Articoli

L’Islam demonizzato dall’Occidente

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 7, 2012

di Simona Maggiorelli

L’Oriente come invenzione dell’Occidente, immagine seducente ed esotica di un altrove ,a misura dei colonizzatori europei. E per questo visto in un auspicato stato di minorità. Nel suo celebre saggio Orientalismo uscito nel 1978 e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel  1999, Edward W. Said squarciava il velo su una lunga tradizione europea di studi sul mondo arabo mettendo alla sbarra poeti come Dante, scrittori come Byron, come Flaubert e molti altri nomi illustri.

Di origine palestinese – Said era nato nel 1935 a Gerusalemme allora parte del Mandato britannico della Palestina-, docente di letteratura comparata alla Columbia University, raffinato saggista fra musica classica, arti e letteratura (vedi, per esempio, il suo Lo stile tardo, Il Saggiatore, 2009) opinionista e intellettuale laico e impegnato, Edward Said ha contribuito attivamente al dialogo fra Usa, Europa e mondo arabo. Mostrando le molteplici sfaccettature di quella complessa galassia araba e musulmana di cui i  media perlopiù tratteggiano un’immagine distorta e appiattita. Proprio in Covering Islam, uscito nel 1980 e ora riproposto in Italia da Transeuropa, Said smaschera la mistificazione compiuta da un violento sguardo occidentale che demonizza l’Islam facendone così il nemico da combattere. Un libro che indirettamente invita a rileggere gli importanti lavori che Said ha dedicato alla bruciante e ancora oggi irrisolta questione palestinese. Transeuropa, così, recupera e pubblica un importante titolo dell’intellettuale palestinese scomparso il  24 settembre del 2003. Un volume che analizza i pregiudizi e le violente distorsioni occidentali  che ancora persistono riguardo alla galassia musulmana. Eccone un significativo  estratto.

COVERING ISLAM

di Edward W Said

Edward W:Said

Dalla fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni, nel rapporto dell’Occidente con l’Islam ha prevalso un tipo di pensiero estremamente riduttivo che possiamo definire con il termine di orientalismo. La concezione orientalista si basa su una geografia immaginaria, drasticamente polarizzata, che divide il mondo in due parti diseguali, quella più grande e “differente” è chiamata Oriente, e l’altra, conosciuta come il “nostro” mondo, è detta Occidente. Tale separazione avviene sempre quando una società medita sulle culture differenti; e tuttavia, è interessante notare che l’Oriente, anche quando giudicato come la parte inferiore del mondo, è stato considerato sia di dimensioni più estese, sia dotato di una forza potenziale più grande (di solito distruttiva) rispetto all’Occidente. Dal momento che l’Islam è stato sempre visto come parte integrante dell’Oriente, entro il quadro generale dell’orientalismo, il suo destino è stato quello di essere ritenuto un’entità monolitica, capace di suscitare ostilità e paura alquanto particolari. Vi sono ovviamente molte spiegazioni religiose, psicologiche e politiche, ma tutti questi motivi derivano dal fatto che, sebbene l’Occidente ne sia interessato, l’Islam rappresenta sia un avversario temibile sia una continua sfida alla cristianità. Durante gran parte del Medioevo e all’inizio del Rinascimento in Europa si credeva che l’Islam fosse una religione demoniaca, fonte di eresia, blasfemia e oscurità. Era irrilevante che i musulmani considerassero Maometto un profeta e non un dio; ai cristiani importava solo che Maometto fosse un falso profeta, un seminatore di discordia, un lussurioso, un ipocrita e un emissario del diavolo. Questi giudizi su Maometto derivavano dal fatto che, nel corso della storia, l’Islam aveva assunto una considerevole forza politica. Per centinaia di anni grandi armate e flotte islamiche hanno minacciato l’Europa, distrutto gli avamposti e colonizzato i suoi domini… Persino quando il mondo islamico entrò in un periodo di declino, la paura dei “maomettani” persistette. Più vicina all’Europa delle altri religioni non cristiane, l’Islam, per la sua estrema prossimità, continuava, in modo permanente, a disturbare l’Occidente con il suo potere non manifesto. Le altre grandi civiltà dell’est – tra le quali India e Cina – potevano essere considerate sia sconfitte sia distanti e, pertanto, non erano una preoccupazione costante. Solo l’Islam sembrava non essersi mai sottomesso completamente all’Occidente, cosicché ancora una volta, in seguito al drammatico incremento del prezzo del petrolio all’inizio degli anni 70, il mondo musulmano è parso sul punto di ripetere le conquiste del passato e l’intero Occidente è sembrato rabbrividire. L’emergere del “terrorismo islamico” negli anni 80 e 90 ha reso la paura più profonda e intensa. Nel 1978 poi l’Iran balzò in primo piano, divenendo fonte di ansie e preoccupazioni per gli americani, dato che prima d’ora quasi nessuna nazione, tanto distante e diversa dagli Usa, li aveva impegnati così intensamente. Gli americani mai erano apparsi così paralizzati. Pertanto, non si poteva affatto ignorare l’Iran, un paese che per tanti aspetti li contrastava, quasi con un’aria di sfida. Nel periodo in cui scarseggiava l’energia, il maggior fornitore di petrolio era proprio l’Iran, in una regione del mondo considerata instabile e strategicamente vitale. Nel corso di un anno di rivolte quell’alleato importante perse legittimità nei calcoli geopolitici Usa. Un evento così sconvolgente non avveniva dalla rivoluzione d’ottobre del 1917. Stava emergendo un nuovo ordine che, denominatosi islamico, si mostrava popolare e anti-imperialista…

Se si considerano romanzi acclamati dalla critica come Alla curva del fiume di V. S. Naipaul e Il colpo di stato di John Updike, oppure i libri di storia diffusi nelle scuole, i fumetti, i serial tv, i film e i cartoni animati, l’iconografia dell’Islam appare uniforme. Si era radicata nel tempo una visione dell’Islam monolitica, dalla quale derivano le frequenti caricature dei musulmani, raffigurati come fornitori di petrolio, terroristi e come folle assetate di sangue. Ogniqualvolta romanzieri, reporter, strateghi-politici ed “esperti” trattano l’“Islam”, vale a dire l’Islam che è attualmente in vigore in Iran e in altre parti del mondo musulmano, pare che non vi possano essere distinzioni tra il fervore religioso e la lotta per una giusta causa, tra la normale debolezza umana e il conflitto politico; il corso della storia fatta da uomini, donne e società non è contemplato come un umano divenire. L’“Islam” sembra fagocitare i variegati aspetti del mondo musulmano, tutti riconducibili in una speciale entità malvagia, priva di ragione. Così, tende a prevalere la più cruda forma di scontro tra le parti, un antagonismo tra noi e loro, a discapito di analisi e comprensione. Qualunque cosa gli iraniani o i musulmani dicano sul loro senso di giustizia, sulla loro storia di oppressione, sulla loro visione della loro società, sembra irrilevante… si denunciano le impiccagioni in Iran, le leggi teocratiche, ma ovviamente nessuno ha mai considerato il massacro di Jonestown, l’attentato di Oklahoma, terribilmente distruttivo, o la devastazione dell’Indocina, eventi commessi dalla cristianità, oppure in senso lato dall’Occidente e dalla cultura americana; una tale similitudine è valida solamente per l’“Islam”.

Perché l’“Islam” è spesso riconducibile in modo pavloviano a un’intera serie di eventi politici, culturali, sociali e perfino economici? Cosa c’è nell’Islam che provoca una reazione così irrefrenabile? Cosa rende differente l’“Islam” e il mondo islamico dall’Occidente? Queste non sono domande banali, pertanto è necessario rispondere con molte analisi e differenziazioni. Le etichette che pretendono di definire realtà molto vaste e complesse sono notoriamente vaghe e, allo stesso tempo, inevitabili. Ma fra tutte le persone che pronunciano tali definizioni in modo aggressivo e con fermezza, quante padroneggiano gli aspetti della giurisprudenza islamica, oppure conoscono le lingue parlate nel mondo islamico? Pochissime, ma ciò non impedisce alle persone d’indicare con fiducia “Islam” e “Occidente”, credendo di saper esattamente ciò di cui stanno parlando. Per questo motivo dobbiamo considerare seriamente le etichette. Le definizioni sono ideologiche e, rimanendo intatte nel corso dei secoli, sono state capaci di adattarsi al mutare degli eventi e delle situazioni…

Islam contro l’Occidente: questo è un terreno fertile per una vasta gamma di variazioni. Le tesi che prevalgono sono infatti Europa contro Islam e America contro Islam. Ma i rapporti reali con l’Occidente sono piuttosto differenti e, nel complesso, giocano anche un ruolo significativo. A proposito è necessario evidenziare le differenze fondamentali tra la conoscenza dell’Islam degli americani e degli europei. Francia e Inghilterra, per esempio, fino a poco tempo fa possedevano grandi imperi musulmani. Inoltre milioni di musulmani provenienti dall’Africa e dall’Asia attualmente vivono nelle città francesi e inglesi. Tutto ciò ha influito nel campo dell’orientalismo accademico, ben strutturato in Europa. Nessuna di queste esperienze appartiene alla storia degli Usa, nonostante la popolazione musulmana residente sia in continuo aumento e, mai prima d’ora, così tanti americani abbiano scritto, pensato e parlato dell’Islam. In America l’assenza di un passato coloniale, nonché la scarsa tradizione di studi sull’Islam, contribuisce a rendere l’attuale ossessione piuttosto particolare, più astratta.

Nell’Europa moderna l’interesse nei confronti dell’Islam si sviluppò tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo nel cosiddetto periodo di “rinascimento orientale”, nel quale gli studiosi francesi e britannici riscoprirono “l’Est”, ossia l’India, la Cina, il Giappone, la Mesopotamia e la Terra Santa. L’Islam era visto, nel bene o nel male, come parte dell’Oriente, dotato di mistero, esotismo, corruzione e di un potere latente.  Nonostante le forti ostilità tra l’Europa e l’Islam, gli scambi non furono mai interrotti, coinvolsero la sfera dell’immaginazione e delle arti raffinate, per esempio influenzando poeti, romanzieri e studiosi come Goethe, Gerard de Nerval, Richard Burton, Flaubert e Luis Massignon. Eppure, malgrado questi artisti e altri come loro, l’Islam non è mai stato accolto in Europa. La maggior parte dei grandi filosofi della storia, da Hegel a Spengler, hanno giudicato l’Islam con scarso entusiasmo. Eccetto qualche raro interesse nei confronti di mistici sufi e scrittori, le mode europee nei confronti della “saggezza dell’Est” raramente includono saggi e poeti musulmani. Omar Khayyàm, Harun al-Rashid, Sindbad, Alladin, Hajji Baba, Scheherazade, Saladin, costituiscono più o meno l’intera lista dei personaggi islamici conosciuti dagli europei più colti. Verso la fine del XIX secolo, con l’emergere del nazionalismo islamico in Asia e in Africa, l’opinione comunemente accettata riteneva che le colonie musulmane sarebbero dovute rimanere sotto la tutela europea, sia perché fonte di guadagno, sia perché, essendo paesi sottosviluppati, avevano bisogno della disciplina occidentale. Nonostante il razzismo diffuso e gli attacchi contro il mondo musulmano, gli europei espressero molto chiaramente ciò che l’Islam significasse per loro. Le rappresentazioni dell’Islam infatti hanno influenzato tutta la cultura europea – studi, arte, letteratura, musica – fino ai nostri giorni. Molti governi europei, inoltre, hanno intrapreso una politica di dialogo culturale con i paesi musulmani e arabi che ha dato origine a seminari, conferenze e traduzioni di libri. Tutto ciò è assente negli Usa, in quanto l’Islam è fondamentalmente una questione politica che impegna il Council on Foreign Relations, un “pericolo” militare… Le crisi politiche quasi sempre offrono l’occasione per intavolare dibattiti sull’Islam, coinvolgendo persone più o meno esperte. È estremamente raro leggere articoli che informano sulla cultura islamica sul New York Review of Books, per esempio, o sull’Harper’s Bazaar. Pare che l’Islam desti l’attenzione solo quando scoppia una bomba in Arabia Saudita, oppure quando l’Iran minaccia di attaccare gli Stati Uniti.

da left-avvenimenti

Posted in Letteratura, storia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »

L’intifada creativa di Suad Amiry

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su settembre 2, 2012

Recuperare la storia del popolo palestinese restaurando antichi villaggi. E trasformare costruzioni armate israeliane in spazi pubblici per tutti. Suad Amiry racconta il suo ventennale lavoro per decolonizzare la sua terra

 di Simona Maggiorelli

Suad Amiry

Decolonizzare la Palestina, a partire dall’architettura. E’ il progetto a cui lavora con passione, da più di vent’anni, l’architetto e scrittrice Suad Amiry. Con un obiettivo: non aggiungere distruzione a distruzione. E nemmeno altro cemento alla già soffocata Ramallah, che boccheggia senza un alito di verde. Il punto cruciale per Amiry- conosciuta in Italia soprattutto per i suoi  romanzi e la forza dei dei suoi libri inchiesta – è dare nuova vita all’architettura palestinese, agli anonimi palazzi cittadini costruiti negli anni Novanta, ma anche alle abitazioni fortificate israeliane, immaginando parchi giochi al posto di basi militari e centri di aggregazione sui tetti delle colonie in disuso.

Così, quelli che erano avamposti coloniali e torri di controllo militare sulla striscia di Gaza, nell’idea di Amiry e di un gruppo di giovani architetti che si va sempre più allargando, potrebbero diventare spazi pubblici, collettivi, aperti a palestinesi e israeliani in un orizzonte di pace, di convivenza di due popoli e due Stati.

Un sogno che ha assunto i contorni di un’utopia per chi ancora aspetta che vengano rispettati gli accordi di Oslo del 1993 «quando, dopo aver elaborato la dolorosa perdita della propria terra, i Palestinesi accettarono formalmente lo stato Israele: cosa che – sottolinea Amiry –  gli israeliani non hanno mai fatto». Fu così che, preso atto del dislivello di forze («loro hanno uno degli eserciti più forti al mondo, noi solo i sassi») Suad cominciò a cercare un modo per reagire a una colonizzazione israeliana che, di fatto, non ha mai smesso di avanzare. L’idea fu non costruire nulla. Un’idea alquanto insolita per un architetto. Specie per lei, con in tasca un Ph.D dell’nversità del Michigan e un dottorato a Edimburgo: «L’architetto urbanista, mi avevano insegnato, come Deus ex machina, doveva decidere ospedali, scuole, case , fabbriche…tutto molto ordinato e razionale».

Ma puntare sul recupero non è stata soltanto una scelta dettata dalla realtà effettuale. «Ristrutturare, riorientare restaurare ha a che fare con la memoria, con l’esigenza di riappropriarci della nostra storia che l’occupazione israeliana cerca di cancellare», ribadisce la scrittrice che proprio di rapporto fra paesaggio e memoria ha parlato il 5 agosto al neonato Cortona Mix Festival. «Non a caso – nota – uno dei primi gesti che fecero i coloni israeliani fu distruggere 250 nostri villaggi».

Rileggere la storia è importante per capire il presente, non cessa di ripetere Amiry .Nata a Damasco perché la costituzione dello Stato di Israele aveva costretto la sua famiglia a lasciare Jaffa («Tra il  1947 e  il 1948, 850mila palestinesi furono cacciati dalle loro case, fra cui anche la mia famiglia» ) da intellettuale militante dell’Olp di Arafat ha fatto parte della delegazione palestinese ae Nazioni Unite.

Tuttavia la sua visione politica, laica e lungimirante, si è espressa soprattutto in vent’anni di direzione del Riwaq Center for Architectural Conservation di Ramallah, un lavoro svolto in parallelo all’insegnamento all’Università di Birzeit . Ma a questo punto si apre un altro avvincente capitolo della avventura intellettuale di Suad Amiry, quello della scrittura.

«Durante estenuanti giornate di coprifuoco nel 2003 – ricorda – mi ritrovai non solo senza poter lavorare, uscire, né fare alcunché, ma anche costretta a ospitare mia suocera che altrimenti sarebbe rimasta isolata. Il risultato fu in pratica una doppia occupazione, esterna e interna. Di notte cercavo scampo scrivendo mail disperate agli amici. Luisa Morgantini, a mia insaputa, fece leggere le mail che le avevo inviato a Feltrinelli.

Fu così che d’un tratto, a 55 anni, mi ritrovai scrittrice. E- aggiunge Suad divertita- invitata in tanti paesi stranieri, non per raccontare dei miei bei progetti di architettura, ma di Sharon e mia suocera, che compaiono anel titolo del mio primo libro». Nei libri Suad ha potuto così mettere a valore lo humour che da sempre la contraddistingue nella vita.

«Per chi, come noi palestinese, vive un’occupazione militare da quarant’anni, l’ironia è un’arma necessaria per fare i conti con le difficoltà del quotidiano. Diventa uno strumento di sopravvivenza indispensabile. Quando la realtà è troppo opprimente, solo così puoi comunicare ciò che sarebbe altrimenti insopportabile». Sul filo dell’ironia si muove anche Niente sesso in città (Feltrinelli, 2007) che Amiry scrisse dopo la vittoria di Hamas raccontando le vicende tragiche e esilarante di un gruppo di signore negli “anta” per stigmatizzare i dogmi di un “partito islamizzato che ha segnato la sconfitta delle donne palestinesi”.

Su un versante più di inchiesta si muovono invece libri come Se questa è vita (2005), che racconta la vita sotto l’occupazione e il potente Murad Murad (2009), in cui l’autrice ripercorre una giornata passata con quei palestinesi ostracizzati da Gerusalemme che si fingono israeliani per poter continuare a lavorare, alzandosi alle tre del mattino e senza la certezza di tornare a casa sani e salvi.

«E’ stata un’esperienza scioccante – confessa Suad – vedere la violenza che c’è nel negare ogni possibilità a chi ti implora di farlo lavorare.

E’ inaccettabile il ricatto, l’umiliazione. Ma nonostante i divieti di Sharon che nel 2000 decise di espellere i lavoratori palestinesi, ogni giorno , nonostante i “tu sei un nulla” e i “tu non devi esistere”, queste persone tornano a riproporsi. Andare a tirar su le case dei coloni in cui non potrai entrare è durissimo.. E questo ti fa toccare con mano la capacità di resistenza dei palestinesi. Noi non abbiamo per nulla voglia di essere eterne vittime».

Posted in architettura, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Ritratto dell’artista da giovane

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

Il talento precoce e originale di Albrecht Dürer è al centro di una importante mostra che a Norimberga, la sua città natale, riunisce più di duecento opere del maestro del Rinascimento tedesco

di Simona Maggiorelli

Durer, ritratto di ragazzo

Tutti in fila per Albrecht Dürer, nella sua città natale, Norimberga. E non certo per inefficienza della biglietteria del Germanisches Nationalmuseum. Fatto è che in questa estate parca di eventi d’arte e mentre da Grecia e Spagna arrivano preoccupanti notizie di musei e gallerie a rischio chiusura per mancanza di fondi, questa monografica Il giovane Dürer sta richiamando appassionati da ogni parte d’Europa. E a buon diritto, dacché questa mostra, fino al 2 settembre, permette di vedere riunite più di duecento opere di Albrecht Dürer (1471-1528), fra dipinti e opere grafiche, in un percorso che mette a fuoco il prodigioso esordio di questo artista cresciuto nella bottega del padre, un orafo immigrato dall’Ungheria, ma anche e soprattutto nei circoli umanisti che fiorivano nella colta e attiva Norimberga nel XV secolo. Quanto al talento precoce di Dürer basta vedere il sorprendente autoritratto a punta secca, – una tecnica che non ammette incertezze o ripensamenti – che realizzò con mano sicura a soli tredici anni. I curatori di questa importante retrospettiva, Daniel Hess e Thomas Eser, l’hanno eletto non a caso ad incipit della sezione dedicata agli autoritratti che raccontano l’evolversi non solo della fisionomia ma anche della psiche del pittore lungo tutte le fasi della sua esistenza. E in cui spiccano il timido e sfuggente autoritratto con in mano un fiore d’eringio dipinto a ventidue anni per la fidanzata e il raffinato Autoritratto con i guanti (1498) in cui si nota già una maturazione dell’immagine in senso rinascimentale, liberata da quella certa legnosità tardo gotica tipicamente nordica.

Albrecht-Dürer-Adorazione-dei-Magi-1504

Nell’aristocratico sguardo in tralice si può leggere la consapevolezza di un artista che, per primo in Germania, rivendicava uno status di intellettuale e non più di artigiano. A questo punto Dürer aveva già compiuto il suo primo viaggio di formazione a Colmar, a Basilea e a Strasburgo. Nel 1493, lungo il Reno, era andato in cerca dei migliori maestri. Viaggi documentati da lettere e diari, dove la linearità della annotazioni quotidiane è presa d’assalto da folgoranti intuizioni e improvvisi tuffi in profondità. Ma è raccontata anche da acquerelli improntati ad un fresco realismo e da schizzi pungenti e indagatori, attenti a ogni dettaglio.

Di fatto però l’esperienza che fu davvero decisiva per la sua ricerca pittorica fu il primo soggiorno a Venezia dal 1494 al ’95. Qui il giovane artista tedesco, entrato in rapporto con l’affermato Giovanni Bellini, ebbe modo di studiare dal vivo il colorismo della pittura veneta, ma anche lo sfumato di Giorgione e di Leonardo mutuandone l’interesse per lo studio dell’umano.

Da Cima da Conegliano, invece, prese l’interesse per le rovine antiche e da Mantegna e Pollaiolo una tecnica grafica raffinatissima che utilizzò per xilografie che ebbero grande circolazione, grazie alla nuove tecniche a stampa di cui Dürer, sodale dell’umanista Willibald Pirckheimer e allievo di Erasmo, intuì il potenziale democratico e di diffusione dell’arte e del sapere.

Durer, autoritratto a Venezia

Il risultato di questi anni di studio appassionato (e soprattutto mai passivo) di modelli iconografici lontani dalla tradizione fiamminga fu l’elaborazione di uno stile personalissimo, in cui le visioni rinascimentali più splendenti sono sempre percorse da un segreto tormento, da sotterranee tensioni.

Il tripudio di luce e di colori della Festa del Rosario (1506) commissionatagli da mercanti tedeschi per la chiesa di San Bartolomeo di Rialto, ne è un chiaro e alto esempio. La Madonna e le altre figure qui si sono fatte più morbide e dolci, mentre la costruzione della scena appare più armonica e prospetticamente profonda. I bagliori degli ori della tradizione fiamminga ci sono ancora ma, come accade nella sua orientaleggiante Adorazione dei Magi (1504) che molto deve alla Natività di Leonardo, non conferiscono più fissità ieratica alla scena: al contrario la ridda di ori entra in vibrazione timbrica e dinamica con la tavolozza tutta italiana di rossi fuoco, blu cobalto, lussureggianti verdi e caldi marroni. Tuttavia, a ben vedere, nella lucida minuzia dei dettagli l’opera di Dürer mantiene sempre un fondo di sottile inquietudine, un gusto tipicamente tedesco per l’inserto naturalistico, per il ritmo nervoso, per l’individuazione psicologica delle figure, in cui talora si intuisce un’ombra interiore.

In tempi foschi di guerre politiche e di religione e, specie dopo essersi avvicinato a Lutero, l’artista avvertì sempre più un tormentoso dissidio fra ideali umanistici e istanze spirituali. Un conflitto che lo portò ad accentuare nelle sue opere toni di malinconia e ancor più neri. Basta pensare alle visionarie e anti classiche xilografie dell’Apocalisse (1496-98) e ad opere grafiche come Il cavaliere, la morte e il diavolo o alla stessa Melancolia I (1514) che allude a qualcosa di ben diverso da quel velo languido, da quell’ombra romantica, che avvolgeva e rendeva sognanti certi ritratti di Giorgione.

da left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

In Viaggio con Matisse

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su agosto 25, 2012

di Simona Maggiorelli

Matisse,La Falesia d’Aval e il cottage di Etretat,1920

Negli ultimi anni si è molto discusso se abbia senso l’attuale corsa alla costruzione di grandi musei, visivamente anche spettacolari come quelli creati da archistar com Frank Ghery, ma che finiscono per essere delle scatole intercambiabili, contenitori di un grande numero di pitture e sculture decontestualizzati dal territorio in cui sono inseriti e dalla storia delle opere stesse.

È stato l’ex direttore del Museo Picasso di Parigi, Jean Clair ad aprire la querelle con un duro J’accuse contro il Louvre intenzionato a prestare parte della propria collezione al nascente museo di Abu Dhabi. Poi a quel suo acuminato pamphlet (edito in Italia da Skira) hanno fatto eco studiosi come Salvatore Settis stigmatizzando la diffusione di un modello americano che concepisce i musei come “cattedrali nel deserto”; un tipo di organizzazione espositiva che, se può avere una sua ragione Oltreoceano dove la storia dell’arte non ha una tradizione millenaria, poco senso ha da noi dove la tutela ha radici antiche. Ma soprattutto l’Italia (come ricorda anche Philippe Daverio nel suo nuovo L’arte di guardare l’arte  appena uscito per Giunti)  si caratterizza per un “museo diffuso” sul territorio, con palazzi storici, chiese, castelli che sono tutto il contrario di contenitori anonimi. Proprio per questo, con l’idea di valorizzare alcuni edifici di pregio, in un ideale Grand Tour  – in questo caso di opere, non di artisti -, il Ministero per i Beni culturali ha organizzato in collaborazione con la Fondazione Bemberg di Tolosa la mostra Viaggio in Italia: un trittico di esposizioni che lungo la costa adriatica, fa tappa nel Castello di Miramare a Trieste, nella Rocca di Gradara e nel Castello Normanno-Svevo di Bari, facendone teatri di capolavori di Lucas Cranach, di maestri fiamminghi, ma anche di pittori delle avanguardie storiche come Matisse.

Ma veniamo alle singole esposizioni aperte fino al 30 ottobre. Nel Castello a picco sul mare triestino la mostra “Sì dolce è il tormento: l’amore in tre capolavori” propone un affascinante assolo di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), “rivale” di Dürer e amico di Lutero, nonché autore di nudi femminili misteriosi e sensuali come in Venere e Cupido, qui insieme al caustico Il vecchio innamorato e alla scena mitologica Diana e le ninfe sorprese da Atteone.

Signac, Alberi in fiore, fine del XIX secolo

La Rocca di Gradara, intanto, ospita una piccola summa di arte dalle Fiandre. Con la Madonna in tessuti arabesque di Van der Weyden che influenzò la pittura italiana nel secondoQuattrocento. La lezione leonardesca, invece, si nota nello sfumato di Isenbrandt, rappresentato nelle Marche da una Madonna col bambino della prima metà del Cinquecento. E ancora, la penetrazione psicologica del ritratto fiammingo è raccontata da una tela di Benson, maestro di Bruges, mentre il realismo nordico e grottesco dalla corrosiva Scena di locanda di Pieter Brueghel. Infine ecco anche il San Girolamo di Patinir, innovatore delle vedute paesaggistiche, tra descrizione naturalistica e visionarietà.

Il Castello di Bari, invece, si apre all’avanguardia maturata tra Ottocento  e primo Novecento, con il pointilliste Signac e il suo Alberi in fiore, un olio in cui la ricerca scientifica sul contrasto simultaneo del colore diventa il fulcro di un’arte a dire il vero assai razionale. E se Pierre Bonnard già cercava di prendere le distanze dall’impressionismo con il suo onirico scorcio parigino Il ponte dei Santi Padri, fu Matisse a fare un vero salto di qualità verso una pittura che cercava l’essenziale e la sintesi di una forma latente e più profonda dietro la percezione oggettiva.

da left Avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Nella fucina dell’Umanesimo

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 31, 2012

di Simona Maggiorelli

Paolo Uccello, La battaglia di San Romano, Uffizi

Una selva di lance spezzate e il bagliore delle armature. E poi il sangue, i soldati morti mentre i cavalli scalciano con vigore. Così rappresentava, con una prospettiva inedita e in scorci vertiginosi, la Battaglia di San Romano (1438-1440) il pittore Paolo Uccello.

La tela conservata agli Uffizi, dopo tre anni di restauro, ha recuperato ora una piena leggibilità. Brillano gli inserti d’oro e d’argento ma soprattutto emerge la raffinata pittura tonale che dà profondità alla scena, in cui anche lo spettatore è come risucchiato.

Quella che Paolo Uccello offre è una magnifica visone dello scontro fra senesi e fiorentini, una potente orchestrazione di «caos, clamore, urto, sventolio araldico e sonorità metalliche d’un estremo sogno cavalleresco», come annota la soprintendente al Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini in un suo saggio pubblicato nel catalogo Giunti della mostra Bagliori dorati. Il gotico internazionale a Firenze

. Una rassegna aperta fino al 4 novembre nella Galleria degli Uffizi e che alla fine di un percorso di oltre cento opere culmina proprio con la Battaglia di San Romano, l’unica tavola del celebre trittico di Paolo Uccello rimasta in Italia. (Le altre  due tele , come è noto, sono alla National Gallery di Londra e al Louvre di Parigi).

Curata dal direttore degli Uffizi Antonio Natali, con Enrica Neri Lusanna e Angelo Tartuferi, questa mostra è l’ideale proseguimento di quella di un paio di anni fa intitolata L’eredità di Giotto, e che si fermava al 1375. La tesi scientifica di questa importante esposizione – che riunisce capolavori di Gentile di Fabriano come la Pala Strozzi e opere giovanili di Paolo Uccello come L’Annunciazione proveniente da Oxford o la Madonna di Antonio Veneziano conservata ad Hannover – è che il gotico internazionale, nelle sue varie declinazioni fosse già parte dell’Umanesimo, al pari del filone innovativo che va da Masaccio a Donatello e Brunelleschi.

La Battaglia di San Romano, da questo punto di vista, si presenta proprio come una sintesi potente della complessità intellettuale e creativa di quella speciale stagione dell’arte fiorentina che senza soluzione di continuità procede dal Trecento al secolo successivo e in cui, per dirla con Natali, «rigore matematico e sperticate fantasie convissero, intersecandosi talora».

Lorenzo Monaco, particolare

Tutto ciò è raccontato attraverso una scelta di opere realizzate tra 1375 e il 1440, fra cui dipinti di Angelo Gaddi, Beato Angelico, Lorenzo Monaco, ma anche di Masolino da Panicale, Antonio e Domenico Veneziano e altri artisti dai nomi meno noti al grande pubblico ma che testimoniano bene della ricchezza di stili e di sperimentazioni della Firenze protoumanista.

Dove un ruolo preminente aveva anche la scultura che doveva esprimere la magnificenza della città legittimandone il primato culturale e politico. Un aspetto indagato anche dallo storico dell’arte ungherese Miklós Boskovits scomparso un anno fa a Firenze. Fra i massimi studiosi del XIII-XV secolo, ai suoi lavori si deve la rilettura del Quattrocento fiorentino come fucina di innovazione in cui un raffinato gotico internazionale incontrava l’interesse per l’umano e lo studio della classici.

Una koinè che, come argomenta Michele Tomasi nel suo L’arte del Trecento in Europa (Einaudi), risulta incomprensibile se letta in contrapposizione con il Trecento e senza considerare il coevo contesto europeo.

da left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Ghiberti e Brunelleschi, si riapre la disputa

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 31, 2012

Ci sono volutiventisette anni di restauro perché la Porta del Paradiso tornasse al suo antico splendore. Rivelando aspetti del tutto  inediti

di Simona Maggiorelli

Lorenzo Ghiberti, Porta del paradiso

La geniale intuizione di Filippo Brunelleschi che la grande cupola di Santa Maria del Fiore potesse auto sorreggersi con un meccanismo di costruzione binario e senza l’uso delle céntine, insieme all’idea che il progettista fiorentino avesse “inventato” la prospettiva in pittura, ha indotto a pensare che la sua sonora sconfitta giovanile nella gara d’appalto per la porta del battistero fosse dovuta ai gusti miopi e conservatori della giuria.

Troppo avanti nello stile, troppo vibrante il movimento del suo Sacrificio di Isacco in una Firenze del 1401-1402 che ancora era ferma alla rigidità metafisica del gotico e che per questo gli preferì il lavoro di Lorenzo Ghiberti. Ma chissà che le cose non stessero proprio così.

Ad accendere più di un dubbio sono stati negli ultimi cinquant’anni una serie di importanti studi. Che ora sono corroborati dai risultati del restauro della Porta del Paradiso a cui il Ghiberti lavorò tra il 1426 e il 1452 e che gli fu commissionata dalla potente Arte di Calimala nel 1425.

Un’opera davvero abbagliante che l’artista impiegò 27 anni a realizzare e che ha richiesto altrettanti anni per essere riportata all’antico splendore dai restauratori dell’Opificio delle pietre dure, che sono riusciti a liberarla dai danni provocati dalle secolari esposizioni alle intemperie, ma anche da quelli, alla stessa struttura, provocati dall’alluvione del 1966.

Battistero, Firenze

Un lavoro lungo e delicatissimo, che ha riportato alla luce «una macchina complessa e perfetta, realizzata con una perizia senza precedenti e mai più uguagliata» come fa notare la direttrice del restauro Annamaria Giusti. Per questo basterebbe dire che le due ante furono gettate in bronzo in un unico, enorme, pezzo.

Ma la grande sprezzatura rispetto alle difficoltà di realizzazione dell’opera non è il solo aspetto a catturare la nostra attenzione. Più ancora colpisce lo sguardo la profonda, umanissima, eleganza delle figure rappresentate. Che fa scivolare del tutto in secondo piano il fatto che nelle formelle siano narrati episodi sacri e dell’Antico Testamento. Mutuando stili e modi di rappresentazione, non da un disseccato gotico, ma da un raffinato gotico internazionale che, a fine Trecento, era il linguaggio colto e urbano delle corti europee (e che nella rustica Firenze invece conobbe poche occorrenze), Ghiberti riuscì a distillare in quest’opera di una vita un proprio stile originale e maturo. Che con coraggio metteva al centro l’umano, nonostante il programma iconografico strettamente religioso.

Al contempo facendo piazza pulita di quelle decorazioni convenzionali a quadrifoglio che ancora nelle formelle realizzate da Andrea Pisano per la Porta Sud (1329-1336) occupavano gran parte dello spazio. Il risultato – che si potrà meglio apprezzare dal vivo quando la Porta del Paradiso sarà esposta, dall’8 settembre, nei nuovi spazi del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze – è di ariosa leggerezza, nonostante il massiccio bronzo in cui sono realizzate le varie formelle. Mentre l’oro accende le scene di riflessi di luce dando evidenza plastica alle figure.

da left avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Buren, maestro della luce e del colore

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 26, 2012

Dopo aver trasformato il Grand Palais in un caleidoscopio di riflessi, l’artista francese Daniel Buren , in Calabria,  reinventa il Parco archeologico di Scolacium con specchi e vetrate blu e rosse

di Simona Maggiorelli

Daniel Buren, Pechino 2004

«Per me il colore è pensiero puro», dice Daniel Buren. Forse il maggior artista francese vivente. Che con le sue luminose opere site specific fatte di vetri policromi o rivestite di tessuti a strisce ha cambiato il volto ad alcune delle piazze e dei luoghi pubblici più noti al mondo, da Pechino a Parigi e oltre.

Ma dagli anni Ottanta, dopo aver sostanzialmente abbandonato la pittura a favore di installazioni architettoniche, Buren ha anche contribuito a ricreare con fantasia aree urbane senza identità, anonime: quegli spazi metropolitani che l’antropologo Marc Augé definirebbe «non luoghi».

Aeroporti, snodi per le merci, oppure ponti come quello di cemento che attraversa il fiume di fronte al Museo Guggenheim di Bilbao, un grigio e trafficato punto di passaggio che lo scultore parigino ha trasformato del tutto sormontandolo con un magnetico arco rosso  facendone una specie di simbolo e di icona che identifica la zona del museo.

Da qualche tempo però, più che gli spazi della contemporaneità, Buren sembra prediligere “angoli” densi di storia. Accade così che su invito di Alberto Fiz direttore del Marca di Catanzaro, l’artista da qualche mese si sia “trasferito” nel parco archeologico di Scolacium per creare nuove opere in dialogo con le vestigia romane che qui sopravvivono fra gli uliveti.

Daniel Buren, Luxenburg 2001

Dal 27 luglio e fino al 14 ottobre l’antica Basilica del Parco, dopo il suo intervento, si presenta in veste rinnovata, carica di riflessi blu e rossi che filtrano dalle vetrate di plexiglas realizzate ad hoc: al variare della luce creano atmosfere cangianti, in un magico movimento di luci e ombre.

Più in là, l’antico teatro. Al centro, Buren ha costruito una gigantesca struttura specchiante che dilata lo spazio scenico, facendone una piattaforma virtuale, un lago di riflessi sotto il sole a picco della Calabria.

L’antico teatro romano appare ora come uno spazio irreale, visionario, orizzonte di miraggi e arena di immaginarie scorribande di demoni meridiani. Accentuando le linee di forza dei ruderi, o raddoppiandone illusionisticamente gli spazi e, ancora, disseminando il parco di elementi semplici ed essenziali come archi e colonne, Buren reinventa la trama visiva del Parco di Scolacium facendone un luogo delle meraviglie.

Un po’ come era già successo lo scorso giugno, quando è stato invitato a intervenire sul Grand Palais di Parigi per la rassegna Monumenta ( che ogni anno chiede a un artista contemporaneo di creare ex novo un’opera per questo importante spazio) . In quel caso l’elegante e austera struttura in ferro illuminata dalla cupola a vetri, nelle mani di Daniel Buren, è diventata un caleidoscopio di rossi, verdi, blu, gialli e arancio.

Daniel Buren,Monumenta 2012

Realizzando delle grandi vetrate a mosaico, Daniel Buren ne ha fatto una splendente macchina rinascimentale. Una sorta di Wunderkammer in cui raggi di luce, colori, riflessi sembrano cambiare di continuo  i volumi delle cose e creano dal nulla forme geometriche che ridisegnano gli spazi; Buren qui come altrove  ha ripreso alcuni topoi dell’arte concettuale di cui è maestro aprendoli a imprevisti di fantasia.

In questo caso poi, creando un ideale ponte fra contemporaneità e storia dell’arte del  Quattrocento l’artista dice  di essersi ispirato anche  al pittore toscano Paolo Uccello (1397-1475), l’autore della spettacolare Battaglia di San Romano degli Uffizi, una grande tela che ha ben due opere pandant e di pari importanza conservate al Louvre e alla National Gallery: «Uno dei pittori più straordinari della storia occidentale – sottolinea Daniel Buren -, perché con tre tele di battaglia seppe creare prospettive vertiginose, che attraggono lo spettatore dentro il quadro», prospettive ad alto impatto emotivo  che  l’artista  realizzò aiutandosi con l’uso dello specchio. Ben prima di Parmigianino, di Caravaggio e di Velàzquez.

da left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Oltre olo specchio di Venere

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 21, 2012

La ricerca di una vita, la passione per l’arte , gli incontri e gli amori di Diego Velazquez nella prima biografia italiana del grande pittore del Seicento spagnolo, edita da Cavallo di Ferro e firmata da Riccardo De Paolo. Fra storia e romanzo l’avventura di un autore di penetranti ritratti, di opere complesse come Las Meninas e di laici nudi femminili , in un’epoca di roghi feroci

di Simona Maggiorelli

Velazquez, Venere allo specchio (1650)

La narrazione comincia dalla fine: dalla lettera che il pittore Diego Velàzquez, ormai sul letto di morte, invia nel 1660 all’amico Juan de Còrdoba. Lasciando che sulla pagina affiorino memorie di vita, di incontri, di amori ma anche la passione di una intera vita, quella per l’arte («Volevo spingermi nell’arte dove nessuno si era ancora spinto»).

Con quella fierezza di hidalgo che lo caratterizzava fin da giovane, ma soprattutto con la consapevolezza di una esistenza pienamente riuscita, Diego Rodriguez de Silva y Velàzquez, cavaliere dell’Ordine di Santiago, si appresta ad uscire di scena.

«La nostra vita è solo una goccia nel mare del tempo; e non sono così stolto – o privo d’immaginazione – da poter escludere che questo nostro stato non sia soltanto una temporanea finzione. Ricordatene se un giorno, oppresso dai ricordi, o da qualche bicchiere di troppo, ti verrà voglia di piangere», scrive all’amico in questa lettera immaginata da Riccardo De Palo ad incipit de Il ritratto di Venere, la vita segreta di Diego Velàzquez (Cavallo di Ferro), la prima biografia italiana del grande pittore del Seicento spagnolo.

In forma di romanzo, ma puntuale nella ricostruzione storica e soprattutto generosa di approfondimenti sulla poetica, originalissima, di questo autore di penetranti ritratti (basta pensare al suo celebre nano di corte), di opere complesse come Las Meninas e di morbidi nudi femminili come la Venere allo specchio conservata alla National Gallery di Londra: un’opera luminosamente laica in un’epoca di feroci roghi controriformisti.

In questo romanzo storico De Palo ne rintraccia il vero volto nella bella ventenne Marta di cui il già maturo pittore si innamorò perdutamente durante un soggiorno romano. E più indietro nel tempo l’autore ci porta a rintracciare l’origine della calda tavolozza di ocra, rossi e terre tipica di Velàzquez in quella libera e arabizzante Siviglia in cui  era nato nel 1599 e aveva trascorso la giovinezza, «rimirando i fregi intarsiati di quelle che un tempo erano moschee», fra botteghe che vendevano di ogni tipo di mercanzia e strade piene di gente.

Nella cosmopolita Siviglia Velàzquez entrò giovanissimo a bottega del colto Pacheco (di cui sposerà la figlia Juana) assorbendone la lezione improntata al naturalismo fiammingo e, attraverso stampe e riproduzioni, facendo proprio il drammatico chiaro-scuro dei caravaggisti. Poi la decisione di trasferirsi a Madrid, per tentare la carriera a corte, riuscendo a diventare l’artista preferito del re Filippo IV e amico di Rubens da cui il pittore andaluso apprezzava la libertà dai moralismi religiosi e il coraggio nel portare avanti progetti personali e lungimiranti in barba alle meschinerie e alle trame di corte.

Seguendone le orme, ricostruisce Riccardo De Palo, Velàzquez ebbe incarichi ufficiali per acquistare all’estero opere per la collezione imperiale. Ma divenne anche testimone privilegiato del Siglo de oro, frequentando Francisco de Quevedo, Luis de Gòngora, Calderòn de la Barca, Lope de Vega e altri importanti intellettuali del tempo. Avendo anche la possibilità di un diretto  confronto con i maestri dell’arte italiana, grazie a una serie di viaggi nella penisola dove poté studiare le opere di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, di Veronese e di Tintoretto.

Il suo fiammeggiante Innocenzo X  resta un debito aperto con quel Tiziano di cui a Venezia ebbe modo di apprezzare la grande libertà creativa e  la rappresentazione dell’umano piena e immanente. A tutto questo, specie nella ritrattistica, Velàzquez seppe aggiungere una straordinaria capacità di cogliere in un guizzo, in un’espressione, in una smorfia imprevista, ciò che più profondamente si agita nell’animo umano, raccontandone i tormenti interiori, riuscendo a fermare la realtà vibrante sotto il suo pennello.

da left-avvenimenti

Posted in Arte, Libri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Il salto culturale dei sapiens

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 20, 2012

Nessun gene dell’egoismo o della creatività. Alle origini del linguaggio, un processo evolutivo, in cui contano le relazioni umane. Parla Telmo Pievani, ospite del Festival della mente di Sarzana

di Simona Maggiorelli

Pitture rupestri, Chauvet, 32mila anni fa

Come nasce il linguaggio umano? Su questo annoso e affascinante tema il filosofo della scienza Telmo Pievani ( con Emanuele Banfi e Federico Albano Leoni)ha promosso un confronto fra linguisti e neuroscienziati all’università Bicocca di Milano. Left gli ha chiesto di fare il punto sui risultati del dibattito che ha coinvolto un parterre internazionale di scienziati. A settembre su questi temi lo studioso terrà una lectio magistrali al Festival della mente di Sarzana

Professor Pievani sui media, di recente, si fantastica di un gene dell’egoismo o dell’altruismo. Non si può pensare, piuttosto, che la maturazione cerebrale avvenga in relazione a stimoli ambientali, sociali, di rapporto? 

Suggerisco di diffidare sempre delle notizie del tipo “Scoperto il gene di”. Non ha più alcun senso ritenere che comportamenti sociali complessi abbiano una determinazione genetica lineare di questo tipo. Persino per il colore della pelle occorre un intero network di geni interconnessi, figuriamoci per l’egoismo o l’altruismo. Il genoma è la filigrana della vita, non un oracolo interno, né un surrogato dell’anima; è una componente di un sistema, non un’essenza senza tempo né contesto. La maturazione cerebrale, che avviene per una parte dopo la nascita (i nostri cuccioli nascono fragili e immaturi) è soggetta sia a un’impronta genetica ereditaria sia a influenze ambientali, sociali, familiari. In un intreccio inestricabile di innato e acquisito.

Nello sviluppo del linguaggio è importante il rapporto con la madre, lei scrive. Non a caso Kaspar Hauser e i “bambini lupo” cresciuti fuori dal rapporto umano non parlano. Tuttavia il bambino non è una tavoletta di cera…
Il linguaggio umano deve essersi evoluto nel genere Homo con un processo continuativo, se non vogliamo ricorrere a tesi miracolistiche o rassegnarci al mistero. Ma non abbiamo ancora modelli evoluzionistici adeguati per ricostruire questa dinamica. Anche se indizi ora vengono da ricerche di etologia cognitiva e paleoantropologia. E qui occorre distinguere tra filogenesi e ontogenesi: tra evoluzione delle specie e sviluppo individuale. Il rapporto con la madre è certo decisivo per lo sviluppo del linguaggio verbale. Ma la novità è un’altra. Anche negli studi che riguardano la filogenesi, noi sappiamo adesso che forse l’ambiente ideale per le sperimentazioni necessarie all’evoluzione del linguaggio non è stato solo il coordinamento per la caccia ma anche l’interazione tra madri e piccoli, come sostenne già anni fa Ian Tattersall e come ha scritto Dean Falk in Lingua madre. Dunque anche il linguaggio potrebbe essere legato all’allungamento dell’infanzia e dell’ adolescenza nei sapiens, che è maggiore rispetto a ciò che accade in scimpanzé e gorilla ma anche rispetto alle altre specie del genere Homo.

La fantasia, la capacità di immaginare, è specifica e originaria dell’essere umano?
Direi di sì, almeno da quanto vediamo dalla nascita del comportamento umano “cognitivamente moderno”, intorno a 40-50mila anni fa. Dopo le prime avvisaglie in Africa, l’innovazione sembra diffondersi con grande rapidità, facendo esplodere nei cacciatori raccoglitori sapiens (dall’Europa all’Australia) comportamenti del tutto inediti, cioè pitture rupestri, sepolture rituali, ornamenti, strumenti musicali, sculture, nuove tecnologie litiche. Le caratteristiche di questo cambiamento, forse portato da una popolazione di sapiens uscita dall’Africa circa 60mila anni fa (di cui conosciamo alcuni marcatori genetici), lasciano supporre che sia stata un’evoluzione culturale, più che biologica. E l’innesco di questa intelligenza simbolica potrebbe essere stato proprio il completamento del tratto vocale umano e lo sviluppo del linguaggio articolato tipicamente sapiens, con le sue proprietà ricorsive e astrattive che hanno aperto alla nostra mente nuove possibilità. Lì abbiamo imparato a inventare mondi alternativi nella nostra testa, e a condividerli con i compagni del gruppo. Ancora oggi nello sviluppo individuale, anche se spesso si fa di tutto per mortificarla, credo che la capacità di immaginare altri mondi possibili, scenari alternativi, sia il modo migliore per onorare la nostra evoluzione sapiens.
Negli studi sull’origine del linguaggio umano si parla perlopiù di linguaggio verbale e di pensiero cosciente. Ma il Big bang della nostra specie non è stata la capacità di creare immagini espressive, dalla risonanza profonda e di valore universale?
Sono d’accordo. Se verrà confermata l’ipotesi evolutiva che delineavo, il linguaggio verbale va associato a una più vasta competenza simbolica. Anch’io penso che la comparsa di segni e poi di rappresentazioni (sia realistiche che stilizzate) sia un indizio cruciale. La raffinatezza delle prime pitture rupestri e il loro contesto espositivo vanno oltre un significato sociale di valenza rituale. Sono la prova che lì è all’opera una mente umana inedita, con un rapporto nuovo con l’ambiente, capace di mescolare il ricordo vivido delle scene di caccia con una trama di messaggi simbolici condivisi dalla comunità. Senza nascondere che questa immaginazione è anche ciò che ci ha reso più espansivi e invasivi di qualsiasi altra forma umana.

 

Telmo Pievani

Uno studio apparso su Science ora spinge a retrodatare ai Neanderthal la prima arte rupestre. E c’è chi suppone una ibridazione fra Neanderthal e Sapiens. Può aver portato più varietà e capacità di risposta all’ambiente? E quale è stato il contributo della donna?
Lo studio non riguarda la scoperta diretta di arte rupestre neandertaliana, ma ipotizza una possibile associazione con popolazioni neandertaliane, quindi lo valuterei con cautela. I dati suggeriscono che il Neanderthal si stava avviando verso l’intelligenza simbolica: lo mostrano le possibili sepolture di Shanidar nel Kurdistan, l’uso di piume ornamentali nel sito di Fumane, il possibile flauto neandertaliano scoperto in Slovenia. Tuttavia, un conto è assumere questi comportamenti in modo globale e sistematico come fanno i sapiens, altro è farlo in modo occasionale. Forse era un inizio e non hanno fatto in tempo. Anche l’ibridazione tra le due specie è un modello in discussione, non tutti i genetisti ne sono convinti. Certo, scoprire che in certe fasi della nostra storia e in alcuni territori (si pensa al Medio Oriente) ci siamo accoppiati dando alla luce ibridi Sapiens/Neanderthal, capaci di procreare, è impressionante. Vorrebbe dire che nemmeno il nostro genoma è “puro”, tutto nostro, e che anche geneticamente siamo un mantello di Arlecchino con contributi diversi, che certamente ci hanno rafforzato in termini di variabilità e di difese immunitarie. Per tutte le specie, la diversità interna è una assicurazione per la vita, il combustibile di ogni cambiamento. Vale anche per le diversità di genere, che in campo evoluzionistico per fortuna sono andate ben al di là dello stereotipo dell’uomo cacciatore e della donna raccoglitrice. Dalla neotenia alle interazioni madre/figlio nello sviluppo del linguaggio, oggi l’evoluzione umana è vista senz’altro molto più “al femminile” di quanto non fosse in passato.

da left -avvenimenti

Posted in Arte, Filosofia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’invenzione egizia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 16, 2012

Due mostre,a New York e a Parigi, ma anche nuovi studi contribuiscono a mettere in crisi una visione stereotipata dell’antica civiltà che nacque sulle sponde del Nilo

 

di Simona Maggiorelli

 

Immagini femminili, stilizzate, ed eleganti. Oppure più realistiche ma sempre rappresentate con pochi tratti essenziali. Insieme a statuette votive di animali campeggiano nella galleria virtuale del Metropolitan Museum (www.metmuseum.org) di New York come invito a visitare la mostra L’alba dell’arte egizia, aperta fino al 5 agosto.

Una esposizione che, attraverso centottanta reperti datati dal 4400 al 2649 a.C. scompiglia l’idea stereotipata che abbiamo dell’arte egizia basata su figurine seriali e geroglifici. Ma anche la bella mostra in corso al Musée Jacquemart di Parigi – e che all’opposto indaga il crepuscolo dei faraoni, dal 1075 a.C. al 30 a.C. – ci propone esempi di arte egizia che mettono a soqquadro le nostre poche certezze in questo campo.

Fortunatamente, in nostro soccorso, arriva  l’egittologo e affasciante divulgatore Toby Wilkinson con il suo nuovo, denso, lavoro sulle molte trasformazioni a cui andò incontro la longeva civiltà del Nilo: dalle sue origini preistoriche e dalle prime incisioni del Wadi Umm Salam fino alla conquista romana.

murale, antico egitto, metropolitan

«Lo studio dell’antico Egitto richiede un immenso sforzo di immaginazione e una buona conoscenza di due secoli di ricerche. Ma ad indicarci la via è pur sempre l’essere umano che abbiamo in comune con gli antichi egizi», ci rassicura l’archeologo inglese. Che ne L’antico Egitto (Einaudi) ripercorre il lungo e variegato sviluppo dell’arte egizia ricordandoci che già i primi faraoni avevano compreso il potere straordinario dell’iconografia nell’imporre un’ideologia: fondamentale collante in una società tribale politeista e molto divisa al suo interno.

Con interessata lungimiranza, insomma, i faraoni si affidarono al potere e alla forza di immagini, talora anche crudeli con rappresentazioni dello strazio dei popoli sottomessi, più spesso di abbagliante bellezza, come testimoniano cronache di fastose cerimonie pubbliche e possenti piramidi costruite come espressione di un governo dispotico che rivendicava origini divine.

(«Il potere regale era assoluto nell’Antico Egitto», scrive Wilkinson, «e la vita umana valeva ben poco»). Così se in libri come La genesi dei faraoni (Newton Compton, 2003), lo studioso di Cambridge aveva indagato le origini della storia egizia a cominciare dalla sue origini preistoriche fatte risalire ad almeno duemila anni prima delle piramidi dell’Antico Regno, in questo volume offre un avvincente quadro diacronico della civiltà egizia che, abbandonate modalità semi-nomadi, si strutturò ben presto attorno all’idea di stato nazione: «un’idea che ancora predomina nel nostro mondo a distanza di cinquemila anni», sostiene Wilkinson. Ciò che è certo è che quell’invenzione permise alla civiltà egizia una durata di tre millenni (quella romana durò “appena” un millennio). Un’idea che differenziava radicalmente l’Egitto dalla Mesopotamia basata su città -stato di grande ricchezza multiculturale.

da left-Avvenimenti

 

 

Posted in Archeologia, Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »