). E sono storie collettive ma anche personalissime. Storie di grandi amori nati fra ragazzini nella complicità della lotta partigiana, ma anche storie di un’Italia misogina in cui i compagni di scuola chiamavano Luciana Castellina «l’amico Lucianina», insinuando che «fare politica, per una donna, volesse dire perdere femminilità». Parliamo di un dopoguerra cui anche donne eccezionalmente laiche e aperte come la madre di Luciana vivevano il lavoro e l’ indipendenza economica dal marito come una coppa. Ma nell’incontro con la politica, scrive Castellina, qualcosa cambiò per alcune di noi anche sul piano di una propria “liberazione” personale. Tanto da arrivare a scrivere oggi ne La scoperta del mondo: «L’incontro il Pci mi ha impedito di restare stupida».

Ride e mi guarda in tralice con sguardo fiero quando, durante il nostro incontro, le chiedo conto di questa frase. «Sì- ribadisce – guardandomi indietro non potrei usare altra espressione perché volle dire per me smettere di guardarmi l’ombelico, uscire dalla piccola visione del proprio quartiere. La politica – dice Castellina – era la scoperta dell’altro, degli altri. Per noi era la vita, il modo di stare al mondo, di partecipare, di sentirsi utili». E poi aggiunge: «Se tu pronunci la parola “politica” oggi quello che viene in mente nell’ipotesi migliore è una professione come quella del farmacista o del bancario. Nella peggiore la parola evoca qualcosa di sporco che ha che fare con la gestione del potere. E ci vorrà molto tempo perché questo cambi». Ma il Partito comunista, aggiunge, Castellina, fu anche una grande università popolare. «Non c’era piazza di paese in cui non ci fossero sezioni, gruppi giovanili o per anziani. Si facevano grandi dibattiti. La democrazia italiana – sottolinea – è nata anche così». Fra le pieghe de La scoperta del mondo si scopre anche, curiosamente, che il primo incarico ufficiale che Luciana Castellina ebbe da parte del Pci fu tenere una conferenza sul cubismo, vista la sua passione per l’arte. Ma Togliatti non era fautore di un retrivo realismo, sulla scia sovietica? Le chiedo pensando alle feroci dispute sull’avanguardia che opposero Guttuso e Fontana. «Togliatti era un uomo di un’altra generazione, rispetto a noi. Tuonava contro l’astrattismo che non gli piaceva. Poi però tutti i pittori venivano invitati a Praga a fare le proprie mostre – ricorda Castellina -. Gli artisti allora- astratti, figurativi, espressionisti – erano tutti comunisti. E il dibattito fra loro era vivacissimo». Non così, però, accadeva nel Pci riguardo a temi di laicità e religione. Così una giovane Castellina che già leggendo Rilke nel ’46 faceva professione di ateismo («non mi convince il suo dare un’anima alle cose- annotava – Io non sento dio») si ritrovò in un partito «molto bacchettone».

«I comunisti- racconta – avevano avuto una vita molto travagliata ma molto libera di costumi. Era quella la tradizione del movimento operaio socialista internazionale. Però quando l’organizzazione del partito prese avvio in Italia al partito di massa aderirono milioni di cattolici. Ci fu il timore di un’incomprensione verso quel mondo. Ma non fu solo una scelta tattica: il Pci fu fatto da larghe masse popolari che portarono dentro la loro cultura e ideologia. Un’ideologia molto perbenista e religiosa. Basta dire che un mito di alcuni giovani comunisti era Maria Goretti».

da left-Avvenimenti

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Il latinorum della bioetica di governo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su febbraio 6, 2011

Dal 21 febbraio il “piotestamento” voluto da cattolici e destre torna alla Camera. Intanto a Roma, in un convegno organizzato da Politeia, scienziati e bioeticisti invitano i politici a far attenzione al senso delle parole. Che sui temi cosiddetti eticamente sensibili devono essere precise e scientifiche. Pena la lesione dei diritti dei cittadini sanciti dalla Costituzione.

di Simona Maggiorelli

«Eluana Englaro era una ragazza affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta per decisione della magistratura». Con queste parole che distorcono gravemente la realtà della vicenda Englaro, piegandola a un uso ideologico e politico, la sottosegretaria alla Salute Eugenia Roccella ha lanciato per il 9 febbraio (proprio nell’anniversario della morte di Eluana) la Giornata nazionale degli stati vegetativi. E un’equiparazione inaccettabile e violenta fra chi è in stato vegetativo permanente e chi è portatore di un handicap fisico caratterizza tutto il Libro bianco sugli stati vegetativi e di minima coscienza che Roccella ha stilato in vista della ripresa della discussione parlamentare sul biotestamento, ora calendarizzata per il 21 febbraio.

Basterebbero forse anche solo queste parole della sottosegretaria alla Salute per evidenziare quanto confuso e pericoloso sia il linguaggio di questo Governo di centrodestra in materia di bioetica. Su questioni cioè, non di natura filosofica, ma mediche e che toccano direttamente la vita e la salute del cittadino. Quel che è peggio poi è che questo “latinorum”, per dirla con il genetista Antonino Forabosco, «entra materialmente nelle leggi facendo danni immensi».Basta ricordare, solo per fare un esempio, quanto l’uso di quella parola «concepito» abbia reso antiscientifico l’impianto della legge 40 sulla fecondazione assistita, fin dall’articolo uno. Oppure basta pensare a quali conseguenze possa portare l’aver scritto religiosamente – come è stato fatto nel Ddl Calabrò sul biotestamento – che «la vita è un bene indisponibile». Degli effetti drammatici che possono produrre certe espressioni se entrano a far parte del Codice si è discusso in un convegno organizzato dallaa Consulta di Bioetica onlus, in collaborazione con Politeia e l’Italia dei Valori. In una giornata di studi, il 31 gennaio scorso, dal titolo Quale terminologia per la bioetica? e che, per la prima volta, in Palazzo Marini a Roma ha visto confrontarsi pubblicamente su questo tema scienziati come Forabosco, Flamigni e Riccio, bioeticisti come Mori, Neri a Lecaldano e un ampio arco di politici (da Marino a Di Pietro a Della Vedova a Di Virgilio). «Per legiferare in materia di bioetica è necessario definire criteri certi, basandosi su presupposti scientifici incontestabili piuttosto che politici, superficiali ed approssimativi- ha spiegato Antonio Palagiano, responsabile Sanità e Salute per l’Italia dei Valori e coordinatore della tavola rotonda. «La disinformazione, la distorsione delle notizie o la loro semplificazione che si registrano sempre più spesso quando si tratta un tema cosiddetto eticamente sensibile – ha aggiunto il parlamentare e medico ginecologo – servono per trasmettere ideologie e rappresentano uno strumento di persuasione nei riguardi di cittadini inermi. Su temi come fecondazione assistita, uso di cellule staminali, trapianti d’organi la politica deve essere dalla parte del cittadino, e quindi per una totale libertà di scelta e per il rispetto delle sensibilità individuali. L’autonomia della persona è un valore inviolabile». La legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento che sarà discussa alla Camera il 21 febbraio, «invece – sottolinea con forza Palagiano «sancisce qualcosa di grottesco, e cioè che una persona gode dei suoi diritti attraverso il consenso informato solo fin quando è cosciente; se si trova in stato di incoscienza, li perde improvvisamente, poiché l’efficacia delle sue volontà precedentemente espresse, anche per iscritto, si annulla. Perciò l’ Italia dei Valori darà battaglia in aula a questo testo di legge crudele e oscurantista».
da left- avvenimenti 4-10 febbraio 2011

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