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Posts Tagged ‘Roberto De Mattei’

Quel sapere che fa paura al potere

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 28, 2011

 Vietato pensare. Il premier Berlusconi vorrebbe irretire l’autonomia critica e la memoria degli italiani. Ma le sue bugie hanno le gambe corte. Ala Festival Parole di giustizia a La Spezia il professor Stefano Rodotà parla dell’importanza della storia  e dell’impegno civile nel contrastare la barbarie culturale in cui sembra caduto il Paese

di Simona Maggiorelli

Lorenzetti Il Buon governo, Siena XIV secolo

Restituire un pezzo di memoria assume inevitabilmente un significato politico e civile, oggi in Italia. Anche se il professor Stefano Rodotà a proposito del suo Diritti e libertà nella storia d’Italia (Donzelli) si schermisce: «non voglio salire su un cavallo bianco -dice- ho solo cercato di rinfrescare il ricordo di certi fatti. Perché negli ultimi dieci anni anche in Parlamento si raccontano cose che nessuno anni fa avrebbe osato, perché si conosceva la storia di questo paese». Un attacco alla storia, (vedi i manifesti scandalo sulle Br in procura) che va di pari passo con l’attacco del Premier alle istituzioni. E non solo. Su  questi temi, in occasione della presentazione del libro al Festival Parole di giustizia il 13 maggio a La Spezia abbiamo rivolto alcune domande al professore emerito di diritto dell’Università La Sapienza.

Professor  Stefano Rodotà, dopo aver denunciato l’attacco alla Costituzione, ora lei parla di decostituzionalizzazione. Una deriva ulteriore?

Sì, si usa la riforma della giustizia per eliminare in radice garanzie che la Carta prevede. Là dove, per esempio, è detto che la magistratura dispone direttamente della polizia giudiziaria si leva “direttamente” e si dice “secondo le modalità della legge”. Così una maggioranza qualsiasi potrà far fuori le garanzie sancite dalla Costituzione e protette dalla sua rigidità. E si potrà passare una serie di poteri a maggioranze ordinarie come l’attuale: blindata, che vota qualsiasi cosa. Intanto il Parlamento è stato ridotto a luogo di registrazione passiva della volontà del presidente del Consiglio e l’ altro sistema di controllo, di contropotere, di contrappeso necessario in ogni democrazia- la magistratura- è sempre più preso di mira».

Stefano Rodotà

 Berlusconi parla di magistrati «eversori», stigmatizza la Corte costituzionale «covo di sinistra». Calunnia, altera la verità, anche quella storica. Perché una parte di italiani continua a credere alle sue falsità?

Questa è la domanda chiave. Di risposta non ce n’è una sola. Al primo punto c’è l’informazione in Italia. Non dobbiamo cadere nella trappola berlusconiana che addita alcuni talk show come eretici nei suoi riguardi quando tutte le ricerche dicono che l’opinione pubblica si forma soprattutto con il Tg1 e il tg5. Che non riferiscono una serie di fatti oppure ne danno la versione di B. Perfino l’Autorità delle telecomunicazioni- che pure non brilla di attivismo in queste materie- ha dovuto dire che non si può diffondere ogni giorno un comunicato o un video di B. Secondo punto: il Premier ha costruito intorno a sé, non “un sogno” come è stato detto, ma un blocco sociale su interessi come l’evasione fiscale. Per lui «l’evasione fiscale è legittima difesa». Da qui l’abbassamento della soglia di tutte le regole. Così accanto alle leggi ad personam, ecco l’eliminazione del falso in bilancio, di cui B. si è servito. Una “semplificazione” che fa scendere la legalità nella stesura dei bilanci. Parlo di un blocco sociale, dunque, costruito sui peggiori aspetti della società italiana come il non pagare le tasse. Anche se qualcosa comincia a scricchiolare: con questa crisi le piccole e medie imprese non riescono a stare sul mercato, i problemi che devono affrontare sono assai più vasti. Poi a tutto questo va aggiunto un terzo elemento: la debolezza dell’opposizione che, a mio avviso, ha regalato forza a B.

 B. dice che la sinistra è triste ed «ha una ideologia disumana e crudele». E alla convention dei Liberal del Pd Bill Emmott risponde che non va sottovalutato: «la sinistra ha una cultura del dolore». Così Enzo Bianco rilancia: «dobbiamo sorridere di più». Perché continuare a rincorrere B. sul suo terreno?

Per lungo tempo è stata sopravvalutata la capacità di comunicazione di B. E si è pensato che adeguandosi al suo modello lo si sarebbe sconfitto. Non è accaduto. Proprio per l’asimmetria di potere: se io scelgo il modello media e i media sono di un altro, lotto con una mano legata dietro la schiena. Intanto si è persa la strada storica del rapporto con la società. Qualcosa, però, sta cambiando. La manifestazione delle donne, degli studenti, del lavoro e del precariato ci dicono di una ripresa di reazione sociale. E non sono più «i ceti medi riflessivi» di cui parlava Paul Ginsborg all’epoca dei girotondi. Ora la reazione che ci si deve aspettare dall’opposizione è che trovi i giusti canali di comunicazione con questo mondo che va in piazza e che ha bisogno anche di una sponda politica. Fin qui le reazioni sono state vecchie, impaurite e sbagliate. Si è detto non possiamo arrenderci al movimentismo. Come se non fosse qualcosa che sta avvenendo nella società…

Dal suo libro emerge l’abisso fra uno Stato ancora in formazione che paventava lo strapotere della Chiesa e gli ultimi quindici anni in cui lei scrive: «si è assistito a pratiche politiche e a leggi che quanto più si avvicinavano alle richieste della Chiesa tanto più si allontanavano dalla Costituzione». Siamo sempre più lontani dal resto d’Europa?

Nettamente e non è una valutazione preconcetta o ideologica. Prendiamo un dato di realtà: si discute in Parlamento di testamento biologico lasciando strada aperta a una posizione della Chiesa veramente violenta che parla di «indisponibilità della vita e di limiti invalicabili». Ora se noi andiamo in Germania, Francia o in Spagna non solo lì le norme sul biotestamento ci sono e da tempo, ma sono in forme tali che in Italia l’opposizione neanche penserebbe di proporle perché verrebbe accusata di chissà quali nefandezze, Siamo prigionieri di questo meccanismo: da noi vengono presentate come questioni di fede questioni che evidentemente di fede non lo sono come il diritto a rinunciare a idratazione e nutrizione forzata. Quelli della Chiesa diventano da noi punti di vista che pesano nella discussione politica al punto da frenarne l’autonomia e l’intelligenza. Perché c’è una presenza della Chiesa più intensa che altrove, ma anche per una politica debole. Per cui il Pdl si presenta come fedele braccio secolare delle volontà del Vaticano e non per reale adesione culturale, ma per averne sostegno. La debolezza della politica italiana ha aperto varchi enormi all’iniziativa della Chiesa.

 Il vice presidente del Cnr, Roberto de Mattei ha organizzato un convegno contro l’evoluzionismo e uno sul fine vita in cui si attacca il protocollo di Harvard. Cosa ne pensa?

De Mattei è libero di dire ciò che vuole ma rivestendo una carica istituzionale – perché il vertice del Cnr è nominato dal Governo – ha il dovere di rispettare l’opinione altrui e di non usare il denaro e il ruolo pubblico per fare propaganda a tesi che, per usare un eufemismo, hanno uno statuto scientifico molto debole. Ormai non c’è più confronto, si rifiuta il punto di vista dell’altro quando non lo si ritiene conforme alla propria particolare situazione. E’ il dato devastante introdotto dalla logica del berlusconismo che ha come regola la negazione dell’altro. Lei lo ricordava all’inizio: “tutti comunisti”, “tutti nemici della famiglia”; con questa premessa non è possibile guardare alla società italiana tenendo aperta la discussione. Il punto drammatico è la regressione culturale, che è anche regressione del linguaggio. Uno non si scandalizza moralisticamente della barzelletta di B. ma della degradazione dell’altro che c’è nel suo linguaggio, che poi è quello leghista. Non a caso si attacca un luogo di formazione del pensiero critico come la scuola pubblica: si vuole azzerare la capacità dei cittadini di valutare. Ma cattiva cultura produce cattiva politica, ed è ciò che stiamo vivendo. Anche per questo quando Donzelli mi ha proposto di rimettere in circolazione quel libretto aggiornandolo ho accettato. In una altra situazione avrei detto no, ci sono molti materiali. Ma oggi si va perdendo anche la memoria dei fatti elementari. Il Premier, per esempio, lamenta di non poter fare provvedimenti. C’è un travisamento della realtà istituzionale tanto che si imputa alla Costituzione e al Parlamento l’impossibilità di muoversi. Ma basta pensare che in un solo anno, il 1970, sono stati approvati l’ordinamento regionale, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, le norme sulla carcerazione preventiva, in sequenza rapidissima… E negli anni successivi le norme sulle pari opportunità sul lavoro, l’aborto, la riforma dello stato di famiglia. C’era una cultura politica e in Parlamento si andava per discutere davvero. Non mi meraviglia che un periodo come quello, in cui si attuava la Costituzione per i diritti e le libertà, oggi venga demonizzato.

da left-avvenimenti

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Il ritorno del crociato

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 4, 2009

di Federico Tulli

Sbattuto fuori dalla porta nel 2004, il creazionismo all’italiana sta tentando di rientrare dalla finestra dei luoghi in cui si sviluppano la cultura e la scienza del nostro Paese. Fu in quell’anno che l’allora ministro della Pubblica istruzione Letizia Moratti assoldò un manipolo di esperti incaricandoli di trovare il grimaldello per fare spazio nei programmi scolastici di biologia alla favoletta cristiana che vuole il mondo creato tremila anni fa e l’essere umano privo di identità, incapace cioè di formulare pensieri e privo di fantasia, in quanto “tavoletta di cera” da plasmare in base ai dettami della cultura dominante. Che nella fattispecie, ovviamente, è e deve essere quella cristiana. Nei piani dell’attuale sindaco di Milano, tutto doveva avvenire eliminando l’insegnamento della teoria evoluzionistica di Darwin. Il progetto fallì miseramente nel più imbarazzante dei modi. Dopo le dure accuse di antiscientismo mosse dall’Accademia dei Lincei, il ministro affidò a Rita Levi Montalcini la presidenza di una commissione incaricata di decidere sull’utilità dell’insegnamento di Darwin. Al termine dell’indagine il colpo di scena: Vittorio Sgaramella, docente di Biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini denuncia (anche al nostro settimanale) una pesante manomissione del testo finale. Un’ignota mano aveva tentato di far passare la teoria del naturalista inglese per un’ipotesi come un’altra, annacquando le conclusioni degli scienziati.

Ora facciamo un salto indietro. Tra gli esperti incaricati in prima battuta dalla Moratti, che con le loro posizioni ideologiche antidarwiniane avevano provocato la reazione sdegnata degli accademici dei Lincei, c’era il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, “il crociato”, ideatore della Fondazione Lepanto che da 27 anni si impegna in «campagne pubbliche al servizio della Chiesa e della Civiltà cristiana». E’ lui che oggi (come allora) afferma che «dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionistica che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare». Questo scrive De Mattei in Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi, che contiene gli atti da poco pubblicati di un workshop svoltosi al Consiglio nazionale delle ricerche lo scorso febbraio. Quali siano i “filosofi” di riferimento di De Mattei è presto detto. In primis c’è Joseph Ratzinger. È il papa, infatti, la punta di sfondamento di quella “scuola” che mira a svuotare di significato la teoria evoluzionistica. Che questa non sia «ancora una teoria completa e scientificamente verificata», sono parole sue. L’obiettivo è chiaro. Declassificando il corpus di intuizioni e scoperte che hanno stimolato lo sviluppo delle più moderne discipline scientifiche, vien da sé che, al pari dei darwinisti, i genetisti o i biologi molecolari possono essere chiamati al confronto con l’ideologia cristiana sul campo delle semplici correnti di pensiero. Dove per incanto troviamo, insieme ai creazionisti, sia chi sostiene che l’embrione è un essere umano, sia chi vieta la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Tutti fautori di un non meglio identificato concetto di vita, che sicuramente tutto è tranne che umana, come è stato dimostrato. Non è un caso che il creazionismo punti a far passare l’idea che l’origine della vita, cioè la nascita umana, sia indimostrabile. A tal proposito torniamo ai filosofi graditi a De Mattei. Per esempio Hans Jonas, che sostiene l’impossibilità di verificare «dove si trovi l’esatto confine tra la vita e la morte», tesi che aleggiava in un altro convegno diretto da De Mattei a inizio 2009. Il titolo era: “La morte cerebrale è ancora vita?”. La risposta in estrema sintesi fu: «Sì». D’altronde, dice Jonas: «Chi può sapere che quando il bisturi comincia a tagliare non si causi uno shock, un ultimo trauma a una sensibilità diffusa, non cerebrale, ancora in grado di sentire il dolore». In poche parole, Hans Jonas credeva nell’esistenza degli zombie. Ma De Mattei non se ne cura. Forse perché, specie per chi resuscita c’è sempre un posto nel favoloso “progetto della creazione”. Dove, se non esiste la morte, pure la nascita diviene un concetto opinabile. Di qui a spacciare per un’ipotesi possibile “la vita eterna”, cioè l’esistenza di un creatore di tutto, il passo è breve. left 48/09

da left-avvenimenti del 4 dicembre 2009

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Un crociato al Cnr

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 3, 2009

Un ritratto di Roberto De Mattei il subcommissario fondamentalista dell’ente nazionale di ricerca. Consigliere di Gianfranco Fini, fa parte delle milizie cattoliche preconciliari

di Simona Maggiorelli

Della vicenda del commissariamento del Cnr e dell’attacco alla ricerca mosso dal governo Berlusconi Avvenimenti si è occupato spesso nei mesi scorsi cercando di indagarne logiche, metodi, retro pensieri. Ora, scorrendo i nomi dei comissari e subcommissari appena nominati siamo andati a vedere il loro profilo.

Spinti anche dall’appello di dodici eminenti storici pubblicato da Repubblica il 28 giugno. Fra i firmatari ci sono Adriano Prosperi, Rosario Villari, Massimo Firpo, Giuseppe Galasso, Armando Petrucci e molti altri. Ma veniamo ai fatti. In una lettera indirizzata ai direttori d’Istituto, il 31 luglio, il commissario straordinario Adriano De Maio rivendica un potere pieno e assoluto nella ristrutturazione del Cnr, dispensando consigli e minacce, lasciando intendere che non ci si potrà opporre alla sua manovra, finché non sarà interamente compiuta. Se il suo piano dovesse fallire, avverte de Maio,il Cnr potrebbe chiudere.

Senza clamori, lontano dai riflettori, invece, è partito il lavoro dei subcommissari. Fra questi troviamo Roberto De Mattei, in questi giorni presenza assidua e discreta nelle stanze del quartier generale del riordino. Figura chiave, la sua, soprattutto per il ruolo politico che ha il professore. De Mattei è il consigliere per le questioni istituzionali del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. Caratteristica pregnante dello storico De Mattei sono le scelte “forti” in campo ideologico. Il nostro è un battagliero cattolico preconciliare, avverso ad ogni moderatismo centrista.

Quando sono state rese pubbliche le nomine ci si è domandati chi fosse questo oscuro professore associato di storia moderna dell’Università di Cassino assurto a subcommissario con delega per le scienze umane. Se De Maio è ben noto come rettore della facoltà della Confindustria (la Luiss), fin qui, di De Mattei si conoscevano solo alcune violente prese di posizione contro il Gay pride fiorite, nel 2000, in pesanti iniziative pubbliche organizzate con Forza Nuova. Così volendo mettere meglio a fuoco la sua figura, accanto ai fatti evidenti – ovvero che è cresciuto in ambienti di Alleanza cattolica molto vicina ad An e che è stato allievo di Augusto Del Noce – si scoprono altri più in ombra come il suo lavoro come guida dell’associazione Lepanto e il suo legame con il cattolicesimo confessionale e oscurantista professato dalla associazione brasiliana Tradizione Famiglia Società fondata dal teologo Plinio Correa de Olivera, sostenitore di due dittature militari, quella brasiliana e quella cilena. Di de Olivera, De Mattei è il biografo ufficiale, di lui il Nostro si dice discepolo e da lui ha ampiamente mutuato la visione manichea di un mondo in cui si fronteggiano le forze del Bene e del Male. Come si legge nelle pagine pubblicate da De Mattei sul sito www.lepanto.org e nella più esplicita versione brasiliana, che un amico che di mestiere fa lo storico ci ha utilmente suggerito di visitare (www.lepanto.org.br). Il Bene, vi si legge, è la civiltà cristiana, il Male il barbaro islam che mirerebbe alla conquista dell’Occidente con i mezzi dell’invasione demografica per poi imporre le proprie leggi. Cristianità contro islam, in contrapposizione rigidamente dualistica, riesumando medievali fantasmi di guerra santa.

Il manifesto del centro studi Lepanto del resto avverte: “Fondato nel 1982 con lo scopo di difendere i valori tradizionali, richiamandosi al magistero immutabile della Chiesa cattolica”, “sostenuto da una rete di amici con la preghiera, con l’azione, con il sacrificio anche finanziario”. Sfogliando le pagine web si fa sempre più chiara l’idea che non di convinzioni solo private si tratti. Lo precisa lo stesso Roberto De Mattei propagandando esplicitamente “un’idea di religione non come dimensione intimistica, ma come proiezione sociale”. Pensando alla carica istituzionale a cui è stato chiamato viene difficile pensare che il suo possa essere davvero solo un ruolo tecnico. E ancor più, tremano le vene e i polsi quando si leggono brani in cui de Mattei ripudia ogni radicale separazione fra ordine religioso e civile. Folgorante il passaggio sul semestre europeo affidato all’Italia. Per de Mattei non sembra contare molto che la Convenzione abbia deciso di tagliare dalla costituzione europea ogni riferimento alle radici cristiane d’Europa. “e’ significativo – scrive- che sia un premier italiano a ricevere il testo, si tratta di una coincidenza di forte valore simbolico… l’esecutivo vuole introdurre il riferimento alla religione e questo sarà un punto qualificante”.

Fra due anni in Francia si festeggerà il centenario della separazione fra stato e Chiesa come importante momento per la storia europea. De Mattei invece preferisce radicare il suo pensiero fuori dalla storia, sull’astratta trascendenza. La domanda quindi ritorna: ancoraggi metafisici di questo genere come potranno coniugarsi con un’idea di promozione della libera ricerca? E il quadro si fa ancora più scuro quando nei suoi scritti – emblematico il libro Guerra santa, guerra giusta Islam e Cristianesimo in guerra (Piemme, 2002) – si incontrano apologie della figura del “Cavaliere di cristo che uccide con la tranquilla coscienza e muore con ancor maggiore sicurezza… senza temere in alcun modo di peccare per l’uccisione del nemico”. E poi deprecazioni della tolleranza, mescolate ad operazioni di revisionismo storico che arrivano a negare i genocidi compiuti in nome della croce sostenendo che una cristianizzazione forzata non sarebbe mai esistita e che il cattolicesimo si è sempre diffuso attraverso la pacifica conquista dei cuori. A questo punto appaiono assai più chiare le affermazioni forti della lettera degli storici pubblicata da La Repubblica e rilanciata dal sito www.scienzaviva.wnet.it/osservatorio ricerca.

Senza soffermarci sul valore del professor De Mattei come studioso- recita la lettera- non possiamo fare a meno di constatare come la matrice fondamentalista di alcune sue asserzioni su momenti essenziali della democrazia occidentale così come sui valori della laicità dello Stato e del dialogo fra culture si collochi non solo in contrasto coi principi fondanti della nostra Costituzione ma anche in conflitto con le premesse della collaborazione scientifica internazionale e coi caratteri originari della ricerca storica come strumento di conoscenza e di comprensione di culture diverse”. Un passaggio che valeva la pena di riportare integralmente e a cui lo storico Rosario Villari, fra i primi firmatari della lettera ( a cui poi si sono aggiunti i nomi di altri trecento intellettuali, ricercatori, docenti universitari) aggiunge:”E’ anche il metodo di questa nomina che non convince, la comunità scientifica non è stata minimamente consultata e coinvolta nella decisione”. E più in là:”Non è la sola ricerca storica ad essere un pericolo- denuncia il professore-. E’ una faccenda che riguarda tutte le discipline e lw branche di specializzazione. C’è un clima di incoltura generale che va dal governo ai mass media, manca sempre più la cultura dell’approfondimento, basta guardare il tenore dei programmi televisivi”.

La ricerca sta subendo un attacco durissimo in questo momento in Italia” commenta Rino Falcone, coordinatore dell’Osservatorio sulla ricerca, fondato e promosso da una serie di scienziati e intellettuali di chiara fama, da Margherita Hack a Tullio Regge, per monitorare il campo, vigilare e denunciare, ma anche per fare concrete controproposte ai “riformatori”. “Gli istituti di ricerca pubblica- spiega Falcone- sono sempre più depauperati di risorse, l’autonomia progressivamente ridotta, chi ci lavora dentro è spinto verso una sempre maggiore precarietà e questo mentre, di pari passo, aumentano le sovvenzioni a istituti privati”. L’esempio più eclatante nelle ultime settimane è stato certamente quello dell’Istituto di studi politici San Pio V di Roma: una piccolissima istituzione privata che ha avuto la qualifica di ente di ricerca “non strumentale”al pari di prestigiose e storiche istituzioni pubbliche di ricerca. Questo governo prevede di dare all’università privata San Pio V, dove insegna il ministro Rocco Buttiglione, una cifra fra un milione e mezzo di euro (solo per il 2003). “ Un fatto indecente – sottolinea Falcone- anche perché diversamente dagli enti come il Cnr, il San Pio V non ha nel proprio statuto l’obbligo di fare ricerca”. Ma c’è di più, tutta l’operazione di commissariamento del Cnr è stata anche un pesante tentativo di screditarne l’immagine”. “De Maio pone molta enfasi sulle prove di valutazione e noi non ci opponiamo- spiega- ma la continua verifica non deve essere usata per irretire, come mezzo per mettere il Cnr sotto tutela. Dati alla mano, e sono notizie pubbliche e verificabili, abbiamo dimostrato di essere del tutto competitivi con gli istituti analoghi al nostro in altri paesi”. Sono i report della Commissione europea, della National science foundation e di altri istituti internazionali a sostenerlo. 2In questo quadro nomine come quella di Roberto De Mattei, di persone poste in ruoli chiave della riforma del Cnr non per meriti scientifici – prosegue Falcone- diventano segnali davvero preoccupanti. Il rischio è che si vada verso una occupazione politica del Cnr. Nel consiglio di amministrazione ci sono sempre stati dirigenti di nomina politica, ma al contempo c’erano organismi interni che facevano da contrappeso. Adesso non è più così quegli organismi sono stati svuotati di potere e il rischio che perfino negli istituti di ricerca siano nominate persone per motivi non strettamente scientifici”. L’Osservatorio sulla ricerca intanto promette di dare battaglia con iniziative, dibattiti pubblici, assemblee. Sei mesi fa a Roma fu il promotore di una significativa protesta. Ricercatori di differenti ambiti del sapere andarono a Montecitorio per riconsegnare simbolicamente gli strumenti della ricerca. A ottobre ci sarà una nuova iniziativa e all’università un’assemblea di tutti i ricercatori di istituti pubblici e privati. “La cultura,la libera ricerca sono le leve fondamentali dell’innovazione, ma anche della crescita civile e sociale- ribadisce Falcone- non possiamo accettare che siano imbavagliate, sarebbe un danno enorme per il paese”.

I libri del crociato De Mattei:

Roberto De Mattei è autore del volume Il crociato del secolo XX Plinio Correa de Oliveira (Piemme, 1996) e di Guerra santa guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra (Piemme, 2002). E ancora 1900-2000 due sogni si succedono: la costruzione e la distruzione (Centro culturale Lepanto, 1990) in cui si può leggere la summa delle campagne tradizionaliste dell’associazione Lepanto. In questo libro De Mattei condanna le opere di Prygogine e di altri filosofi del caos, colpevoli come Giordano Bruno di ammettere “la pluralità dei mondi e l’infinità dell’universo… contro l’insegnamento cristiano”. Ha anche scritto un libro sui fatti di Genova. Invece nel volume La responsabilità della classe dirigente cattolica analizzata dopo la lettera ai vescovi italiani di Giovanni Paolo II (Edizioni fiducia,1994) accusa la Dc di aver contribuito al processo di “scristianizzazione” dell’Italia attraverso le legislazione sull’aborto e l’abolizione della potestà maritale.

E ancora fra le pubblicazioni promosse dall’associazione Lepanto: Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna e poi Islam, anatomia di una setta di Stefano Nitoglia con prefazione di Roberto De Mattei ( dopo la sua nomina ai vertici del Cnr queste pubblicazioni sono state tolte dal sito). Il centro culturale Lepanto pubblica anche una rivista. Fra i numeri “manifesto” in promozione sul sito c’è Comunismo , il crimine impunito del XIX secolo. Abbonarsi, si legge sul sito dell’associazione, “è un atto di amore alla verità”.

Da Avvenimenti 22 agosto 2003

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L’ora di religione

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 22, 2005

Avvenimenti, 22.12.05

Privilegi porporati e programmi scolastici dettati dalla Cei. Dove è finito lo Stato laico?
di Simona Maggiorelli

L’inizio è nelle pagine di storia: l’insegnamento della religione cattolica fece il suo ingresso ufficiale nelle scuole italiane nel 1923 con la riforma Gentile. Una scelta rafforzata poi dal Concordato del 1929. Ora però, a più di cento anni di distanza, il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti insiste su un inattuale ritorno a un modello confessionale della scuola pubblica. Lo raccontano l’assunzione in ruolo di 10mila insegnanti di religione varata dal governo Berlusconi e il fatto che le assenze degli studenti all’ora di religione ora vengono segnate e interpretate come penalità, eludendo il “particolare” che si tratta pur sempre di una materia facoltativa. Ma non solo. La commissione guidata da monsignor Tonini, incaricata dalla Moratti di stilare un manuale deontologico, ha appena concluso i suoi lavori e, presto, ne avremo il pensum ad uso di tutti gli insegnanti, non solo quelli dell’ora di religione. Mentre il vicepresidente del Cnr, lo storico Roberto De Mattei, con il compito di riformare la ricerca nel settore delle materie umanistiche, lancia proclami per un riscatto della società cristiana e contro i progressi della scienza, come fondatore dell’associazione Lepanto. E non si tratta, purtroppo, di un film in costume sul ritorno dei crociati. Basta andare sul sito http://www.lepanto.org per rendersene conto. Si tratta di scelte vere e pesanti, di cui si colgono già le ricadute sui programmi scolastici e sulla ricerca. Lo si è già visto con il tentativo del ministro Moratti di fare spazio al creazionismo nei programmi di biologia, ostracizzando l’evoluzionismo di Darwin. Un tentativo fermato dalle dure accuse mosse dall’Accademia dei Lincei già nell’aprile del 2004, ma poi approdato alla nomina ministeriale di una commissione presieduta da Rita Levi Montalcini e incaricata di decidere dell’utilità dell’insegnamento di Darwin, i cui documenti finali sono stati pesantemente manomessi, come aveva denunciato ad Avvenimenti il professor Vittorio Sgaramella, docente di biologia molecolare dell’università della Calabria e membro della commissione Montalcini e come racconta MicroMega nel nuovo numero “Chi ha paura di Darwin?”.
Abbiamo chiesto a Mario Staderini, insieme all’associazione radicale anticlericale.net, attento studioso di cose vaticane e autore di un libro sull’8 per mille, di raccontarcene radici e conseguenze.
«In questo viaggio, partiamo dall’insegnamento della religione cattolica all’interno della scuola pubblica – suggerisce Mario Staderini -. Si tratta di un privilegio concesso dallo Stato in base al Concordato, una norma di favore riservata alla sola Chiesa cattolica con cui si fa della scuola uno strumento di promozione di una confessione religiosa, peraltro discriminando tutte le altre».

Come si traduce in concreto?
Lo Stato è obbligato ad inserire l’insegnamento della religione cattolica all’interno dell’orario scolastico, e paga i docenti. Oggi sono circa 20mila ed è il vescovo a designarli, rilasciando (e revocando) il certificato d’idoneità in virtù di un giudizio etico e morale. C’è, dunque, un potere di controllo nei confronti di dipendenti statali da parte della diocesi e della Cei, la Conferenza episcopale, che dà le direttive.

L’intesa firmata nel 2003 fra ministero e Cei ha aggravato questa situazione?
Si è consentito alla Cei di fissare gli obiettivi dell’insegnamento, controllandone così i contenuti. Negli ultimi anni è in corso una vera e propria deriva clericale. Dopo numerosi tentativi di eludere la facoltatività dell’ora di religione, sono state approvate leggi unilaterali, come quella varata dal governo Berlusconi per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione. Ne sono già stati inseriti 10mila e si arriverà a 15.383 entro l’anno prossimo. Ma il Concordato non prevedeva nulla del genere.

E con quali costi per lo Stato?
Non c’è ancora una stima precisa, ma lo si può facilmente calcolare considerando uno stipendio medio di 2mila euro lordi: moltiplicato per 20mila si arriva a 500 milioni di euro a carico dello Stato ogni anno. Questo solo per gli insegnanti, senza contare il valore e le spese per le strutture.
Gli insegnanti di religione entrano nei consigli di classe. Quanto incide il loro giudizio?
Con la riforma Moratti si tenta di equiparare anche il valore didattico, inserendo la valutazione in pagella. I sindacati denunciano che, da qui al 2008, ogni tre docenti assunti dalla scuola pubblica, uno sarà di religione. La loro immissione in ruolo, poi, apre scenari paradossali: ammettiamo che non venissero più giudicati idonei all’insegnamento e revocati dal vescovo, perché divorziati o perché, supponiamo, hanno votato sì al referendum sulla fecondazione assistita, essendo di ruolo, passerebbero a insegnare quelle materie umanistiche in cui la loro formazione confessionale giocherebbe un preciso peso. Già adesso nell’ora di religione non si studiano le crociate o la controriforma, spiegandone il peso storico. Si studiano i Vangeli, la figura di Gesù e la vita della Chiesa cattolica, mentre le altre confessioni religiose sono considerate solo in rapporto subalterno a quella cattolica. È un insegnamento confessionale proprio perché segue un preciso carattere religioso e identitario. Ad esempio, tra gli obiettivi specifici stabiliti nell’Intesa vi è quello di far “comprendere che il mondo è opera di Dio”.
Con la riforma Moratti il pensiero religioso impronta i programmi di più materie?
Indubbiamente c’è un tentativo. Lo stesso Cardinal Ruini, nel messaggio di saluto per i nuovi insegnanti di religione di ruolo, disse esplicitamente che quello era il primo passo per far uscire l’insegnamento della religione cattolica da un ruolo marginale nella scuola pubblica, ed assumere finalmente un ruolo determinante nella crescita globale dei bambini e dei ragazzi. Un obiettivo che ha trovato appoggio nelle scelte del ministro Moratti e di una lunga serie di ministri cattolici che l’hanno preceduta. Gli strumenti utilizzati sono l’ora di religione, il codice deontologico dei docenti affidato al cardinal Tonini, l’ostracismo alla storia precristiana e all’evoluzionismo in biologia, così come la presenza di riti religiosi cattolici che ancora si celebrano, a vario titolo, nelle scuole pubbliche italiane. Un aumento di imput confessionali, dunque, a fronte invece di una quasi totale scomparsa dell’insegnamento dell’educazione civica. Non c’è poi da stupirsi se nel paese si va perdendo il senso civico e istituzionale, la conoscenza stessa dell’istituto referendario ad esempio, mentre aumenta, complice lo strapotere mediatico, l’attenzione ai messaggi criminalizzanti su aborto e fecondazione assistita delle gerarchie vaticane e delle associazioni integraliste. La scuola ha una precisa responsabilità.
In questo quadro, allora, è tanto più grave il finanziamento concesso dallo Stato alle scuole private cattoliche.
Al meeting di Comunione e liberazione dell’agosto 2001, il ministro Moratti affermò che non deve più esistere il monopolio pubblico dell’istruzione. Personalmente non avrei pregiudizi rispetto all’affidamento anche a soggetti privati del servizio pubblico scolastico. Il problema è che la libertà di insegnamento, negata nella scuola pubblica agli insegnanti di religione, è ancor più compressa nelle scuole confessionali. Finanziare le scuole private, in Italia, significa finanziare soprattutto le scuole cattoliche, di qui la strumentalità di questi provvedimenti. Nel 2004, il finanziamento pubblico alle scuole non statali, introdotto nel 2000 dal governo D’Alema, è stato di 527 milioni di euro. L’esenzione dall’Ici disposta dall’ultima legge finanziaria è un ulteriore tassello di una strategia per fare delle scuole cattoliche private delle scuole d’élite, in cui formare le future classi dirigenti del paese. Ma anche nell’università la situazione è privilegiata.

In che senso?

L’articolo 10 comma 3 del Concordato stabilisce che le nomine dei docenti dell’Università cattolica del Sacro Cuore (che gode di finanziamenti pubblici) siano subordinate al gradimento, sotto il profilo religioso, della competente autorità ecclesiastica. Ciò significa vincoli per i professori ed una formazione particolare per gli studenti, della facoltà di medicina ad esempio; non senza conseguenze esterne: basti pensare che il Policlinico Gemelli è parte integrante della Università Cattolica. La messa sotto tutela dell’insegnamento, dell’università e della ricerca ha sempre una ricaduta sulla vita pubblica e dei cittadini. Tanto che l’Italia si colloca agli ultimi posti nell’utilizzo della terapia del dolore, nelle garanzie per i cittadini rispetto ai medici obiettori, mentre anche l’utilizzo della Ru486 è pervicacemente ostacolato. E dal 2004 ci ritroviamo con la legge sulla fecondazione assistita più proibizionista del mondo.Ma il paese reale si ha la sensazione non sia poi così cattolico integralista come la Cei.
Infatti. Il filosofo cattolico Pietro Prini, in un suo libro, parla di “scisma sommerso” per descrivere la distanza tra la dottrina ufficiale e la coscienza dei fedeli. Ma non è detto che, con il ripetersi di politiche e strategie clericali, la distanza non si riduca.

E in Europa, c’è qualche paese che viva una situazione come quella italiana?

Sul fronte scolastico, la riforma di Zapatero sta liberando la scuola pubblica spagnola da influenze confessionali; in Germania è ancora forte la dimensione pubblica della Chiesa, così come in Portogallo. L’ Inghilterra, dove la religione anglicana è religione di Stato, ci fornisce un modello opposto: lo Stato non dà un penny alla Chiesa. Stati “a rischio”, per cosi dire, sono i nuovi paesi della Ue, specie quelli dell’ex Urss e dell’ex Jugoslavia. Il Vaticano, infatti, da anni sta conducendo una politica neoconcordataria con l’obiettivo di ottenere il riconoscimento di norme speciali.

Attraverso il meccanismo dell’ 8 per mille si finanziano le scuole religiose?

Non tutte. Con i fondi dell’8 per mille vengono finanziate facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, nonché associazioni cattoliche come Age e Agesci, che ritroviamo poi presenti nelle commissioni ministeriali. Complessivamente, con l’8 per mille, 1 miliardo di euro finisce ogni anno nelle casse della Cei, nonostante oltre il 60 percento dei contribuenti italiani non esprima alcuna volontà in tal senso. Chi non firma l’apposito modulo, infatti, si vede prelevato comunque l’8 per mille delle sue imposte e destinato alla Cei in base alla percentuale delle scelte espresse dalla minoranza di italiani che hanno firmato. Insomma, una questione di ignoranza indotta.

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Scienziato manager, con fede industriale

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 3, 2004

Il nuovo corso di Confindustria targato Montezemolo ha già rilanciato più e più volte il tema. Prima di lui il presidente della Repubblica Ciampi. E, di recente, perfino Storace a Ballarò non ha resistito all’incalzante refrain: in Italia, occorre più ricerca. Per tenere il passo con il resto d’Europa. La classe politica di centrodestra e quella economica sembrerebbero aver aperto gli occhi su temi che la sinistra, almeno a parole, sostiene da tempo.
Ma qualcosa, forse non quadra esattamente. Basta dare un’occhiata a quanto questo governo sta facendo, sotterraneamente, con lentezza, ma in modo inesorabile, per la ristrutturazione del Cnr (dopo averlo commissariato) e dei maggiori centri nazionali di ricerca.

L’importante è tagliare
Partiamo dal fondo, dalle cifre che questi tre anni di governo Berlusconi lasciano sul piatto della ricerca italiana. Solo nell’anno scorso, il taglio delle risorse è stato del 5,3 per cento. La spesa per la ricerca nel nostro paese si assesta così sui 6,9 miliardi di euro, pari cioè allo 0,7 per cento del prodotto interno lordo. E non è solo un problema di risorse risicate, ma anche mal distribuite e di un sistema di accesso alla professione di ricercatore da parte delle nuove generazioni sempre più difficoltoso. Basta dire che ormai il blocco delle assunzioni nel settore è pressoché totale, mentre l’età media dei ricercatori continua a crescere. Si calcola che nel 2017 circa il 50 per cento di ricercatori e docenti in Italia sarà messo a riposo. Per i giovani invece si prospetta un precariato sempre più spinto, affidato agli assegni di ricerca e a contratti a termine. Ma non solo. Sono anche gli ambiti della ricerca – sempre meno libera e sempre più finalizzata e legata alla produzione di brevetti – ad essere stati fortemente ridotti. La situazione del Cnr, in questo senso, è emblematica. Da pochi giorni ha dovuto lasciare il suo scranno il commissario straordinario preposto al riordino del centro, il professore Adriano De Maio, fisico della materia, nonché rettore della Luiss. Nella relazione conclusiva del 10 giugno scorso compaiono tutte le linee guida del De Maio pensiero, con a latere anche qualche affermazione inquietante, detta a voce durante il saluto alla comunità scientifica, sul fatto che, dopo due anni di tagli di cosiddetti rami secchi (all’atto del commissariamento la rete scientifica del Cnr presentava 5.000 linee di attività. Adesso sono state ridotte a circa 500 macro-linee) ci si è accorti che il Cnr versava in uno stato migliore di quanto non lo si dipingesse.
Di fatto oggi il maggior istituto pubblico di ricerca, prima ancora che questo governo renda noti gli ordinamenti che lo regoleranno e mentre ancora si apettano, a giorni, le nomine ufficiali dei componenti del consiglio di amministrazione, si ritrova suddisviso in 11 dipartimenti.
Il dipartimento – scrive De Maio, che proprio su questo punto è arrivato a scontrarsi con il ministro Letizia Moratti –  è il punto nodale della riforma: se sarà fatto funzionare nel modo migliore si otterrà finalmente un sistema di ricerca non autoreferenziale. Il che, tradotto in altri termini, vuol dire un dipartimento che non squaderna più ad ampio raggio indirizzi di libera ricerca, ma funziona su progetti.  Gli stessi ricercatori dovranno aggregarsi intorno a un progetto, perché solo quello verrà finanziato. Con un risultato immediato e evidente: i ricercatori dovranno rinunciare a una parte della propria autonomia e risulteranno più controllabili. Su questo punto De Maio è molto chiaro: Il dipartimento – scrive – gode di un potere gerarchico relativamente ai progetti… li valida, indipendentemente da dove sia partita la proposta, li valuta, ne assicura il coordinamento reciproco e con le altre aree tematiche, attribuisce le risorse complessive e ne definisce le caratteristiche complessive, tempi e risultati od obiettivi attesi, cioè decide e governa il project concept.
Riguardo ai contenuti delle ricerche, poi, alcune linee e alcuni temi risultano particolarmente caldeggiati, quelli più funzionali all’industria, ovviamente, con una forte e preoccupante contrazione degli investimenti finanziari e non solo riguardo alle cosiddette scienze umanistiche. Capitolo rovente della riforma del Cnr, dacché Letizia Moratti ha caldeggiato la nomina a subcommissario della materia, un fin qui oscuro docente di storia dell’Università di Cassino, quel Roberto De Mattei, consigliere personale di Gianfranco Fini riguardo ai temi dell’Europa e che, anche attraverso l’associazione Lepanto, si è distinto per una serie di pubblicazioni e interventi di stampo oscurantista riguardo a religione, storia e società, arrivando perfino ad organizzare una marcia “di purificazione” come risposta al Gay Pride.

I muri e i confini
Le cinta murarie e i confini degli stati nazionali hanno custodito, nel tempo, le identità culturali dei popoli. Gli stessi limiti alla circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nonché delle idee e delle informazioni, hanno rappresentato fattori di stabilità delle medesime identità… La riappropriazione, sempre più diffusa, di simboli identitari – la bandiera, l’inno, i luoghi della memoria nazionale – nel nostro Paese, a differenza di altri (Francia, Inghilterra), rimasti sepolti dalle macerie della guerra, ne è l’espressione di più immediata percezione. Incredibile ma vero comincia proprio così la relazione del professor De Mattei, presentata al termine di un anno di lavoro lo scorso 10 giugno. In questa occasione il professore ha anche indicato i cardini che la ricerca umanistica dovrà tenere presenti nei prossimi anni: obiettivo primario delle scienze umane sarà valorizzare la memoria storica e elaborare i diversi profili delle identità locali, nazionali e sopranazionali. Dunque: priorità del “diritto romano”, promozione e salvaguardia della lingua e della cultura italiana, ma anche e soprattutto della tradizione e del pensiero religioso, attraverso la ricerca su Fonti e testi della tradizione religiosa italiana. E questo in un momento in cui la Costituzione europea ha appena espunto il riferimento alle radici cristiane.
Da segnalare un piccolo e non trascurabile dettaglio: mentre De Maio ha già dovuto lasciare il posto al nuovo che avanza: ovvero al più giovane Fabio Pistella, De Mattei è l’unico uomo  del vecchio organico di commissariamento che non se ne va, ma anzi vede rafforzata la sua posizione.
il suo l’unico nome certo, fino ad oggi, del nuovo consiglio di amministrazione del Cnr. I ricercatori che vorranno fare libera ricerca nell’ambito della storia possono cominciare a preparare le valigie.

L’uomo nuovo che viene dall’Enea
Freddo”, “distaccato, efficiente,”un uomo pragmatico, che si sa muovere bene nell’ambito del potere, “un uomo che ha una concezione alta del potere, specie se ce l’ha lui”. Sono queste le voci che si rincorrono sul conto del neo commissario generale del Cnr, Fabio Pistella, nei corridoi dell’Enea a Roma, l’istituto di ricerca che lo scienziato ha diretto fin dal 1984, quando giovane laureato e con appena un centinaio di pubblicazioni in tasca è stato assurto al cielo della massima carica dell’istituto. Un’istituto di ricerca che allora godeva ancora di molto prestigioracconta Franco Attura, ricercatore che al centro ricerche Enea Casaccia di Roma lavora da 35 anni. Pistella è un uomo intelligente – dice – con un’impostazione manageriale. Non di tipo Cnr classico, basata sui rapporti con l’università. Ha spinto l’Enea verso le imprese, la ricerca applicata, ma per quegli anni non è stato un male. Anche perché l’ Enea ha sempre avuto, comunque sia, una parte di libera ricerca e alcuni ricercatori che facevano attività di ricerca al di là dei grandi programmi che l’Enea si dava per ragioni strategicheサ”. Progetti con l’Ansaldo e altre aziende nazionali, con la Fiat; poi la svolta, la rapida decadenza a cui hanno contribuito molti fattori – spiega Attura – compreso il taglio dei finanziamenti pubblici. Siamo arrivati al 17 per cento in meno: adesso e la situazione si sta facendo davvero critica. Dobbiamo preoccuparci noi di reperire i fondi sul mercato. Ma le industrie sulla ricerca non mettono soldi in una situazione come questa, economicamente critica. Il rischio è anche di scadimento culturale. E per i giovani ricercatori ? L’Enea non rappresenta più una meta ambita – ammette Attura -. C’è sempre meno lavoro sicuro, sempre più precariato, legato  a contratti a tempo determinato, ad assegni di ricerca. Andando avanti di questo passo – conclude – il rischio è che l’Italia esca completamente dal panorama internazionale della ricerca. I segnali ci sono già.

La politica che verrà
Se Pistella si è insediato da poco e non ha avuto ancora il tempo di uscire pubblicamente con dichiarazioni d’intenti e programmi, in filigrana qualcosa della sua impostazione è leggibile nel programma di De Maio. Spesso, infatti, è stato Pistella a scriverne i contenuti. Sua l’idea di un’organizzazione del Cnr strutturata a matrice. Pistella era, insomma, il braccio operativo dell’ex commissario generale e in qualche modo gli ha scavato sotto. Risultando più gradito all’establishment Moratti.
De Maio – spiega Paolo Saracco, segretario nazionale Snur Cgil – come commissario speciale non è andato ad occupare militarmente il Cnr, applicando in maniera secca ciò che il ministro Moratti aveva detto e scritto. L’operazione che ha compiuto è stata più sottile: un ascolto selezionato dei poteri accademici forti, cercando di riportare dentro il Cnr coloro che se ne erano sentiti esclusi, fin dai tempi dei comitati nazionali di consulenza creati quando era ministro Berlinguer. Allora – spiega Saracco – si era costituita una rete esterna di professori universitari e di scienziati sicuramente di valore e anche molto targati politicamente che De Maio ha cercato di reimpiantare sul Cnr stesso, cercando di renderlo molto simile a come era una decina di anni fa”. De Maio, insomma, si è fatto portatore di un proprio progetto, di rappresentanza di poteri forti che vorrebbero un sistema della ricerca all’americana, molto concentrato su alcuni, pochi, prestigiosi, centri di ricerca. E cercherà di farlo passare, anche ora che ha rotto con Letizia Moratti, cercando nuove alleanze, anche nel centrosinistra.

da avvenimenti, 3 luglio 2004

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