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Eva Cantarella sulle rotte di Erodoto

Posted by Simona Maggiorelli su agosto 19, 2014

NaveGrecaAntropologo ante litteram,  Erodoto viaggiò in Oriente per conoscere la cultura e i modi di vita di altri popoli. «Che seppe raccontare senza pregiudizi», racconta la grecista Eva Cantarella

di Simona Maggiorelli

In viaggio con Erodoto, nelle terre dei Persiani, dei popoli del Nord Africa e oltre le Colonne d’Ercole. Antropologo ante litteram, l’autore de Le storie si avventurò ben oltre i confini della Grecia e del Mediterraneo, per raccontare civiltà e culture differenti dalla propria. «Non risulta che avesse ricevuto incarichi ufficiali.

Intraprese coraggiosamente un “Grand tour” dell’Oriente per sete di conoscenza. E a quei tempi viaggiare era davvero un’impresa difficile e faticosa», dice Eva Cantarella che alla figura di Erodoto dedica gran parte del suo nuovo libro, Ippopotami e sirene (Utet).

Ciò che rende ancora oggi affascinante la narrazione dello storico greco non è solo il suo stile icastico e coinvolgente ma anche, e soprattutto, il suo sguardo libero dal tipico pregiudizio greco che stigmatizzava come barbaro chiunque non parlasse la lingua di Omero. Del resto, nota Cantarella, «tutta l’Odissea è costruita sul ritorno a casa, dalla moglie Penelope, contrapposta alle figure Circe e alle sirene, pericolose seduttrici». Il rapporto con l’altro, con lo sconosciuto, con l’ignoto nei poemi omerici è spesso avvertito come pericolo, mentre la forza di Erodoto, sottolinea la studiosa di diritto antico, risiede proprio nel «cercare di capire come funzionano la società, la famiglia, la religione, le leggi degli altri popoli. Anche nei luoghi più sperduti, Erodoto non dice mai “questi sono dei selvaggi”, non giudica».

Eva Cantarella

Eva Cantarella

Neanche quando, giunto a Babilonia, assiste all’asta pubblica delle ragazze da marito, arrivando così a capire che l’alto costo delle fanciulle più belle, quanto meno, serviva a trovare marito anche alle storpie. Giunto fra i popoli libici, poi, Erodoto racconta che lì le donne aggiungevano un anello alla caviglia per ogni amante e quelle che ne avevano di più erano le più stimate. «Chissà cosa avrebbe detto qualunque altro greco vista la loro nota misoginia!» esclama divertita Cantarella che ai giudizi sprezzanti di Aristotele sulle donne (dall’esimio filosofo considerate pazze) e alla pederastia come elemento fondante della polis e strumento per “educare” i ragazzini ha dedicato in passato libri importanti. «Erodoto non cancella le donne. Anzi, ce ne offre interessanti ritratti. Basta pensare ad Artemisia, la regina di Alicarnasso, unica condottiera donna nell’esercito di Serse alla quale, secondo Erodoto, il conquistatore persiano riconobbe di essere stata la sua migliore consigliera».

Merito di Erodoto è stato anche quello di mostrare come le culture antiche, entrando in contatto, vivessero momenti positivi di scambio, se non di vera e propria osmosi. Nell’antichità non viaggiavano solo le persone ma, con loro, viaggiavano i miti, le leggende, i topoi letterari. Nel libro Eroi viaggiatori (Einaudi) Robin Lane Fox «ha usato un’immagine molto felice», osserva Cantarella: «parla di scala mobile fatta di ascolti, cattivi ascolti, e visioni in cui varie versioni del mito si sovrappongono, mutano, vengono adattate e tradotte». E questo incontro culturale, suggeriva già Erodoto nella Teodicea, riguardava perfino il pantheon delle divinità.

IppopotamiLungi dall’offrire una visione granitica dell’antica Grecia (come quella tramandata poi dal neoclassicismo), l’autore de Le storie fu un antesignano di una visione polifonica della storia che esamina criticamente le fonti e «non si limita a descrivere i fatti ma – approfondisce Cantarella – tenta un’interpretazione.

La storia di Erodoto comprende anche la cultura, la religione, gli stili di vita, i costumi, tanto da aprire la strada al modo più moderno di fare ricerca sul campo». Ed ha aperto la strada a letture dirompenti come Athena nera di Martin Bernal, uscito negli anni Ottanta e recentemente riproposto da Il Saggiatore. Un saggio che indaga le radici afroasiatiche della civiltà classica e che, ricorda Cantarella, «nelle università americane è diventato un manifesto, in modo perfino eccessivo».

In Italia invece studi che mettono seriamente in discussione le radici indoeuropee dell’Europa non hanno mai varcato il ristretto ambito accademico. «Molto importante in questo senso è stato il contributo di Arnaldo Momigliano che, molto prima di Bernal, ha riconosciuto che in Oriente c’erano stati momenti di civiltà alta, raffinata, ma senza arrivare a dire che la civiltà greca non fosse mai stata creativa.

Kapuscinski

Kapuscinski

Lo stesso lavoro di Erodoto – rilancia Cantarella – ne è un esempio. Ed è un peccato che non sia abbastanza frequentato e letto». A farlo riscoprire al più ampio pubblico era stato una decina di anni fa Ryszard Kapuscinski nel libro in Viaggio con Erodoto (Feltrinelli) che il grande reporter polacco considerava la sua opera più importante. Facendo tesoro del metodo dello storico greco e della sua passione per quello che oggi chiameremmo dialogo interculturale, Kapuscinski nel suo libro scovava nessi profondi fra alcuni momenti della storia antica, anche duri e sanguinosi, raccontati da Erodoto, confrontandoli con le tensioni e i conflitti che in anni più vicini a noi hanno lacerato il Medioriente. Conflitti spesso dettati da ragioni economiche e politiche, per il controllo delle risorse, come è accaduto nella guerra Iraq-Iran all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. E che poi, con l’invasione americana dell’Iraq, sono diventati scontri connotati sempre più in senso religioso, resi feroci dall’esplodere del fondamentalismo. Per comprenderne le radici può essere utile andare a rileggere la storia, anche quella più antica, sostiene Eva Cantarella.

Come invita a fare, di recente, anche il filologo Maurizio Bettini in Elogio del politeismo, pubblicato lo scorso maggio da Il Mulino. In questo suo nuovo libro il docente dell’Università di Siena racconta come il pantheon greco si arricchisse nel rapporto con altre culture, ricordando anche che nell’antica Roma culti “stranieri” potevano essere accolti e aggiunti ai quelli romani dopo aver passato il vaglio del Senato.
Dal libro di Bettini emerge dunque un ritratto delle antiche società politeiste come estremamente più accoglienti e disponibili verso l’altro, rispetto alle religioni del Libro, di stampo monoteista. «Il politeismo antico – scrive il filologo – è interessante per il modo in cui le civiltà politeiste concepirono il rapporto con le divinità degli altri. Da questo punto di vista, infatti, il politeismo antico si ispirava a quadri mentali decisamente diversi da quelli propri del monoteismo». «Non c’è ombra di dubbio. Condivido totalmente i contenuti del saggio di Maurizio Bettini: un lavoro importante di cui, a mio avviso, si è parlato troppo poco», dice Eva Cantarella. Che aggiunge :«Il monoteismo si fonda sull’idea che il mio dio equivale alla verità mentre le divinità degli altri sono tutte false. Il mio dio ha ragione e gli altri hanno torto. La conseguenza di tutto questo è l’esplosione della violenza. Le crociate – conclude la studiosa – non sarebbero esistite se non ci fosse stato il passaggio al monoteismo».

Dal settimanale left

 

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Le pitture ruprestri furono realizzate da donne

Posted by Simona Maggiorelli su ottobre 14, 2013

Chauvet, cave art

Chauvet, cave art

di Simona Maggiorelli

“Gran parte delle pitture rupestri preistoriche furono realizzate da esponenti del genere femminile: lo rivela una nuova ricerca che ribalta decenni di supposizioni archeologiche” scrive la rivista del National Geograhic, sconfessando quanto hanno sostenuto “per molto tempo gli studiosi che hanno creduto che i primi paleo-artisti fossero uomini”.

Lo aveva ipotizzato già  qualche anno fa lo psichiatra Massimo Fagioli e ora l’archeologo Dean Snow, docente della Pennsylvania State University, porta delle prove documentali a sostegno di questa affascinante ipotesi che restituisce alle donne un ruolo importante nella storia dell’arte, nei secoli in Occidente punteggiata quasi esclusivamente da pittori e scultori di sesso meschile, che fin da ragazzini potevano andare a studiare a bottega e che erano autorizzati a sviluppare il proprio talento.

Ma torniamo alla ricerca di Dean Snow , sostenuta dai fondi del Committee for Research and Exploration della National Geographic Society. Lo studioso ha analizzato le impronte di mani lasciate sulle pareti di otto grotte francesi e spagnole: confrontando le lunghezze di alcune dita, Snow ha potuto stabilire che tre quarti delle impronte sono state lasciate da mani femminili.

“Per lungo tempo c’è stato un forte pregiudizio maschile nella letteratura scientifica”, ha spiegato Snow alla rivista del National Geographic . “Molte persone hanno fatto delle supposizioni del tutto immotivate sugli autori di queste opere, e sul perché venivano eseguite”.

Nelle grotte non solo della Francia e della Spagna ma anche del Messico e di altre parti del mondo sono state trovate  nel corso degli anni centinaia di contorni di mani realizzati con la tecnica a stencil. Ma il fatto che soprattutto nelle pitture ruperestri del paleolitico comparissero raffigurazioni naturalistiche di  animali da caccia,  bisonti e renne e poi cavalli e mammut aveva sempre fatto pensare antropologi e archeologi che si trattasse di pitture propiziatorie o ricreazioni di momenti di caccia eseguite dagli stessi cacciatori uomini. Senza considerare che proprio nella divisione del lavoro e dei ruoli le donne, dovendo allevare i bambini, con ogni probabilità trascorrevano nelle grotte molto più tempo dei maschi che avevano il compito di procacciare il cibo.

Altamira

Altamira

“Nella maggior parte delle società di cacciatori – raccoglitori, sono gli uomini che si occupano della caccia, ma molto spesso sono le donne che trasportano le prede al campo, per questo sono molto attente ai risultati della caccia”, ha detto Snow intervistato dalla rivista americana. Ma al di là delle congetture, ciò che appare più imteressante è lo studio che l’archeologo americano ha fatto sulle impronte lasciate dagli antichissimi autori delle pitture ruprestri, e alcune come quelle di Chauvet e Peach Merle rislaenti a 40mila -32mila anni fa . Molte di esse sono di piccole dimensioni, paragonabili a quelle di mani femminili, nota Snow nel suo studio che sta per uscire sulla rivista American Antiquity.

L’articolo apparso sulla rivista del National Geographic offre anche qualche elemento per capire il percorso che ha portato Snow alla sua scoperta:  Il suo studio  è iniziato più di dieci anni fa quando si è imbattuto nel lavoro di John Manning, un biologo britannico che aveva scoperto che uomini e donne differiscono nelle relative lunghezze delle dita:” le donne tendono ad avere anulare e indice della stessa lunghezza, mentre negli uomini l’anulare è più lungo rispetto all’indice”. Un giorno, dopo aver letto gli studi di Manning, Snow ha dato un’occhiata a un vecchio libro di pitture rupestri.” Sulla copertina del libro c’era lo stencil colorato di una mano della famosa grotta di Pech Merle nel sud della Francia. “Ho guardato quell’immagine e ho pensato, se veramente Manning sa quel che dice, allora è quasi certamente una mano femminile”, ha raccontato Snow.  Che ha esaminato centinaia di stencil di grotte europee, ma la maggior parte erano troppo sbiadite per venire utilizzate nell’analisi. Lo studio include le misure di trentadue stencil, di cui sedici provenienti dalla grotta di El Castillo in Spagna, sei dalle grotte di Gargas e cinque da Pech Merle, entrambe in Francia.

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Telmo Pievani: «Tutti pazzi per la fine del mondo»

Posted by Simona Maggiorelli su dicembre 20, 2012

di Simona Maggiorelli

Si avvicina la data fatidica del 21 dicembre 2012, prevista dai Maya per la fine del mondo. Lo studioso Telmo Pievani, nel suo nuovo libro, ricostruisce come nascono le leggende millenaristiche. Che leggono in modo del tutto alterato i fenomeni naturali   

doomsdayIl count down per la fine del mondo è cominciato. In un accapigliarsi fra apocalittici e riottosi, che aspettano ugualmente il 21 dicembre 2012 come fosse l’ultimo giorno della storia come vuole una sedicente profezia maya. Un gioco che stuzzica la curiosità divertita dei giornali (Gramellini e Taddia su La Stampa, gli dedicano una pagina al dì con il titolo ” Fine del mondo. E un poco oltre”) ma anche gli appetiti delle case editrici più commerciali. Certo, nell’anno domini 2012 c’è di che stupirsi che ciarpame profetico trovi abbondanti lettori.

Ma proprio per questo è interessante tentare di leggere la lunga durata di un fenomeno millenaristico che, come una insana coazione a ripetere, attraversa i secoli portando allo scoperto meccanismi di pensiero delirante stranamente condivisi da ampi gruppi di persone in determinate epoche e congiunture. Un fenomeno, a dire il vero, assai complesso quello delle cosiddette “catastrofi culturali” a cui Ernesto De Martino dedicò il libro La fine del mondo. Il filosofo della scienza Telmo Pievani ne tenta una lettura concentrandosi, invece, sul modo in cui sono state percepite nella storia le catastrofi naturali.

Con piglio ironico e brillante, che dissimula l’immane impegno di una cavalcata che va dall’età dell’oro di Esiodo, all’Antico Testamento fino agli heideggeriani e neo catastrofisti di oggi, Pievani lo affronta in chiave evoluzionistica ne La fine del mondo Guida per apocalittici perplessi (Il Mulino). Un libro spassoso e divertito, da cui Federico Taddia e la Banda Osiris hanno tratto uno spettacolo, ma che nasce con un preciso intento di Aufklärung illuminista. E proprio per far chiarezza, incontrando Pievani, neo docente di filosofia della biologia all’università di Padova, gli chiediamo cosa mai possa unire la pagana profezia maya e l’idea dell’apocalisse cristiana, due concezioni a prima vista lontanissime.

rem_end_of_the_world_us7«In realtà – spiega Pievani – ci sono tratti comuni e differenze. La differenza fondamentale è nel modo di concepire il tempo, quella giudaico-cristiana è di tipo lineare, con un inizio, un telos, un compimento. La fine della storia per i cristiani è un grande redde rationem, in cui si fanno i conti dei giusti e degli empi. La concezione del tempo dei Maya, invece, è più raffinata, è una sorta di commistione fra un tempo lineare e un tempo ciclico». E al di là delle assurde e antiscientifiche profezie di cui ora si parla «i Maya furono capaci di prevedere realmente una notevole quantità di fenomeni astronomici». Quanto a ciò che le accomuna? «A mio avviso è interessante che due culture che hanno due concezioni così diverse del tempo, poi in realtà, formulino entrambe l’idea che ci possano essere cesure del tempo», nota Pievani. «Come se avessero un bisogno psicologico profondo della fine del mondo per dare senso alla storia». Per dare un senso a fenomeni naturali improvvisi e violenti come il terremoto di Lisbona su cui si interrogavano laicamente gli illuministi o come lo tsunami in Giappone in cui l’ex direttore del Cnr Roberto de Mattei, sorprendentemente, ha visto una punizione divina contro gli asiatici miscredenti. «Sul piano scientifico la prima evidenza da rilevare – mette in chiaro Pievani – è che la fine del mondo c’è già stata tante volte. Le grandi catastrofi nel passato hanno stravolto la biodiversità, portando allo sterminio di una grande quantità di specie diverse.

PievaniDi fatto, però, quelle catastrofi, quegli episodi così negativi, sono stati dei nuovi inizi e senza di essi la biodiversità attuale non sarebbe così rigogliosa. La stessa presenza di Homo sapiens- sottolinea lo studioso – è figlia di queste catastrofi. Se non ci fosse stata in particolare l’ultima, quella di 65 milioni di anni fa e del tutto insensata sul piano di una visione finalistica dell’evoluzione, noi non saremmo qui». Ma pensare che l’umanità non è necessaria e che il mondo continuerebbe anche senza di noi non è facile da accettare. «Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto a causa vostra?», scriveva non a caso Leopardi nel Dialogo della Natura e di Islandese. Dal fatto ineludibile che il mondo esiste, là fuori, anche a prescindere da noi, possiamo però ricavare «un messaggio radicale», suggerisce il filosofo della scienza. «Nel libro ho cercato di giocarlo in chiave ambientalista: che diritto ha una specie che è figlia della fine di altre specie di creare le condizioni della fine del mondo per una grande quantità di esseri che per causa nostra scomparirebbero?». E da queste considerazioni di Pievani ci pare di poter evincere anche una consonanza con la proposta di Nuovo Realismo avanzata dal filosofo Maurizio Ferraris e che ora trova una ampia discussione nel libro a più mani Bentornata realtà appena uscito per Einaudi. «Non sono mai entrato direttamente in quel dibattito e non condivido lo scientismo alla Dennett», precisa  Pievani. «Ma sono d’accordo con Ferraris su un punto fondamentale che riguarda il rapporto fra filosofia e scienza. Oggi non possiamo più fare filosofia ignorando i risultati della scienza che offre evidenze ineludibili. Per esempio dalla nostra appartenenza alla biosfera nasce un rifiuto radicale di ogni visione totalitaria della storia. La contingenza ti obbliga a dire che nessuno può più affermare di avere capito l’essenza, la logica profonda della storia». Tanto più se questa “logica” ha un fondamento metafisico. Uno degli aspetti più interessanti de La fine del mondo (e che completa il discorso che Pievani aveva già avviato in Nati per credere, Codice editore) riguarda proprio la descrizione dei meccanismi con cui  un pensiero delirante attribuisce significati inesistenti e bizzarri a fenomeni naturali come, per esempio, meteore o allineamenti di pianeti. «In una coazione a ripetere, che tradisce una  aspettativa inespressa e che non si smonta neanche di fronte al fatto che la profezia non si avvera». La religione in modo particolare fornisce una cornice entro cui questi pensieri deliranti trovano sfogo condiviso? «È proprio così – commenta Pievani – il meccanismo è particolarmente evidente in un  caso emblematico analizzato da alcuni psicologi sociali negli anni 50: studiarono la vicenda di una donna che si era proclamata profetessa in uno degli Stati americani della cintura della Bibbia. Nel libro Quando la profezia non si avvera  ora recuperato da Il Mulino raccontano come la delirante profezia di visite di alieni e “conseguente” fine  del mondo avesse radunato intorno a lei un consenso piuttosto nutrito. Entrati nella setta camuffandosi, gli psicologi Festinger, Riecken e Schachter ebbero modo di osservare i meccanismi di auto convincimento con cui gli adepti continuavano a credere alla fine del mondo», anche dopo che la profezia aveva fatto cilecca.

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Viaggio in 3D nell’arte preistorica

Posted by Simona Maggiorelli su novembre 5, 2012

Parte da Bordeaux una mostra itinerante che riproduce, con strumenti di alta tecnologia, le straordinarie pitture rupestri della grotta di Lascaux,  chiusa al pubblico dal 1963

di Simona Maggiorelli

Lascaux, mostra in 3D

Dal 1963 le grotte di Lascaux non sono più visitabili. La cosiddetta Cappella Sistina del Paleolitico, che era stata scoperta nel 1940 da quattro ragazzi vicino a Montignac, fu chiusa al pubblico per tentare di rimediare ai guasti provocati da migliaia di visitatori che nel corso di vent’anni, con la loro semplice presenza e il respiro, avevano irrimediabilmente alterato il microclima di questa straordinaria grotta dipinta della Dordogna francese, risalente a 15mila anni fa.

Uno sciagurato impianto di refrigerazione aveva completato il danno e le pitture si sono ricoperte di muffe. Tanto che l’Unesco ha più volte minacciato di inserire Lascaux nella lista dei beni patrimonio dell’umanità a rischio di sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre team di esperti sono impegnati in delicate operazioni di restauro, l’assoluta necessità di tutela di queste splendide pitture rupestri, non poteva non andare di pari passo con un’esigenza di conoscenza e di divulgazione scientifica. Da qui è nata l’iniziativa Lascaux in 3D, una mostra itinerante, prodotta dalla Dordogna e dalla Regione dell’Aquitania, che è stata inaugurata il 13 ottobre scorso a Bordeaux e che agli inizi dell’anno prossimo partirà per un lungo tour negli Stati Uniti, in Canada e in Asia. Una mostra kolossal che in ottocento metri quadrati di esposizione squaderna una serie di riproduzioni minuziose e tecnicamente avanzatissime dei più importanti “affreschi” di Lascaux. Mentre la regia di Olivier Retout cerca di ricreare l’immersione nelle atmosfere silenziose della grotta e il gioco di luci e ombre delle torce che gli artisti della preistoria usavano per illuminare le pareti su cui ancora oggi campeggiano affascinanti e complesse composizioni di animali e segni astratti.

Tori, bisonti, uri giganteschi, ma anche elegantissimi cavalli, come la coppia dei cosiddetti “cavalli cinesi”, essenziali nella forma e quasi stilizzati. E poi animali immaginifici come liocorni, frutto della fantasia di donne e uomini che dipinsero Lascaux sfruttandone l’andamento parietale, le rientranze e le estroflessioni per determinare effetti prospettici e dare tridimensionalità alle figure, con una piena padronanza, anche estetica, dello spazio. Accanto a queste vivide rappresentazioni di animali, più o meno realistiche, la mostra di Bordeaux documenta anche la presenza nel pozzo di Lascaux di un’immagine misteriosa ed estremamente sintetica di essere umano, la sagoma di un “uomo uccello” che si scontra con un bisonte impetuoso: è questa l’unica scena “narrativa” della grotta, sulla cui interpretazione sono stati versati fiumi di inchiostro senza che si sia arrivati ancora a una lettura certa. «I nostri antenacultura ti del paleolitico avevano una realtà interiore complessa e raffinata nonostante il loro stile di vita “primitivo”», scrive l’antropologo Ian Tattersall, curatore dell’American Museum of Natural history di New York, nel suo nuovo libro Masters of the planet uscito nel 2012 negli Usa e sarà tradotto e pubblicato in Italia da Codice edizioni.

«Decine di millenni fa vivevano persone che non costruivano case né coltivavano i campi ma erano capaci di bellissime pitture», racconta lo studioso. «Ma per quanto noi abbiamo a disposizione materiali eccezionali che si sono conservati nel tempo e che testimoniano della grande forza creativa dei nostri antenati non sappiamo realmente quali fossero i valori e i messaggi che volevano esprimere attraverso le pitture rupestri. Quello che possiamo affermare invece con certezza – sottolinea Tattersall – è che avevano una mente creativa già pienamente sviluppata. Lo deduciamo dalla qualità anche estetica di questi affreschi in cui rappresentazioni realistiche di animali, tratteggiati con perizia e forza espressiva, sono mescolate a motivi geometrici, figure stilizzate, linee e segni. Segni che venivano giustapposti in modi raffinati e complessi». Ogni immagine nelle grotte di Lascaux, realistica o geometrica che sia, «esprime un senso che va al di là della sua mera forma», ribadisce Tattersall, autore di molti studi sull’arte preistorica e di testi di antropologia come Il mondo prima della storia Raffaello Cortina) e Il cammino dell’uomo. Perché siamo diversi dagli altri animali (Garzanti). «Quelle espressioni artistiche significavano qualcosa di molto più profondo rispetto a ciò che siamo in grado di rilevare  oggi direttamente», dice riprendendo i fili di una lunga intervista rilasciata a left nel gennaio scorso. Con la forza di un linguaggio per immagini creativo e irrazionale, gli artisti del paleolitico riuscivano ad esprimere valori universali. «E questa è una delle ragioni per cui l’arte preistorica risuona dentro di noi profondamente» conclude lo studioso. «Per quanto l’arte abbia conosciuto differenze infinite, per quanto la cultura abbia attraversato fasi di espressione diverse nei millenni, è una cosa che unisce tutti gli esseri umani a qualsiasi epoca appartengano. È che ci distingue dagli animali».

da Left-Avvenimenti

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Il salto culturale dei sapiens

Posted by Simona Maggiorelli su luglio 20, 2012

Nessun gene dell’egoismo o della creatività. Alle origini del linguaggio, un processo evolutivo, in cui contano le relazioni umane. Parla Telmo Pievani, ospite del Festival della mente di Sarzana

di Simona Maggiorelli

Pitture rupestri, Chauvet, 32mila anni fa

Come nasce il linguaggio umano? Su questo annoso e affascinante tema il filosofo della scienza Telmo Pievani ( con Emanuele Banfi e Federico Albano Leoni)ha promosso un confronto fra linguisti e neuroscienziati all’università Bicocca di Milano. Left gli ha chiesto di fare il punto sui risultati del dibattito che ha coinvolto un parterre internazionale di scienziati. A settembre su questi temi lo studioso terrà una lectio magistrali al Festival della mente di Sarzana

Professor Pievani sui media, di recente, si fantastica di un gene dell’egoismo o dell’altruismo. Non si può pensare, piuttosto, che la maturazione cerebrale avvenga in relazione a stimoli ambientali, sociali, di rapporto? 

Suggerisco di diffidare sempre delle notizie del tipo “Scoperto il gene di”. Non ha più alcun senso ritenere che comportamenti sociali complessi abbiano una determinazione genetica lineare di questo tipo. Persino per il colore della pelle occorre un intero network di geni interconnessi, figuriamoci per l’egoismo o l’altruismo. Il genoma è la filigrana della vita, non un oracolo interno, né un surrogato dell’anima; è una componente di un sistema, non un’essenza senza tempo né contesto. La maturazione cerebrale, che avviene per una parte dopo la nascita (i nostri cuccioli nascono fragili e immaturi) è soggetta sia a un’impronta genetica ereditaria sia a influenze ambientali, sociali, familiari. In un intreccio inestricabile di innato e acquisito.

Nello sviluppo del linguaggio è importante il rapporto con la madre, lei scrive. Non a caso Kaspar Hauser e i “bambini lupo” cresciuti fuori dal rapporto umano non parlano. Tuttavia il bambino non è una tavoletta di cera…
Il linguaggio umano deve essersi evoluto nel genere Homo con un processo continuativo, se non vogliamo ricorrere a tesi miracolistiche o rassegnarci al mistero. Ma non abbiamo ancora modelli evoluzionistici adeguati per ricostruire questa dinamica. Anche se indizi ora vengono da ricerche di etologia cognitiva e paleoantropologia. E qui occorre distinguere tra filogenesi e ontogenesi: tra evoluzione delle specie e sviluppo individuale. Il rapporto con la madre è certo decisivo per lo sviluppo del linguaggio verbale. Ma la novità è un’altra. Anche negli studi che riguardano la filogenesi, noi sappiamo adesso che forse l’ambiente ideale per le sperimentazioni necessarie all’evoluzione del linguaggio non è stato solo il coordinamento per la caccia ma anche l’interazione tra madri e piccoli, come sostenne già anni fa Ian Tattersall e come ha scritto Dean Falk in Lingua madre. Dunque anche il linguaggio potrebbe essere legato all’allungamento dell’infanzia e dell’ adolescenza nei sapiens, che è maggiore rispetto a ciò che accade in scimpanzé e gorilla ma anche rispetto alle altre specie del genere Homo.

La fantasia, la capacità di immaginare, è specifica e originaria dell’essere umano?
Direi di sì, almeno da quanto vediamo dalla nascita del comportamento umano “cognitivamente moderno”, intorno a 40-50mila anni fa. Dopo le prime avvisaglie in Africa, l’innovazione sembra diffondersi con grande rapidità, facendo esplodere nei cacciatori raccoglitori sapiens (dall’Europa all’Australia) comportamenti del tutto inediti, cioè pitture rupestri, sepolture rituali, ornamenti, strumenti musicali, sculture, nuove tecnologie litiche. Le caratteristiche di questo cambiamento, forse portato da una popolazione di sapiens uscita dall’Africa circa 60mila anni fa (di cui conosciamo alcuni marcatori genetici), lasciano supporre che sia stata un’evoluzione culturale, più che biologica. E l’innesco di questa intelligenza simbolica potrebbe essere stato proprio il completamento del tratto vocale umano e lo sviluppo del linguaggio articolato tipicamente sapiens, con le sue proprietà ricorsive e astrattive che hanno aperto alla nostra mente nuove possibilità. Lì abbiamo imparato a inventare mondi alternativi nella nostra testa, e a condividerli con i compagni del gruppo. Ancora oggi nello sviluppo individuale, anche se spesso si fa di tutto per mortificarla, credo che la capacità di immaginare altri mondi possibili, scenari alternativi, sia il modo migliore per onorare la nostra evoluzione sapiens.
Negli studi sull’origine del linguaggio umano si parla perlopiù di linguaggio verbale e di pensiero cosciente. Ma il Big bang della nostra specie non è stata la capacità di creare immagini espressive, dalla risonanza profonda e di valore universale?
Sono d’accordo. Se verrà confermata l’ipotesi evolutiva che delineavo, il linguaggio verbale va associato a una più vasta competenza simbolica. Anch’io penso che la comparsa di segni e poi di rappresentazioni (sia realistiche che stilizzate) sia un indizio cruciale. La raffinatezza delle prime pitture rupestri e il loro contesto espositivo vanno oltre un significato sociale di valenza rituale. Sono la prova che lì è all’opera una mente umana inedita, con un rapporto nuovo con l’ambiente, capace di mescolare il ricordo vivido delle scene di caccia con una trama di messaggi simbolici condivisi dalla comunità. Senza nascondere che questa immaginazione è anche ciò che ci ha reso più espansivi e invasivi di qualsiasi altra forma umana.

 

Telmo Pievani

Uno studio apparso su Science ora spinge a retrodatare ai Neanderthal la prima arte rupestre. E c’è chi suppone una ibridazione fra Neanderthal e Sapiens. Può aver portato più varietà e capacità di risposta all’ambiente? E quale è stato il contributo della donna?
Lo studio non riguarda la scoperta diretta di arte rupestre neandertaliana, ma ipotizza una possibile associazione con popolazioni neandertaliane, quindi lo valuterei con cautela. I dati suggeriscono che il Neanderthal si stava avviando verso l’intelligenza simbolica: lo mostrano le possibili sepolture di Shanidar nel Kurdistan, l’uso di piume ornamentali nel sito di Fumane, il possibile flauto neandertaliano scoperto in Slovenia. Tuttavia, un conto è assumere questi comportamenti in modo globale e sistematico come fanno i sapiens, altro è farlo in modo occasionale. Forse era un inizio e non hanno fatto in tempo. Anche l’ibridazione tra le due specie è un modello in discussione, non tutti i genetisti ne sono convinti. Certo, scoprire che in certe fasi della nostra storia e in alcuni territori (si pensa al Medio Oriente) ci siamo accoppiati dando alla luce ibridi Sapiens/Neanderthal, capaci di procreare, è impressionante. Vorrebbe dire che nemmeno il nostro genoma è “puro”, tutto nostro, e che anche geneticamente siamo un mantello di Arlecchino con contributi diversi, che certamente ci hanno rafforzato in termini di variabilità e di difese immunitarie. Per tutte le specie, la diversità interna è una assicurazione per la vita, il combustibile di ogni cambiamento. Vale anche per le diversità di genere, che in campo evoluzionistico per fortuna sono andate ben al di là dello stereotipo dell’uomo cacciatore e della donna raccoglitrice. Dalla neotenia alle interazioni madre/figlio nello sviluppo del linguaggio, oggi l’evoluzione umana è vista senz’altro molto più “al femminile” di quanto non fosse in passato.

da left -avvenimenti

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Come nascono i popoli

Posted by Simona Maggiorelli su aprile 9, 2012

Ultimo giorno oggi, 9 aprile, per visitare la mostra Homo Sapiens al Palaexpo di Roma.  Dal 28 aprile la bella rassegna curata da Telmo Pievani e Cavlli Sforza si trasferisce al Museo della scienza di Trento. Intanto l’antropologo e docente di filosofia della scienza dell’ Università Bicocca pubblica  per Laterza una nuova Introduzione a  Darwin

di Simona Maggiorelli

Mostra Homo sapiens

Le società umane non sono monoliti, ma organismi in evoluzione, le cui radici nel tempo sono tutte intrecciate fra loro» fa notare Telmo Pievani, anticipando i contenuti della conferenza che il 30 marzo il docente di filosofia della scienza dell’Università di Milano-Bicocca ha tenuto a Genova, nell’ambito de festival la Storia in piazza. Una rassegna dedicata alla storia passata e presente dei migranti, con interessanti finestre sul passato più remoto della specie umana e sulle prime migrazioni dei Sapiens, di cui in questa occasione parleranno Cavalli Sforza e altri noti antropologi e genetisti. «Grazie all’inedita convergenza di dati scientifici differenti, dai geni ai fossili alle lingue, è oggi possibile indagare le tante storie nascoste che hanno preceduto la Storia con la maiuscola che abbiamo studiato a scuola» approfondisce Pievani.

«Scopriamo così che il movimento nello spazio geografico ed ecologico è stato il processo alla base della nascita dei popoli e il principale motore della diversità umana». E non solo. «Da un piccolo gruppo di pionieri africani», sottolinea lo studioso, «è scaturito il più sorprendente esperimento di diversificazione culturale mai registrato nell’evoluzione, con più ondate di popolamento a partire dal Corno d’Africa, espansioni di piccoli gruppi, oscillazioni demografiche, improvvise fiammate di innovazione culturale, catastrofi ambientali che hanno messo a repentaglio la nostra sopravvivenza, convivenze con altre forme umane fino a tempi recenti, colonizzazioni di nuovi mondi, in uno scenario inedito che promette di modificare profondamente la nostra concezione della “preistoria”».

 Un tema, quello dell’evoluzione umana, che Telmo Pievani di recente ha affrontato anche in una mostra al Palazzo delle Esposizioni di  Roma  fino al 9 aprile ( e dal 28 aprile al 4 novembre al Museo delle Scienze di  Trento  e in un nuovo libro, Introduzione a Darwin. Uscito lo scorso febbraio per Laterza, il volume, che si avvale di lettere, diari e documenti inediti, offre un ritratto personale e “intimo” del padre dell’evoluzionismo (nato il 12 febbraio del 1809) presentandolo come «un uomo schivo che riuscì a cambiare per sempre il nostro modo di intendere la natura, e il posto della specie umana in essa». Mettendo insieme biografia e pensiero di Charles Darwin, Pievani evoca la giovinezza spensierata (senza troppa voglia di studiare) del futuro scienziato, raccontando poi di quel viaggio avventuroso di cinque anni che lo portò attorno al mondo e di un secondo viaggio londinese, questa volta tutto mentale, all’inseguimento di un’intuizione rivoluzionaria e inconfessabile. E che si tradusse in venti lunghi anni di silenzio operoso nella campagna del Kent.

Poi la scomparsa della figlia amatissima e un precipitare di eventi fino alla imprevista lettera di un potenziale rivale, che aveva tutta l’aria di volergli rubare le idee più innovative. Un fatto che, se non altro, spinse Darwin ad affrettarsi a pubblicare i risultati dei suoi studi. Nel raccontare i contenuti delle ricerche dello scienziato britannico, Pievani non trascura tuttavia la cronaca del successo mondiale dell’Origine delle specie, né tanto meno lo scandalo che suscitò nella “buona società” dell’epoca, religiosa e conservatrice. Il fatto è, ricorda Pievani in questo agile libro, che Darwin ha dato il via a una rivoluzione non solo scientifica, ma anche filosofica e culturale. Una rivoluzione che ancora oggi trova nei seguaci delle religioni monoteiste i suoi più accaniti (e anacronistici) oppositori.

da left-avvenimenti

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Alle origini dei Sapiens

Posted by Simona Maggiorelli su gennaio 15, 2012

Al Salone del libro di Torino dedicato quest’anno al tema della creatività, l’antropologo Ian Tattersall, attento studioso di arte rupestre,  il 17 maggio presenta il suo nuovo libro I signori del pianeta (Codice edizioni)

di Simona Maggiorelli

La grotta di Lascaux

«I nostri antenati Cro Magnon avevano una sensibilità matura, pienamente sviluppata» afferma Ian Tattersall, direttore del dipartimento di antropologia dell’American Museum of Natural History di New York e autore di libri come Becoming human (curiosamente tradotto da Garzanti con il titolo Umanità in cammino) e Il mondo prima della storia, dagli inizi al 4000 a. C. uscito nella collana di Raffaello Cortina diretta dal filosofo Giulio Giorello.
«Furono loro, i primi Sapiens, 40mila anni fa a creare le straordinarie pitture rupestri della zona franco-cantabrica», racconta l’antropologo americano che il 17 maggio sarà al Salone del libro  con una lectio magistralis ispirata al suo nuovo libro I signori del pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo (Codice edizioni) . Tattersall si è a lungo occupato di creatività umana e di quel particolare momento della storia umana che l’archeologo inglese Colin Renfrew definisce «Il Big bang della creatività» nel libro Preistoria, l’alba della mente umana (Einaudi). «Non è una frase ad effetto, ma una definizione appropriata – commenta Tattersall -, perché l’emergenza di questa caratteristica specificamente umana non è avvenuta in maniera graduale né lineare. Fu un enorme salto in avanti, accaduto in tempi brevissimi e rivoluzionari se comparato alla storia lunghissima dell’evoluzione. Ma bisogna ricordare anche che la nostra specie si è sviluppata, con grande probabilità, a partire da una minuscola popolazione vissuta in Africa circa 200mila anni fa. In quei tempi lontani il nomadismo era anche dettato dai capricci del clima, dalle avversità ambientali e dalle specie concorrenti. Così dall’Africa la nostra specie poi si diffuse nel continente euroasiatico e sino in Australia e infine nel Mondo Nuovo e nelle isole del Pacifico».

impronta , grotta di Chauvet

A quando si fa risalire questo balzo in avanti antropologico?
A circa 100mila anni fa. I primi segnali li troviamo in Africa. In particolare a Blombos in Sud Africa sono stati ritrovati oggetti con protodisegni e conchiglie ornamentali risalenti a circa 77mila anni fa. Ma la vera grande esplosione è avvenuta 40mila anni fa. Fra i primi grandi esempi, come accennavamo, ci sono le magnifiche rappresentazioni di animali, inframezzate a una quantità di segni geometrici e dal significato ancora oscuro, che campeggiano nella grotta di Chauvet nella Francia meridionale e risalenti a più di 32mila anni fa. Così i Cro Magnon, ovvero i primi Sapiens, inaugurarono una tradizione artistica destinata a durare più di 20mila anni e che comprende alcune delle opere artistiche più potenti ed espressive di tutta la storia umana.
Lei scrive di una differenza radicale fra i Sapiens e i Neanderthal. Suggerendo che forse fu proprio un deficit di creatività a portare questi ultimi  all’estinzione…
I Neanderthal avevano un cervello di grandi dimensioni, all’incirca tra 1200 e 1740 cm cubici ( il nostro è compreso fra 1000 e 2000 cm cubici). E padroneggiavano tecniche raffinate di lavorazione della pietra, importanti anche per la caccia. Inoltre, già prima di 50mila anni fa seppellivano i morti e avevano un certo grado di organizzazione di gruppo. Insomma, per lungo tempo furono la specie più complessa e sviluppata mai esistita prima sulla faccia della terra. Anche per questo riuscirono a sopravvivere a periodi difficili e a condizioni ambientali del tutto ostili. Ciò detto, nel lungo corso, i Neanderthal non furono in grado di competere con i Sapiens. Probabilmente – questa è la mia ipotesi – perché non avevano un pensiero simbolico. E a differenza dei Cro Magnon non facevano arte. Non hanno lasciato tracce di incisioni, notazioni, statuette o altri manufatti simbolici. In sintesi i neandertaliani furono un’entità evoluzionistica del tutto distinta da noi. Devono essere interpretati in termini neandertaliani e non umani. Avevano una diversa identità.

Il bisonte fatto di impronte, Chauvet

I nostri antenati che dipingevano le grotte del paleolitico avevano un linguaggio articolato?
Nei miei studi sono giunto alla conclusione che i Cro-Magnon avessero un linguaggio simbolico e articolato. Anche se ancora non ne sappiamo molto.
La loro creatività si esprimeva anche attraverso la musica?
Attraverso la musica e la danza. Che forse praticavano nei ritrovi di gruppo, immaginiamo, nelle grotte e intorno al fuoco. Lo dimostrano vari reperti e il  ritrovamento di strumenti musicali, assimilabili a flauti, capaci di emettere sonorità complesse.
Ma cosa spingeva i primi Sapiens ad avventurarsi in grotte buie che potevano nascondere molti pericoli per “affrescarne” le pareti?
Questo resta  un grande mistero. Visto dal punto di vista razionale, delle difficoltà da superare, della fatica, del rischio  è un comportamento alquanto bizzarro.

Ma a ben vedere l’Homo Sapiens è una creatura assai imprevedibile e sorprendente, mossa com’è da pulsioni creative e desideri che nulla hanno a che fare con automatismi dettati dall’istinto. La mia idea è che a spingerli fosse un’esigenza espressiva, mi sentirei di parlare di “arte per l’arte”.

Nell’epoca glaciale, quando i Sapiens non conoscevano ancora

Ian Tattersall

l’agricoltura e vivevano di caccia e di raccolta, erano le donne a dipingere le grotte?
Sembra che anche i bambini fossero portati nelle caverne più oscure e profonde. Lo dimostrano impronte di mani infantili e ditate. Dopo tanti anni di studi e di ricerche sono portato a pensare che le realizzazioni creative nelle caverne siano state il frutto di una attività di gruppo.

Nei suoi scritti lei racconta che quando, da nomadi, i Sapiens diventarono stanziali e scoprirono l’agricoltura tutto cambiò radicalmente. Che cosa accadde?
Cambiò quasi del tutto il modo in cui gli esseri umani considerarono se stessi e il proprio modo di relazionarsi fra loro e con il mondo. Per la prima volta la vita umana diventò una lotta per avere la meglio sulla natura e per dominarla. Non sembra un caso che in questo quadro si iscriva il perentorio ordine biblico: “riempite la terra, soggiogatela e moltiplicatevi”. Servivano molte braccia per lavorare i campi. I cacciatori-raccoglitori, invece, tendevano a limitare le dimensioni dei gruppi, non solo per la penuria di risorse, ma anche per la difficoltà a trasportare i figli. Alcuni studi che riguardano in particolare popolazioni africane affermano che nelle più antiche società nomadi le donne allattavano i propri piccoli anche per tre o quattro anni. Si è ipotizzato anche che questo lungo allattamento sottintendesse una prole numericamente ridotta.

da left-avvenimenti

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