Articoli

Posts Tagged ‘Rifondazione comunista’

A sinistra, un fronte comune

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 10, 2011

Partito democratico (Pd), Sinistra ecologia e libertà (Sel) e Federazione della sinistra (Fd) in piazza il 17 marzo per costruire una forte opposizione alle destre. La proposta del segretario di Rifondaziona comunista Paolo Ferrero

di Simona Maggiorelli

Paolo Ferrero

«Costruire un fronte dell’opposizione con Sel, il Pd e l’Idv e lavorare per una mobilitazione nel Paese. Se è vero che questo governo ha tratti di regime bisogna costruire una risposta adeguata anche con uno sciopero generale». Così il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero lancia la proposta di una manifestazione unitaria che veda insieme la Federazione della Sinistra (Fed) e gli altri partiti di opposizione, di sinistra e di centrosinistra. «Solo da un movimento di popolo – chiosa Ferrero – può cominciare a prendere forma uno schieramento elettorale che metta al centro la difesa e lo sviluppo della Carta, il lavoro, i diritti civili. Per evitare il presidenzialismo populista e un’uscita a destra dalla seconda Repubblica».

E l’evocato comitato di liberazione nazionale con Fini?

Un parallelo sbagliato. Il Cln non lo fecero quei gerarchi che misero Mussolini in minoranza nel Gran Consiglio del fascismo, lo fecero gli antifascisti. Fini ha votato le leggi ad personam, i provvedimenti anticostituzionali sul lavoro, la riforma Gelmini, tutti i provvedimenti del Premier. Uno schieramento così perderebbe a destra e a sinistra. D’Alema ha proposto una legislatura costituente, cioè che cambi la Costituzione. Vendola è per una sua modifica? Io no. Penso che la Carta vada difesa e vivificata. E quale legge elettorale si farebbe? Io sono per il proporzionale. Vendola e D’Alema vogliono un doppio turno alla francese con il presidenzialismo come Fini? Per non parlare delle questioni che si aprirebbero sul terreno delle politiche economiche. Operazioni politiciste servono solo a rafforzare Berlusconi, sempre più blindato in Parlamento.

Obiettivo primario ?

La costruzione di un sistema parlamentare plurale a base proporzionale. Senza questa legge elettorale Berlusconi non avrebbe governato. Non è maggioranza nel Paese. L’attuale sistema elettorale, con un gioco di scatole cinesi, consente a lui e alla destra di avere la maggioranza assoluta dei deputati. Con lo stesso meccanismo Mussolini andò al governo. La legge Acerbo era identica alla porcata di Calderoli. Che poi in Parlamento si possa discutere con Casini sulla legge elettorale non è un problema, ha sempre proposto il sistema alla tedesca. Ma la proposta di Nichi Vendola di aprire ora a Fini e Casini è un errore molto grave, perché basterebbe che Idv, Sel e Fed si dicano indisponibili a un accordo elettorale con Udc e Fli perché il Pd non possa reggere da solo quell’accordo e sia costretto a cambiare strategia.

Il Paese però sembra inerte

No, ci sono dei segnali di vitalità. Penso alla manifestazione della Fiom che lego alla scelta politica degli operai di votare no all’accordo Fiat. Segno che gli operai non credono più alla favola che permettere ai padroni di fare quello che vogliono serva a portare a casa qualcosa. E’ un no consapevole perché la Fiat ha preso un sacco di soldi pubblici ed è l’unica azienda dell’auto in Italia perché ha impedito che altri ci fossero.

Un altro segnale è venuto dalle manifestazioni degli studenti?

Sì. La loro protesta ha elementi di analogia con le rivolte nel Nord Africa. E’ stata tolta loro ogni prospettiva. E’ una generazione che studia in una università taglieggiata, destinata a un lavoro precario e a non maturare la pensione. La loro rivolta è a una condizione strutturale, non è uno stato d’animo. E poi c’è stata la manifestazione delle donne che andava molto al di là della contestazione a Berlusconi. Poneva questioni più ampie. Ma non c’è stata risposta politica. Balza agli occhi che gli unici che non sono riusciti a combinare una grande manifestazione sono i partiti. Possibile che gli studenti, le donne, gli operai siano scesi piazza e che per il centrosinistra e per l’opposizione sia solo notte e nebbia?

Perché una manifestazione a  sinistra il 17 marzo?

L’unità d’Italia vuol dire l’unità dei diritti, significa difendere il contratto nazionale di lavoro, la sanità ecc. L’Italia non l’ha fatta solo Vittorio Emanuele, ma anche Giuseppe Di Vittorio. Certo non è una risposta compiuta ma un inizio di interlocuzione. Perciò dico che bisogna fare una proposta unitaria che permetta al Pd uno sblocco a sinistra della crisi. Vendola invece si mette dentro lo scenario disegnato dal Pd, contribuendo alla sua deriva politicista.

In Italia c’è un forte attacco all’identità delle donne. Da parte di una politica succube del Vaticano. In questo quadro Vendola dice «Basta anticlericalismo»

Se Vendola, inseguendo un modello presidenzialista, vuole fare il capo di uno schieramento che tiene dentro la Binetti, Fioroni ecc, capisco faccia concessioni all’integralismo cattolico. Al contrario, se guardiamo alla realtà, vediamo come in Italia non c’è un problema di anticlericalismo ma piuttosto di clericalismo. La Chiesa esercita un peso esorbitante, non sulle scelte della gente, ma sulle élite politiche. Un peso che a volte ci fa sembrare più simili a una teocrazia islamica che a una democrazia occidentale. Leggi per il divorzio e l’aborto oggi non sarebbero approvate dal parlamento. Penso che centrale sia fare in modo che la laicità presente nel Paese sia rappresentata anche dal punto di vista politico-culturale. Bisogna superare questa subalternità per cui sembra sempre che i valori ultimi li difenda il papa. Quando invece il tasso di violenza delle posizioni vaticane riguardo alle donne e alla questione dell’aborto che è pazzesco. E si è giunti a un punto tale che quando uno lo denuncia non passa sui media. Non lo si cita nemmeno per stigmatizzarlo, viene semplicemente oscurato. E’ una sorta di regime mediatico che non usa l’olio di ricino ma la censura.

Nelle  rivolte in  Medioriente, invece, segni di laicità?

Dalla Libia e da tutto il Nordafrica (senza cancellare le  specificità) si leva una forte domanda di libertà e di giustizia. Una ribellione ai regimi ma anche all’assenza di prospettive dovute alla gestione capitalistica della crisi. Il peso dell’integralismo islamico pare limitato e comunque non egemone. Il problema è  che non c’è nessuna assunzione di responsabilità da parte dell’Europa che non siano la riproposizione della follia degli interventi militari. Si fa terrorismo sulle cifre, si paventando esodi biblici, si chiudono porte. Come se solo ora, con le rivolte, ci accorgessimo di un Nordafrica che abbiamo sfruttato con politiche di “cooperazione” che hanno razziato materie prime e creato latifondi.

Siamo “complici” di un genocidio in Libia?’

Quello che è certo è che fra Berlusconi e il tiranno Gheddafi non ci sono solo “affinità elettive” e amicizie con oligarchi come Putin. Ma anche affari e un rapporto assassino con i migranti. Sono complici nell’arrestare, affamare e stuprare i migranti che via Libia cercano approdo in Italia.

Basta oggi dire nullo il trattato Italia-Libia?

Bisogna smontare il regime. Con le relazioni diplomatiche. Non con la guerra. E costruire poi politiche di cooperazione per uno sviluppo che riconosca libertà e giustizia sociale.

Solo ora Massimo D’Alema scopre i diritti umani violati in libia?

Il centrodestra è complice, sodale. Quella di D’Alema è ipertrofia di realpolitik, la stessa che ha portato al riconoscimento del Kosovo, uno stato indagato per traffico di organi, di droga, di armi.

Mentre il Premier e’imputato per concussione e prostituzione minorile e il Pd apre alla Lega?

E’ miopia politicista. La Lega che non è «una costola della sinistra» ma un partito razzista. E ribadisco: l’idea di sconfiggere Berlusconi con manovre di palazzo o con alleanze innaturali è completamente sbagliata.

da left-avvenimenti del 4 -10 marzo

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Dalla Pantera alla svolta dell’Onda

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 10, 2010

Un libro di Albanese ricostruisce la protesta studentesca del 1990. Mentre un saggio
di Raparelli invita a un confronto con le più mature istanze avanzate dagli studenti oggi

di Simona Maggiorelli

Pantera, movimenro studentesco, 1990

Nella facoltà di Lettere a Pisa, durante l’assemblea che discuteva l’occupazione, si levò una voce: «Presentiamo una mozione». A parlare era uno studente “fuori corso” con un passato in Democrazia proletaria. Nell’aula, sguardi sbigottiti. Qualcuno, più sincero, azzardò: «Cos’è una mozione?». Era il 1990, un anno dopo la caduta del muro di Berlino e nell’ultimo decennio si era consumata una cesura fortissima fra generazioni. D’un tratto tutto era cambiato, perfino la musica, la moda, le subculture. Per non parlare del rapporto dei giovani con la politica. Così se i loro fratelli maggiori ascoltavano i Beatles o Neil Young, gli studenti della Pantera erano cresciuti con i Duran Duran o, nella migliore delle ipotesi, con la new wave. Ma con i pantaloni a zampa di elefante e i maglioni fatti a mano erano stati rottamati anche l’interesse per la politica e la partecipazione. Ed ecco gli sguardi sbigottiti della generazione “paninara” di fronte a quella parolina “magica”: «Mozione». Lo studente “anziano” quella volta lasciò l’assemblea pisana sbottando: «Per il futuro del proletariato sarà meglio che vada a studiare…». Poi però, come ricorda Carmelo Albanese nel suo C’era un’onda chiamata pantera (Manifestolibri), la parte più “sveglia” del movimento aiutò a crescere quella che si era trastullata con Nove settimane e mezzo e gli Spandau. E la Pantera, in un tam tam di occupazioni che percorse tutto lo Stivale, trovò il coraggio e gli strumenti politici per declinare i propri no alla controriforma Ruberti dell’università. Ovvero la riforma del 1990 che oggi rischierebbe di apparire democratica se letta in controluce con quella dei ministri berlusconiani Moratti e Gelmini. Con studenti e famiglie costrette oggi a sborsare cifre da capogiro per accedere a un diritto fondamentale come quello allo studio, in una sistema universitario sempre più privatizzato e scadente nell’offerta culturale, sempre più baronale, che blocca la ricerca e il ricambio generazionale nell’insegnamento.

Stimolati dal libro di Albanese, va riconosciuto forse che la Pantera nel ’90 ebbe il merito di annusare i rischi di quella prima deregulation liberista aprendo la politica di sinistra ai movimenti no global (sulla cui scia, nel 1991, nacque Rifondazione comunista). Ma questo certo non bastò ad arrestare l’involuzione culturale che avanzava anche grazie a ministri come Luigi Berlinguer. Nel ’99 portava la sua firma il decreto che cambiava i percorsi universitari introducendone due distinti e spianando la strada al famigerato due più tre. Nel 2004 poi la Moratti avrebbe istituito la soglia dei crediti formativi e l’autonomia dei singoli atenei. E via di questo passo fino alla pesante dequalificazione che di recente ha sollevato la protesta dell’Onda. Un movimento, rispetto alla Pantera, meno disposto a lanciarsi in battaglie politiche di principio ma che – come racconta ora uno dei suoi leader, Francesco Raparelli ne La lunghezza dell’Onda (Ponte alle Grazie) – ha saputo tenere la barra ben dritta sulla propria identità studentesca, rivendicando il diritto a una formazione di qualità e di respiro internazionale.

da left-avvenimenti del 9 aprile 2010

Posted in Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

C’e aria di regime clerico fascista

Posted by Simona Maggiorelli su marzo 28, 2009

Il commento del segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, dopo il passaggio al Senato del ddl Calabrò: «Il governo e la maggioranza di destra ricordano sempre di più Pinochet: liberisti in economia, clerico-fascisti sui diritti civili. Già il testo di legge sul testamento biologico in corso di approvazione da parte del Senato prevede trattamenti inumani come l’alimentazione e l’idratazione forzata, ora siamo arrivati al grottesco, visto che anche i medici non sono più tenuti a rispettare le dichiarazioni anticipate di trattamento firmate dai malati. E’ evidente, dunque, che anche la certificata volontà di un malato che voglia evitare l’accanimento terapeutico su se stesso non vale più niente. La legge sul testamento biologico si va dunque configurando sempre di più come una tortura di stato, scritta sotto dettatura di un integralismo religioso vaticano indegno di uno Stato civile. Ci batteremo contro questa legge in tutti i modi, compresi atti di disobbedienza civile».   26 marzo 2009

Posted in Bioetica, Diritti | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Armi al fosforo a Falluja

Posted by Simona Maggiorelli su febbraio 17, 2005

A proposito di armi al fosforo a Falluja. Uscirono nel mese di febbraio e sulla base di quanto era emerso dalle inchieste di Avvenimenti. il deputato della sinistra Ds, Alfiero Grandi e la deputata di Rifondazione Comunista Elettra Deiana fecero un’interrogazione parlamentare alla quale risposte il sottosegretario alla Difesa Cicu

Da Avvenimenti nunero 7 del 17 febbraio 2005
di Simona Maggiorelli

Che cosa è accaduto realmente a Falluja durante l’attacco da parte delle truppe della coalizione? La questione è ancora tutta da indagare secondo Alice Mahon, la parlamentare del Labour party che l’ha sollevata, mettendo sotto pressione il governo Blair, chiedendo in maniera sempre più incalzante se le truppe angloamericane abbiano utilizzato il napalm. Una domanda a cui non è ancora stata data una risposta convincente, che sgombri il campo dai dubbi. Anche perché ormai sono davvero tante e autorevoli le denunce e le inchieste, apparse su testate arabe, ma anche pubblicate autonomamente da giornali e agenzie di stampa inglesi, tedesche e americane. E la domanda, il bisogno di sapere contagia, si allarga, specie fra chi, non avrebbe mai voluto questa guerra. Coinvolgendo anche l’Italia e le forze di opposizione al governo Berlusconi. Cosa sa il governo italiano del possibile uso di un’arma non convenzionale come il
napalm?
Un’interrogazione parlamentare, anche a partire dalle notizie riportate la settimana scorsa da Avvenimenti, è stata fatta dalla deputata del Prc Elettra Deiana e dal deputato della sinistra ds Alfiero Grandi e firmata da ventisei deputati dell’Unione. “Molte persone che erano a Falluja hanno detto di aver visto una quantità di corpi bruciati con i segni caratteristici che lascia il napalm”, dice Alice Mahon, laburista di quell’ampia area del partito di Blair che fin dall’inizio si è schierata contro la guerra in Iraq. Per il Labour party ha svolto missioni internazionali; di recente è stata osservatrice delle elezioni in Ucraina. “La Gran Bretagna – dice la parlamentare inglese – ha firmato il protocollo dell’Onu che mette al bando il napalm, ma gli Usa non lo hanno fatto”. E aggiunge: “Come membri di una coalizione siamo ugualmente responsabili”. Responsabili di morti atroci, con la famigerata miscela di gas, sali di alluminio e benzina o altri derivati del petrolio, di cui gli Usa fecero ampio uso durante la guerra del Vietnam. E che ora l’esercito americano in Iraq, per stessa ammissione di graduati dell’esercito Usa, utilizzerebbe in formula aggiornata, “a basso impatto ambientale”.
Per distruggere l’umano, ma senza inquinare, insomma. Nel contesto di una guerra cominciata per togliere a Saddam quelle armi chimiche di cui poi non si è mai trovato traccia.
Ma il governo britannico, ancora nega, fra non poche incongruenze.Alla lunga fila di interrogazioni sollevate da Alice Mahon e da altri parlamentari inglesi, solo stringate o evasive risposte da parte del governo Blair. Una storia che si può ricostruire dai verbali delle sedute del parlamento inglese pubblicate nel sito internet. La prima interrogazione della parlamentare laburista è del 29 novembre dell’anno scorso. Una domandina secca, in calce a un discorso sulle elezioni in Ucraina: “Durante la conferenza di Sharm el-Sheikh,
qualcuno ha parlato di uso di napalm o derivati da parte delle forze della coalizione?” chiede Mahon. “Non mi è stato riferito nulla in proposito”, liquida la faccenda il ministro degli Esteri Straw. La parlamentare del Labour torna alla carica agli inizi di dicembre, riformulando la domanda. Questa volta è Ingram a risponderle: “No – dice – il napalm non è mai stato usato in Iraq dalle forze di coalizione, né durante la guerra, né in altri fasi delle operazioni più recenti”.
Bugia palese, stando a quanto è uscito sui giornali inglesi e americani fin dall’agosto 2003. Sull’Independent, il 10 agosto di due anni fausciva un articolo di Andrew Buncombe in cui si diceva a chiare lettere: “gli Usa ammettono di aver usato il napalm in Iraq”. Il giornalista basa la sua inchiesta su dichiarazioni di piloti e graduati della Marina americana. Il Pentagono nega. Intervistato da Buncombe il colonello James Alles, comandante dell’undicesimo Marine Air Group ammette: “Abbiamo bombardato con il napalm i ponti sul canale Saddam e sul fiume Tigri, nel sud di Bagdad”. E poi aggiunge: “purtroppo c’erano delle persone, lì abbiamo visti nel
video, erano dei soldati iracheni. Non è un bel modo di morire. Mai generali amano il napalm. Ha un effetto psicologico molto forte”Già, la pelle che brucia, corpi che sembrano fondere per potere abrasivo del micidiale cocktail messo fuori legge da una convenzione internazionale del 1980, che gli Usa non hanno sottoscritto.
Un altro attacco al napalm del 21 marzo 2003 viene raccontato sul Sydney Morning Herald “La collina di Safwan – scrive l’inviato – vicina al confine con il Kwait è andata completamente a fuoco. “Ho pietà di chiunque fosse là sotto”, dice un sergente dei Marins, “li avevamo avvertiti di arrendersi”. Il San Diego Union Tribune, sempre nell’agosto 2003 riporta la testimonianza del Maggiore dei Marins Jim Amos che conferma l’uso di naplm in più occasioni durante l’invasione in Iraq. Ma è nell’inchiesta dell’Indipendent che esponenti del Pentagono parlano di operazioni chirurgiche, “a basso impatto ambientale”, eseguite non con il napalm direttamente ma con bombe derivate, le cosiddette bombe incendiarie Mark 77. Sullo stesso
giornale John Pike del Global Security Group commenta: “Puoi chiamarlo in un altro modo ma è sempre napalm. È stato riformulato, nel senso che ora utilizzano un differente distillato di petrolio come base, ma al fondo è sempre quello. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi – aggiunge – che abbiano fatto largo uso di napalm, non ho notizie di altri paesi che lo facciano”.
Questo accadeva più di un anno fa. E a Falluja nel novembre scorso? È perché si sono usati napalm e altre armi non convenzionali che non si è permesso e non si permette a giornalisti e media di indagare da quelle parti? Nel parlamento inglese la domanda è stata sollevata l’8 dicembre, questa volta dalla parlamentare Jenny Tonge. La risposta tarda e il 21 dicembre Alice Mahon lancia in Parlamento il suo affondo più duro: “Visto che – dice la deputata inglese – abbiamo la possibilità di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione, voglio dire che questa guerra è illegale. È stata ingaggiata su false premesse. È, e resta, un’operazione dai costi altissimi, finanziari e umani. Una guerra che ha incrementato il terrorismo a livello internazionale”. E poi lancia una stoccata a Blair: “Andare a Bassora e nella green zone come ha fatto il nostro primo ministro, non è andare a visitare l’Iraq: mi piacerebbe vedere un primo ministro che parla con qualche rifugiato di Falluja. In quanti sono morti in quella città? La battaglia di Falluja è la battaglia che non siamo stati autorizzati a vedere. È la battaglia che avrebbe dovuto portare la democrazia in Iraq”. Tanto, che arrivati alle elezioni, non ha partecipato al voto, perché area, troppo inquieta e ribelle. “Che fine hanno fatto – incalza Mahon – gli sfollati che hanno lasciato la città? Perché non ci sono immagini delle persone che ancora vivono a Falluja, alcuni in condizioni davvero estreme? Che tipo di armi sono state usate là? Gli americani hanno ammesso di usare una sostanza simile al napalm quando cominciò l’invasione. Abbiamo avuto testimonianze, in particolare dalla Reuters, che armi veramente terribili sono state impiegate dalle truppe americane. Ho cercato più volte di ottenere una risposta qui, in parlamento, ma invano. Al-Jazeera è stata messa alla porta prima della seconda battaglia a Falluaja, così non ci sono state fonti d’informazione affidabili”. Poche le testimonianze dalla zona di Falluja, eccetto che dagli “embedded”. Un giornalista americano, Michael Schwartz, ha scritto il 16 dicembre scorso: “L’agghiacciante realtà di ciò che la città è diventata, comincia solo ora a venir fuori, mentre le forze militari americane continuano a bloccare quasi tutti gli accessi alla città, impedendo a tutti, reporter, cittadini, organizzazioni come la Mezzaluna rossa di entrare”. “Ci sono checkpoints a tutte le cinque entrate – prosegue – controllati dalle truppe americane. Chiunque voglia entrare viene fotografato, gli vengono prese le impronte digitali e il colore degli occhi viene registrato. Tutto viene trascritto su un documento di riconoscimento”. E mentre per i reporter americani l’intera operazione non richiede più di dieci minuti, per tutti gli altri, compresi i cittadini le operazioni sono lunghe e non è permesso girare senza una targhetta di riconoscimento. “È come creare un ghetto – ha denunciato Mahon in Parlamento – marchi di riconoscimento, segnali assai sinistri per persone della mia generazione che si sono a lungo occupati di lager nazisti. Non mi pare che sia portare la democrazia offrire 500 dollari per ogni casa che è stata distrutta.. La Croce Rossa denuncia – prosegue Mahon – che in città non c’è acqua e non c’è luce elettrica, non ci sono ospedali funzionanti e molte case sono state rase al suolo. Avevo fatto domande su Falluja prima della battaglia, avevo chiesto se quello che ci veniva raccontato dei bombardamenti fosse una strategia di democratizzazione dell’Iraq.
Se lo è, non funziona. Abbiamo bisogno di alcune risposte chiare su che cosa sia stato fatto a nostro nome in Iraq. Dobbiamo sapere di più su queste elezioni, quando è chiaro che gli abitanti di Falluja non sono stati in grado di parteciparvi in modo significativo. Penso che occorra convocare una conferenza di emergenza all’Onu, con tutti i paesi membri presenti. Dobbiamo aprire un tavolo di discussione all’interno della coalizione per il ritiro delle truppe dall’Iraq, perché in questo momento noi rappresentiamo più un problema che una soluzione”. E conclude: “Dopo aver visto l’esecuzione a freddo di un soldato iracheno ferito e inerme mi è parso chiaro che occorre mettere in piedi un tribunale contro i crimini di guerra. Lasciateci sapere che cosa gli Americani hanno fatto a Falluja. Per la Serbia fu istituito un tribunale di guerra e là in Kosovo i media erano presenti e potevano vedere e raccontare. Ora non sento nessuno chiedere a gran voce giustizia per i tantissimi civili iracheni che sono stati uccisi. Non mi pento di essermi schierata contro il governo sull’Iraq. Avevo ragione. Penso che che prima o poi ci dobbiate delle risposte e che qualcuno debba assumersi le sue responsabilità”. Responsabilità di aver bombardato gli ospedali di Falluja uccidendo decine di civili ricoverati, come riportano, tra
gli altri, il Washington Post del 13 novembre e come ha raccontato la BBC. Responsabilità, secondo quanto scrive Simon Jenkins del British Sunday Times di aver bombardato Falluja con armi al fosforo: “Alcuni pezzi d’artiglieria hanno aperto il fuoco con cariche di fosforo bianco – ha scritto – che creano uno schermo di fuoco che non può essere estinto con l’acqua. I ribelli hanno riferito di essere stati attaccati con una sostanza che gli ha sciolto la pelle, una reazione consistente con il fosforo bianco che brucia”.
Responsabilità di aver utilizzato il napalm, secondo il commentatore politico del Daily Mirror Paul Gilfeather, che il 28 novembre scorso ha scritto: “Le truppe statunitensi stanno usando in segreto dei gas al napalm proibiti per spazzare via i restanti ribelli a Falluja e nei dintorni. La notizia che il presidente George Bush ha consentito l’uso del napalm, una miscela mortale di polistirene e benzina, proibita dalle nazioni unite nel 1980, sbalordirà i governi di tutto il mondo”. Allo sbigottimento non ha ancora fatto seguito un assunzione di responsabilità da parte delle forze di coalizione. Le elezioni in Iraq ci sono state, ha vinto la coalizione sciita, ma sono ancora giorni di sangue. Quando le truppe della coalizione accetteranno di togliere l’assedio e andarsene?
su Avvenimenti numero 8 l’inchiesta continuava con “MK-77, bomba micidiale, ancora più letale del gas usato in Vietnam” di Umberto Rapetto, con la risposta del sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu all’ interrogazione urgente presentata da 26 parlamentari dell’Unione. Il portavoce del governo ammette di “Non avere elementi di riscontro sui fatti evocati”, “aggiungendo che: “i militari italiani impegnati in Iraq, nel rispetto della convenzione di Ginevra, non dispongono degli armamenti menzionati”. Senza fare parola su quello che l’interpellanza, di fatto, chiedeva: dell’uso di armi non convenzionali da parte delle forze statunitensi di cui il governo Berlusconi ci ha voluti stretti alleati. Gli Usa, come è noto, non hanno firmato la convenzione del 1980 contro le armi chimiche. E ancora, nel numero in edicola, un’intervista a Nuccio Iovene, senatore ds che ha firmato un progetto di legge per la messa al bando delle cluster bombs e la testimonianza di Ezio Di Nicolò, militare di 23 anni dimissionario dalla missione Antica Babilonia”.

In calce al pezzo su Avvenimenti, viene ripubblicato l’articolo de il manifesto in cui Giuliana Sgrena denuncia l’uso di armi al napalm su Falluja.

Posted in Iraq | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Alta tensione

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 1, 2002

L’elettroschok Rosy Bindi nel 1997 lo aveva sdoganato. E c’é ancora chi lo pratica

“Avevo cominciato ad avere fobie e deliri dopo la morte di mio padre, quando avevo 13 anni”, racconta Michele, un trentenne ricercatore universitario che con generosità ci racconta la sua storia chiedendoci in cambio di mantenere un suo giusto anonimato. “Episodi in cui la malattia mi si presentava con violenza, ossessioni che non mi lasciavano vivere, intervallate da momenti in cui riuscivo comunque a studiare a tenere dei rapporti sociali. Dopo la scomparsa di mio padre ho sempre convissuto con mia madre in rapporto stretto, certo non sano, simbiotico, lei viveva per me, impedendomi qualunque separazione. Comunque riconosco, è stata lei a portarmi, già agli inizi della malattia, da medici e psichiatri, accorgendosi che qualche cosa non andava. Prima un medico di base, poi uno psicanalista freudiano che sbadigliava,perennemente assente. Tentativi di cura che non producevano risultati.

POICI FU CONSIGLIATA UNA CLINICA
Poi ci fu consigliato di consultare uno psichiatra rinomato, il professor Cassano della clinica universitaria di Pisa. Titoli e posizione facevano pensare a un luminare. Eravamo agli inizi degli anni ’90, in poco tempo fui ricoverato al Santa Chiara, mi ritrovai in un
ospedale dove le norme igieniche erano a dir poco approssimative- io che avevo continui deliri di dovermi lavare le mani, paura della sporcizia- e con gli infermieri aguzzini che minacciavano di continuo di chiudere i rubinetti perché consumavo troppo. Una camerata di letti dove ogni tanto piombava una combriccola di studenti e professori. Alzavano qualcuno dal letto, lo mostravano come una scimmia. Mi ricordo una volta, un paziente fu fatto alzare, l’incaricato cominciò a elencare davanti a una quindicina di persone: ‘sguardo spento, riflessi ritardati?’. Mi sentivo morire per quel poveraccio. A ore fisse ci buttavano fuori dalla stanza, arrivavano con certi teli da mettere sul letto del malato. Seppi poi che venivano per sedute di elettroshock, fatte direttamente in camera, senza neanche una sala apposita e attrezzata. Lo proposero anche a me, ma per fortuna, forse stavo meno male di altri, ebbi la forza di rifiutarlo. Dopo ho saputo che avevano già provato a convincere mia madre e i miei parenti mentendo, dicendo loro che non mi ero dichiarato del tutto contrario al trattamento. Ripeto, per fortuna ebbi la forza di dire no e i miei familiari comunque fecero muro intorno a me. Un giorno riuscii a tornare a casa, a uscire da quella struttura in cui ancora nel 1990 si usavano corregge per legare le mani, in cui c’era un padiglione separato da una grata di ferro, che non sono mai riuscito a vedere all’interno, ma da cui giorno e notte provenivano urla agghiaccianti. Da allora sono riuscito a ribellarmi alle undici pasticche di psicofarmaci che mi imponevano ogni giorno, le ho ridotte a due e ho cominciato una nuova ricerca, una psicoterapia di gruppo che in due anni, sto ancora lottando, mi ha ridato una speranza di vita, di rapporti veri. Ma non mi dimenticherò facilmente cosa ho visto in quel padiglione, non è facile cancellare il ricordo, mi ricordo un paziente che non facevano dormire da quindici giorni infilarsi una forchetta nel collo durante il pranzo al refettorio. Ora ho rabbia per la mia giovinezza non vissuta, per quello che mi sono lasciato prendere dalla malattia, per la passività ce ho avuto verso personaggi come il professor Cassano che, sono certo, mi ha rubato almeno dieci anni di vita” .

Un’altra storia, non facile. Anno 1998, sul quotidiano l’ Unità, dopo aver smesso di scrivere e disegnare Tiziano Scalvi, l’ideatore di
Dylan Dog scriveva: ” Dal 1990 la mia depressione ha toccato il fondo e ha cominciato a scavare. Lo psicoanalista mi ha parlato di una roba praticata da uno psichiatra famoso, vado da lui a Pisa e faccio una cura a base di litio e altre cose. Cominciano a parlarmi di elettroshock…. ‘Dottore i pensieri mi fanno troppo male me lo faccia’. Stavo in una clinica di lusso, ma il fatto è che ogni due o tre giorni insieme ad altri pazienti ci caricavano su un furgone e ci portavano in un ospedale statale laido come pochi, lì ci spalmavano le
tempie con qualcosa e prima di addormentarmi vedevo già che stavano facendo l’ elettroshock a quello nel letto accanto a me che saltava su di colpo…. Sono stato a Pisa 20 giorni, mi è costato 24 milioni. Ho fatto sette elettroshock. La mia memoria è andata e forse non tornerà più come prima. Sono sparite piccole e grandi cose….”.

ALLA RICERCA DELLO “PSICOCOCCO”
Due dure storie a confronto, una da paziente senza troppi soldi in tasca, finito all’ospedale Santa Chiara di Pisa e l’altra, parallela , più o meno nello stesso torno di tempo, di un ricco ospite di una clinica di lusso a San Rossore che poi veniva trasportato nell’ospedale pubblico per fare l’elettroshock a pagamento. Dietro queste diverse vicende uno stesso psichiatra, il professor Giovan Battista Cassano, luminare dell’ organicismo, di quella psichiatria molto diffusa soprattutto negli Stati Uniti, che sostiene l’origine organica della malattia mentale. La pazzia secondo questa scuola di pensiero che non distingue la malattia della mente dalla malattia del corpo, la cerebropatia rilevabile con strumenti come la tac da disturbi del pensiero e degli affetti, starebbe nel mal funzionamento dei neuroni e dell’organo cervello e avrebbe perlopiù cause genetiche. E questo nonostante nessuno sia mai riuscito fin qui a scoprire l’ esistenza di un qualche “ psicococco”, né tanto meno di un gene del suicidio, come quello cercato fino a qualche anno fa, con grande dispendio di mezzi, dall’ eminente professore pisano e dal suo staff medico. Resta comunque il fatto, che nonostante la discutibilità di metodi e ricerche, da vari anni ormai il professor Cassano, mercé anche abbondanti passaggi televisivi su reti private,
è stabilmente alla guida di uno dei più grossi centri in Italia di terapia elettroconvulsivante: il famigerato elettroshock, praticato massicciamente fino agli anni’60 e ’70, quando ancora la scienza psichiatrica doveva fare parecchi passi avanti. Una tecnica basata sull’impiego di scariche elettriche che determinano una sorta di effetto lobotomia sul paziente, una temporanea remissione di sintomi per stordimento.

REGIONI CONTRO
Contro l’uso dell’ elettroshock si è da poco pronunciata la Regione Toscana, prima in Italia a mettere al bando questa pratica almeno per determinate fasce di pazienti: i bambini e i ragazzi, gli anziani, le donne in gravidanza. <La nostra proposta è nata per tutelare i pazienti psichiatrici da abusi, prima di presentarla l’ abbiamo sottoposta alla comunità scientifica, al parere della commissione di
bioetica, delle associazioni di cittadini, una gran messe di psichiatri e operatori del settore- racconta Giovanni Barbagli, consigliere regionale di Rifondazione Comunista e estensore materiale della proposta di legge per la messa al bando regionale dell’elettroshock – Non è possibile accettare la pratica indiscriminata che il professor Cassano, unico in Toscana, fa ancora oggi dell’elettroshock”. Punti di forza della proposta che è stata approvataall’unanimità dal Consiglio regionale toscano il 22 ottobre scorso sono il consenso informato del paziente e l’obbligo di dare informazioni ai cittadinisugli effetti dell’elettroshock e sui possibili trattamenti alternativi. “Una Regione non può legiferare su questa materia”, obietta il professor Cassano, riprendendo un vecchio adagio ben conosciuto da chi nella Regine Marche e Piemonte aveva già tentato nei mesi scorsi di far passare una messa al bando totale dell’elettroshock. “Il nostro tentativo è stato arenato per ora dalla Corte costituzionale- spiega Marisa Suino, prima firmataria Ds della proposta
per il Piemonte, ma non ci arrendiamo, se due o più regioni italianeriusciranno a legiferare in materia, sarà difficile poterci ignorare. Da noi inPiemonte sono in pochi a praticare l’elettroshock, non c’è un personaggio potente come Cassano, ma quello che conta veramente è che non passi più un certo tipo di pensiero, che non si abdichi alla ricerca psichiatra e alla cura, con palliativi violenti e inefficaci”.

CASSANO SI DIFENDE
Interpellato proprio su questo punto, l’efficacia e gli eventuali rischi ,il professor Cassano da Barcellona ci racconta:
“Certo non si può lasciar fare l’ elettroshock di qui e di là. Deve essere fatto con anestesisti in un centro attrezzato come il nostro. Noi trattiamo centinaia di casi. Ci chiamano e vengono da ogni parte d’Italia per farlo. Sono pazienti che vengono a farlo ambulatorialmente. Sanno di essere migliorati da questo tipo di sedute”. Risultati duraturi e positivi su lungo periodo? “I pazienti, spesso poi ripartono, non è facile seguirne gli sviluppi a distanza”. Più di uno psichiatra sostiene che si tratti di una terapia solo sintomatica, se una persona ha tendenze suicide o altro, dopo il tramortimento momentaneo provocato dall’elettroshock poi torna come prima.”Sono convinto che si tratti di una terapia salvavita, fondamentale nel trattamento delle depressioni resistenti,
che non rispondono al trattamento con i farmaci. Non comporta nessun rischio,non è uno stress, non è una violenza al paziente” . Una lunga messe di studi, rintracciabile anche via internet, sostiene palesemente il contrario. Sono tantissime le fonti che parlano di guasti permanenti prodotti dalla scarica elettrica. Si parla di danni ai vasi sanguigni del cervello, di danneggiamenti irreversibili al tessuto cerebrale, di possibili emorragie rimanendo al solo piano fisico e poi di danni alla memoria, alla capacità di parlare e molto
altro ancora. <Non sappiamo come funziona l’elettroshock, sappiamo che produce certi effetti e basta”, ammette lo steso psichiatra Paolo Pancheri alla guida di una delle prime università di Roma. ” Non è un trattamento fuori norma, lo prova anche una circolare ministeriale del centrosinistra”, replica ancora Cassano, portando a testimonianza un’infelice circolare dell’allora ministro Rosy Bindi, che nel 1997 ripristinò la pratica dell’elettroshock, salvo poi fare rapido dietro font, sotto una scarica di proteste piombate da sinistra e da destra. Allora, perfino lo psichiatra e senatore di Forza Italia Meluzzi”sentenziava. <L’elettroshock è una terapia psuedo-salvifica, scorciatoia di comodo, angosciante e inutile risposta ai bisogni del malato cui si dà una
bastonata in testa per non entrare in sintonia con lui”.

da Avvenimenti, settimanale dell’Altritalia, 1 novembre 2002

Posted in Psichiatria | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: