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Dipingere i moti dell’animo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 20, 2011

Nuove scoperte emerse dal restauro de La Vergini delle Rocce e una grande mostra alla National Gallery di Londra riaprono gli studi sul genio del Rinascimento sottolineando l’originalità della sua pittura incentrata sulla rappresentazione della dinamica degli affetti  e sulla realtà interiore dei personaggi ritratti. Intanto due esposizioni a  Roma e a Torino invitano ad approfondire la conoscenza dei suoi disegni in un confronto diretto con Michelangelo.

di Simona Maggiorelli

Leonardo, La dama con ermellino

«E’ la mostra che avrei voluto per Milano, che avevo in mente per l’Expo 2015» confessa Pietro Marani, fra i massimi studiosi di Leonardo, commentando la grande mostra londinese  dedicata a Leonardo aperta dallo scorso 9 novembre al 5 febbraio 2012 alla National Gallery, (e che già registra un pieno di visitatori da ogni parte del mondo).

Di fatto si tratta della prima importante rassegna sugli anni milanesi Leonardo, dagli anni 80 agli anni 90 del Quattrocento, quelli più prolifici, trascorsi a servizio di Ludovico il Moro, quando il genio del Rinascimento fiorentino, tenendo a debita distanza le pressioni di signori e di committenti ecclesiastici, affrescò il suo Cenacolo in Santa Maria delle Grazie. Quello straordinario teatro delle passioni di cui Marani anni fa ha guidato il restauro riportandone alla luce un impensato impianto coloristico.

«La mostra londinese è una bella occasione di confronto internazionale fra gli studiosi» prosegue l’ex soprintendente milanese che a Leonardo, dopo tanti lavori scientifici, ha dedicato il romanzo breve Le calze rosa di Salaì (Skira), Oltremanica si può vedere il risultato del restauro della Vergine delle Rocce del 1480-90, di cui i curatori rivendicano la completa autografia leonardesca (fin qui si pensava un’opera frutto di collaborazione) ma si può vedere anche il da poco ritrovato Salvator Mundi, «una tela – racconta Marani – che ho avuto modo di vedere anni fa a Londra quando riemerse dal mercato americano e in pessime condizioni. Dopo una lunga ripulitura, ora si presenta come una pittura di grande qualità tanto che – dice lo storico dell’arte – potrebbe davvero essere di mano di Leonardo, come è stato annunciato in occasione del lancio di questa esposizione».

La mostra di Londra, dunque,  riapre la discussione sull’attribuzione della tela di proprietà del gallerista newyorchese Robert Simon, anche se ci vorrà tempo e molto studio per risolvere definitivamente la controversia. Comunque sia, con o senza i colpi di scena annunciati dalla cronaca, la mostra Leonardo da Vinci painter at the Court of Milan si segnala già come straordinaria per la serie di ritratti che è riuscita ad avere in prestitoe ad esporre  riuniti. A cominciare dalla Dama con Ermellino- Cecilia Gallerani (1488-1490), proveniente dal Museo Czartoryski di Cracovia e dalla Belle Ferronière (1490-1495) che viene dal Louvre, quadri con cui Leonardo supera la rigida tradizione rinascimentale di ritratti ufficiali di profilo regalandoci l’emozione di presenze femminili vive e misteriose e di giochi di sguardi con il pubblico che, nel caso di Cecilia Gallerani, arrivano ad alludere anche alla presenza fuori campo dello stesso Ludovico il Moro.

Leonardo, Cartone di Sant'Anna

E se in capolavori come questi Leonardo riesce quasi a farci percepire il movimento della mente e il flusso dei pensieri del soggetto ritratto, nel celebre cartone di Sant’Anna conservato a Londra (e di cui gli studiosi del British Museum ora propongono una retrodatazione alla fine del Quattrocento) Leonardo crea una intimo intreccio di rapporti emotivi fra i personaggi.

E’ uno degli esempi più raffinati e intriganti di quella dinamica degli affetti che Leonardo – inarrivabile in questo fra i pittori del Rinascimento – seppe rappresentare. Non emulato né da Michelangelo, che era interessato ad altro tipo di rappresentazione, più  fisica, epica e religiosa, né dal più giovane Raffaello che, per quanto  dovesse molto a Leonardo riguardo al disegno a matita nera,  era assai più attento al consenso della committenza ecclesiastica che aveva fatto di lui “il divin pittore”.

« Quanto a Michelangelo – approfondisce Marani – con la torsione delle forme, era interessato a rappresentare le idee innate che Dio aveva posto nella mente dell’uomo. Leonardo invece tendeva a rappresentare un ideale di bellezza che veniva concretamente dalla natura». Con questa idea Marani, nei mesi scorsi si è fatto mentore  di una piccola, ma interessantissima mostra in Casa Bonarroti a Firenze in cui erano a confronto disegni di Leonardo e Michelangelo. Con il titolo La scuola del mondo, in collaborazione con Pina Ragionieri,  Marani  aveva realizzato nella casa di Michelangelo un percorso espositivo ( catalogo Silvana editoriale)  che metteva al centro il confronto fra  i disegni realizzati da Leonardo per la Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio, (l’affresco che fu murato da Vasari dopo il ritorno dei Medici al potere e mai più ritrovato) e i disegni di Michelangelo per l’affresco mai dipinto della Battaglia di Cascina. In versione ampliata e arricchita da disegni provenienti dall’Ambrosiana di Milano la mostra fiorentina (che ha chiuso i battenti l’agosto scorso) ora è ospitata fino al febbraio 2012 dai Musei  Capitolini di Roma.

Lungo il percorso ricreato ad hoc si può leggere in parallelo l’evoluzione personale di ciascuno dei due artisti. In particolare qui Marani mette a valore  la sua ipotesi sui motivi che portarono Leonardo ad abbandonare il tradizionale disegno fiorentino a punta di argento per passare a quello a matita, nera o rossa. «Fu l’esigenza di ritrarre i moti mentali a rivelargli l’insufficienza dei media tradizionali», spiega Marani.

Il tratto d’inchiostro nitido e quasi inciso non gli permetteva di andare in profondità come avrebbe desiderato nel rappresentare gli umori, le passioni, gli affetti che rendono espressivo il volto e la “corrente emotiva” che si crea nei rapporti umani. «La matita – aggiunge lo studioso – gli regala una nuova dolcezza nello sfumato e nel chiaroscuro, un segno morbido manipolabile anche direttamente con i polpastrelli che gli permetteva di rappresentare anche le più sottili vibrazioni luministiche ed emotive». Ne sono prova le straordinarie teste di combattenti disegnate per la Battaglia di Anghiari e che, insieme al ritratto di Isabella d’Este proveniente dal Louvre e ad alcuni profili di “vecchi e di giovani affrontati”, a teste ideali e schizzi di volti grotteschi rappresentano il corpus centrale di questa preziosa mostra transitata da Firenze a Roma

Leonardo la vergine delle rocce

Leonardo La Vergine-delle-rocce-Londra

LE NUOVE SCOPERTE EMERSE DAL  RESTAURO DELLA VERGINE DELLE ROCCE

Liberata dalla vernice giallastra che la ricopriva fin da una ripulitura degli anni Quaranta del Novecento, l’opera è stata riportata a un aspetto, il più vicino possibile a com’era in origine». Così Lerry Keith, direttore dei restauri della versione della Vergine delle rocce conservata al British Museum racconta i lavori appena ultimati. «In questo modo- aggiunge – è emerso lo straordinario uso del contrasto luce ombra con cui Leonardo dava tridimensionalità ed evidenza scultorea alle figure». Ma non solo. «L’esame tecnico riflettologico – prosegue Keith – ci ha permesso di vedere meglio come lavorava: facendo continui aggiustamenti, modificazioni e ritocchi come se fosse riluttante a fissare sulla tela un’immagine fissa e definitiva, una volta per tutte». Discorso affascinante che ci riporta agli studi di Leonid Batkin ( Leonardo da Vinci, Laterza) quando ipotizzava un programmatico “non finito” leonardesco, frutto di un processo creativo in cui l’ideazione era assai più importante della realizzazione dell’opera in una forma definita e ipostatizzata. Con lui un altro noto studioso, Martin Kemp (La  mente di Leonardo, Einaudi) ha messo in evidenza come, specie negli anni più maturi, Leonardo tratteggiasse l’essenziale, «il resto rimane sempre non finito e lasciato all’immaginazione». Ma c’è ancora un’altra scoperta che il restauratore ci invita a considerare: «Con tecniche avanzate – dice – siamo stati in grado di scoprire qualcosa di più sui pigmenti usati da Leonardo. Per esempio abbiamo individuato un pigmento rosso di lago; è descritto nelle fonti dell’epoca ma non siamo riusciti a trovare nulla di simile della National Gallery».

Qui torna in primo piano Leonardo sperimentatore di tecniche nuove, che per lui non erano solo ricerca di maggiore efficacia pittorica ma parte di una ricerca continua sugli strumenti messi a disposizione dalla natura, per chi la sa comprendere, fuori dal dogmatismo religioso. Con i «trombetti e i dommatici», si sa, Leonardo non andava molto d’accordo.

Leonardo, autoritratto

Per lui non c’era nulla nella sapienza libresca che potesse farlo rinunciare alla “sperienza” diretta. Sperimentazione diretta, studio della natura, ma come si evince anche dalla Vergine delle rocce, quando poi si trattava di dipingere un tratto di paesaggio non si trattava di farne una copia dal vero, ma di ricrearla con fantasia, secondo un’immagine di bellezza, tutta interiore.

INTANTO ALLA REGGIA DI VENARIA la mostra Leonardo, il genio, il mito

La Scuderia Grande della Reggia di Venaria ospita dallo scorso  17 novembre  al 29 gennaio 2012 la mostra Leonardo. Il genio, il mito, ponendo al centro del percorso il celebre Autoritratto di Leonardo, conservato nel caveau della Biblioteca Reale di Torino. Intorno all’opera,in cui Leonardo rappresenta se stesso come un elegante vecchio saggio  sono esposti il Codice sul volo degli uccelli ed una trentina di importanti disegni di Leonardo, provenienti da collezioni italiane ed europee, sul tema dell’anatomia umana e del volto, delle macchine, della natura nonché altri interessanti ritratti riferibili ad allievi per un confronto diretto ed inedito con lo stesso Autoritratto. La mostra è arricchita  da una curiosa e variegata selezione di opere di artisti  -da  Vasari e Sodoma a Duchamp, Warhol, Spoerri, Nitsch e tanti altr -i che raccontano come nei secoli si sia articolato il mito di Leonardo.

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Gli ultimi segni di Pompei

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 6, 2011

di Simona Maggiorelli

Graffiti pompeianiAlle prime serie piogge, nuovi crolli a Pompei. Che vanno a sommarsi a quelli avvenuti l’anno scorso, in primis, alla Schola Armaturarum. Ora si parla del cedimento di mura di costruzione moderna, ma anche di danni nella Domus di Diomede. «Purtroppo era prevedibile, visto che nel frattempo non si è fatto niente di ciò che si doveva per la tutela di un sito archeologico così importante» commenta Eva Cantarella che insieme all’archeologa Luciana Jacobelli ha appena pubblicato il volume Nascere ,vivere e morire a Pompei (Electa) proseguendo così la ricerca avviata con i I volti dell’amore, con Supplizi capitali (che ora esce in nuova edizione per Feltrinelli) e altri saggi dedicati alla società, alla cultura e alla vita quotidiana a Roma e nella cittadina vesuviana sepolta dall’eruzione del 79 a.C.
Inefficienza, incompetenza, ma anche mala gestione hanno contrassegnato il commissariamento del sito archeologico pompeiano e le politiche dell’emergenza del governo Berlusconi, non di rado, hanno generato mostri. «Come il presunto recupero del teatro di Pompei- commenta la studiosa -,oggi, è inguardabile». Intanto accanto ai rischi che corrono architetture e opere d’arte, si accende l’allarme per i “graffiti”, le scritte che costellavano le antiche strade pompeiane. Esposte alle intemperie ora rischiano di scomparire.

Thermopolium, Pompei

Professoressa Cantarella quanto contano le fonti non ufficiali?
Dai graffiti si può imparare moltissimo, perché ci danno informazioni storiche che non troviamo nelle fonti principali. Un esempio: fra il I secolo a.C e il I secolo d.C ci fu un’emancipazione delle romane, che si videro riconosciuti, almeno formalmente, diritti che prima non avevano. In quel periodo le donne cominciarono ad avere maggiore libertà di movimento. Dalle fonti letterarie si potrebbe dedurre che fosse un fatto di élite. Ma a Pompei iscrizioni parietali documentano, invece, che si trattava di un fenomeno più generalizzato.
Autrici di alcune scritte erano le aselline?
Le aselline erano di modesta estrazione, lavoravano al Thermopolium, ma non erano affatto prostitute, come poi si è voluto dire. Grazie ai loro graffiti si è saputo che alle elezioni municipali le donne sostenevano questo o quel candidato. All’epoca non c’erano manifesti elettorali. Si scriveva direttamente sui muri. A Pompei sono stati trovati messaggi di propaganda elettorale firmati da donne che si interessavano alle elezioni, che sceglievano chi votare. Più in generale a Pompei, sui muri, si scriveva di tutto. Comprese le dichiarazioni d’amore. Gli uomini, curiosamente, amavano andare a scrivere questi messaggi in gruppo. Fra i graffiti pompeiani poi si sono trovate anche poesie d’amore firmate da donne. Alcune rivelano anche una certa conoscenza della letteratura e di poeti più noti. Informazioni, preziose che non abbiamo da altre fonti.
Visto il silenzio imposto alle matrone, un’estrazione più umile, a Roma e a Pompei, poteva significare maggiore libertà?
Le donne più povere uscivano di più per le strade. Ma per andare a lavorare. E allora non aveva il senso di una realizzazione sociale. Era una necessità. Diversamente dalle donne greche che vivevano recluse, le matrone uscivano, per esempio per andare a teatro, ma dovevano sempre farsi accompagnare. Nell’antichità le donne erano sotto tutela a vita, prima del padre, poi del marito.

Villa dei Misteri, Pompei

Dal suo libro emerge che Pompei non era poi quella città libera e licenziosa che si dice. C’era un forte controllo sulle donne e anche paura della loro autonomia?
A Pompei c’erano i bordelli come in tutto l’impero romano. Semplicemente lì si sono trovate delle pitture erotiche e nomi di donna scritti vicino a figure che a noi possono apparire spinte. Ma i Romani erano pagani, l’idea di peccato cristiana non aveva ancora fatto breccia. Quanto alla paura delle donne, questo risulta anche dalla grande letteratura. Anche senza andare a scomodare Giovenale che scrisse satire feroci quanto a misoginia.
Lei scrive di un largo ricorso all’aborto. A differenza dell’adulterio, non era punito?
La donna che abortiva veniva punita solo se lo faceva senza il permesso del marito. Del resto i padri potevano esporre i neonati figuriamoci se era un problema l’aborto. A Roma la donna che abortisce senza il consenso del marito viene punita perché non rispetta il suo diritto ad avere un figlio. Non c’era il problema odierno di una Chiesa che condanna l’ aborto come uccisione di una vita. Val la pena di ricordare  che i Romani dicevano che il feto “Homo non recte dicitur”, ovvero che non è corretto dire che il feto sia persona.
Lei ha sottolineato spesso che la società greca era basata pederastia. Accadeva lo stesso a Roma e a Pompei ?
Né a Roma né in Grecia c’era l’idea di omosessualità come la intendiamo noi. Se guardiamo a quella che era l’etica sessuale dei maschi, sia l’uomo greco che il romano potevano avere rapporti  siacon un uomo che con una donna a patto di avere un ruolo attivo. In Grecia era il giovane, il ragazzo, ad avere rapporti passivi con un uomo adulto. Si pensava che avesse una funzione educativa e veniva accettato. Se poi l’ex ragazzo, diventato adulto, continuava a essere passivo veniva condannato, si diceva che “si era fatto donna”. A Roma no. Il ragazzino non poteva essere il partner passivo perché il romano doveva dominare sempre. Allora il partner passivo era lo schiavo, giovane o vecchio che fosse. Uno degli schiavi, chiamato concubinus, dormiva con il padrone, fin a quando non si sposava, C’è un famoso carme di Catullo dedicato al concubinus.

Fra i Romani c’era anche una particolare solidarietà maschile che li portava a scambiarsi le mogli come oggetti...
Serviva a instaurare rapporti di parentele. Gli uomini lo facevano tranquillamente e le donne lo accettavano. Marzia, fu ceduta dal marito Catone all’amico Ortenzio. Con il permesso del padre di lei. Marzia avrà due figli con Ortenzio, poi alla sua morte Catone la riprenderà con sé. Che poi Marzia fosse così felice non abbiamo modo di saperlo. Il problema è che quando una pratica sociale è molto diffusa non la si percepisce più come offensiva.

da left-avvenimenti

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Liberiamoci dalle croci

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 18, 2011

“La religione cattolica ha bloccato il nostro sviluppo e ci ha resi sudditi”. Parola di Miguel Syjuco,vincitore del Man Asian  literary Prize in Italia il 17 giugno per la finale del Premio von Rezzori

di Simona Maggiorelli

Ilustrado ovvero illuminato; così nelle Filippine del XIX secolo si chiamava chi fra gli intellettuali si alzava per combattere l’occupazione spagnola. E questo è significativamente il titolo che Miguel Syjuco (Manila, 1976) ha scelto per il suo romanzo d’esordio, portentosa «opera-mondo», densa di storia, con cui ha vinto il Man Asian Literary Prize. Un libro coraggioso, fluviale, coltissimo ma al tempo stesso ironico e irriverente nel ripercorre  secoli di storia filippina avendo scelto come protagonista un antieroe alla Tristram Shandy. Pubblicato in Italia da Fazi, Illustrado è tra i romanzi finalisti del Premio von Rezzori- Festival degli scrittori che viene assegnato il 17 giugno a Firenze. Left ne ha approfittato per rivolgere qualche domanda all’autore.
In Italia sono tantissimi gli immigrati filippini. Ma c’è ancora grande ignoranza verso la vostra cultura.Che ne pensa?
E’ davvero triste che, nonostante il ruolo trainante dei lavoratori filippini, si sappia poco e niente della nostra cultura. Evidentemente l’uguaglianza è un diritto ancora tutto da conquistare. Certo, ci saranno sempre disuguaglianze e differenze di classe, ma l’indifferenza totale verso chi ti pulisce casa, alleva i tuoi figli, si prende cura di te, mi sembra rivelare qualcosa di peggio di una ingiustizia. Perché quando le persone hanno un rapporto davvero umano allora curiosità, interesse, empatia scaturiscono naturalmente. Se tu ignori chi ti lavora accanto tutto il giorno, se non ti interessano le ragioni che l’hanno spinto a lasciare tutto per andare alla disperata ricerca di una vita migliore, allora è molto più facile “disumanizzare” l’altro, vederlo come se valesse meno di te, ridurlo a un numero statistico o a una oscura minaccia. Tutto questo porta al razzismo, alla xenofobia, a politiche demagogiche, con tutta la sofferenza che determinano.
La letteratura può aiutare a cambiare questo stato di cose?
Prima di tutto spetta ai politici progressisti (che hanno avuto il nostro voto per migliorare il Paese) lavorare perché gli immigranti abbiano le stesse opportunità degli altri; poi sì la letteratura può aiutare a debellare questa triste ignoranza. Penso che questo sia proprio il punto critico dello Zeitgeist europeo oggi,  viste le reazioni violente che molti europei hanno verso l’immigrazione. Che riguarda tutti, non solo gli autoctoni. Nelle Filippine un’intera generazione di bambini è cresciuta senza genitori, costretti a cercare lavoro all’estero. La nostra classe dirigente si è dimostrata del tutto incapace di creare posti di lavoro e opportunità; non ha saputo aiutare  le fasce più deboli.  Spero che Paesi come l’Italia, che fanno parte del  mondo sviluppato, vogliano condividere le opportunità che hanno realizzato con lavoratori che vengono da altre parti del mondo, pagandoli in modo giusto, trattandoli con umanità e magari anche con un pizzico di gratitudine.
Ilustrado è un libro che non si limita a  descrivere i fatti della storia filippina, ne offre una rappresentazione. Un romanzo può più di un manuale? 
Non penso che la storia possa essere narrata in modo troppo meticoloso in un romanzo. Certo, posso sempre inserire fatti, dettagli, date. Ma ciò che mi interessa davvero è capire la storia, come siamo arrivati a essere quello che siamo, quali lezioni possiamo trarre dagli errori e dai successi delle generazioni che ci hanno preceduto. Le Filippine hanno una storia lunga e  intricata. Con i miei libri vorrei approfondirne gli aspetti più complessi o meno noti. Vorrei sollevare domande. Senza didatticismi. Spero che i miei lavori stimolino il lettore a pensare con la propria testa.  Al fondo scrivere romanzi è fare dei reportage  sulla condizione umana.

miguel syjuco

La religione ha pesato molto nella storia delle Filippine. Qual è il suo punto di vista?
Ovunque la religione è una forza che produce superstizione, divisione , ingiustizia e mentalità ristrette. Certo la Chiesa si è fatta mecenate di arte , ma  anche  una società progressista, meno oppressiva e alienante, avrebbe potuto svolgere questo ruolo e anche meglio. Purtroppo nelle Filippine la religione è ancora oggi  molto potente. La maggioranza delle persone sono cattoliche. E io  penso che  la religione ci abbia resi fatalisti, pronti ad accettare ogni durezza presente nell’illusione di una ricompensa nell’al di là; penso che ci abbia bloccati nel creare una società migliore qui ed ora. Una persona povera nelle Filippine spreca il suo tempo pregando e non si muove attivamente. Molti filippini assumono un atteggiamento “bahala na” un’espressione che significa “sia fatta la volontà di dio”. Questo modo rinunciatario,  per secoli, ha permesso ai colonizzatori spagnoli di mantenersi al potere e, da più generazioni, permette agli speculatori di distruggere impunemente il nostro paesaggio.
Complice una classe politica genuflessa?
In realtà il nostro attuale presidente, Benigno Aquino, sta cercando di contenere la sovrappopolazione  con l’educazione sessuale nelle scuole e, più in generale, con  elementi di pianificazione familiare.  Ma la Chiesa cattolica  fa di tutto per vanificare i suoi tentativi.  Lo hanno scomunicato e cercano di impedirgli anche di distribuire preservativi e opuscoli informativi sulla contraccezione. In passato è vero la  Chiesa si è opposta al dittatore Marcos, ma poi ne ha approfittato per  pilotare la politica. Purtroppo da noi ancora non c’è una vera separazione fra Stato e Chiesa.
Trova similitudini fra le Filippine e l’Italia?
Ne trovo tantissime! Attualmente sto scrivendo un romanzo su una storia di tangenti e corruzione,  su quel malaffare che intossica profondamente il mio Paese e che so che anche l’Italia sta affrontando. Anche noi, come voi, patiamo storiche divisioni regionali e abusi di potere da parte dei politici. E poi, ahimé, ci rendono simili il cattolicesimo, il primato della famiglia, la tendenza al machismo e al mammismo. Ma anche il piacere della buona tavola e l’amore per la bellezza. E anche un certa passione per il dramma. E poi si dice che i filippini siano gli italiani d’Asia…  ma anche che gli italiani siano i filippini d’Europa.

da left-avvenimenti del 17 giugno 2011

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In ricordo di Saramago, Nobel ribelle

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 22, 2011

 In un intenso libro intervista edito da L’Asino d’oro edizioni un ritratto dello scrittore Josè Saramago visto da vicino. E’ firmato dal giornalista e scrittore Baptista-Bastos, che con il Nobel portoghese ha condiviso la battaglia contro il fascismo di Salazar ma anche passioni letterarie e di vita.

di Simona Maggiorelli

Il Nobel Saramago

«Oltre ad essere un saggio, un erudito che manifestava una solidarietà assoluta nei confronti degli altri, José Saramago è stato uno degli uomini più liberi che ho conosciuto». Con queste parole cariche di emozione e di affetto il giornalista e scrittore portoghese Baptista-Bastos ricorda l’amico di sempre, José Saramago, al quale è stato legato anche da una comune e forte militanza politica. «Ci siamo avvicinati nel corso della lotta contro il fascismo portoghese» ricorda Baptista Bastos che al premio Nobel scomparso l’anno scorso ha appena dedicato il libro José Saramago, un ritratto appassionato ( L’Asino d’oro edizioni). «E in modo del tutto naturale – aggiunge – perché eravamo mossi da una grande complicità politica ma anche da un forte imperativo morale. I tempi, le problematiche, un’enorme affinità culturale ed etica hanno cimentato un’amicizia e un rispetto reciproco, mai sopiti».

«Tutti i miei romanzi sono politici» le dice Saramago nel libro intervista. La letteratura, per lui, era anche un esercizio di responsabilità culturali, etiche, civili?

Tutti i romanzi sono politici. Oppure riflettono malintesi politici. L’arte di Saramago rifletteva non solo le sue preoccupazioni riguardo al momento storico, ma anche l’imperativo etico ed estetico di aiutare gli altri a comprendere il mondo. Grazie a un’immaginazione potente e una creatività non comune, lui forniva gli strumenti per capire la realtà che ci circonda. Il lettore, poi, avrebbe giudicato secondo il proprio intendimento. L’arte di Saramago è un formidabile invito a una libera libertà.

Con lei Saramago torna a dirsi «comunista e scrittore». La trasformazione sociale e la sua idea di uomo nuovo, però, non erano né messianiche né meccanicistiche. Che cosa significava per lui la necessità di «rendere l’uomo più umano»?

Si diceva comunista e scrittore, non scrittore comunista. Saramago, prima di tutto, era uno scrittore; dopo veniva il resto. La preoccupazione per le strade imboccate dall’umanità gli faceva sentire l’urgenza, la necessità di affermare: «Il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’uomo o non sarà». Apparteneva a quella immensa famiglia letteraria che, dall’antichità classica a oggi, considera preziosa l’individualità di ciascuno, senza ingabbiarla rigidamente nelle differenze.

A Torino anni fa, in un elogio di Cassandra, Saramago disse che oggi Cassandre necessarie, capaci di guardare lontano, sono gli scienziati, troppo spesso inascoltati. Ma ricordo anche che in Italia si batté al fianco di Luca Coscioni per la ricerca sulle staminali embrionali.

Ovunque si lottasse per una scienza consapevole, in ogni battaglia per il progresso della conoscenza contro ogni forma di oscurantismo (in particolare l’oscurantismo e la superstizione vaticana), lì era José Saramago. Un uomo e il suo destino, o il destino che Saramago ha voluto per se stesso, ecco la sua definizione.

Nel vostro dialogo Saramago dice che è la mente dell’uomo a creare Dio. Nel Quaderno (Bollati Boringhieri,2008) scriveva: «il pianeta sarebbe molto più pacifico se tutti fossimo atei»: Come si articolava la sua denuncia della violenza esercitata dalle religioni?

Secondo Saramago, l’uomo ha creato gli dei per superare le proprie paure. Ma l’impresa non ha prodotto che nuove paure. Saramago considerava suo compito combattere la paura, costruire forme avanzate di civiltà e solidarietà.

Tornando alla letteratura, lei rileva l’importanza che le immagini femminili hanno nella letteratura di Saramago. In che modo, a suo avviso, sono centrali?

La donna è compagna dell’uomo, non per seguirlo ma per camminare al suo fianco. E le figure femminili nell’opera dello scrittore portoghese assurgono a una dimensione potentissima, sono loro, le donne, a determinare e stimolare le grandi correnti della Storia. Tempo fa mi sono trovato a riflettere sulle somiglianze fra i personaggi femminili in Saramago e in Elio Vittorini, le «garibaldine», nel cui animo risiede tutto il coraggio del mondo.

Nei Quaderni di Lanzarote (Einaudi)-in cui lei compare fra i dedicatari- Saramago scriveva : «sono ancora uno stato di buon funzionamento, per non dire che mi sembrano del tutto intatti i doni di immaginazione e ingegno con cui sono venuto al mondo. Ora, in modo repentino ma non inaspettato, vedo aprirsi davanti a me prospettive nuove». La sua ricerca di uomo e di artista non si fermò mai?

Spesso Saramago si interrogava sull’avanzare dell’età. Lo faceva prendendo le mosse da quell’aristocrazia dello spirito molto vicina a Montaigne. L’idea di domare l’ignoto, l’oscuro, non lo abbandonava mai. Ma bisogna dire che il coraggio di Saramago era di natura morale, oltre che fisica. Credo sia stata l’unione di queste due caratteristiche a rendere lo scrittore portoghese l’uomo speciale che è stato e a permettergli di lasciarci un’opera monumentale per l’ampiezza delle sue proposte.

dal settimanale Left-Avvenimenti

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Quel sapere che fa paura al potere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 28, 2011

 Vietato pensare. Il premier Berlusconi vorrebbe irretire l’autonomia critica e la memoria degli italiani. Ma le sue bugie hanno le gambe corte. Ala Festival Parole di giustizia a La Spezia il professor Stefano Rodotà parla dell’importanza della storia  e dell’impegno civile nel contrastare la barbarie culturale in cui sembra caduto il Paese

di Simona Maggiorelli

Lorenzetti Il Buon governo, Siena XIV secolo

Restituire un pezzo di memoria assume inevitabilmente un significato politico e civile, oggi in Italia. Anche se il professor Stefano Rodotà a proposito del suo Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) si schermisce: «non voglio salire su un cavallo bianco -dice- ho solo cercato di rinfrescare il ricordo di certi fatti. Perché negli ultimi dieci anni anche in Parlamento si raccontano cose che nessuno anni fa avrebbe osato, perché si conosceva la storia di questo paese». Un attacco alla storia, (vedi i manifesti scandalo sulle Br in procura) che va di pari passo con l’attacco del Premier alle istituzioni. E non solo. Su  questi temi, in occasione della presentazione del libro al Festival Parole di giustizia il 13 maggio a La Spezia abbiamo rivolto alcune domande al professore emerito di diritto dell’Università La Sapienza.

Professor  Stefano Rodotà, dopo aver denunciato l’attacco alla Costituzione, ora lei parla di decostituzionalizzazione. Una deriva ulteriore?

Sì, si usa la riforma della giustizia per eliminare in radice garanzie che la Carta prevede. Là dove, per esempio, è detto che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria si leva “direttamente” e si dice “secondo le modalità della legge”. Così una maggioranza qualsiasi potrà far fuori le garanzie sancite dalla Costituzione e protette dalla sua rigidità. E si potrà passare una serie di poteri a maggioranze ordinarie come l’attuale: blindata, che vota qualsiasi cosa. Intanto il Parlamento è stato ridotto a luogo di registrazione passiva della volontà del presidente del Consiglio e l’ altro sistema di controllo, di contropotere, di contrappeso necessario in ogni democrazia- la magistratura- è sempre più preso di mira».

Stefano Rodotà

 Berlusconi parla di magistrati «eversori», stigmatizza la Corte costituzionale «covo di sinistra». Calunnia, altera la verità, anche quella storica. Perché una parte di italiani continua a credere alle sue falsità?

Questa è la domanda chiave. Di risposta non ce n’è una sola. Al primo punto c’è l’informazione in Italia. Non dobbiamo cadere nella trappola berlusconiana che addita alcuni talk show come eretici nei suoi riguardi quando tutte le ricerche dicono che l’opinione pubblica si forma soprattutto con il Tg1 e il tg5. Che non riferiscono una serie di fatti oppure ne danno la versione di B. Perfino l’Autorità delle telecomunicazioni- che pure non brilla di attivismo in queste materie- ha dovuto dire che non si può diffondere ogni giorno un comunicato o un video di B. Secondo punto: il Premier ha costruito intorno a sé, non “un sogno” come è stato detto, ma un blocco sociale su interessi come l’evasione fiscale. Per lui «l’evasione fiscale è legittima difesa». Da qui l’abbassamento della soglia di tutte le regole. Così accanto alle leggi ad personam, ecco l’eliminazione del falso in bilancio, di cui B. si è servito. Una “semplificazione” che fa scendere la legalità nella stesura dei bilanci. Parlo di un blocco sociale, dunque, costruito sui peggiori aspetti della società italiana come il non pagare le tasse. Anche se qualcosa comincia a scricchiolare: con questa crisi le piccole e medie imprese non riescono a stare sul mercato, i problemi che devono affrontare sono assai più vasti. Poi a tutto questo va aggiunto un terzo elemento: la debolezza dell’opposizione che, a mio avviso, ha regalato forza a B.

 B. dice che la sinistra è triste ed «ha una ideologia disumana e crudele». E alla convention dei Liberal del Pd Bill Emmott risponde che non va sottovalutato: «la sinistra ha una cultura del dolore». Così Enzo Bianco rilancia: «dobbiamo sorridere di più». Perché continuare a rincorrere B. sul suo terreno?

Per lungo tempo è stata sopravvalutata la capacità di comunicazione di B. E si è pensato che adeguandosi al suo modello lo si sarebbe sconfitto. Non è accaduto. Proprio per l’asimmetria di potere: se io scelgo il modello media e i media sono di un altro, lotto con una mano legata dietro la schiena. Intanto si è persa la strada storica del rapporto con la società. Qualcosa, però, sta cambiando. La manifestazione delle donne, degli studenti, del lavoro e del precariato ci dicono di una ripresa di reazione sociale. E non sono più «i ceti medi riflessivi» di cui parlava Paul Ginsborg all’epoca dei girotondi. Ora la reazione che ci si deve aspettare dall’opposizione è che trovi i giusti canali di comunicazione con questo mondo che va in piazza e che ha bisogno anche di una sponda politica. Fin qui le reazioni sono state vecchie, impaurite e sbagliate. Si è detto non possiamo arrenderci al movimentismo. Come se non fosse qualcosa che sta avvenendo nella società…

Dal suo libro emerge l’abisso fra uno Stato ancora in formazione che paventava lo strapotere della Chiesa e gli ultimi quindici anni in cui lei scrive: «si è assistito a pratiche politiche e a leggi che quanto più si avvicinavano alle richieste della Chiesa tanto più si allontanavano dalla Costituzione». Siamo sempre più lontani dal resto d’Europa?

Nettamente e non è una valutazione preconcetta o ideologica. Prendiamo un dato di realtà: si discute in Parlamento di testamento biologico lasciando strada aperta a una posizione della Chiesa veramente violenta che parla di «indisponibilità della vita e di limiti invalicabili». Ora se noi andiamo in Germania, Francia o in Spagna non solo lì le norme sul biotestamento ci sono e da tempo, ma sono in forme tali che in Italia l’opposizione neanche penserebbe di proporle perché verrebbe accusata di chissà quali nefandezze, Siamo prigionieri di questo meccanismo: da noi vengono presentate come questioni di fede questioni che evidentemente di fede non lo sono come il diritto a rinunciare a idratazione e nutrizione forzata. Quelli della Chiesa diventano da noi punti di vista che pesano nella discussione politica al punto da frenarne l’autonomia e l’intelligenza. Perché c’è una presenza della Chiesa più intensa che altrove, ma anche per una politica debole. Per cui il Pdl si presenta come fedele braccio secolare delle volontà del Vaticano e non per reale adesione culturale, ma per averne sostegno. La debolezza della politica italiana ha aperto varchi enormi all’iniziativa della Chiesa.

 Il vice presidente del Cnr, Roberto de Mattei ha organizzato un convegno contro l’evoluzionismo e uno sul fine vita in cui si attacca il protocollo di Harvard. Cosa ne pensa?

De Mattei è libero di dire ciò che vuole ma rivestendo una carica istituzionale – perché il vertice del Cnr è nominato dal Governo – ha il dovere di rispettare l’opinione altrui e di non usare il denaro e il ruolo pubblico per fare propaganda a tesi che, per usare un eufemismo, hanno uno statuto scientifico molto debole. Ormai non c’è più confronto, si rifiuta il punto di vista dell’altro quando non lo si ritiene conforme alla propria particolare situazione. E’ il dato devastante introdotto dalla logica del berlusconismo che ha come regola la negazione dell’altro. Lei lo ricordava all’inizio: “tutti comunisti”, “tutti nemici della famiglia”; con questa premessa non è possibile guardare alla società italiana tenendo aperta la discussione. Il punto drammatico è la regressione culturale, che è anche regressione del linguaggio. Uno non si scandalizza moralisticamente della barzelletta di B. ma della degradazione dell’altro che c’è nel suo linguaggio, che poi è quello leghista. Non a caso si attacca un luogo di formazione del pensiero critico come la scuola pubblica: si vuole azzerare la capacità dei cittadini di valutare. Ma cattiva cultura produce cattiva politica, ed è ciò che stiamo vivendo. Anche per questo quando Donzelli mi ha proposto di rimettere in circolazione quel libretto aggiornandolo ho accettato. In una altra situazione avrei detto no, ci sono molti materiali. Ma oggi si va perdendo anche la memoria dei fatti elementari. Il Premier, per esempio, lamenta di non poter fare provvedimenti. C’è un travisamento della realtà istituzionale tanto che si imputa alla Costituzione e al Parlamento l’impossibilità di muoversi. Ma basta pensare che in un solo anno, il 1970, sono stati approvati l’ordinamento regionale, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, le norme sulla carcerazione preventiva, in sequenza rapidissima… E negli anni successivi le norme sulle pari opportunità sul lavoro, l’aborto, la riforma dello stato di famiglia. C’era una cultura politica e in Parlamento si andava per discutere davvero. Non mi meraviglia che un periodo come quello, in cui si attuava la Costituzione per i diritti e le libertà, oggi venga demonizzato.

da left-avvenimenti

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A sinistra, un fronte comune

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 10, 2011

Partito democratico (Pd), Sinistra ecologia e libertà (Sel) e Federazione della sinistra (Fd) in piazza il 17 marzo per costruire una forte opposizione alle destre. La proposta del segretario di Rifondaziona comunista Paolo Ferrero

di Simona Maggiorelli

Paolo Ferrero

«Costruire un fronte dell’opposizione con Sel, il Pd e l’Idv e lavorare per una mobilitazione nel Paese. Se è vero che questo governo ha tratti di regime bisogna costruire una risposta adeguata anche con uno sciopero generale». Così il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero lancia la proposta di una manifestazione unitaria che veda insieme la Federazione della Sinistra (Fed) e gli altri partiti di opposizione, di sinistra e di centrosinistra. «Solo da un movimento di popolo – chiosa Ferrero – può cominciare a prendere forma uno schieramento elettorale che metta al centro la difesa e lo sviluppo della Carta, il lavoro, i diritti civili. Per evitare il presidenzialismo populista e un’uscita a destra dalla seconda Repubblica».

E l’evocato comitato di liberazione nazionale con Fini?

Un parallelo sbagliato. Il Cln non lo fecero quei gerarchi che misero Mussolini in minoranza nel Gran Consiglio del fascismo, lo fecero gli antifascisti. Fini ha votato le leggi ad personam, i provvedimenti anticostituzionali sul lavoro, la riforma Gelmini, tutti i provvedimenti del Premier. Uno schieramento così perderebbe a destra e a sinistra. D’Alema ha proposto una legislatura costituente, cioè che cambi la Costituzione. Vendola è per una sua modifica? Io no. Penso che la Carta vada difesa e vivificata. E quale legge elettorale si farebbe? Io sono per il proporzionale. Vendola e D’Alema vogliono un doppio turno alla francese con il presidenzialismo come Fini? Per non parlare delle questioni che si aprirebbero sul terreno delle politiche economiche. Operazioni politiciste servono solo a rafforzare Berlusconi, sempre più blindato in Parlamento.

Obiettivo primario ?

La costruzione di un sistema parlamentare plurale a base proporzionale. Senza questa legge elettorale Berlusconi non avrebbe governato. Non è maggioranza nel Paese. L’attuale sistema elettorale, con un gioco di scatole cinesi, consente a lui e alla destra di avere la maggioranza assoluta dei deputati. Con lo stesso meccanismo Mussolini andò al governo. La legge Acerbo era identica alla porcata di Calderoli. Che poi in Parlamento si possa discutere con Casini sulla legge elettorale non è un problema, ha sempre proposto il sistema alla tedesca. Ma la proposta di Nichi Vendola di aprire ora a Fini e Casini è un errore molto grave, perché basterebbe che Idv, Sel e Fed si dicano indisponibili a un accordo elettorale con Udc e Fli perché il Pd non possa reggere da solo quell’accordo e sia costretto a cambiare strategia.

Il Paese però sembra inerte

No, ci sono dei segnali di vitalità. Penso alla manifestazione della Fiom che lego alla scelta politica degli operai di votare no all’accordo Fiat. Segno che gli operai non credono più alla favola che permettere ai padroni di fare quello che vogliono serva a portare a casa qualcosa. E’ un no consapevole perché la Fiat ha preso un sacco di soldi pubblici ed è l’unica azienda dell’auto in Italia perché ha impedito che altri ci fossero.

Un altro segnale è venuto dalle manifestazioni degli studenti?

Sì. La loro protesta ha elementi di analogia con le rivolte nel Nord Africa. E’ stata tolta loro ogni prospettiva. E’ una generazione che studia in una università taglieggiata, destinata a un lavoro precario e a non maturare la pensione. La loro rivolta è a una condizione strutturale, non è uno stato d’animo. E poi c’è stata la manifestazione delle donne che andava molto al di là della contestazione a Berlusconi. Poneva questioni più ampie. Ma non c’è stata risposta politica. Balza agli occhi che gli unici che non sono riusciti a combinare una grande manifestazione sono i partiti. Possibile che gli studenti, le donne, gli operai siano scesi piazza e che per il centrosinistra e per l’opposizione sia solo notte e nebbia?

Perché una manifestazione a  sinistra il 17 marzo?

L’unità d’Italia vuol dire l’unità dei diritti, significa difendere il contratto nazionale di lavoro, la sanità ecc. L’Italia non l’ha fatta solo Vittorio Emanuele, ma anche Giuseppe Di Vittorio. Certo non è una risposta compiuta ma un inizio di interlocuzione. Perciò dico che bisogna fare una proposta unitaria che permetta al Pd uno sblocco a sinistra della crisi. Vendola invece si mette dentro lo scenario disegnato dal Pd, contribuendo alla sua deriva politicista.

In Italia c’è un forte attacco all’identità delle donne. Da parte di una politica succube del Vaticano. In questo quadro Vendola dice «Basta anticlericalismo»

Se Vendola, inseguendo un modello presidenzialista, vuole fare il capo di uno schieramento che tiene dentro la Binetti, Fioroni ecc, capisco faccia concessioni all’integralismo cattolico. Al contrario, se guardiamo alla realtà, vediamo come in Italia non c’è un problema di anticlericalismo ma piuttosto di clericalismo. La Chiesa esercita un peso esorbitante, non sulle scelte della gente, ma sulle élite politiche. Un peso che a volte ci fa sembrare più simili a una teocrazia islamica che a una democrazia occidentale. Leggi per il divorzio e l’aborto oggi non sarebbero approvate dal parlamento. Penso che centrale sia fare in modo che la laicità presente nel Paese sia rappresentata anche dal punto di vista politico-culturale. Bisogna superare questa subalternità per cui sembra sempre che i valori ultimi li difenda il papa. Quando invece il tasso di violenza delle posizioni vaticane riguardo alle donne e alla questione dell’aborto che è pazzesco. E si è giunti a un punto tale che quando uno lo denuncia non passa sui media. Non lo si cita nemmeno per stigmatizzarlo, viene semplicemente oscurato. E’ una sorta di regime mediatico che non usa l’olio di ricino ma la censura.

Nelle  rivolte in  Medioriente, invece, segni di laicità?

Dalla Libia e da tutto il Nordafrica (senza cancellare le  specificità) si leva una forte domanda di libertà e di giustizia. Una ribellione ai regimi ma anche all’assenza di prospettive dovute alla gestione capitalistica della crisi. Il peso dell’integralismo islamico pare limitato e comunque non egemone. Il problema è  che non c’è nessuna assunzione di responsabilità da parte dell’Europa che non siano la riproposizione della follia degli interventi militari. Si fa terrorismo sulle cifre, si paventando esodi biblici, si chiudono porte. Come se solo ora, con le rivolte, ci accorgessimo di un Nordafrica che abbiamo sfruttato con politiche di “cooperazione” che hanno razziato materie prime e creato latifondi.

Siamo “complici” di un genocidio in Libia?’

Quello che è certo è che fra Berlusconi e il tiranno Gheddafi non ci sono solo “affinità elettive” e amicizie con oligarchi come Putin. Ma anche affari e un rapporto assassino con i migranti. Sono complici nell’arrestare, affamare e stuprare i migranti che via Libia cercano approdo in Italia.

Basta oggi dire nullo il trattato Italia-Libia?

Bisogna smontare il regime. Con le relazioni diplomatiche. Non con la guerra. E costruire poi politiche di cooperazione per uno sviluppo che riconosca libertà e giustizia sociale.

Solo ora Massimo D’Alema scopre i diritti umani violati in libia?

Il centrodestra è complice, sodale. Quella di D’Alema è ipertrofia di realpolitik, la stessa che ha portato al riconoscimento del Kosovo, uno stato indagato per traffico di organi, di droga, di armi.

Mentre il Premier e’imputato per concussione e prostituzione minorile e il Pd apre alla Lega?

E’ miopia politicista. La Lega che non è «una costola della sinistra» ma un partito razzista. E ribadisco: l’idea di sconfiggere Berlusconi con manovre di palazzo o con alleanze innaturali è completamente sbagliata.

da left-avvenimenti del 4 -10 marzo

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La tutela in ginocchio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su novembre 27, 2010

Dopo il crollo a Pompei, la denuncia del segretario dei Radicali Italiani, Mario Staderini, contro scellerate politiche di emergenza e di favori al Vaticano da parte del governo

di Simona Maggiorelli

pompei

Segretario Staderini nei giorni scorsi un nuovo crollo a Pompei, ma c’è stato anche un crollo al Colosseo e il cedimento del soffitto della Domus Aurea a Roma. Con tutta evidenza il sistema della tutela in Italia non funziona ma nessuno nel governo ammette responsabilità. Oltreché nei tagli ai finanziamenti dove cercare le cause di questo drammatico stato di cose?

Innanzitutto nella gestione commissariale dei beni culturali, governata dalla logica dell’emergenza e degli affari. Agire con ordinanze che operano in deroga alle leggi ordinarie, svincolati da controlli e responsabilità, è un modello autoritario e criminogeno che riguarda sempre più aspetti della vita pubblica, dalla gestione dei rifiuti alla mobilità cittadina, dall’Inps sino ai grandi eventi. È lo stesso modello usato all’Aquila nella gestione del post terremoto de L’Aquila, con gli effetti che abbiamo visto. Il Governo Berlusconi ne ha fatto un sistema, basta dire che dal 2008 ad oggi ha adottato 154 provvedimenti d’emergenza, uno ogni cinque giorni.

Lei ha segnalato anche che un deficit di manutenzione e di attenzione si registra soprattutto per quanto riguarda il patrimonio d’arte pre-cristiano. Nell’Italia dell’8 per mille che va alla Chiesa  anche se il cittadino firma per darlo allo Stato e delle esenzioni dall’Ici per i beni immobili ecclesiastici, è un caso?

Da anni oramai, Governo ed enti locali riservano prevalentemente all’arte sacra ed ai beni ecclesiastici i fondi pubblici dedicati ai restauri e alla conservazione di monumenti. E non parlo solo di restauro di affreschi o di Chiese di pregio artistico ma anche, per fare un esempio, di lavori di manutenzione di palazzi di Propaganda Fide che non versano in stato di emergenza. Non dimentichiamo che la Arcus (la società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo spa creata per decreto ministeriale nel 2004, ndr) ha versato quattro o cinque milioni di euro a Propaganda Fide proprio per questo e altri milioni di euro sono stati dati all’Università Gregoriana. In questo quadro, dunque, non appare un caso che nel nostro Paese gli ultimi quattro ministri dei beni culturali e ambientali siano politici molto vicini al Vaticano, dall’attuale ministro Sandro Bondi, a Francesco Rutelli, a Giuliano Urbani  a Rocco Buttiglione. Che, non dimentichiamo, fu nominato ministro dopo che Bruxelles aveva rifiutato la sua candidatura a commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza.

Domus Aurea, crollo

Concretamente da dove si evince la maggiore attenzione da parte di istituzioni pubbliche italiane per la tutela dell’arte sacra la cui tutela spetterebbe in primis agli enti ecclesiastici?

Dalle spese ordinarie, e lo si evince, come dicevamo, dai finanziamenti per decine di milioni di euro che Arcus eroga ai vari enti ecclesiastici. Persino la quota statale dei fondi ricavati dall’otto per mille e destinata alla conservazione dei beni culturali viene in gran parte, ben oltre il 50%, destinata a beni ecclesiastici quando ad essi dovrebbe provvedere la CEI con il miliardo di euro che ogni anno incassa. Per contrasto registriamo, invece, la deriva per inadeguata tutela e manutenzione a cui sta andando incontro una parte importante del nostro patrimonio d’arte pre-cristiana. Pensiamo appunto ai crolli a Pompei, nella Domus area a Roma e delle Mura aureliane, rischio che corrono da tempo il Palatino, Villa Adriana e tanti siti dell’epoca romana ed etrusca presenti in Italia.  Che con tutta evidenza non hanno goduto di altrettanta attenzione da parte dello Stato: è emblematico che per il restauro del Colosseo, uno dei siti italiani più rappresentativi e visitati, si deve andare ad elemosinare soldi da sponsor privati.

L’arte sacra, si sa, nella storia è stata anche un grande strumento di propaganda per la Chiesa. Fin dal medievo papi, vescovi e predicatori parlavano della pittura sacra come “bibbia dei poveri”. Il che, per fortuna, ha fatto sì che fosse conservata e tramandata…

E’ una finalità che ritroviamo anche oggi nei progetti delle gerarchie ecclesiastiche. Basta dire che il cosiddetto “progetto culturale” che il cardinale Camillo Ruini varò nel 1994 per la reconquista dell’Europa è ancora in piedi e vede Ruini ancora saldamente alla guida. Nell’ambito di questo progetto culturale, per esempio, sono nati anche i circoli di Scienza e vita che hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere i dogmi della Chiesa contro le ragioni del referendum sulla legge 40 riguardo alla fecondazione medicalmente assistita. Così come nell’ambito progettuale di Ruini sono cresciute precise scelte strategiche del Vaticano per favorire il turismo religioso a danno di altri tipi di turismo. E che hanno portato lo Stato Italiano a finanziare a ogni livello operazioni di restauro di parrocchie e monumenti ecclesiastici grandi e piccoli.

Detto questo, la domanda inevitabile e cruciale è: come se ne esce?

In primis ricominciando a restituire competenze a quelle istituzioni a cui sono state sottratte. In ambito archeologico e di tutela del paesaggio bisogna ridare centralità alle soprintendenze in queste anni depauperate di fondi e competenze. Devono poter tornare a esercitare un lavoro importante di controllo. Non è un caso che dal 1995 a oggi in Italia si sia edificato senza criterio riversando nel paesaggio quattro milioni di metri cubi di cemento. L’incuria e l’abuso del territorio hanno una radice precisa. Gli enti pubblici preposti devono tornare ad esercitare compitamente un potere di interdizione.

Mentre parliamo nel  Partito democratico comincia a farsi strada l’idea di una mozione di sfiducia verso il ministro Sandro Bondi, cosa ne pensa?

Penso che il ministro Bondi avrebbe dovuto dimettersi già da tempo. Non solo per inadempienze, ma per complicità con situazioni gravi come quella che in queste ore si sta registrando, per esempio, nell’area della Basilica di San Paolo a Roma, dove si stanno costruendo palazzi di quattro piani e 25mila metri cubi di cemento, proprio attaccati a questa antica basilica che è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Senza contare che sotto le fondamenta di questi palazzi resteranno sepolti per sempre importanti resti archeologici di un cimitero romano conosciuto da tempo. Su tutti questo il ministro Bondi non dice nulla. E non è che un esempio.

da left-avvenimenti

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Giulio Giorello: non posso che dirmi ateo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 21, 2010

Dal 16 settembre in libreria il nuovo libro dell’eminente filosofo della scienza, Senza Dio,

di Simona Maggiorelli

giulio giorello

Viaggiando nelle sei contee dell’Ulster, la cosiddetta Irlanda del Nord, per raccontare la guerra sulle pagine del Corriere della Sera, una volta mi ritrovai a dover chiedere ospitalità per la notte presso una famiglia di campagna», racconta Giulio Giorello. «Stavo già sistemando il bagaglio – prosegue il filosofo – ed ecco la domanda: “cattolico o protestante”? Preso alla sprovvista, mi venne spontaneo dire: “Sono ateo”.  Un attimo di silenzio perplesso e il mio interlocutore rilancia: “Sì, ma ateo protestante o ateo cattolico?”».
Un episodio di vita che il docente di Filosofia della scienza dell’università Statale di Milano ama ricordare parlando di inveterate abitudini a credere («per non fare la fatica di pensare»), di insopportabili sudditanze alla religione e di vecchi e nuovi roghi. Lo ha richiamato anche sabato scorso dal palco del festival Con-vivere di Carrara (dove left l’ha incontrato) per spiegare “il caso Irlanda”. E usa ancora questo aneddoto rivelatore, a mo’ di grimaldello narrativo, nel nuovo libro Senza Dio, del buon uso dell’ateismo (Longanesi) che il professore ha presentato il 19 settembre nell’ambito del festival Pordenonelegge.
E riavvolgendo il filo della propria biografia, ricorda Giorello nel  saggio fresco di stampa, già sui banchi di scuola cominciava a fare sue posizioni agnostiche: grazie a pensatori come Bertrand Russell e al suo Perché non sono cristiano  pubblicato in Italia da Longanesi nel 1959 e letto quasi di contrabbando perché «allora appariva come un testo tragressivo, peggio di Lolita di Nabokov».
Ma anche “grazie” a don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, che Giorello aveva come  insegnante di religione al liceo Berchet di Milano. Nel frattempo assorbiva enzimi di ateismo studiando l’evoluzionismo di Darwin. Ma anche filosofi ed economisti come John Stuart Mill. E perfino pensatori eccentrici come il francese Pierre Bayle. Nel Seicento sosteneva che nel mondo cosiddetto civile non c’era ancora «una società di atei» solo perché gli atei erano perseguitati dai fanatici religiosi tanto da dover vivere mascherati.   «Anche per constatazioni del genere, dirmi agnostico non mi bastava più», chiosa oggi Giorello.
Professore, cinque anni fa per Raffaello Cortina ha scritto il pamphlet Di nessuna chiesa. Ora intitola Senza Dio il suo nuovo saggio. Non basta criticare l’istituzione, serve una critica del pensiero religioso?
Sì e nella situazione attuale preferisco dichiararmi francamente ateo. Purché ateismo non significhi passare la vita a cercare prove della non esistenza di Dio. In questo mi stacco da vari amici e colleghi come Christopher Hitchens (autore di Dio non è grande, Einaudi, 2007, ndr). Per me ateo è chi reclama per sé il diritto di vivere senza Dio o, se si preferisce, di vivere contro Dio, cioè contro uno dei tanti dèi che i fondamentalisti del libro sacro ci sbattono davanti come punto di riferimento pretendendo  di irreggimentare anche la nostra vita. Perciò mi sento vicino a Bayle quando, contro l’opinione diffusa al suo tempo, sosteneva che fosse possibile una società di atei. E che non ci fosse bisogno di alcuna religione come cemento sociale.
Anche «una religione della libertà» in senso crociano è dannosa?
A mio avviso, non solo non c’è bisogno di una religione civile, tradizionale o meno. (Come il materialismo dialettico nel comunismo sovietico. Che poi fu il peggior servizio reso a Marx). Ma rivendico anche di non aver bisogno di una religione della libertà; voglio la libertà di non avere religione. Sono assai poco crociano. Parlare di religione della libertà è un po’ come dire Popolo della libertà. Sono allocuzioni come circolo quadrato. Da quando in qua si deve ragionare secondo il detto vox popoli vox dei? Ciò non vuol dire che non abbia fiducia nel sistema di consultazione e di rappresentanza popolare. Abbiamo talmente fiducia che vorremmo anche migliorarlo. Del resto Manzoni diceva già che il detto vox popoli vox dei copre ogni forma di demagogia e di tirannide. Insomma non c’è un popolo delle libertà, non c’è un Dio che elargisce la libertà, ce la prendiamo da soli. Non è un dono dall’alto, non dobbiamo ringraziare il cielo ma neanche pensare che la libertà sia una malattia. Non dobbiamo essere vaccinati. Perciò in questo libro un po’ idiosincratico che left presenta scrivo che il mio ateismo è “metodologico”, libertario. è un esercizio della libera scelta. La filosofia non  impone niente .
Ma usa le armi della critica corrosiva e dello sberleffo? Come Giordano Bruno. Oppure come Camus, «l’ateo ribelle».
L’arma del sarcasmo è legittima, quella del fuoco no. Il Corano, la Bibbia, e perfino le encicliche non sono testi da bruciare; sono documenti da leggere. Ma senza servilismo. è faticoso pensare, è molto più facile affidarsi a un pastore. Ecco, questa cosa della “pastorizia” mi innervosisce. Come diceva Mill, gli uomini e le donne non sono pecore. Mutatis mutandis, nel mio saggio non do risposte. Vorrei che la risposta venisse con persone desiderose di sforzarsi per la verità. Che è una ricerca continua, non un possesso. Mi piacerebbe venisse da un dialogo. Sto con Spinoza quando diceva che le religioni stabilite sono sistemi di menzogna, un grande «asilo dell’ignoranza».
Quello spinoziano, lei nota, era però «uno strano ateismo».
Era ambiguo. Se Dio è uguale alla natura, allora teniamoci la natura, disse de Sade ragionando in termini spinoziani. Qualcosa di analogo lo troviamo in Leopardi, che qualcuno tenta di far passare per spirito religioso: disinvolti tentativi cattolici. Potrebbero far santo anche Oliver Cromwell. Questi sono capaci di tutto.
Tanto da tentare, complice certa politica di destra, di far fuori Darwin dai programmi scolastici e, Oltreoceano, di imporre il “Disegno intelligente”. Al creazionismo però risponde la scienza con chiarezza parlando di processi di autoorganizzazione della materia vivente. Un’idea che trova sostenitori in Hawking e in Prigogine. Prendere atto che noi non nasciamo dal nulla e che la biologia nasce da altra biologia è la base dell’ateismo?
Sì. Io non sono d’accordo con quei filosofi che hanno liquidato le posizioni di Stephen Hawking come scientiste. penso, invece, che ponga un problema importante. Lei ha detto bene, la nostra biologia viene da altra biologia, la nostra fisica da altra fisica. «Creazione senza creatore», per dirla con Telmo Pievani. In Senza Dio riprendo una domanda: dove posa il mondo? Una storiella indiana dice che si trova sulla testa di una tartaruga. E questa dove posa? Sulla testa di un’altra tartaruga. E così via. Possiamo prospettare una sequenza infinita. Ma perché non chiuderla subito lì? Se uno vuole ancora parlare di Dio non deve cercarlo fra le particelle elementari o nella nostra biologia come tenta di fare Ratzinger pretendendo che il volto di Dio sia nel Dna o come faceva Pio XII quando parlava del «dito di Dio nel Big bang». Parliamo di uomini di primo piano della Chiesa come Ratzinger. Ma anche di intellettuali apparentemente dissidenti come il teologo Vito Mancuso, che alla fine trova sempre il dito di Dio da qualche parte. E chi legge l’evoluzionismo attribuendogli una forma di finalismo che Darwin non avrebbe mai giustificato. Basta leggere gli scritti di Darwin per rendersi conto che questa lettura provvidenzialistica non gli passava per la mente. Una teologia coraggiosa non dovrebbe cercare queste forme di compromesso, semmai dovrebbe avere il coraggio di “cercare Dio” dentro se stessi, nel proprio cuore, nella propria morale, nella propria vita. Aveva ragione Bruno: è inutile che cerchiamo Dio nei cieli adesso che sappiamo che la fisica dei cieli è la stessa di questa nostra terra, ma ricordiamoci «che egli è dentro di noi, più dentro di noi di quanto siamo noi a noi stessi». Lo scrisse ne La cena delle ceneri. Peccato che poi un libro così profondo sia finito in cenere nel senso tecnico del termine.

dal settimanale  left-avvenimenti 17-23 settembre 2010

I

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Cerchi Vaticano esce pedofilo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 12, 2010

In questo pomeriggio affocato di luglio se cerchi Vaticano esce il sito pedofilo.com che rimanda direttamente al Vaticano. Il sito ufficiale della Santa sede appare solo come seconda occorrenza. Ecco un bel colpo compiuto da sconosciuti pirati del web dalla vena evidentemente laica e democratica. E che sia un bel colpo di hackeraggio lo dimostra il fatto che pedofilo.com è irraggiungibile, ovvero non esistente come sito nel mare magnum del web

Dentro Google, riporta Repubblica on line del 17 luglio, “hanno comunque ritenuto opportuno esaminare tempestivamente la questione: Stiamo valutando le cause, non si è trattato necessariamente di un hackeraggio”, dichiara l’azienda”. Sta di fatto  che la faccenda non riguarda soltanto la versione italiana del motore di ricerca, ma Pedofilo.com, dominio intestato a un messicano che gestisce la società informatica Guionbajo nel Nuevo Leon, risulta al momento completamente inaccessibile.
“Il trucco utilizzato per far salire il sito pirata al primo posto- spiega ancora La Repubblica online – potrebbe essere quello del Googlebombing, uno stratagemma che sfrutta l’algoritmo di Google in base al quale viene attribuita importanza a una pagina in rapporto a quanti link verso di essa si trovano all’interno di altri siti web. L’azienda aveva dichiarato di aver eliminato la possibilità di attacchi di questo tipo, ma forse ci si trova di fronte a una tecnica nuova per ottenere lo stesso risultato”. (17 luglio 2010)

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Pallottole di carta

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 11, 2010

Per mantenere il suo potere il Vaticano,non riuscendo più a far presa sulla gente, deve far conto su truffe e intrighi. Nuovi libri inchiesta ne ricostruiscono le trame

di Simona Maggiorelli

Difficile tener dietro a così tante uscite. Nuovi libri che approfondiscono pagine nere di storia criminale della cristianesimo escono a ritmo settimanale. Anche nella (politicamente) genuflessa Italia. Grandi e piccole case editrici continuano a investire su questo filone. Segno che il numero dei lettori di libri che denunciano le nefandezze di Santa romana chiesa è sempre più ampio e interessato. Così continuando nel nostro meticoloso lavoro di segnalazione di “buoni enzimi” per la mente, eccoci qui a presentare nuovi saggi, recenti e recentissimi. A cominciare, in ordine di tempo, da Tutto quello che il Vaticano non vuole farvi sapere di H. Paul Jeffers, appena uscito per Castelvecchi. Non inganni il titolo sensazionalistico. L’autore che è giornalista d’inchiesta per Hystory channel e Fox news, non imbocca la strada delle cospirazioni e delle fantasticherie alla Dan Brown. Ma a partire da ricerche negli Archivi vaticani mette in luce una realtà che, di fatto, spesso supera la fantasia. Ricostruendo lungo i secoli tutta una serie di grotteschi tentativi vaticani di imporre la fede nei miracoli e nelle apparizioni di santi, approfittando dell’ignoranza della gente e usando la paura come arma. Ma Jeffers racconta anche come il Vaticano abbia cercato di far passare l’idea dell’infallibilità pontificia e la qualità divina delle verità propinate. Dogmi della cui evidenza granitica deve aver dubitato più di uno nelle alte sfere ecclesiastiche se nel seminterrato di quello che una volta era il Sant’Uffizio Jeffers ha scovato una ricca messe di fascicoli di dibattiti su migliaia di libri censurati; fascicoli ovviamente rimasti per secoli fuori dalla portata di studiosi e ricercatori laici. «A porte chiuse i funzionari del Vaticano hanno sempre tenuto lunghi “dibattiti” sui libri del giorno», annota Jeffers. Dopo aver passato dieci anni a studiare l’Indice dei libri proibiti, un prete diocesano professore di Storia all’università tedesca di Münster, Hubert Wolf, non a caso ha dichiarato che «in nessuna parte del mondo un’istituzione ha mai tentato di controllare per oltre 400 anni il mezzo di comunicazione moderno per eccellenza: il libro».

E non si parla solo di secoli passati. Basta ricordare il pamphlet di Simone Berni Il caso Imprimatur (Biblohaus), che ricostruisce la strana vicenda di Rita Monaldi e Francesco Sorti, autori dal 2002 a oggi di quattro romanzi storici e un saggio, celebrati in Europa e tradotti su grande schermo da registi come Stephen Frears. Curiosamente il loro romanzo Imprimatur pubblicato da Mondadori, dopo aver scalato le classifiche, ricostruisce Berni, «è scomparso improvvisamente dalle librerie». Il libro in questione, tra fantasia e storia, racconta la storia di Atto Melani, un cantante castrato nella Roma del 1683 e poi alla corte del re sole, storia che si intreccia «alla mancata canonizzazione di un papa a favore di un suo eccellente factotum» e con altre questioni di trasferimenti di preti poco chiare. E che evidentemente oltretevere non gradisce siano rispolverate. Davvero una major dell’editoria italiana come quella di Berlusconi è così facilmente manovrata da uno Stato straniero?

Che l’Italia sia ormai poco più che una colonia vaticana lo sostiene con argomentazioni ficcanti Michele Martelli nel suo nuovo Italy, Vatican State (Fazi editore), ultimo volume del suo trittico antiratzingeriano iniziato nel 2007. Con capitoli interessanti sulla “bioetica di Dio” propinataci dal nostro Comitato nazionale di bioetica ma anche, tristemente, da leggi della Repubblica italiana come la 40 del 2004 o come quella prossima ventura sul biotestamento ( che più oppurtunemanete andrebbe chiamato piotestamento, visto il tono confessionale del ddl in discussione). Ad arricchire la preziosa serie di titoli sulla laicità usciti negli ultimi anni per Fazi, infine, freschissimo di stampa, ecco anche Vatikanistan in cui il corrispondente di Der Spiegel Alexander Smoltczyk indaga aspetti meni conosciuti della vita nello Stato vaticano, ponendosi domande decisamente non banali. Un esempio? «Perché il tasso di criminalità è più alto nella città del Vaticano che a San Paolo del Brasile?».
da left-avvenimenti del 9 luglio

da left-avvenimenti del 9 luglio 2010

Pedofilia, il Vaticano trema

Don Giuseppe Rasello, don Giorgio Mazzoccato, don Marco Gamba, don Luciano Michelotti, don Pietro Sabatini, don Paolo Pellegrini, don Bruno Tancredi, don Roberto Volaterra, don Romano Dany, don Giorgio Carli, don Armando Rizzoli, don Pierangelo Bertagna, don Mauro Stefanoni e altri. Dal 2007 in Italia i casi accertati di pedofilia in cui sono imputati uomini di Chiesa sono circa 140 per almeno 80 sacerdoti implicati. Freddi numeri che sembrano parlare di un Paese solo lambito dal fenomeno criminale che altrove ha coinvolto decine di migliaia di vittime e migliaia di preti. Brasile, Stati Uniti, Irlanda, Austria, Germania, Australia solo per citarne alcuni che le cronache stanno documentando. E che testimoniano uno scandalo aggravato dalla mentalità di chi a Roma ha sempre cercato di nascondere il problema dei sacerdoti accusati di pedofilia. Squarciando un pesante velo di ipocrisia, La Chiesa del peccato (Castelvecchi) del giornalista Paolo Pedote racconta le violenze avvenute in Italia. Evidenziando un mondo dominato da una mentalità misogina dove si alimentano perversioni e sofferenze. Un minuzioso lavoro che accende una luce sui drammi che avvelenano l’ambiente di canoniche, oratori e sagrestie. Con nomi e cognomi dei casi accertati di pedofilia nel clero cattolico del Belpaese.

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