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Attacco all’arte, la bellezza negata, presentazione a Libri come, Auditorium, Roma

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 13, 2019

Attacco all’arte, la bellezza negata a Libri come, con l’autrice, il giornalista del Corriere della Sera e presidente delle Biblioteche di Roma Paolo Fallai, la sceneggiatrice e critico cinematografico Daniela Ceselli e l’editore Matteo Fago, Roma, 19 marzo 2017

https://lasinodoroedizioni.it/catalogo/le-gerle/attacco-allarte/

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Ai Weiwei denuncia il governo cinese

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 12, 2013

a me
Ai Weiwei SACRED

Ai Weiwei SACRED

Con nude barre d’acciaio recuperate dalle scuole distrutte dal terremoto di Sichuan nel 2008, nel complesso delle Zitelle, alla Giudecca, il cinese Ai Weiwei evoca la memoria degli oltre cinquemila bambini che morirono in quella catastrofe anche perché – accusa l’artista – gli edifici non erano a norma.

A Venezia Ai Weiwei ha ricreato in versione ampliata il suo toccante omaggio, dal titolo Straight, realizzato qualche anno fa in occasione di una sua importante retrospettiva a Washington.

Curata da Maurizio Bortolotti la mostra – aperta fino al 15 settembre e nata dalla collaborazione tra Zuecca Project Space e lagalleria inglese Lisson – ha un dirompente secondo atto nella chiesa di Sant’Antonin dove Ai Weiwei ha allestito S.A.C.R.E.D. (Super, Accusers, Cleansing, Ritual, Entropy, Doubt) squadernando, come fossero stazioni di una laica via crucis, gli 81 giorni di carcere, violenze e torture che l’artista subì nel 2011 in Cina per la sua attività in difesa dei diritti umani.

Dentro scatole nere, attraverso una piccola feritoia, lo spettatore si trova così a spiare scene in cui l’artista viene vessato, interrogato, piantonato a vista, anche in bagno. In chiesa, ribaltando in senso ateo e umanissimo la tradizione della sacra rappresentazione, ripercorre quell’angosciante vicenda kafkiana che, dopo essere stato incappucciato, lo portò dietro le sbarre, senza avvocati, senza chiari capi di imputazione, senza nessun contatto eccetto quello asettico con guardie addestrate a muoversi come marionette prive di emozioni. Come racconta lui stesso allo scrittore Barnaby Martin in Hanging Man (Il Saggiatore), un libro di denuncia, fortissima, ma anche prezioso per comprendere il pesante contesto storico politico in cui, per reazione, alla fine degli anni Settanta nacquero collettivi di rottura come The Stars, di cui faceva parte anche un ventenne Ai Weiwei.

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

Ai Weiwei omaggio ai morti del terremoto

«A Pechino il 29 settembre del 1979 The Stars improvvisarono una mostra dei propri lavori appendendoli alle cancellate esterne della China Art Gallery. Fu un atto assolutamente rivoluzionario», scrive Martin. Il rifiuto del realismo di regime, la spinta alla modernizzazione, la sperimentazione a tutto raggio dei linguaggi che caratterizzavano questo eterogeneo gruppo di artisti furono lette dal Partito comunista cinese. come un’azione pericolosa e gli Stars dovettero cercare riparo in esilio. Fu allora che Ai Weiwei andò a New York (dove per caso si trovò a dividere la stanza con  Chen Kaige regista di Addio mia concubina,  e con il violinista Tan Dun!).

Dopo il suo ritorno in Cina nel ‘93 l’artista, anche per sfuggire alla censura, ha sviluppato una poliedrica attività di artista visuale, architetto, blogger, poeta, compositore, mettendo a punto, in particolare, una sua suggestiva poetica di risemantaizzazione degli oggetti quotidiani- sedie, bici, ecc – che, collocati in una nuova prospettiva, gettano nuova luce sull’ordinario, sollevando interrogazioni di senso, riuscendo talora a ribaltare sedimentate e consunte ideologie. «Credo che l’arte sia il veicolo a nostra disposizione per sviluppare ogni idea nuova, per essere creativi, per ampliare l’immaginazione, per cambiare le condizioni attuali», si legge in Weiweismi (Einaudi) la raccolta di aforismi di Ai Weiwei curata da Larry Warsh. «Il mio scopo – dice l’artista cinese –  è sempre quello di ideare una struttura aperta a tutti. Non considero l’arte un codice segreto» . (Simona Maggiorelli)

dal settimanale left-avvenimenti

Ecco cosa è accaduto a fine luglio 2015

Ai Weiwei

Ai Weiwei

Dopo quattro anni l’artista cinese Ai Weiwei ha riavuto indietro il suo passaporto. Le autorità cinesi glielo avevano tolto quando, dopo essere stato accusato di attività antigovernative, fu aggredito da agenti e recluso in una località segreta per 81 giorni e poi multato per cifre iperboliche. Rilasciato, nel novembre 2013, l’artista cominciò a protestare contro il divieto di andare all’estero a cui era sottoposto. Lo fece mettendo dei fiori nel cestino di una bicicletta posteggiata fuori dal suo studio a Pechino. E annunciando su twitter che avrebbe aggiunto fiori ogni giorno fino a quando non gli fosse stato restituito il diritto di viaggiare liberamente.

Dopo seicento giorni di “flower for freedom” , con un crescente sostegno dell’opinione pubblica internazionale, Ai Weiwei ha finalmente riavuto la possibilità di uscire della Cina. Ora potrà andare a Londra per collaborare alla retrospettiva che gli dedica Royal Academy of Art e che sarà inaugurata a settembre.

E se il gesto da parte del governo cinese è soprattutto teso ad evitare contestazioni durante la prossima visita in Gran Bretagna del presidente Xi Jinping, ciò che conta è che Ai WeiWei ora potrà tornare a lavorare all’estero ed anche a collaborare con artisti, sodali e amici come Anish Kapoor, che hanno sostenuto la sua battaglia di libertà perfino ballando in Gangnam Style .

Ma a Londra potrà riprendere anche il dialogo con Hans Urlich Obrist, direttore della Serpentine Gallery, con il quale Ai WeiWei ha pubblicato un interessante libro intervista, Io Ai WeiWei (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) in cui racconta il lavoro artistico, di contro informazione, e di resistenza civile portato avanti dal 2006 al 2009 attraverso un blog che arrivò ad avere un traffico di milioni di persone e poi fu chiuso dalle autorità cinesi.

La mostra alla Royal society sarà l’occasione per conoscere più da vicino il lavoro di Ai Weiwei diventato popolare in tutto il mondo con opere come lo stadio di Pechino, pensato come un gigantesco e immaginifico nido, un vorticoso gioco di linee luminose per eventi pubblici e collettivi e realizzato nel 2008 in collaborazione con lo studio Herzog & de Meuron.

Ai Weiwei si è sempre mosso liberamente fra disegno, pittura, installazioni, poesia. E poi, quasi “per caso”, ha scoperto di avere un talento anche come architetto, quando ha avuto l’idea di progettare un proprio studio, quasi subito pubblicato dalle maggiori riviste di architettura asiatiche e occidentali. Una forma di arte che per Ai Weiwei è nuova «scultura urbana» e una nuova frontiera di «poesia negli spazi pubblici».

aggiornamento del 30 luglio 2015: il governo britannico ha negato un visto di sei mesi all’artista cinese Ai Weiwei, perché avrebbe omesso di dire nella nella richiesta di visto che ha avuto una condanna. L’artista ha pubblicato su Istagram la motivazione contenuta nella lettera dell’ambasciata britannica a Pechino con cui respinge la richiesta e concede all’artista un visto di soli 20 giorni. Il punto è che Ai Weiwei è stato detenuto nel 2001 per 81 giorni senza essere stato condannato per un reato.

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Il Governo Monti ricorre contro la Corte europea dei diritti dell’uomo

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 29, 2012

di Simona Maggiorelli

Mario Monti

Il governo Monti ha  presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che il 28 agosto scorso ha giudicato la  Legge 40 sulla fecondazione assistita, una norma che lede i diritti umani.

Il  ministro della Salute Renato Balduzzi aveva preannunciato sull’Osservatore romano ( non su un giornale italiano, ma sul giornale del Vaticano) il proposito di ricorrere in appello contro la sentenza di Strasburgo sul caso di Rosetta Costa e Walter Pavan, una coppia italiana portatrice di fibrosi cistica che aveva visto riconociuto dall’Europa il diritto negato in Italia di poter accedere alla diagnosi genetica preimpiano per avere un figlio sano. Il  governo Monti  il 28 novembre ha dato seguito al proposito del ministro Balduzzi, lo ha fatto in corner, nell’ultimo giorno utile, quando le associazioni di malati speravano ormai che gli assurdi e antiscientifici divieti contenuti della norma italiana sulla fecondazione assistita sarebbero decaduti una volta per tutti.

Una decisione politica, in linea con i dettami del Vaticano e in contrasto aperto con la comunità medico scientifica. Ora il governo Monti dovrà rispondere ai cittadini italiani e in particolare a quelle, tante, coppie portatrici di malattie genetiche che sono costrette ad emigrare all’estero,  per poter accedere ( a costi altissimi)  a tecniche di diagnosi genetica preimpianto, per poter avere un figlio libero da tare genetiche e malattie invalidanti per le quali non c’è ancora una cura.

Lo scorso 28 agosto, è utile ricordare , l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dell’articolo 8 della Carta europea dei diritti umani, che riguarda  le scelte familiari, ma anche il diritto all’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche.  Negando alle coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto, infatti,  la Legge 40/2004  si intromette indebitamente nel privato dei cittadini. Ma non solo.

Ad agosto, è utile ricordare, la  Corte di Strasburgo ha anche rilevato che la Legge 40 , in modo antiscientifico, confonde feto e bambino  e va contro l’equilibrata gerarchia di diritti stabilita nella legge 194/1978 che permette l’aborto  e riconosce che il diritto alla salute psicofisica della donna è prioritario  rispetto a quello dell’embrione, che non è persona. Ma queste importanti affermazioni evidentemente non sono state comprese dal Governo dei supertecnici guidato dal Premier Monti. Che con questa richiesta di ricorso in appello dimostra di essere del tutto sordo alle richieste dei malati che gli avevano rivolto numerosi inviti a non ricorrere. Ma si dimostra anche incurante delle 19 decisioni italiane ed europee  che dal 2004 a oggi hanno smantellato pezzo dopo pezzo la Legge 40,  perché giudicata  incostituzionale ed ideologica da Tribunali, Tar e Corte Costituzionale a vario titolo.

“La diagnosi pre-impianto permette due importanti risultati: evitare un aborto e mettere al mondo un figlio che non soffra. Mi chiedo perché questo governo non abbia agito mosso da questi semplici pensieri di rispetto del diritto della salute e abbia invece operato contro i cittadini italiani” commenta a caldo l’avvocato Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni. Che  promette di dare battaglia.  “Le associazioni di pazienti e  più dei 60 Parlamentari italiani ed europei che con l’Associazione Luca Coscioni avevano presentato un amicus curiae nel precedente procedimento dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani  non si fermano qui: ci costituiremo davanti alla Grande Camera della  Corte Europea dei diritti dell’uomo, che dovrà pronunciarsi rispetto al ricorso italiano. Vogliamo che siano rispettati i diritti delle persone”.

La Grande Camera, infatti potrebbe anche confermare la decisione presa l’estate scorsa dalla Corte sul caso della coppia Costa -Pavan. “Quella del 28 agosto 2012 sotto il profilo giuridico è una decisione inattaccabile – commenta Filome Gallo – perché è stata presa all’unanimità. Tutti e 15 i giudici hanno espresso parare positivo motivandolo. Sono state già rigettate tutte le eccezioni avanzate dal governo italiano in prima istanza e speriamo che anche la Grande Camera possa proseguire su questa strada, noi gli offriremo tutte le informazioni necessarie per poter decidere con cognizione di causa”. Intanto l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica indice per il 30 novembre e il primo dicembre gli Stati generali dei diritti civili. Una due giorni  nella sala congressi del dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’università di Roma per discutere del caso Italia, unico Paese al mondo – dopo il Costa Rica – ad avere una legge sulla fecondazione assistita così zeppa di divieti.

left web – 28 nov 2012 20:09

Europeista con i forti, antieuropeo con i deboli:

le due facce del governo Monti

Mario Monti e Ratzinger

Mario Monti e Ratzinger

Il ricorso contro la sentenza Ue che accusa l’Italia di violare i diritti umani con la legge 40 sulla fecondazione assistita, mette a nudo una odiosa contraddizione

di Federico Tulli

Mentre la prossima settimana il governo del Costa Rica, dove la fecondazione assistita è proibita per legge, sarà giudicato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo, il governo Monti (che si dice europeista e tecnico) presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani, contro la sentenza della Corte di Strasburgo che lo scorso agosto ha riconosciuto che la legge 40 viola l’articolo 8 della Carta dei diritti dell’uomo, intromettendosi nelle scelte familiari delle coppie e impedendone l’autodeterminazione quanto a scelte terapeutiche. Così, se il Costa Rica sarà costretto a rimuovere gli ostacoli ideologici che impediscono ai suoi cittadini di far ricorso alla fecondazione in vitro, l’Italia resterà l’unico Paese al mondo con divieti antiscientifici che colpiscono il diritto di accesso alle terapie di coppie portatrici di malattie genetiche. Come Rosetta Costa e Walter Pavan, genitori di una bambina affetta da fibrosi cistica, che volendo evitare di trasmettere a un’altra figlia una malattia così terribile e invalidante, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per veder riconosciuto il proprio diritto di ricorrere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto. Possibilità che la legge 40 del 2004 vieta alle coppie fertili, anche se portatrici di gravi patologie genetiche. La Corte di Strasburgo, come è noto, lo scorso 28 agosto ha emesso una sentenza che ha dato ragione alla coppia italiana, riconoscendo l’aspetto antiscientifico della norma italiana sulla fecondazione assistita che confonde feto e bambino, ma anche il fatto che la legge 40 è in contrasto con la 194 che stabilisce una chiara gerarchia di priorità fra diritto alla salute psicofisica della madre e diritti dell’embrione, che non è persona. Ma il governo Monti, sordo alle lettere di malati che chiedevano di non procedere contro la sentenza della Corte Europea, in corner, nell’ultimo giorno utile ha depositato alla Grande camera della Cedu il ricorso contro la sentenza.

Fatto “curioso”, in una nota Palazzo Chigi spiega che il rinvio alla Grande Chambre «si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi». Salvaguardare l’integrità del sistema giudiziario nazionale? E le numerose sentenze emesse da tribunali italiani che dal 2004 a oggi stanno smontando pezzo dopo pezzo questa legge? Non solo, sempre nella nota si legge: «La Corte europea di Strasburgo ha deciso di non rispettare la regola del previo esaurimento dei ricorsi interni, ritenendo che il sistema giudiziario italiano non offrisse sufficienti garanzie». Se così fosse allora perché non emendare subito la legge 40 e le sue linee guida accogliendo quanto ha stabilito proprio sulla stessa materia, il tribunale di Cagliari poche settimane fa quando ha riconosciuto a una coppia portatrice di talassemia il diritto di poter accedere alla diagnosi genetica preimpianto? Le tante associazioni di coppie infertili e portatrici di malattie genetiche da Amica Cicogna a Madre Provetta, dall’Associazione Luca Coscioni a Cerco un bimbo, aspettano dal Governo Monti una risposta.

da Babylonpost/Globalist

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Musulmani in carne ed ossa

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 30, 2011

Trappole dell’immaginario che impediscono di conoscere chi approda dal Medioriente in cerca di una nuova vita e possibilità di lavoro. Pregiudizi e ignoranza strutturano il razzismo Europa. Il sociologo Stefano Allievi dell’Università di Padova in un nuovo libro va alla radice di ciò che muove la gurra delle moschee. Lo presenterà nell’ambito del  festival vicino/lontano di Udine dal 12 al 15 maggio a Udine.

di Simona Maggiorelli

Musulmani in Europa

Dopo aver indagato le trappole dell’immaginario che deformano la realtà dell’altro ogniqualvolta parliamo di musulmani in Occidente, il sociologo Stefano Allievi, con un team internazionale di studiosi, pubblica La guerra delle moschee (Reset/Marsilio) un libro che, cifre e dati statistici alla mano, descrive minuziosamente la diffusione dell’Islam in Europa e come viene percepita dall’opinione pubblica. Emergono così in primo piano i gravi danni provocati dalle politiche conservatrici che fanno leva sulla paura e sul fantasma di un mondo islamico granitico e tout court fondamentalista, tratteggiato a prescindere da ogni conoscenza diretta. «Quello che ci viene propinato da certa politica e dai media – sottolinea lo studioso dell’Università di Padova – è un Islam monolitico, che non corrisponde alla reale complessità della galassia musulmana». In altre parole, insomma, l’islam non è uno solo, ma una realtà plurale. «Tutto ce lo conferma -annota Allievi in un suo scritto per Forum editrice -. Ce lo confermano la diversità culturale, geografica, linguistica, di scuole giuridiche, di usi e costumi, perfino, per quanto lo si ammetta malvolentieri, di teologie, di idee di Dio e dell’uomo». Ma le generalizzazioni e le semplificazioni, si sa, “tolgono” la fatica di pensare, mentre usare la contrapposizione «noi-loro ci offre a buon mercato una Weltanschaung di riferimento, buona per tutte le occasioni». Specie per quelle occasioni che permettono a politici di destra di accaparrarsi seggi e assessorati. Così la paura dell’altro, di ciò che è sconosciuto, viene brandita per impedire la costruzione di nuove moschee e per chiuderne di già esistenti. Con tanto di incursioni per «desacralizzare» con sangue di maiale gli spazi di riunione musulmana. E nel dibattito pubblico nel Nord d’Italia dove primeggia la Lega (ma non solo) tornano ad affiorare categorie tristemente note come quelle di “sacro” e di “ autenticità”, di “puro” e di “impuro”. «E contro l’impuro, contro il Male, si chiama alla crociata» avverte Stefano Allievi, ricordando anche come le parole “autentico” e “impuro” riecheggiassero nei discorsi nazisti. Anche per questo gli abbiamo chiesto di aiutarci a capire quali sono le radici di ciò che sta accadendo in Europa riguardo agli immigrati

Professor Allievi quanto è forviante l’opposizione Islam – Occidente cristiano?

Lo è fortemente, basta dire che le tre grandi religioni monoteistiche, ebraismo, cristianesimo e islam hanno una comune discendenza da Abramo., tanto che si dicono religioni abramitiche.

Ma ebraismo e cristianesimo vengono dette anche religioni occidentali…

A rigore nessuna delle tre religioni è occidentale. Sono nate tutte in quell’area che noi chiamiamo Medioriente. e a poca distanza l’una dall’altra.

Ma di due di queste religioni, lei ha scritto, siamo disposti a pensare che si sono occidentalizzate o che l’occidente l’hanno addirittura inventato, della terza no.

Per capire quanto sia una visione storicamente falsa basta pensare, sul piano geo-politico, all’importanza che ha avuto la denominazione arabo-islamica in Andalusia ovvero l’araba al-Andalus, oppure alla Sicilia dove l’incontro con le culture arabe non è stato certo uno dei periodi più cupi. Oppure pensiamo a quanto la scienza occidentale ha preso dall’astronomia, dall’algebra, dalla medicina, dall’arte, dalla chimica arabe. Mentre tanti contenuti della cultura occidentale sono stati assorbiti e rielaborati da quelle mediorientali.

Nonostante tanti contatti e scambi culturali lungo i secoli, ancora oggi, da noi, c’è tanta ignoranza sull’Islam?

L’idea dell’Islam che passa sui media è gravemente alterata. Si stigmatizza l’uso del velo e giustamente certo maschilismo arabo ma non si sa, per esempio, che il divorzio è una pratica riconosciuta da tempo nell’Islam. Ad indossare il hijab spesso sono donne colte , libere, che lavorano. La realtà è assai più complessa e articolata di quanto si creda e si dica.

Su temi come l’aborto l’islam ha posizioni più aperte del cattolicesimo. Per esempio, il feto non è considerato sacro e intoccabile fin dalle prime settimane di vita. E’ così?

Sì, certo, così come nell’Islam non c’è il peccato originale. Ma con questo non voglio dire che l’Islam sia una religione più progressista, dico che va studiata e conosciuta per quello che è nella pratica quotidiana dei musulmani. In Italia il dialogo interculturale manca totalmente e mancano anche le basi della conoscenza. I giornalisti e i politici che alimentano il sospetto intorno alle moschee perlopiù non ci hanno mai messo piede. Ma basterebbe fare una telefonata ai carabinieri o interpellare la Digos per sapere tutto ciò che c’è da sapere. Le moschee in Italia sono tra i luoghi più monitorati . E le leggi vengono applicate più che scrupolosamente. Come è giusto che sia, del resto. Ma va detto anche che nel Veneto dove vivo, per esempio, capita che di fronte a una medesima infrazione, un locale di proprietà di cittadini “autoctoni” venga multato mentre uno di musulmani venga direttamente chiuso.

L’ immigrazione in Italia è davvero a maggioranza musulmana come si legge e paventa sui giornali?

In realtà il grosso dell’immigrazione in Italia arriva da paesi di religione cristiana, molti sono gli ortodossi dalla Romania e da altri Paesi dell’Est, tanti sono i cattolici dalle Filippine, altri sono maroniti oppure animisti africani e via di questo passo. Solo un terzo dello stock dell’intera immigrazione proviene di paesi musulmani. E non è detto che chi viene da un’area regionale dove l’Islam è la religione più diffusa sia un praticante o un credente. Se io emigrassi dovrei essere considerato là un cattolico perché vengo da un Paese a maggioranza cattolica? Qui da noi se una maestra ha in classe un bambino arabo la prima cosa che fa è badare a non dargli per merenda il panino al prosciutto. Oppure con tutta onestà gli chiede di spiegare in classe cosa è il Ramadan, senza considerare che quel bambino, pur provenendo da un paese musulmano, potrebbe essere cresciuto in una famiglia non praticante.

L’etnicizzazione dell’immigrazione è una delle distorsioni più diffuse. In Italia chi viene da Paesi arabi può solo incontrare suoi connazionali in moschea?

Dico spesso che in Italia per quei giovani immigrati c’è ben poco tra il bar e la moschea. Una rete laica di associazioni di cultura araba è praticamente inesistente. E questo in un momento in cui il nostro associazionismo politico è morente e il maggior sindacato è soprattutto formato da pensionati…

Un caso solo italiano?

Nell’Europa del Centro-nord gli immigrati dal Medioriente trovavano fino a qualche anno fa un’associazionismo attivo e maturo, declinato in maniera laica, anche grazie alla rete che si era sviluppata su input del panarabismo socialista. Ma oggi la situazione è peggiorata. In Italia poi tocca i punti più bassi. Il bar notoriamente non è un luogo associativo organizzato. In moschea si va per pregare anche per trovare una macelleria halal e altri prodotti , ma soprattutto per avere una rete di rapporti di sostegno. Detto questo non è che ad oggi ci sia una particolare concentrazione di moschee sul territorio italiano e nemmeno nel resto dell’Europa. In barba a tutti gli allarmismi. Senza contare che per tradizione la moschea è un luogo di incontro, aperto; spesso al suo interno ha un mercato. Insomma parliamo di una realtà molto diversa dalle nostre chiese.

Allargando lo sguardo all’Europa, il processo di integrazione ha subito contraccolpi negli ultimi anni?

E’ un processo che va avanti, ma anche contraddittorio che conosce battute di arresto. C’è stata una universalizzazione dei diritti, ma non funziona ovunque.

Nella civilissima Svizzera, come è noto, è passato un referendum per la messa al bando delle moschee. Un caso emblematico?

Ecco il punto. Quel referendum dà molto da pensare ma al tempo stesso sarebbe difficile dire che in Svizzera l’integrazione degli immigrati non sia un processo avviato e da tempo. Siamo di fronte a una situazione per molti versi contraddittoria. Per cui i maggiori sì alla messa al bando dei minareti si sono registrati nei cantoni di montagna più isolati e non nelle città svizzere dove l’immigrazione musulmana è più massiccia. Qui torniamo all’inizio della nostra conversazione: quello che manca è la conoscenza dei musulmani in carne ed ossa, mentre si fa molta propaganda riguardo a musulmani immaginari pensati così come li descrivono i media, alterando la realtà.

Da left-avvenimenti

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Un popolo di bambini

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2011

Pietro Marcenaro

Il senatore del Pd Pietro Marcenaro ha guidato la prima inchiesta parlamentare sulla condizione di Rom , Sinti e Camminanti in Italia. Lo abbiamo incontrato per saperne di più

di Simona Maggiorelli

«La scelta di conoscere è una decisione di per sé politica perché interrompe la spirale pregiudizio-ignoranza. E il fatto che si tratti di un’inchiesta parlamentare (di un’indagine che per la prima volta viene fatta su Rom e Sinti nel Parlamento italiano) gli conferisce un particolare valore». Così il senatore del Pd Pietro Marcenaro presenta il lavoro d’indagine durato oltre un anno della Commissione straordinaria dei diritti umani da lui presieduta. «E mi pare anche da sottolineare che questo nostro rapporto è stato approvato da tutti i gruppi parlamentari. Se è vero che c’è una destra in Italia che ha particolarmente giocato la carta della xenofobia e del razzismo – sottolinea Marcenaro – sbaglieremmo se pensassimo che sia un problema solo della destra. L’ignoranza verso i Rom e Sinti è un problema che ci riguarda tutti».
Tanto che la violenza delle leggende metropolitane sui Rom, in Italia, trova sponda anche sui media e nelle aule di tribunale.
«Su questo – prosegue Marcenaro – posso raccontare anche un’esperienza personale. A dicembre sono andato a trovare in carcere Maria, una ragazza che è stata condannata in seguito all’accusa di aver tentato di rapire un bimbo. In questo carcere minorile di Nisida vicino a Napoli la sezione maschile è piena di giovani “militanti” nelle famiglie camorristiche e con reati di sangue. La parte femminile di quel carcere, invece, è composta solo ed esclusivamente da ragazze rom. La stessa cosa l’ho verificata a Torino. Nel libro di Luca Cefisi Bambini ladri (Newton Compton) si ricostruisce il fatto che dal 1945 a oggi fra le tante le denunce che ci sono state di Rom che avrebbero rapito dei bambini solo in quattro casi sono stati avviati dei giudizi per tentato rapimento. Quello di Maria è l’unico caso di condanna in 60 anni. Ed è stata emessa da parte di un tribunale che anche successivamente ha confermato un forte orientamento razzista. C’è un documento, che ora dovrebbe essere al vaglio del Consiglio superiore della magistratura, nel quale viene respinta una domanda di assegnazione a pene non detentive perché si tratta di un Rom. L’appartenenza alla comunità rom, per quel tribunale, implica che una persona non possa scontare la pena in altro modo…
Dall’ inchiesta parlamentare che immagine emerge dei Rom e Sinti che vivono in Italia?.
In primis emerge che si tratta di un popolo di bambini. Su 5mila persone che vivono nei campi di Roma, per esempio, i bambini con meno di 14 anni sono il 67 % e le persone con più di 60 anni sono circa il 2,9 % (contro il 25 % della media italiana). Che queste persone vivano molto meno del resto degli italiani è un sospetto ben concreto.
Nel giugno scorso fra le  92 raccomandazioni che il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha fatto all’Italia, ben 10 riguardano la condizione di Rom e Sinti.
La loro condizione è difficile in tutta Europa, tanto che è considerata uno degli standard per una politica dei diritti umani e di lotta contro le discriminazioni. Ma in Italia c’è un fenomeno che gli altri Paesi non hanno: “la campizzazione” dei Rom e Sinti. Ovvero, la vita in discarica, perché tali sono la maggior parte dei campi. Di solito noi non li guardiamo. E anche chi li guarda, vede i campi come in una fotografia, un’istantanea. E poi passa oltre. Invece provi a immaginare di trovarsi davanti a un lungo film. Ci sono tre generazioni di Rom e Sinti che hanno conosciuto solo la discarica per vivere. Qui sono nati e cresciuti dalla metà degli anni Sessanta. Oltre il 60% delle persone che abitano in questi campi-discarica hanno una cittadinanza di paesi della ex Jugoslavia, il 20 % circa sono Romeni arrivati più di recente. Ma se invece della cittadinanza lei va a vedere dove sono nati, scopre che più del 50 % sono nati in Italia. Accanto a loro ci sono persone che non sono nemmeno apolidi perché sono prive di qualsiasi elemento di identità ufficiale. Ma i loro figli e nipoti sono nati qui. Sono una parte di quei minori nati in Italia, figli di immigrati e a cui non vien riconosciuta la cittadinanza italiana. E in questo caso la situazione è ancora più dolorosa perché è passato molto tempo. E’ mezzo secolo che esiste questa realtà dei campi rom e, ripeto, c’è solo in Italia in questa forma e con queste caratteristiche.
Così come solo in Italia si continua a parlare di nomadi?
C’è ancora questo equivoco enorme. Quando i nomadi sono solo il 2 o il 3 % al massimo. Anche i Rom e Sinti venuti dall’Est non lo erano già più. Oltrecortina dove nessuno si poteva muovere pensiamo forse che li lasciassero essere nomadi? Erano già stati tutti “sedentarizzati” da tempo, poi vennero obbligati nuovamente a “ziganizzarsi”.
Quali soluzioni immagina per il problema campi?
Semplicemente bisogna cominciare a smantellarli, iniziando dai più degradati. Al contempo, come ha detto il presidente dell Repubblica Giorgio Napolitano quando è andato a far visita alla famiglia dei quattro bimbi morti nel rogo, «bisogna trovare delle soluzioni stabili ed accettabili». E vanno trovate confrontandosi con le persone. Ci sono già esempi positivi in questo senso, c’è tanta gente che lavora, che si impegna e che potrebbe costituire la base di una politica nuova.
Per quanto riguarda la scolarizzazione?
Anche per quanto riguarda le scuole dobbiamo intervenire. Proprio perché parliamo di un popolo di bambini. Ma non si può pensare che la faccenda della scuola sia disgiunta da come si abita, dal fatto se ci sono luce e acqua o meno. Occorre anche concorrere a creare un clima diverso fra i banchi. Chi di noi manderebbe suo figlio in una scuola dove, appena entrati, si sente scattare un giudizio, uno stigma? Importantissimo poi, specie in situazioni di forte deprivazione, anticipare i momenti di socializzazione, costruire asili e scuole materne che coinvolgano le madri. Come è fondamentale che crescano mediatori culturali fra gli stessi Rom e Sinti. Dobbiamo investire su questo consentendo loro di poter lavorare ed essere retribuiti, non limitandoci solo a dare loro accesso a una formazione.

Quanto a quello a cui accennavamo all’inizio riguardo ai pregiudizi che circolano anche in certe aule di tribunale?
Ci sono delle leggi e dei principi che vanno rispettati. Questo riguarda tutti. Ma non si può passare dal punire chi ha compiuto dei reati a colpevolizzare un’intera comunità. Se uno compie un reato la comunità ha il diritto di non essere trattata come colpevole.
Le nostre leggi però non sempre sono eque con i Rom e Sinti. Cosa pensa della legge 482 del’99 che non li riconosce fra le minoranze linguistiche?
Proprio l’altro giorno, con la firma di tutti i gruppi, abbiamo presentato due proposte di legge: una di “riparazione”, per includere il genocidio dei rom nella nostra Giornata della memoria, un genocidio che sciaguratamente è stato  cancellato dalla memoria collettiva. La seconda riguarda appunto il riconoscimento della lingua Rom e Sinti fra le minoranze linguistiche da tutelare. Norme, è vero, che toccano fatti simbolici, ma anche i simboli contano. Sono aspetti della nostra cultura che dovranno cambiare ma, ahimé, nella società non cambiano automaticamente con i tempi della politica.

da left-avvenimenti

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Presentazione di Bambini ladri alla libreria Airon di Roma

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 20, 2011

bambine rom

Buonasera a tutti, grazie per essere qu iamo qui alla presentazione del  libro Bambini Ladri di Luca Cefisi edito da Newton Compton. Un libro di fortissima attualità e per molti versi scioccante per l’immagine del Paese Italia che ci mette davanti agli occhi. E senza scampo, perché questo libro di Cefisi  è un lavoro documentatissimo, con alle spalle un serrato lavoro di inchiesta fatta in prima persona ma anche riportando e analizzando studi di istituti di ricerca europei e di altri ricercatori sul campo.

Personalmente sono rimasta assai colpita dal tenace e persistente livello di ignoranza e di pregiudizio degli italiani nei confronti di Rom, Sinti e Camminanti, cittadini italiani a pieno titolo ma percepiti ancora come stranieri anche se, come accade in varie regioni, vivono in Italia da centinaia di anni. Ma non solo.

Dopo “piccoli inferni” che documenta  le condizioni  di degrado in cui gli zingari sono costretti a vivere in Italia c’è un capitolo del libro intitolato, “leggende nere”. Qui Cefisi ripercorre tutta una serie di pregiudizi inveterati. solo qualche esempio:  gli zingari non vogliono una casa, vivono in situazioni degradate per scelta, gli zingari sono dediti alla delinquenza, tutti indistintamente, le zingare sono madri degeneri e rubano i bambini.

Giudizi inappellabili che stigmatizzano rom e sinti come gruppo, come comunità e senza prove, senza possibilità di replica. Certo venticinque anni di Lega Nord- vienda pensare leggendo il libro di Cefisi- hanno pesato, eccome. Venticinque anni in cui la politica di centrodestra ha pestato pesantemente l’acceleratore sull’uso politico e strumentale della paura. Ma l’ostracismo, il mancato riconoscimento degli zingari che vivono in Italia, la negazione dei loro diritti più elementari ha tracce anche più antiche. Basta pensare al fatto che nella Giornata della memoria si ricorda lo sterminio nazista degli ebrei e ci si dimentica troppo spesso che fu anche un genocidio rom. Così come è gravissimo che nella la legge 482 del 1999 che riconosce le minoranze linguistiche non si faccia menzione della lingua delle minoranze rom e sinti.

Anche in Italia insomma gli zingari sono stati e sono il capro espiatorio ideale delle destre, perché facilmente attaccabili in quanto minoranze povere e isolate, socialmente deboli, con una rappresentanza estremamente gracile. E ancora oggi in Italia sono una minoranza mimetizzata, che è stata tenuta nell’ombra e poi espulsa dalla nostra memoria storica». Cancellati oppure denigrati, tacciati di ogni nefandezza. Pur senza conoscerli davvero. Cefisi ci ricorda che il 56,3 % degli italiani dichiara di sentirsi in forte disagio in presenza di un Rom. Ma quasi l’80 % degli intervistati dice di non avere nessuna relazione con loro, ammettendo di non conoscerli.

E qui si apre il grande capitolo anche della responsabilità dei media italiani. Che parlano di rom e sinti solo o quasi nelle pagine di cronaca nera. L’etnicizzazione dei reati e delle notizie è una prassi diffusa e come direbbe Giuseppe Faso ( Lessico del razzismo democratico, Derive e Approdi 2008) sono tantissime  le parole che escludono, che contribuiscono a creare un clima di sospetto e di tensione: “emergenza nomadi” si legge spesso, quando i nomadi come scrive Cefisi non sono più nomadi da tempo.

Dopo il caso di Ponticelli si sono letti titoli da brivido: “Napoli, spranghe e molotov contro i nomadi” Corriere della Sera campi nomadi adesso basta Il Tempo Rivolta a Napoli: siamo ostaggi degli zingari” Il Giornale. Ecco i rom che girano in Ferrari Il Giornale, così i rom vendono i bambini Il Giornale . La lista potrebbe continuare a lungo. Sempre in quei giorni come ricorda Lorenzo Guadagnucci di Giornalisti contro il razzismo quando alcuni studiosi come Adriano Prosperi parlarono di progrom furono duramente colpiti dal fuoco amico di giornalisti, pure illuminati, come Riccardo Chiaberge che scrissero articolesse contro chi abusava di quel termine che riguardava dolorosi capitoli di storia degli ebrei. Nonostante la riflessione sulla condizione degli zingari e degli apolidi abbia conosciuto momenti altissimi con pensatori come Hannah Arendt, la battaglia culturale oltreché politica ancora da fare come ci dice con questo libro Cefisi , è ancora lunga.

Scrive questa settimana  Lorenzo Guadagnucci su left: Grazie alla elaborazione compiuta dopo la Shoah chi potrebbe oggi parlare di “emergenza ebrei”, di “ebrei non integrabili con il resto della popolazione” di “Ghetti ebraici degradati da spazzare via” di “ebrei che rubano i bambini”? Ma ancora c’è chi si sente autorizzato a farlo con i rom. ( Simona Maggiorelli)

testo della presentazione alla libreria Airon nel Palazzo delle Esposizioni di Roma 28 febbraio 2011

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La scelta di Rebiya

Posted by Simona Maggiorelli su maggio 8, 2009


Perseguitata in Cina per la sua lotta non violenta in nome dei diritti umani, la coraggiosa leader dello Xinjiang si racconta.

di Simona Maggiorelli

Kadeer foto2 copyright of the World Uyghur Congress

Rebiya Kadeer

«Sono contro la violenza. In qualunque forma. Da qualunque parte provenga. Quello degli Uiguri è un popolo pacifico. Noi oggi chiediamo con forza il rispetto dei diritti umani. Vogliamo avere libertà di parola. Vogliamo che la nostra lingua e la nostra cultura non siano cancellate nella nostra terra, il Turkestan orientale, la regione che i cinesi chiamano Xinjiang». Con queste parole, pronunciate con voce ferma e gentile, Rebiya Kadeer si presenta al nostro incontro. Nella sala da tè di un noto albergo romano frequentato da intellettuali e scrittori, la rappresentante del popolo uiguro, più volte candidata al Nobel, non si guarda intorno; ha un’urgenza: far sapere dell’oppressione che la sua gente subisce da parte del governo cinese nella vasta regione dello Xinjiang, vasta regione nel cuore dell’Asia . Con sguardo vivo e grande attenzione verso le persone con cui parla, Rebiya continua così il suo racconto: «La situazione di diritti umani da noi è andata peggiorando, specie dall’estate scorsa».La Cina ha approfittato dei giochi olimpici per un nuovo giro di vite. «Il governo cinese – spiega Kadeer – ha lanciato in tutto il mondo immagini televisive di propaganda mostrando alcuni Uiguri fra coloro che portavano la torcia olimpica. Questo per nascondere il reale stato delle cose, ovvero che 15mila persone sono state tacciate di terrorismo e fatte prigioniere per aver partecipato a manifestazioni pacifiche in favore del nostro popolo. Il terrorismo internazionale purtroppo esiste – prosegue – ma non ha niente a che fare con noi. Il nostro Islam è diverso e non contiene idee di jihad o fondamentaliste». Come la coraggiosa attivista per i diritti umani racconta nel libro La guerriera gentile (edito da Corbaccio, in libreria dal 7 maggio) il popolo uiguro ha sviluppato una propria cultura, fin dalle radici piuttosto laica. Dal decimo secolo in poi, su questa base, gli Uiguri hanno sviluppato «un proprio Islam» sunnita, che sussume e trasforma influenze esterne e substrati autoctoni, in primis la tradizione sciamanica. La via della seta per secoli non è stata solo un’arteria di scambi commerciali ma, per i viaggiatori, anche luogo di incontro di filosofie e culture. Così il popolo uiguro, discendente da un’etnia nomade di origine turca, nei secoli, ha potuto realizzare un’identità indipendente, mantenendo rapporti di osmosi con i popoli vicini, specie sul versante russo.
Negli anni Cinquanta Mao siglò un patto con Stalin, per lo sfruttamento congiunto delle grandi risorse naturali della regione dello Xinjiang, ma «finalmente nel 1955 – ricorda Kadeer che allora aveva solo sette anni – la Cina ci promise di ridarci i nostri diritti. La vostra regione, ci dissero, da ora in poi si chiamerà regione autonoma Uigura». Peccato che il diritto all’autodeterminazione del popolo uiguro riconosciuto sulla carta e scritto nelle leggi cinesi, non sia mai stato rispettato da chi aveva scritto quelle norme. Cominciarono così già negli anni Sessanta massicce deportazioni di Uiguri verso altre aree della Cina, mentre sempre più cinesi salivano ai posti di comando in Xinjiang. Durante la rivoluzione culturale gran parte dei libri della tradizione uigura più antica furono bruciati, mentre ai bambini del Turkestan orientale, fin da allora si nega ogni possibilità di studiare a scuola, insieme al cinese anche la propria lingua, la propria letteratura e musica. «Con la scusa di evitare problemi di separatismo e di terrorismo, di fatto – rivela Rebiya Kadeer – nelle scuole cinesi ai nostri bambini viene fatto una sorta di lavaggio del cervello». Dopo l’attentato alle Torri gemelle, la lotta al terrorismo internazionale è stata la scusa con cui il governo cinese ha ordinato nuovi roghi di libri di storia e di cultura uigura, mentre «i maggiori
intellettuali e scrittori uiguri sono stati imprigionati». E se la diaspora degli uiguri fuggiti all’estero ha permesso comunque la conservazione di parte dei testi della tradizione in Giappone, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, dal 2001 per impedire che gli Uiguri potessero parlare all’estero della propria causa «lo Stato cinese ha tolto loro i passaporti».Ma la situazione più critica per i dirittiumani in Xinjiang è quella che si riscontra nelle carceri, come Amnesty international e altre organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato, ma senza avere risposta dalle autorità cinesi. «In prigione ti costringono a parlare con minacce e torture e tutto ciò che dici viene registrato. Spesso ti fanno spogliare completamente per vedere se nascondi qualcosa. Ma soprattutto – denuncia Rebiya Kadeer – applicano torture feroci, strappano le unghie e torturano i genitali, usando la corrente elettrica». Una realtà quella delle carceri cinesi in Xinjiang che Kadeer, purtroppo, conosce per esperienza diretta. Dopo essere stata indicata a modello dai politici cinesi come imprenditrice e dopo essere stata eletta nell’Assemblea del popolo, la donna è stata accusata di aver tradito segreti di Stato. Il pretesto sono stati alcuni ritagli di giornale sulla condizione del popolo uiguro inviati da Rebiya Kadeer al marito Sidik, poeta e intellettuale uiguro esule negli Usa. Dopo sei anni di reclusione, molti dei quali trascorsi in isolamento e in durissimi campi di rieducazione dove si lavora fino a perdere i sensi, Rebiya Kadeer è stata liberata nel 2005, grazie
a una forte campagna internazionale. Ma ancora oggi tre dei suoi figli sono in prigione nel Turkestan orientale e, per ricattare lei e il marito e fermare la loro battaglia, vengono torturati. Quando era già in esilio volontario negli Stati Uniti Rebiya ha subito un grave attentato e oggi è di nuovo “al centro dell’attenzione” dei servizi segreti cinesi, non solo per la sua intensa attività politica a favore del popolo uiguro, ma anche per questo suo nuovo libro, pubblicato già da qualche tempo in Germania e negli Usa, e ora tradotto in italiano. Una autobiografia forte e coraggiosa, scritto con linguaggio a tratti quasi poetico, ma in cui l’autrice lancia nette e pesanti accuse al governo cinese. Accuse a cui l’establishment politico di Pechino ha risposto accusandola di aver scritto solo menzogne. Ma Rebiya che nella vita ha affrontato situazioni durissime, dovendo più volte ricominciare tutto da capo,
non si arrende e non intende recedere di un millimetro. Dopo aver sperimentato la povertà estrema da bambina nei villaggi di montagna del Turkestan e la ricchezza conquistata come imprenditrice di successo, la schiavitù di sposa bambina e la passione per un uomo a lungo cercato e sognato, una vita libera e indipendente e la deprivazione sensoriale della cella di isolamento, a 62 anni Rebiya Kadeer non accetterebbe di rinunciare alla propria battaglia non violenta per la liberazione del suo popolo. «La Cina non riconoscerà l’indipendenza del Turkestan orientale, di questo sono consapevole. Ma qui non si tratta di fare una battaglia separatista, quanto di fermare la violenza che la Cina esercitasugli uiguri. È un fatto basilare che riguarda i diritti umani».
«Le donne, si dice, dovrebbero obbedire» accenna a un certo punto del libro Siddik, il marito di Rebiya scherzosamente. E poi aggiunge: «Lei non l’ha fatto. Per questo è potuta diventare quello che è». E in questa lunga battaglia per la fine dell’oppressione cinese sugli Uiguri  Siddik le è stato il primo alleato. «Un uomo e una donna si possono incontrare e possono creare una relazione d’amore che può portare a realizzare qualcosa di nuovo» ci dice Rebiya sorridendo. Poi prima di salutarci, aggiunge:”  Mi permetta di fare un ringraziamento. Vorrei dire grazie al Partito Radicale. Perché è grazie al lavoro politico dei Radicali se sono potuta andare al Parlamento europeo e denunciare la violazione dei diritti umani in Turkestan”.

da left-Avvenimenti, 8 maggio 2009

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La costituzione è sotto attacco

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 13, 2009

rodota1Da pochi giorni è uscito il suo appassionato libro Perché laico (Laterza).Il giurista Stefano Rodotà denuncia: “In Italia è in atto un tentativo eversivo di revisione della Carta” di Simona Maggiorelli, left 6 febbraio 2009


Professore, nel suo libro Perché laico (Laterza) e nel convegno La laicità dal punto di vista dei laici ha lanciato un allarme: in Italia è in atto una revisione strisciante della Costituzione. Di che si tratta?

Purtroppo abbiamo continui segnali in questa direzione.Tentativi chiari di revisione della Carta che,con un’espressione forte, definirei eversivi.



I provvedimenti del ministro Sacconi, ma anche quelli del presidente della Lombardia Formigoni contro sentenze passate in giudicato ne sono una spia?

Negare l’attuazione di una sentenza da parte di organi di Stato è un fatto senza precedenti. C’è un tessuto di principi costituzionali che, a quanto pare, un ministro e un presidente di Regione ritengono di non dover assolutamente riconoscere. L’atto amministrativo di Sacconi sul caso Englaro è motivato in termini ideologici; di giuridico lì c’è solo la sgrammaticatura di chi l’ha scritto. All’evidenza costituzionale di principi e norme si oppone una pura ideologia attinta alle posizioni più integraliste della gerarchia ecclesiastica. Ecco perché parlo di revisione costituzionale strisciante.


I politici italiani citano più spesso le encicliche papali che la Costituzione?

Purtroppo non è una battuta. Si potrebbero fare mille esempi. Non solo nei dibattiti motivano le loro prese di posizione con riferimento alle encicliche, ignorando la Carta. Ma addirittura fanno prevalere quelle affermazioni religiose su chiare norme costituzionali. Quella della laicità, oltretutto, è una questione molto delicata: la Corte Costituzionale ha affermato con chiarezza in una sentenza che la laicità è uno dei principi supremi dello Stato.


La sentenza della Consulta del 1989, in questo senso, è stata un punto cardine?86789_RODOTA 0109

Tanto più se la colleghiamo a un’altra sentenza della Consulta che ha stabilito che i principi supremi della Carta non possono essere sottoposti a revisione costituzionale. Perché sono quelli che costituiscono la sostanza del nostro Stato. Oggi mettere in discussione il principio di laicità è eversivo perché siamo su un terreno sul quale neppure la revisione costituzionale formale può essere ammessa.


Una politica così genuflessa pare ancora più assurda leggendo il quarto rapporto di Critica liberale e Cgil nuovi diritti che parla di una società italiana in inarrestabile secolarizzazione.

Il fatto è che la politica oligarchica italiana, chiusa sempre più nel gioco di ristretti vertici di partito, ha scelto come unico interlocutore l’oligarchia vaticana. Con un grave impoverimento della politica. Insieme ai dati che Enzo Marzo puntualmente raccoglie su Critica liberale è significativo il sondaggio di Repubblica : l’83 per cento degli interpellati chiede che la Chiesa parli alle coscienza e non cerchi di imporre il suo punto di vista attraverso atti legislativi.


Nel libro scrive che la Chiesa si è ormai proiettata ben al di là del Concordato…

La Chiesa si è fatta soggetto politico senza residui. Perciò non basta più impugnare l’arma dell’abrogazione del Concordato ma bisogna al contempo affinare nuovi strumenti di riflessione.


La cultura laica è affetta, dice il filosofo Maurizio Ferraris, da una perniciosa subalternità alla religione: al punto da non rivendicare più con forza la propria etica che, diversamente da quella del Chiesa, non è fondata su una trascendenza, ma sul rapporto con la realtà e con gli altri esseri umani. Perché il pensiero laico non è ancora egemone in Italia?

La questione è riesplosa con l’innovazione scientifica e tecnologica che ha mutato il modo in cui si affrontano le questioni del nascere, vivere e morire: laddove c’era in passato la legge naturale che governava tutto, oggi invece c’è possibilità di scelta. E non si apprezza la possibilità di decidere liberamente ma si vede in questo una sorta di attentato alla natura e al creatore. I laici si sono trovati deboli, in particolare in Italia. Per lungo tempo hanno accettato silenziosamente il fatto che la Chiesa avesse esclusivo diritto di parlare di morale, di etica. Questo è un grave errore della riflessione culturale. E’ una debolezza che ci portiamo dietro perché c’è stata, anche dal parte del Pci e del Psi, una subalternità politica nei confronti della Chiesa.


Il filosofo Eugenio Lecaldano ha detto che in Italia non si può ottenere giustizia se non si condivide una certa idea religiosa della vita e della morte.

Io sarei meno pessimista. Il caso Englaro dice che in Italia ci sono circuiti istituzionali non riducibili a chiusure politiche. Per vedere riconosciuti i diritti fondamentali della persona, come vuole la Costituzione, possiamo far affidamento sul tanto vituperato circuito giudiziario. Molti giudici di merito stanno dimostrando una sensibilità e un senso della legalità costituzionale altissimi nell’approntare strumenti che permettano a tutti di veder riconosciuti i propri diritti fondamentali. Le sentenze sul caso Englaro sono esemplari. Ma serve anche, per dirla con un libro dell’800, La lotta per i diritti, da parte di cittadini con la voglia e il coraggio di farli valere. Peppino Englaro è un eroe civile. Difendendo il diritto di sua figlia ha fatto cambiare l’agenda politica italiana mettendo all’ordine del giorno temi che interessano tutti noi.


Serve nuova cultura politica, lei dice. Ma provvedimenti come il ddl Calabrò sul testamento biologico sembrano andare in direzione opposta.

Quella che vedo oggi è una subcultura politica. C’è una regressione spaventosa. Le proposte avanzate dalla maggioranza sul testamento biologico sono una palese negazione dei diritti che i cittadini già hanno sulla base della Costituzione. Il testo unico del Pdl parla di dichiarazioni anticipate non vincolanti, formalizzate in modo ridicolo davanti a un notaio e contro firmate da un medico non obbligato ad alcunché, mentre alimentazione e idratazione non sarebbero trattamenti medici. E’ una presa in giro, una negazione totale dei diritti della persona.


Il senatore Pd Marino, da medico, l’ha definito un provvedimento borbonico.

Marino ha una grande esperienza medica e ricchezza umana che ha saputo convertire in comprensione dei diritti e coraggio politico. Ed è assurdo che anche dalla sua parte non gli venga riconosciuto il ruolo di leader che gli spetta.

Riguardo alla legge 40, lei scrive, ci sono più motivi perché sia giudicata incostituzionale. Perché la Consulta non l’ha ancora fatto?

La Corte Costituzionale si è liberata una prima volta di questo tema con una ordinanza non particolarmente apprezzabile. Adesso ci sono più ordinanze che stanno riproponendo puntualmente alla Corte varie questioni. Saranno discusse in primavera. La partita non è chiusa, sono ancora fiducioso.


Salvemini e Calamandrei, lei ricorda nel suo libro, parlavano di scuola come “organo costituzionale”. Nella sua esperienza di docente universitario, la scuola forma ancora un pensiero critico e autonomo?

La scuola è sempre di più al centro dell’attenzione, in Francia, in Inghilterra e negli Usa. Basta pensare al libro bianco di Gordon Brown e a Obama che registra l’arretratezza della scuola Usa. La laicità della scuola è fondamentale. Con la crescente immigrazione c’è bisogno di un luogo della conoscenza, non della tolleranza. Del resto la parola tolleranza è superata. Io ti tollero in che modo? Se vieni a fare le pulizie a casa mia e poi te ne vai il più lontano possibile. Invece abbiamo bisogno di conoscenza dell’altro. Oggi la laicità è anche e soprattutto questo.

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Con le armi della creatività

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 29, 2008

Da Saramago a Marquez, da Abramovic a Quédraogo. Scrittori, artisti, registi e videomaker insieme per i diritti umani di Simona Maggiorelli

abramovic

Qualche anno fa il filosofo Domenico Losurdo, a proposito di diritti umani, invitava a tornare a riflettere sul nazismo e sulla sua  distruzione sistematica del concetto universale di uomo. Riflessione essenziale anche perché le radici di quel tipo di pensiero nazista, non ancora del tutto lette e interpretate, restano subdolamente ancora attive. In forme più o meno mascherate. Magari nascoste sotto una evangelica battaglia a stelle e strisce contro il terrorismo. Come quella in cui si sono cimentate due generazioni di presidenti Bush e che ancora vede decine di internati nel carcere di Guantanamo, senza diritti, torturati e condannati in base a confessioni estorte con la violenza. In un micidiale combinato disposto di violenza fisica e psichica. Di fronte a tutto questo, le giustissime battaglie in difesa dei diritti umani troppo spesso non bastano, sembrano non incidere. Per questo, con le armi non convenzionali del cinema, della letteratura, delle arti figurative, artisti da ogni parte del mondo in Storie di diritti umani (Electa in collaborazione con l’Alto commissariato per i diritti umani) invitano ad approfondire la riflessione, ad andare avanti nel cercare un modo di parlare di diritti umani che sia potente e incontrovertibile. Garcia Marquez, Kaled Hosseini, Josè Saramago, Assia Djebar, Toni Morrison, Mo Yan a molte altre voci autorevoli della scena letteraria internazionale in questo volume che racconta un’opera filmica a più mani, intrecciano il proprio sguardo con quello di registi e performer come il maestro del cinema Idrissa Quédraogo e l’artista Marina Abramovic che da sempre nel proprio lavoro denunciano, con un’urgenza poetica fortissima, il dramma dei diritti umani violati. In Africa, nella ex Jugoslavia, in Cina, in Thailandia e in moltissimi altri Paesi; compresi gli Stati Uniti. Perché, come emerge in questo libro a più voci, non basta l’affermazione di un generico diritto alla felicità, basato sulla rivendicazione dei diritti naturali come quello che si legge nella Dichiarazione di indipendenza americana del 4 luglio 1776. Affermazione generica e, oltretutto, quanto mai ipocrita se si pensa al genocidio degli indiani ma anche alle stragi di civili che gli Usa hanno fatto in Iraq con armi proibite dai trattati internazionali. Ma forse – come è stato notato da altri – anche la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui si sono da poco celebrati i sessant’anni, pur facendo affermazioni importantissime, manca del tutto di una riflessione su quella identità umana, più profonda, su cui si basa ogni diritto umano, e che permetterebbe di respingere le tesi confuse e religiose di chi parla di diritto naturale o di astratta sacralità della vita. creatMa c’è anche un’altra considerazione da fare. La suggerisce la stessa Abramovic in alcune sue brucianti opere dedicate alla memoria del genocidio nella ex Jugoslavia (ora raccolte in una monografia edita da Phaidon), ma anche in questo suo nuovo video dedicato ai bambini del Laos: la battaglia per i diritti umani non può fermarsi solo alla denuncia e al rifiuto della violenza fisica e della distruttività tangibile della guerra. Dalle sue performance e dai suoi lavori di videoarte emerge in filigrana anche la rappresentazione di una violenza invisibile, che all’apparenza non sparge sangue, ma che può essere più terribile delle bombe. Il filosofo Losurdo ne accennava, appunto, in quel suo libro Heidegger e l’ideologia della guerra (Bollati Boringhieri) quando parlava di quella modalità heideggeriana di “essere per la morte” che implica l’eliminazione (l’annullamento) dell’altro per la propria sopravvivenza. E se la riflessione razionale dei filosofi arriva fino a un certo punto, quella di alcuni artisti, anche se inconsapevolmente, sembra suggerire di più. Left 52-53/08

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La Cambogia ritrova la sua memoria

Posted by Simona Maggiorelli su settembre 12, 2008

Affrontare la storia del regime dei khmer rossi. Dire chi furono i carnefici. Ridare voce alle vittime. Si apre il primo processo agli uomini di Pol Pot. Dopo trent’anni il Paese può voltare pagina
di Simona Maggiorelli

«Questo libro è la storia di una resistenza. Racconta un anno e mezzo di vita di un gruppo di giovane prostitute “salariate”, alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale Phnom Penh», annota Rithy Panh nella prefazione del suo toccante La carta non può avvolgere la brace (O barra o edizioni). Regista e scrittore, fra le voci più interessanti della Cambogia di oggi, da quando appena adolescente riuscì a scappare da un campo di lavoro dove l’avevano confinato i khmer rossi che avevano sterminato la sua famiglia, è impegnato a raccontare le ferite ancora aperte di un Paese dalla cultura millenaria, bellissimo e – sotto una quiete apparente – ancora non riconciliato. Un Paese che, dopo quasi trent’anni, aspetta ancora che i khmer rossi vengano giudicati. Mentre si fanno sempre più laceranti le contraddizioni di un boom economico che arricchisce politici e speculatori e spazza via interi villaggi di pescatori e sottrae terra ai contadini. Thida Mom, Sinourn e le altre giovanissime protagoniste di questo libro presentato al Festivaletteratura di Mantova sono fra le vittime di questo rapido processo. Molte di loro vengono dalle campagne e si prostituiscono per mandare i soldi a casa; a vent’anni prese nella spirale dello sfruttamento e di una vita che «le fa morire un po’ ogni giorno». Perché, racconta Panh in questo libro che ha la forza di un’inchiesta di denuncia e il respiro della poesia, nella realtà di queste ragazze non c’è solo l’Aids, ma anche il pericolo di una «morte psichica», del vuoto, del non sentire più niente. Ma poi le ragazze parlano, si aprono piccoli spiragli «e la loro voce si alza contro la negazione dell’essere umano», scrive Pahn, che nel Building bianco ha fatto anche trecento ore di riprese per raccontare la vita di queste ragazze. E attraverso le loro storie «il disastro senza nome di oltre 30mila donne cambogiane».

«Quando ho cominciato a scrivere il libro pensavo che nessuno potesse uscire da quella situazione. Ma fortunatamente è accaduto. Una di loro ce l’ha fatta. Girare il film con loro – racconta Panh – ha aperto spazi di vita in comune, a poco a poco si è stabilito un rapporto. Ne sono stato molto felice anche se – ammette Panh – ovviamente il mio libro non dà risposte. È fatto per sollevare domande. Con cui vorrei spingere le persone ad aprire gli occhi, a reagire». Un impegno appassionato che ha portato Rithy Panh a girare film un documentario come La macchina di morte dei khmer rossi e Gente di Angkor. Il suo prossimo documentario, già in cantiere, prosegue il discorso analizzando le scelte lessicali del linguaggio di regime. «Mi interessava capire come il fatto di dare un certo nome alle cose condizioni poi i comportamenti nelle persone – spiega Panh -. I khmer rossi, per esempio, non usavano il verbo uccidere, ma la parola distruzione, oppure parlavano astrattamente di togliere di mezzo un ostacolo». E di “ostacoli” alla costruzione dell’uomo nuovo i khmer rossi, negli anni 70, ne fecero fuori più di due milioni. Due milioni di persone torturate e uccise. I metodi di Pol Pot e dei suoi uomini per eliminare i presunti traditori del proletariato sono stati ricostruiti da Rithy Panh nel film S21, dal nome del famigerato centro di eliminazione dove i prigionieri erano obbligati a scrivere sotto tortura la propria storia facendo nomi di complici. Con un meccanismo perverso che induceva una spirale di paura, delazioni, eliminazioni. «Una pazzia totale, che ancora oggi non si riesce a spiegare», commenta Panh. «Forse Pol Pot e la sua banda pensavano alla Cambogia come a un piccolo laboratorio. Ciò che la Cina non poteva fare perché è un Paese troppo vasto. Ma non si può distruggere l’umanità». I khmer rossi hanno preso l’ideologia comunista cinese e l’hanno applicata in maniera violenta fino alle estreme conseguenze. «Non considerando che il marxismo dice che biosogna distruggere il capitalismo non che bisogna uccidere le persone». Pol Pot distruggeva le persone, se eri un ingegnere, un medico, un insegnante, per lui non potevi appartenere al proletariato e per questo eri il nemico da cancellare dalla storia. Storia che Panh ha cercato di riscrivere dalla parte delle vittime, restituendo loro voce e dignità. E anche se sono passati molti anni, Pol Pot è morto nel suo letto evitando i conti con la giustizia, lo scrittore cambogiano è convinto che il processo che si apre quest’anno sia un passaggio importantissimo per il Paese.

«C’è un lavoro enorme da fare di ricostruzione della memoria storica della Cambogia – dice -. Chi ha ucciso deve affrontare le sue responsabilità. La giustizia internazionale ora dirà finalmente chi è stato vittima e chi carnefice. È importante questo riconoscimento – ribadisce Panh – altrimenti non si può ripartire con una vita normale. Se vogliamo che il Paese si sviluppi, bisogna affrontare ciò che i khmer rossi hanno fatto. È ancora un veleno fortissimo che si trasmette di generazione e in generazione». E proprio pensando ai ventenni di oggi che non hanno vissuto il terrore del regime, Panh dice con fiducia «loro ce la possono fare, se investiamo in formazione e cultura». Ma non basta certo il recente boom turistico con un flusso sempre crescente di viaggiatori attratti da tesori archeologici come Angkor, la straordinaria città khmer costruita fra il IX e l’XI secolo.

Le svettanti torri di Angkor Wat e le rovine del tempio di Ta Prohm «sono un grosso problema oggi», abbozza con pizzico di provocazione Panh. «Si tratta di un patrimonio storico straordinario, di cui siamo orgogliosi, ma – spiega – il turismo non aiuta automaticamente la gente della regione. Può diventare motore di sviluppo per il Paese solo si è attenti a redistribuire la ricchezza e i vantaggi che ne derivano. La Cambogia è bella, è un Paese dove si vive bene, ma – stigmatizza Panh – non è un supermarket». Una prospettiva che il governo cambogiano, guidato da Partito del popolo dagli anni 80 non sembra del tutto scartare, se si guarda alla vendita di terra e di intere isole a magnati russi e ad aziende cinesi che il premier Hun Sen ha avallato. «Da quando è stato disarmato ciò che restava dell’esercito khmer si può viaggiare in Cambogia senza pericoli. Fino a qualche anno fa occorreva una scorta per andare a Angkor. «Ma non basta – commenta Panh -. Se vogliamo fare uno scatto in avanti, ora dobbiamo combattere la corruzione e la speculazione selvaggia». E se la globlalizzazione ha portato con sé aspetti positivi come maggiori possibilità di viaggiare e conoscere, «per un Paese che è stato in guerra per 25 anni come la Cambogia trovare un’equilibrio non è facile. Per poter essere ascoltati sul piano internazionale, per poter dialogare con gli altri, prima dobbiamo ricostruire la nostra identità, la nostra cultura, affrontando la memoria storica».

Left 37/08

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