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Telmo Pievani: «Tutti pazzi per la fine del mondo»

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 20, 2012

di Simona Maggiorelli

Si avvicina la data fatidica del 21 dicembre 2012, prevista dai Maya per la fine del mondo. Lo studioso Telmo Pievani, nel suo nuovo libro, ricostruisce come nascono le leggende millenaristiche. Che leggono in modo del tutto alterato i fenomeni naturali   

doomsdayIl count down per la fine del mondo è cominciato. In un accapigliarsi fra apocalittici e riottosi, che aspettano ugualmente il 21 dicembre 2012 come fosse l’ultimo giorno della storia come vuole una sedicente profezia maya. Un gioco che stuzzica la curiosità divertita dei giornali (Gramellini e Taddia su La Stampa, gli dedicano una pagina al dì con il titolo ” Fine del mondo. E un poco oltre”) ma anche gli appetiti delle case editrici più commerciali. Certo, nell’anno domini 2012 c’è di che stupirsi che ciarpame profetico trovi abbondanti lettori.

Ma proprio per questo è interessante tentare di leggere la lunga durata di un fenomeno millenaristico che, come una insana coazione a ripetere, attraversa i secoli portando allo scoperto meccanismi di pensiero delirante stranamente condivisi da ampi gruppi di persone in determinate epoche e congiunture. Un fenomeno, a dire il vero, assai complesso quello delle cosiddette “catastrofi culturali” a cui Ernesto De Martino dedicò il libro La fine del mondo. Il filosofo della scienza Telmo Pievani ne tenta una lettura concentrandosi, invece, sul modo in cui sono state percepite nella storia le catastrofi naturali.

Con piglio ironico e brillante, che dissimula l’immane impegno di una cavalcata che va dall’età dell’oro di Esiodo, all’Antico Testamento fino agli heideggeriani e neo catastrofisti di oggi, Pievani lo affronta in chiave evoluzionistica ne La fine del mondo Guida per apocalittici perplessi (Il Mulino). Un libro spassoso e divertito, da cui Federico Taddia e la Banda Osiris hanno tratto uno spettacolo, ma che nasce con un preciso intento di Aufklärung illuminista. E proprio per far chiarezza, incontrando Pievani, neo docente di filosofia della biologia all’università di Padova, gli chiediamo cosa mai possa unire la pagana profezia maya e l’idea dell’apocalisse cristiana, due concezioni a prima vista lontanissime.

rem_end_of_the_world_us7«In realtà – spiega Pievani – ci sono tratti comuni e differenze. La differenza fondamentale è nel modo di concepire il tempo, quella giudaico-cristiana è di tipo lineare, con un inizio, un telos, un compimento. La fine della storia per i cristiani è un grande redde rationem, in cui si fanno i conti dei giusti e degli empi. La concezione del tempo dei Maya, invece, è più raffinata, è una sorta di commistione fra un tempo lineare e un tempo ciclico». E al di là delle assurde e antiscientifiche profezie di cui ora si parla «i Maya furono capaci di prevedere realmente una notevole quantità di fenomeni astronomici». Quanto a ciò che le accomuna? «A mio avviso è interessante che due culture che hanno due concezioni così diverse del tempo, poi in realtà, formulino entrambe l’idea che ci possano essere cesure del tempo», nota Pievani. «Come se avessero un bisogno psicologico profondo della fine del mondo per dare senso alla storia». Per dare un senso a fenomeni naturali improvvisi e violenti come il terremoto di Lisbona su cui si interrogavano laicamente gli illuministi o come lo tsunami in Giappone in cui l’ex direttore del Cnr Roberto de Mattei, sorprendentemente, ha visto una punizione divina contro gli asiatici miscredenti. «Sul piano scientifico la prima evidenza da rilevare – mette in chiaro Pievani – è che la fine del mondo c’è già stata tante volte. Le grandi catastrofi nel passato hanno stravolto la biodiversità, portando allo sterminio di una grande quantità di specie diverse.

PievaniDi fatto, però, quelle catastrofi, quegli episodi così negativi, sono stati dei nuovi inizi e senza di essi la biodiversità attuale non sarebbe così rigogliosa. La stessa presenza di Homo sapiens- sottolinea lo studioso – è figlia di queste catastrofi. Se non ci fosse stata in particolare l’ultima, quella di 65 milioni di anni fa e del tutto insensata sul piano di una visione finalistica dell’evoluzione, noi non saremmo qui». Ma pensare che l’umanità non è necessaria e che il mondo continuerebbe anche senza di noi non è facile da accettare. «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto a causa vostra?», scriveva non a caso Leopardi nel Dialogo della Natura e di Islandese. Dal fatto ineludibile che il mondo esiste, là fuori, anche a prescindere da noi, possiamo però ricavare «un messaggio radicale», suggerisce il filosofo della scienza. «Nel libro ho cercato di giocarlo in chiave ambientalista: che diritto ha una specie che è figlia della fine di altre specie di creare le condizioni della fine del mondo per una grande quantità di esseri che per causa nostra scomparirebbero?». E da queste considerazioni di Pievani ci pare di poter evincere anche una consonanza con la proposta di Nuovo Realismo avanzata dal filosofo Maurizio Ferraris e che ora trova una ampia discussione nel libro a più mani Bentornata realtà appena uscito per Einaudi. «Non sono mai entrato direttamente in quel dibattito e non condivido lo scientismo alla Dennett», precisa  Pievani. «Ma sono d’accordo con Ferraris su un punto fondamentale che riguarda il rapporto fra filosofia e scienza. Oggi non possiamo più fare filosofia ignorando i risultati della scienza che offre evidenze ineludibili. Per esempio dalla nostra appartenenza alla biosfera nasce un rifiuto radicale di ogni visione totalitaria della storia. La contingenza ti obbliga a dire che nessuno può più affermare di avere capito l’essenza, la logica profonda della storia». Tanto più se questa “logica” ha un fondamento metafisico. Uno degli aspetti più interessanti de La fine del mondo (e che completa il discorso che Pievani aveva già avviato in Nati per credere, Codice editore) riguarda proprio la descrizione dei meccanismi con cui  un pensiero delirante attribuisce significati inesistenti e bizzarri a fenomeni naturali come, per esempio, meteore o allineamenti di pianeti. «In una coazione a ripetere, che tradisce una  aspettativa inespressa e che non si smonta neanche di fronte al fatto che la profezia non si avvera». La religione in modo particolare fornisce una cornice entro cui questi pensieri deliranti trovano sfogo condiviso? «È proprio così – commenta Pievani – il meccanismo è particolarmente evidente in un  caso emblematico analizzato da alcuni psicologi sociali negli anni 50: studiarono la vicenda di una donna che si era proclamata profetessa in uno degli Stati americani della cintura della Bibbia. Nel libro Quando la profezia non si avvera  ora recuperato da Il Mulino raccontano come la delirante profezia di visite di alieni e “conseguente” fine  del mondo avesse radunato intorno a lei un consenso piuttosto nutrito. Entrati nella setta camuffandosi, gli psicologi Festinger, Riecken e Schachter ebbero modo di osservare i meccanismi di auto convincimento con cui gli adepti continuavano a credere alla fine del mondo», anche dopo che la profezia aveva fatto cilecca.

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Il velenoso mito della razza

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 30, 2010

Studiosi italiani, francesi e tedeschi, in un interessante volume interdisciplinare, indagano le responsabilità di Heidegger e di intellettuali cattolici fascisti nella creazione di un’ ideologia folle

di Simona Maggiorelli

La difesa della razza

In un Paese di incentivi in busta paga ai poliziotti che arrestano dei clandestini, di medici che potrebbero denunciare immigrati non in regola con il permesso di soggiorno e, soprattutto, in un Paese dove la classe dirigente cerca di piegare i programmi scolastici a questo tipo di “cultura”, rischia di non scandalizzare troppo che il razzismo online da noi sia cresciuto del quaranta per cento rispetto al 2008.

E basta fare una rapida ricerca sul web per scoprire che nella scrittura “disinvolta” che circola su facebook come nello slang di certi social network compaiano termini tristemente noti come razza, forza, «italiani veri», «stranieri invasori», «razza padana»… Parole che richiamano un universo di orrori nazisti e fascisti che lasciano senza fiato. Perché, viene da chiedersi, nonostante il ricordo ancora vivo dei massacri novecenteschi assistiamo oggi a questi rigurgiti? Perché vigoreggia una delle peggiori concezioni dell’uomo che si siano conosciute nella storia, ovvero quella fondata su una inesistente suddivisione del genere umano in razze? è un problema di “memoria corta”? O piuttosto il frutto della mancata interpretazione e “neutralizzazione” delle premesse concettuali della antiscientifica e violenta ideologia della razza che così, inopinatamente, continua a essere riproposta? E’ proprio questa la tesi che la ricercatrice Sonia Gentili sostiene e argomenta con passione in una nuova iniziativa editoriale di Carocci, il libro Cultura della razza e cultura letteraria nell’Italia del Novecento.

Un volume scritto a più mani, complesso e “militante” (per l’acribia con cui propone strumenti critici di lettura della storia). Qui l’italianista dell’università La Sapienza, con la collega Simona Foà, ha radunato contributi multidisciplinari di studiosi italiani, tedeschi e francesi che riportano in primo piano le responsabilità di pensatori come Heidegger nel dare fondamento filosofico e “sacralità” al nazismo.

Ma anche il ruolo giocato dai fascisti cattolici italiani – dal germanista Guido Manacorda ad Auro d’Alba, a Giovanni Papini e altri firmatari del Manifesto della razza – nel risemantizzare in senso cattolico concetti chiave dell’ideologia fascista come, per esempio, «bella morte», fede, impero, guerra, mistica, ordine nuovo e razza… «I loro modelli di pensiero negli anni Trenta furono perfettamente collimanti con le convinzioni dei principali attori del Vaticano» scrive Patrick Ostermann nell’importante saggio Il concetto cattolico fascista di razza pubblicato nel volume.

Da altri lavori emergono invece le responsabilità di scienziati che leggevano Darwin “da destra” insieme a quelle, più note, di scienziati direttamente arruolati all’eugenetica hitleriana. Ed emerge anche, con chiarezza, che non ci fu mai vera opposizione fra razzismo a base biologica e quello di marca spiritualista e cattolica. «L’opposizione fra i due filoni fu usato come una sorta di specchietto per le allodole, per coprire le vere assonanze e nei giochi di potere per scaricare quegli intellettuali che non servivano più al potere. Lo fece anche Hitler con Heidegger accusandolo di spiritualismo ma – non esita a dire Gentili – il pensiero dell’autore di Essere e tempo funzionò addirittura da ponte. Basta dire che, sostenendo un’idea spiritualistica dell’uomo, Heidegger finiva poi per raccontarlo in una chiave sostanzialmente biologizzata, attraverso una grande metafora biologica».

Più in generale tra Italia e Germania nel secolo scorso si strutturò una solidarietà molto forte fra cultura idealistica e una certa cultura biologica che, in funzione anti darwiniana, recuperò un’idea di vita umana che sfuggirebbe a ogni riduzione a materia e all’osservazione. «Era un pensiero biologico – spiega la studiosa romana – che recuperava una concezione di ciò che è “vitale” come sostanzialmente “spirituale”. Il nemico era Darwin e la sua idea che la vita sia in continua evoluzione». Il pericolo comune per riduzionisti e idealisti, insomma, era il Darwinismo, «una concezione del vivente – dice Gentili – in continuo cambiamento e adattamento all’ambiente». Ma, se Martin Heidegger e con lui il filosofo italiano Giovanni Gentile vengono radicalmente messi alla sbarra in questo libro, assai interessante è anche la sezione di Cultura della razza e cultura letteraria del Novecento in cui vengono esaminate le responsabilità di pensatori settecenteschi e ottocenteschi che furono inconsapevoli anticipatori delle teorie della razza.

A cominciare da Fichte che scrisse del primato del popolo tedesco basato sul suo «vitalismo» e coniò una sorta «di ideologia della guerra». Per arrivare al Volkseele di Herder che indirettamente giocò un ruolo importante nella creazione del mito del genio nazionale e di un nazionalismo basato sul mito fondante di “origo”. Ma non solo.

Nel libro sono ricostruite puntualmente anche le responsabilità di Karl Jaspers nell’offrire indiretto supporto al concetto nazista di storia come destino segnato dalla propria energheia tedesca. «Di fatto – spiega ancora Sonia Gentili – si tratta di modi di pensare violenti. Ma non basta condannare moralmente l’accaduto per essere al riparo dalla ripetizione della barbarie. Il problema più grosso – aggiunge – è che un certo modo di concepire la storia e l’uomo persiste ancora oggi. Sto parlando di una mentalità essenzialista basata sulla tradizione aristotelica e sull’idea di anima cristiana.Con la crisi del soggetto universale illuministico in epoca primo romantica queste idee ripresero largamente piede. Questo modo di concepire l’umano, che implica un rapporto di prepotenza sull’altro, ci mette seriamente nei guai. è un retaggio novecentesco che porta a costruire la nostra società sull’esclusione e non sull’inclusione».

Ma su cosa si basa al fondo questa ideologia novecentesca di una razza superiore che spinge verso la negazione del diverso e che nel nazismo divenne annientamento dell’altro? «Al fondo c’è un’idea di soggettività fondata sulla forza vitale – nota Gentili-. Su questo si basa la costruzione della razza di tipo novecentesco che ha dietro l’antropologia heideggeriana, ovvero il pensiero che la razza buona sia quella forte». Un modo malato e violento di concepire l’essere umano che fu dei nazisti ma anche dei cattolici fascisti, ribadisce la studiosa. «Nello sviluppo dei rapporti di collaborazione e, direi, di vera e propria continuità fra il mondo cattolico e il nazismo – ricostruisce Gentili – in Italia svolse un ruolo di primo piano una figura terribile come quella del fiorentino Guido Manacorda. La sua concezione spiritualistica della razza fu fatta propria da molti cattolici attraverso Agostino Gemelli che sostituì al materialismo razzista l’idea che esista un “carattere” spirituale psicologico che individua le razze. Gemelli fu una figura chiave nell’aggiornamento del concetto di essenza dell’anima in chiave di gruppo di tipo razzista». E se pochi conoscono la figura di questo psicologo che si fece francescano e che annovera fra i suoi scritti articoli come La filosofia del cannone e il libro Il nostro soldato, manuale per rendere il militare una macchina da esecuzione, molto più nota è la vicenda di Karl Gustav Jung che in quegli stessi anni, indossata la camicia bruna, parlava impunemente di «inconscio ariano». Nel libro il suo caso non viene analizzato ma Sonia Gentili commenta: «La sua storia rappresenta uno degli aspetti più pericolosi di questa vicenda. E cioè il fatto che le concezioni dell’uomo che si sono sviluppate dai primissimi anni del Novecento fino agli anni Quaranta hanno innervato profondamente e tragicamente la psicologia. Ma per altri versi bisognerebbe parlare anche di Freud sul quale anche in Francia si sta aprendo finalmente un dibattito». Rispetto alle polemiche che ha suscitato Le crépuscule d’une idole di Michel Onfray (che sarà pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie), «la critica a Freud è salutare – chiosa Sonia Gentili – perché va posto il problema della concezione freudiana dell’uomo che è astratta. L’uomo secondo Freud è sostanzialmente determinato da pulsioni di tipo violento. Ancora una volta c’è un’idea di forza alla base. E su questo secondo il padre della psicoanalisi si baserebbero sempre i rapporti di ognuno di noi con gli altri. Anche se è difficile dire quanto nella cultura freudiana questo sia un dato di osservazione dell’epoca, resta comunque una concezione inaccettabile». Gli antidoti? «Pensatori come Ernesto de Martino, come Antonio Gramsci, ma anche Emanuel Levinàs con il suo ribaltamento dell’“essere per la morte” di Heidegger in un più umano “essere per altro”, hanno offerto degli spunti importanti. Ma anche Levinàs a ben vedere – precisa poi Gentili – aveva un retroterra di tipo teologico». Contro le ideologie della razza un aiuto può venire dalla moderna psichiatria che non ha più un’idea di inconscio perverso filogeneticamente ereditato, inconoscibile e immodificabile? «Assolutamente sì. In un articolo apparso pochi giorni a su Libération – conclude Gentili – il mio amico Hervé Hubert esplicitava il nesso stretto che c’è fra la critica della concezione freudiana dell’individuo e la necessità di creare un legame sociale, un modo di stare insieme su basi diverse. Per questo la reazione di certi intellettuali francesi è stata estremamente sentita».

da left-avvenimenti 28 maggio 2010

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