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L’essenziale di Caravaggio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 16, 2010

Attraverso una selezione di venticinque capolavori, tutto il percorso del genio lombardo. In un’attesa mostra alle Scuderie del Quirinale che si apre il 20 febbraio

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, Amor vicit omnia (1602)

Non è mai accaduto prima dell’Impressionismo che lo spettatore stabilisse un rapporto così personale con un artista come accade con Caravaggio. Un rapporto che tocca corde intime e profonde. «Nel tempo sembra che l’incontro con la pittura del Merisi – spiega lo storico dell’arte Claudio Strinati – abbia assunto una rilevanza non solo estetica ma anche psicologica per l’osservatore che mette a nudo la propria anima assecondando un implicito suggerimento del pittore».
E non è accaduto quasi per nessun altro artista moderno che la sua opera sia stata considerata così unanimemente un banco di prova per la sensibilità contemporanea. Per cui non ci si limita mai a un giudizio positivo o negativo su un dipinto ma si va molto oltre. «C’è chi ha eletto Michelangelo Merisi a proprio punto di riferimento – racconta Strinati, ideatore della mostra Caravaggio che si apre il 20 febbraio alle Scuderie del Quirinale, a Roma -,c’è chi ne scopre particolari sollecitazioni verso il proprio essere, chi si interroga sulla persona dell’artista al di là delle solite curiosità per la biografia di chi ha avuto fama e successo nella vita». Ma non solo. «Al giudizio sul Caravaggio si lega, per lo più, una particolare assunzione di responsabilità in ciò che si dice, quasi l’opera del maestro obbligasse l’osservatore a una serietà di esame insolita e necessaria». Al punto che aderire o meno al Caravaggio, suggerisce Strinati «non è solo una dimostrazione di gusto e competenza ma una presa di possesso di una dimensione della psiche che appartiene a ciascuno».

A creare una risonanza speciale in chi guarda è in primis il crudo e potente realismo di capolavori assoluti come La morte della Vergine (1604), che spazza via ogni aneddotica seicentesca da bambocciante quanto secoli di agiografia della pittura sacra. Caravaggio ha il coraggio di sfidare l’autorità, di uscire dai canoni imposti della tradizione e dall’iconografia ecclesiastica inventando immagini nuove (basta pensare alla sua Giuditta che taglia la testa a Oloferne, in precedenza sempre raffigurata post factum). Ma soprattutto con un originalissimo uso di luce e ombra sembra rappresentare un proprio vissuto interiore più che una profondità prospettica e una spazialità fisica. Con questi e pochi altri geniali elementi realizza un linguaggio pittorico che sa parlare non solo alla “testa” dello spettatore.

caravaggio, giudittadecapita oloferne, 1596

«La rivoluzione di Caravaggio – aggiunge Strinati – sta forse anche nel fatto che la sua vita e la sua opera sono strettamente e quasi necessariamente connesse. E il maestro parla di sé dall’inizio alla fine e interroga lo spettatore come mai prima aveva fatto».  Il riferimento qui non è al solito logoro cliché dell’artista maudit dalla vita segnata da genio e dissipazione, da rissosità e vicende violente. La letteratura critica del Novecento ha contribuito efficacemente a ricollocare vicende come l’uccisione di Ranuccio Tomassoni (che nel 1606 costrinse Caravaggio a fuggire da Roma) nella giusta luce di un Seicento politicamente e socialmente turbolento, segnato dallo strapotere della Chiesa e in cui fatti di sangue segnarono la vita di molti uomini dell’epoca.
Senza nulla togliere alla drammaticità di quel duello finito male, l’indicazione che veniva già da studiosi come i Wittkower è a leggere le numerose vicende giudiziarie del Caravaggio (e di cui restano molti documenti) anche nel contesto in cui accaddero.

Sgombrare il campo dalle deformazioni di stampo ottocentesco e romantico permette di fatto anche di riportare in primo piano, e nella sua giusta chiave, un tratto originalissimo della parabola caravaggesca: ovvero il fatto che Caravaggio è il primo artista moderno a fare della propria vicenda biografica una metafora universale. Sulla strada aperta da Leonardo con lo sfumato e negli scritti e, dice Strinati, di quello che Michelangelo ci ha detto di sé in poesia.
«Caravaggio pone l’accento sull’autobiografia come prima di lui aveva fatto compitamente solo Dante in letteratura – approfondisce Strinati – e come fece, in tutt’altro modo ma con altrettanta evidenza, Shakespeare, suo contemporaneo. E per restare in ambito letterario nostrano, Gian Battista Marino, poeta di grande spicco all’epoca in cui il  Michelangelo Merisi gli fece un ritratto, un’opera documentata ma sfortunatamente poi andata perduta».
Ma se nei barocchismi del poeta Marino, nelle sue costruzioni artefatte e sotto i suoi formalismi fatichiamo oggi a trovare i segni di un’ispirazione autentica, assai seducente suona invece il suggerimento di Strinati di una vicinanza ideale fra Shakespeare e Caravaggio.
A cominciare dal fatto che entrambi cambiarono radicalmente il modo di fare e percepire la propria disciplina artistica. La scrittura del grande Bardo, suggerisce Strinati nel volume Caravaggio edito da Skira, procede per «immagini, metafore, slanci impetuosi, visioni folgoranti, vere e proprie peregrinazioni nei recessi della mente». Altrettanto fa Caravaggio in pittura. Ed entrambi aprono a un’idea di arte come sguardo profondo sull’umano.

Incoronazione di spine, Caravaggio

Una suggestiva chiave di lettura che nutre e innerva fattivamente la scelta delle opere esposte in questa attesa mostra romana per i quattrocento anni dalla morte del pittore lombardo. Un’antologica (curata da Francesco Buranelli e Rossella Vodret su progetto di Strinati stesso) che trascurando tutte le opere di ancora incerta attribuzione punta su venticinque capolavori, dai giovanili Musici del 1594 all’Amorino dormiente del 1608, passando per opere magistrali come la Deposizione dei Musei vaticani, la Conversione di Saulo (che appartiene a una collezione privata) e la toccante Incoronazione di spine del Kunsthistorisches museum di Vienna.

«Le opere esposte non sono moltissime – mette le mani avanti Strinati – ma sono sufficienti per potersi creare un’idea precisa del Caravaggio. Il suo stile fu improntato in definitiva a una grande sobrietà fondata sulla scelta di pochi essenziali elementi. E la mostra – sottolinea lo studioso di Caravaggio- è stata modellata proprio su questo principio per quel che riguarda l’individuazione delle opere. Si è voluto far comprendere quell’idea dell’andare al sodo che fu tipica del Caravaggio nel concreto del suo operare, idea nella quale- conclude Strinati – si potrebbe intravedere il fondamento della sua immensa grandezza, per cui il maestro appare da un lato immediatamente comprensibile e coinvolgente affascinando chiunque sia disposto a vedere le sue opere senza alcuna mediazione di tipo critico o filologico ma parla con altrettanta forza e pregnanza ai sapienti che non cessano, con stupore e ammirazione, di cercare i più complessi e riposti significati nei suoi dipinti».


Il libro.
Caravaggio, una controstoria
A quattrocento anni dalla morte, il mito si è mangiato l’artista, la sua pittura – scrive Andrea Dusio in Caravaggio White album (Cooper) – aspetta ancora di essere riconsegnata a un nastro in bassa fedeltà che ne comprima e comprenda il contenuto di verità bruciante, lasciando fuori tutto il resto». Così, con piglio da romanziere ma assai documentato, Dusio si mette sulle strade di Michelangelo Merisi per ristabilire più di qualche importante verità storica, a cominciare dalla nascita (avvenuta a Milano e non a Caravaggio nel bergamasco) e dai primi anni della sua formazione, che non avvenne genericamente nell’area lombarda (come si è sempre detto) ma nel capoluogo. Con tutto quel che ne consegue dal punto di vista di frequentazioni artistiche meno provinciali. Ma va a merito dell’autore anche il fatto che quando non ha chiavi di lettura nuove da offrire al lettore (come ad esempio sulla morte di Caravaggio)
non esita a dichiararlo, limitandosi poi a una corretta e sempre utile collazione delle fonti storiche.                                   s.m.

La mostra alle scuderie del Quirinale

Dal 20 febbraio al 13 giugno, le Scuderie del Quirinale di Roma ospitano un’importante antologica dedicata a Caravaggio (1571-1610). Organizzato dall’azienda speciale Palaexpo e  Mondomostre, e accompagnato da un catalogo Skira, l’evento apre un anno ricco di appuntamenti con l’opera del Merisi. «Per il quarto centenario dalla morte del pittore – spiega Antonio Paolucci presentando la mostra di Roma – molti musei nel mondo reclamano un proprio evento, per questo il lavoro per ottenere i prestiti è stato lunghissimo e certosino. Alcune opere di Caravaggio provenienti da Firenze, poi, saranno oggetto di una mostra speciale agli Uffizi. Per questo Il sacrificio di Isacco, il Bacco e L’amorino dormiente dovranno lasciare le scuderie il 17 maggio, in anticipo rispetto alla chiusura della mostra romana»

da left-avvenimenti del 12 febbraio 2010

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Nuove luci su Caravaggio. Per le celebrazioni del 2010

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 16, 2010

di Simona Maggiorelli

Caravaggio

Caravaggio

Fece clamore, tre anni fa, la scoperta di Sir Denis Mahon che, sotto le incrostazioni di una polverosa Chiamata dei Santi Pietro e Andrea attribuita a un seguace di Caravaggio e conservata nei magazzini della Royal Gallery di Hampton, riconobbe la mano geniale del Merisi.

E ancor più la querelle sul Narciso della Galleria Barberini lanciata da Vittorio Sgarbi dal salotto tv di “Porta a porta”: espungere la tela dal catalogo delle opere di Caravaggio era il diktat dell’attuale sindaco di Salemi. Alla quale rispose un’alzata di scudi da parte degli studiosi, da Strinati allo stesso Mahon. Ma se quella volta il Nostro aveva l’appoggio di un’autorevole allieva di Longhi, come Mina Gregori, fu invece unanimemente negativo il giudizio che nel 2006 fioccò sulla mostra firmata da Sgarbi Caravaggio e l’Europa a Palazzo Reale di Milano: brutta controfigura di quella che Longhi aveva realizzato nel 1951 nella stessa sede. Una mostra, quella di Sgarbi, talmente confusa nell’affastellare opere di pittori “caravaggeschi” e opere definitivamente attribuite a minori (e uscite definitivamente dal catalogo di Caravaggio) da avere un pregio: fermare la ridda delle esposizioni di Caravaggio ad alto tasso di spettacolarizzazione, ma affrettate e di scarso contenuto critico.

Una pausa di riflessione quanto mai utile, alla fine, ha connotato gli ultimi tre anni. Un silenzio laborioso ha accompagnato il percorso di avvicinamento alle celebrazioni del 2010 per il quarto centenario dalla morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio (15711610).In questi anni e nei mesi recenti si è pensato soprattutto a studiare e a presentare il risultato di nuove ricerche in convegni e lezioni. E mentre alla Galleria Borghese ( dove è allestita la mostra Caravaggio-Bacon)e alla Galleria Corsini l’associazione Lo studiolo annuncia per novembre un ciclo d’incontri sul “nero come spazio dell’interiorità e massima ombra in Caravaggio”, alla Pinacoteca dell’Ambrosiana a Milano (dove è conservato il celebre Canestro dell’Ambrosiana) si è appena concluso un convegno dedicato alla formazione di Caravaggio, periodo ancora in larga parte oscuro della vita e dell’arte del Merisi. Così, mentre il catalogo delle opere autografe (senza quei grandi colpi di scena che piacciono ai mercanti d’arte) ha conosciuto assestamenti in base a nuovi fatti documentari, importanti, lavori di restauro hanno permesso di acquisire nuove o più approfondite conoscenze. E’ questo il caso del San Francesco in meditazione attribuito a Caravaggio da Cantalamessa agli inizi del Novecento e del quale è ben nota una copia. Nella versione conservata nella chiesa di Carpineto, con le indagini radiografiche, è stata scoperta la figura retrostante di un San Francesco di piccole dimensioni, che si suppone autografo, e che Caravaggio usò certamente come immagine guida nel dipingere il panneggio nella stesura definitiva del quadro. La scoperta e lo studio di questi ripensamenti dell’artista, insieme a particolari venuti alla luce durante il restauro (le orecchie rosse per il freddo, dettaglio che il copista non capì e non trascrisse), fanno pensare che l’autografo sia il quadro di Carpineto e non quello dei Cappuccini, come fin qui si era pensato.

Importanti risultati si aspettano anche dal restauro della Adorazione dei pastori, umanissimo racconto ed epifania di luce che appartiene all’ultima, tormentata, fase della parabola caravaggesca, a quei concitati anni di fuga a cui fu costretto dopo aver ammazzato Ranuccio Tomassoni. Fino al 31 gennaio i lavori dei restauratori si possono seguire in un “cantiere aperto” allestito alla Camera dei deputati. Poi la tela andrà alle Scuderie del Quirinale dove, il 18 febbraio, sarà inaugurata una grande e attesa retrospettiva di Caravaggio per il quarto centenario.
“In anni recenti l’abbondante messe di ricerche, studi e interventi sulle vicende biografiche e artistiche del Merisi – annota il curatore  Claudio Strinati- ha confermato il generale, costante e crescente interesse intorno alla tormentata leadership del pittore.Da qui la scelta di strutturare la mostra secondo un criterio espositivo filologicamente rigoroso, che dia luogo a un percorso sintetico, non antologico, pur tuttavia fondato sulla presentazione di opere “capitali”.Opere come il Bacco dagli Uffizi, Davide con la testa di Golia dalla Galleria Borghese, I musici dal Metropolitan, costituiranno, nella loro presentazione contestuale, una sorta di omaggio all’unicità di Caravaggio”.

dal quotidiano Terra del 3 novembre 2009

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Le rivoluzioni di Caravaggio

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Il Merisi artista geniale, ribelle ma non maudit. Per le celebrazioni dei quattrocento anni dalla morte, nel 2010 escono importanti nuovi studi che mettono a punto il catalogo delle opere ( oberato di recenti nuove acquisizioni scientificamente poco fondate) ma anche importanti ricostruzioni, fra biografia, arte e storia, come quella firmata da Francesca Cappelletti per Electa

di Simona Maggiorelli

Caravaggio, Davide con la testa di Golia

L’ultimo decennio di studi caravaggeschi, come abbiamo ricordato anche in un’altra occasione, è stato contrassegnato da un can can di nuove attribuzioni che non di rado poi si sono rivelate affrettate e scarsamente fondate dal punto di vista scientifico. Tanto da far sospettare ingerenze dei mercanti d’arte.

Ma quello che sta per finire è stato anche il decennio delle biografie romanzate, dei film e delle fiction tagliate sulla mitologia maudit di un Caravaggio, genio scellerato e violento. Dal best seller L’enigma di Caravaggio di Peter Robb all’ultimo film di Derek Stonebarger,  Io sono Caravaggio, una cascata di stereotipi.

Alla quale l’occasione dei quattrocento anni dalla morte di Caravaggio che nel 2010 porterà esposizioni e convegni speriamo possa metter freno. Lo diciamo pensando alla mostra ideata  da Claudio Strinati per le Scuderie del Quirinale e che da febbraio presenterà una serie di capolavori capaci di raccontare per “exempla” il rinnovamento stilistico e la continua ricerca di Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610) nella sua breve e folgorante attività di pittore. Ma anche pensando ai tre volumi editi dal Comitato nazionale per il quarto centenario della morte di Caravaggio guidato da Maurizio Calvesi. Tre tomi che, ripercorrendo criticamente il catalogo dell’artista, dovrebbero dirimere la questione delle opere di dubbia attribuzione.

Già in questo fine anno, comunque, a far chiarezza contribuisce anche bella e documentata monografia di Francesca Cappelletti, Caravaggio un ritratto somigliante, appena uscita per Electa. Un volume in cui la studiosa, sulla strada aperta negli anni Sessanta da Wittkower con libri come Nati sotto Saturno (Einaudi) e prima ancora da Roger  Fry, fa piazza pulita del ciarpame biografico che, incurante del contesto storico  seicentesco in cui Caravaggio visse, ne fa un artista “maledetto” alla maniera ottocentesca. Fry, in particolare, già agli inizi del Novecento parlava di Caravaggio come del «primo artista moderno, il primo a procedere non per evoluzioni ma per rivoluzioni» riconoscendogli di essere stato il primo realista, capace di portare in primo piano la verità umana perfino nel dramma sacro.

Con questa premessa Cappelletti legge in parallelo la vita e l’arte del Merisi, riportandone in luce la vasta cultura figurativa e la libertà con cui sottopose la tradizione a un costante vaglio critico, dissacrando di continuo i modelli consolidati alla ricerca di maggiore e più profonda espressività. Fin dagli anni in cui era a bottega da Peterzano con ogni probabilità Caravaggio ebbe modo di conoscere il “realismo” di Savoldo, la religiosità popolare ed eretica di Lotto, ma anche il segno nervoso e inquieto delle stampe di Dürer  e molto altro ancora.

Ogni volta Caravaggio ne ha tratto spunti per una elaborazione radicalmente originale. Basta pensare alla distanza che c’è fra il descrittivismo minuzioso di una lussureggiante natura morta di scuola nordica e quel chicco guasto, quel piccolo tarlo che si segnala sinistramente nel canestro dell’ambrosiana; un cesto stranamente in bilico, che getta un’ombra del tutto irreale sul tavolo. Ma si potrebbe pensare anche alla dirompente rilettura della religiosità umile e quotidiana dei pittori lombardi in opere come La morte della Madonna, che  per il suo crudo realismo fece gridare allo scandalo i carmelitani scalzi che l’avevano commissionata.

Se Lorenzo Lotto per la prima volta nel 1527  aveva rappresentato una Madonna umanamente spaventata dalla comparsa dell’arcangelo, quella di Caravaggio del 1605 è una povera annegata, intorno alla quale si accalca il compianto di una folla di diseredati.

Ogni opera di Caravaggio contiene un’invenzione, ci ricorda Cappelletti in questo suo appassionato lavoro. Invenzione che può riguardare l’iconografia come succede nel David con la testa di Golia (1607 ) che campeggia sulla copertina del libro Electa e in cui l’artista abbandona la tradizionale visione frontale per una inaspettata prospettiva obliqua che lascia in primo piano il volto provato del David.

Ma gli esempi potrebbero essere ancora tanti. Specie riguardo all’uso geniale della luce, del chiaroscuro, dell’ombra e del buio. Dalla luce radente che bagna paganamente La fuga in Egitto negli ultimi anni arriverà alla quasi stenografica visione  della Resurrezione di Lazzaro che emerge da un nero di pece, denso e oppressivo. Ed ogni volta è una vera rivoluzione.

dal settimnale Left-Avvenimenti del 18 dicembre 2009

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Tutti i colori del nero

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010


Né neri né monocromi come appaiono a prima vista. Venturi rilegge la storia dei Black paintings

di Simona Maggiorelli

Reinhardt

Ad Reinhardt

Grandi maestri del passato come Antonello da Messina, Leonardo, e più ancora Caravaggio, ci hanno insegnato che l’ombra, il buio, ma anche il nero più pesto, in pittura possono offrire sfumature infinite, cariche di senso e di espressione. Che il nero non sia affatto “un non colore” lo ha dimostrato anche un geniale sperimentatore come Van Gogh, che negli ultimi anni, in pennellate  sempre più dense e materiche, usò il nero per marcare drammaticamente una visione che si faceva via via più vertiginosa e instabile, precipitando verso la crisi più grave che l’avrebbe portato al suicidio. Ma anche Matisse, con tutt’altro  registro e fine, mise in primo piano il nero dipingendo una finestra aperta sul buio più scuro in un’opera singolare come  Portafinestra Collioure (1914) ora conservata al Centre Pompidou. Un quadro che rimase curiosamente inedito fin dopo la morte del pittore. E che mostra sapientemente quanto il nero possa essere vivo, animato di morbidi riflessi, accendendo così l’attenzione dello spettatore verso ciò che è latente, apparentemente invisibile. E l’excursus sui molti e più creativi usi del nero in arte potrebbe continuare ancora a lungo, toccando la vitalità e la potenza del nero picassiano oppure, al contrario, l’uso sfumato e tormentato che ne fece Rothko in Nero su marrone, l’opera in più pannelli oggi alla Tate Galery di Londra. Ma un critico come Riccardo Venturi con il suo nuovo libro intitolato Black paintings eclissi del modernismo (Electa) oggi ci invita a uscire dalle piste più battute per andare a scovare barlumi di ricerca e un uso originale del nero, là dove  non ci aspetteremmo, ovvero nell’arte americana degli anni Sessanta e Settanta.  E in particolare nelle “pitture nere “ che realizzarono Frank Stella e Ad Reinhardt  «In realtà i black paintings di Reinhardt – nota  Venturi – non sono né neri né monocromi. Osservandoli qualche minuto ci si accorge che  il suo nero è colorato come un’ombra impressionista». Un effetto di profondità che Reinhardt riuscì a realizzare attraverso la sovrapposizione di numerosi strati di colore: dal blu al rosso al verde, al marrone, all’ocra, al porpora.

Contrariamente alla lunga tradizione ottocentesca, da Goya a Redon, che aveva usato il nero per  trasmettere un senso tenebroso di distruzione e  di violenza,  anche psicologica, secondo Venturi la ricerca di Reinhardt e Stella «rigetta ogni facile lettura simbolica» cercando nel nero un movimento, e strade nuove per  dare fiato a «un’arte vivente che non finiva di venire al mondo». Ipotesi suggestiva, ma se vogliamo regalare qualcosa a Reinhardt, bisogna allora anche dire che il suo fu l’ultimo tentativo di ricerca. Ben presto la minimal art e l’arte concettuale, a partire dal nero oggettivante di Forma zero di Malevich, avrebbero calato una calotta nera, funerea e opprimente su tutta l’arte americana

da left-avvenimenti 8 maggio 2009

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Il mondo dell’arte nel 2010: ritorno alla ricerca

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su luglio 15, 2010

Mentre Parigi e Londra puntano sulla cultura per battere la crisi, il Belpaese resta al palo. Nonostante l’apertura del MaXXI e alcune mostre di pregio. Ecco lo scenario che si prospetta per il nuovo anno

di Simona Maggiorelli

Kandinsky

Lasciati alle spalle gli anni zero dell’euforia dei mercati internazionali dell’arte e, specie per quanto riguarda l’Italia, gli anni di “mostrite” acuta (che nell’ultimo decennio ha prodotto una ridda di mostre già finite nel dimenticatoio) l’anno nuovo si apre all’insegna di esposizioni che tornano ad esplorare le avanguardie storiche e l’opera dei maestri che hanno segnato importanti svolte nei due secoli passati: da Goya a Van Gogh, da Gauguin a Kandinsky a Picasso. Ma il 2010 dell’arte, in molta parte d’Europa, si annuncia anche all’insegna di un concetto chiave come la valorizzazione dei beni culturali. Solo per fare un esempio basta dire che il presidente francese Sarkozy, anche per reagire alla crisi economica, nell’anno che si è appena aperto ha in programma di realizzare un grosso processo di riforma e di rilancio del Grand Palais e della Rmn (Réunion des musée nationaux) con l’obiettivo di “fare di Parigi una delle prime sedi di mostre a livello internazionale”. E mentre Londra, con un forte rilancio delle due sedi della Tate e con il ricco programma di esposizioni dedicate alle civiltà antiche della National gallery e del British punta a scippare a Berlino il primato di capitale dell’arte contemporanea e dell’archeologia, Barcellona e Amsterdam, investono su mostre scientifiche di studio e di approfondimento dell’opera di Picasso e Van Gogh.

E nel Belpaese?

Quanto a valorizzazione del patrimonio tutto procede, purtroppo, in ben altra direzione. Dopo un anno di fortissimi tagli al Fus alla tutela e alle soprintentendenze il responsabile della neonata direzione generale della valorizzazione dei beni culturali, il super manager ex Mc Donald’s Mario Resca ha appena varato una campagna pubblicitaria in cui il Colosseo appare smontato pezzo dopo pezzo mentre il David di Michelangelo, imbracato, si invola in cielo. Sotto scorre una minacciosa scritta: “se non lo visitate lo portiamo via”. Chi ha avuto modo di viaggiare durante queste festività ha visto senz’altro modo di notare questa geniale sortita del nostro ministero dei Beni culturali che circola on line nel circuito tv dei più importanti aeroporti nostrani. Ma tant’è. Continuando a sperare che gli italiani prima o poi si decidano a dare il ben servito a questa classe politica di centrodestra che, fra le altre pensate, ha concepito anche una Spa per la cartolarizzazione e la vendita di importanti pezzi del patrimonio nazionale, nell’anno che si apre gli amanti dell’arte antica e contemporanea avranno alcuni appuntamenti per rinfrancarsi, almeno un po’. Appuntamenti dovuti- è quasi pleonastico dirlo- alla tenacia di singoli studiosi non certo alle “ politiche” di questo governo.

Man Ray nudo di Meter Hoppenheim

Fra i vari eventi pensiamo in modo particolare dalla mostra ideata da Claudio Strinati per i quattrocento anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale a Roma, ma anche della duplice rassegna dedicata a Giotto e Assisi (marzo-settembre 2010) e al cantiere della Basilica e all’arte umbra tra il Duecento e il Trecento. Ma parliamo anche e soprattutto, della definitiva apertura del MaXXI, il museo del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, che dopo 11 anni di gestazione e 6 di costruzione aprirà a maggio con cinque mostre: da Spazio! dedicata alle collezioni permanenti di arte e architettura alla antologica dedicata a Gino De Dominicis curata da Bonito Oliva. Per il resto in Italia si produce poco e si importa molto. Seppur non di rado con profitto, come nel caso della grande mostra dedicata ai maestri dell’arte astratta che approderà al Guggenheim di Vercelli dal 20 febbraio sotto l’egida del curatore (nonché direttore del Macro di Roma) Luca Massimo Barbero. O anche come nel caso della mostra Utopia matters, che dal primo maggio, a cura di Vivien Greene, inaugura la nuova ala museale del museo Peggy Guggenheim di Venezia.Ma pensiamo anche alla mostra Goya e al mondo moderno che si aprirà il 5 marzo al palazzo Reale di Milano con la collaborazione di Skira. In questo quadro di collaborazione fra l’editore di origini svizzere e Palazzo Reale preceduta dalla rassegna Schiele e il suo tempo che si aprirà il 25 febbraio.

Su e giù per lo stivale

Mentre a Villa Manin a Passariano di Codroipo (Udine) prosegue con successo di pubblico fino al 7 marzo la mostra L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale il prolifico e, comunque sia, bravissimo Marco Goldin con Linea d’ombra annuncia già la mostra Munch e lo spirito del Nord, in programma sempre a Villa Manin: 40 dipinti del pittore norvegese intercalati ad altri 80 dipinti che raccontano della pittura in Norvegia, Svezia, Finlandia e Danimarca nel secondo Ottocento.

dalla mostra aristocratic

E ancora a Parma, dal 16 gennaio Novecento arte fotografia moda design, una grande mostra che indaga il secolo passato inseguendone tutti i rivoli, grazie alle molte donazioni che gli artisti stessi hanno fatto al centro di documentazione creato da Arturo Carlo Quintavalle e Gloria Bianchino. In mostra opere di Schifano, Burri, Boetti, Fabro, Ceroli, Guttuso, Fontana, Sironi e molti altri.

Hong Kong tradional trandy

E ancora celebrando il Novecento, a Venaria reale e al museo del cinema di Torino la mostra 400 anni di Cinema: dal film paint alle lanterne magiche, in co-produzione con la Cinémathèque frainçaise di Parigi. Per quanto riguarda la fotografia, dal 29 gennaio al 5 febbraio 2010, in veste di evento off di ArteFiera 2010 di Bologna segnaliamo la proposta della rassegna Aristocratic The new experience. Una mostra che racconta un’esperienza caratterizzata da un forte desiderio di interagire con la realtà e che tuttavia porta a una trasformazione delle immagini in chiave assolutamente personale, anche attraverso la sperimentazione di nuove tecniche, strumenti e materiali.

Spagna. Dal genio di Picasso in poi

Al museo Picasso di Barcellona si indaga l’influenza cruciale che l’artista catalano Santiago Rusiñol esercitò sul giovane Picasso comparando l’opera dei due artisti dal punto di vista biografico e iconografico. Dal 15 ottobre al 16 gennaio 2011 poi il museo Picasso di Barcellona organizzerà una mostra che esplora i rapporti fra Picasso e Degas affidandola alla cura di una delle maggiori studiose dell’artista spagnolo Elizabeth Cowling dell’ University of Edinburgh. Un confronto basato sul fascino che Degas esercitò su Picasso e sul diverso uso che i due artisti fecero di pastelli pittura, scultura stampe e fotografia. Una mostra che punta a esplorare le risposte esplicite di Picasso a Degas ma anche i nessi concettuali più nascosti fra i due artisti. Al Prado,invece, nel 2010 approderà la mostra dedicata all’esplorazione della luce del romantico Turner,già passata per il Grand Palais e che mette a confronto i suggestivi paesaggi del pittore inglese con opere del XVI e XVII firmate da Brill, Carracci, Lorraine e Poussin. Intanto si lavora già a una importante mostra dedicata all’ultimo Raffaello e che sarà esposta al Prado e al Louvre nel 2012. Nell’anno che si apre ricchissimo è anche il programma del museo Guggenheim di Bilbao dove per dicembre è attesa una retrospettiva del pittore americano Robert Rauschenberg scomparso nel 2008.Ma anche e soprattutto una importante antologica dell’artista indiano Anish Kapoor,una delle personalità più sensibili e interessanti della scultura contemporanea. La mostra ricalca in parte quella organizzata dalla Royal Academy of Arts di Londra lo scorso anno e che ha avuto un notevolissimo successo di pubblico e di critica.

La grande Francia

L’anno francese si apre all’insegna di una grande rassegna dedicata alle icone sacre dei territori della Russia cristiana (dal 3 maggio al Louvre) con una mostra che scandaglia la tradizione che va dal IX al XVIII secolo.Al Centre Pompidou, da aprile a luglio Attraversando nazioni e generazioni Crossing nations and generations, Promises from the past con cinquanta artisti dall’Europa centrale e dell’Est , a più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino cercando di individuare continuità e punti di rottura nel lavoro delle generazioni di artisti più giovani.

E ancora, per quanto riguarda l’archeologia, in primavera al Louvre, Meroë, impero sul Nilo. Di fatto si tratta della prima mostra dedicata esclusivamente alla capitale egizia, con più di duecento reperti che raccontano dell’influenza africana egizia e greco romana che si intrecciò in questa area di 200 chilomentri a nord dell’attuale Khartoum. La capitale reale Meroë è diventata famosa nei secoli per le piramidi dei re e delel regine che dominarono la regione tra il 270 a.C e 350 d.C. Un tema quello dell’esplorazione delle civiltà antiche che ritroviamo al centro anche della mostra Strade verso l’Arabia. Tesori archeologi dall’Arabia saudita. Una mostra che permette di conoscere più da vicino la storia artistica di questo paese che a causa del regime fondamentalista che lo governa rende difficile l’accesso agli occidentali.

Sua maestà la ricerca scientifica

Senza perdere troppo tempo con gli eventi da cassetta la National Gallery punta sulla ricerca scientifica ed il restauro. Così tra le mostre più interessanti proposte dai musei inglesi per il 2010 c’è a partire da fine giugno la rassegna dedicata alle recenti scoperte riguardo ad attribuzioni e nuovi studi su opere di grandi maestri conservate alla National Gallery. Un esempio abbastanza emblematico: nel 1845, il quadro dal titolo Uomo con teschio fu attribuito a Hans Holbein. Una recente analisi dell’opera con mezzi aggiornati e scientifici ha dimostrato che l’opera risale e a un periodo successivo alla morte dell’artista.

Esplorando un altro ambito poco sotto i riflettori come quello del disegnoo antico, dal 22 aprile, sempre alla National Gallery si apre una grande mostra dedicata al disegno rinascimentale italiano, da Verrocchio a Leonardo a Michelangelo e Raffaello. Per quanto riguarda le civiltà antiche e l’arte di altri continenti, dal 4 marzo, la National ospita una grande retrospettiva dedicata alla scultura africana nigeriana che conobbe una particolare fioritura tra il XII e il XV secolo. E poi con un salto di molti secoli ancora dando uno sguardo alla fitta programmazione della Tate si segnalano nel 2010 la mostra dedicata all’avanguardia europea di Theo van Doesburg (1883-1931) protagonista del movimento olandese di artisti, architetti e designers De Stijl. Ma anche e soprattutto la retrospettiva di Arshile Gorky (1904-1948) dal 10 febbraio, in un confronto serrato con la diversa ricerca di Rothko, Pollock e de Kooning. E ancora dal 30 settembre l’antologica dedicata a Gauguin con un centinaio di opere da collezioni pubbliche e private del mondo per uno sguardo nuovo su questo maestro della modernità.

dal quotidiano Terra del 2 gennaio 2010

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La scultura è morta. Viva la scultura

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 25, 2010

di Simona Maggiorelli

Maurizio Cattelan

Ormai da vari decenni la parola scultura è diventata desueta nel mondo dell’arte. In Italia a praticarla in linea con la tradizione, in un senso poetico alto, di fatto sono rimasti Arnaldo Pomodoro e pochi altri appartati maestri. Cercando perlopiù di riattualizzarne il significato di intervento civile nel tessuto urbano. Per il resto, come esemplifica bene la panoramica internazionale contenuta in Scultura oggi di Judith Collins uscita di recente per Phaidon, questa pratica antichissima di creare forme nuove con scalpello e lime è diventata qualcosa di radicalmente altro. Incontrando l’architettura, la videoarte e la performance, la scultura si è fatta intervento ambientale, installazione, percorso plurisensoriale, esplorazione di una spazialità nuova, non più intesa solo in senso fisico, ma anche come apertura di uno “spazio” interiore.

Un processo cominciato già con i primi, avanguardistici, ambienti di Lucio Fontana che pure veniva da una solida  pratica di ceramica tutta tradizionale. Nella prima metà del Novecento proprio nelle mani di artisti e anticipatori del contemporaneo come lui la scultura si è liberata da ogni rigida convenzione. Ma anche e soprattutto da ogni accento retorico e ideologico. Poi ad alcuni fatti di cronaca, per quanto non attinenti strettamente all’arte, alcuni critici e artisti hanno voluto attribuire un significato in relazione a questo passaggio.

Agli inizi del nuovo millennio, per esempio, l’abbattimento della statua di Saddam Hussein in Iraq è stato letto anche come la fine di un certo modo di intendere la scultura. Nell’immaginario collettivo, insomma, quella sequenza di immagini rimbalzata sui media da un capo all’altro del mondo non avrebbe incarnato solo un sogno di democrazia, ma avrebbe simboleggiato anche la definitiva impraticabilità di un genere di scultura che ha cantato le lodi di ideologie dittatoriali diventandone totem e feticcio. Proprio da qui, dalla morte della scultura come monumento, è partita la riflessione che il curatore Fabio Cavallucci svolge con la XIV edizione della Biennale internazionale di scultura di Carrara, intitolata, non a caso, Postmonument e raccontata in un omologo catalogo Silvana editoriale.

Cai Guo-Qiang head on

E ancora nell’orizzonte bianco delle cave di marmo da cui Michelangelo trasse interi blocchi intonsi per i suoi capolavori ecco ardere le capanne rosso fuoco fotografate da Giorgio Andreotta Calì e galleggiare, come in levitazione, le sagome umane rivestite d’oro di Liu Jianhua oppure ecco comparire fantasmagorie di animali firmate dal cinese Cai Guo Quiang. E ancora sculture di bottoni che miniaturizzano scenari urbani, archi costruiti con staccionate di sedie intrecciate, mulini che fendono l’aria nel cuore dell’agorà pubblico. Tutto si mescola e acquista nuovi significati in questi antichi contesti. Sotto la guida di Castellucci la Biennale 2010 si fa immaginifica Wunderkammer. Amplificata da fiabeschi percorsi paralleli nel Castello Ruspoli di Fosdinovo dove giovani videoartisti come Emanuele Becheri e Riccardo Benassi reinventano gli spazi con filmati e installazioni. Nel frattempo, insieme al grande artista cileno Alfredo Jaar, questi stessi giovani sperimentatori accendono di nuove luci e significati anche la Cattedrale e il Battistero di Carrara.

da left-avvenimenti del 25 giugno 2010

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Un archivio di memorie vive. Firmato Boltanski

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 24, 2010

All’Hangar Bicocca Boltanski ricrea Personnes, la montagna di “stracci” del Grand Palais

di Simona Maggiorelli

Boltanski, Personnes

La nascita e la morte, le due cesure forti della nostra vita. Il trascorrere inesorabile dei giorni e il nostro sentire, pensare, amare e continuo cambiare. Ma anche gli intrecci fra storia personale e collettiva. E le storie individuali che non trovano posto in quella ufficiale.
E ancora: la memoria viva che si crea nello iato fra fotografie ingiallite e il nostro vissuto più intimo. è una riflessione profonda sul tempo umano quella che il cosmopolita Christian Boltanski ha sviluppato nell’arco di cinquant’anni, fin da quando era ragazzino e artista autodidatta nella Parigi del dopoguerra. Una riflessione realizzata perlopiù attraverso grandi cicli di opere che usano materiali poveri e installazioni multimediali. L’ultimo ciclo si chiama Monumenta e ha avuto una suggestiva tappa invernale al Grand palais di Parigi prima di approdare, dal prossimo 23 giugno, nell’Hangar Bicocca di Milano appena restaurato. Sotto la copertura di vetro del Grand Palais, come dentro la scabra e austera archeologia industriale dello spazio d’arte milanese diretto da Chiara Bertola, l’artista francese ha creato un paesaggio umano fatto di abiti smessi e abbandonati.

Un’enorme montagna colorata che cambia continuamente sagoma per mano di una gigantesca gru di ferro. Ogni vestito, ogni pezzo di stoffa, ogni bottone si fa traccia di un vissuto. Quasi una pagina strappata dal diario di una persona a noi sconosciuta ma qui potentemente evocata. Frammenti di un discorso personale che, come le maniche di queste giacche e maglioni, si intreccia a quello di altri, tessendo la trama cangiante e complessa della storia. Giocando sul doppio senso di Personnes in francese, Boltanski ha ricreato per Milano una delle sue elegie più potenti. Adattandosi  agli spazi fisici dell’Hangar, senza temere che nuovi contesti possano snaturare la sua opera. Perché è il processo creativo, è l’idea, ciò che conta per Boltanski (in questo sodale di Yves Klein) non i dettagli della sua concretizzazione finale. Tanto che, si narra, quando la Tate gallery di Londra una volta gli chiese di accorciare e modificare una sua installazione, lui non ebbe obiezioni di sorta. E se a Milano, come è accaduto a Parigi, dei bambini si metteranno a giocare con quella montagna di abiti, lui ne sarà contento, lo scopo sarebbe pienamente raggiunto.

Perché, come ha raccontato lo stesso Boltanski, Personnes non vuole essere uno statico archivio storico, né tanto meno una riflessione sulla morte come una vanitas di arte sacra, ma al contrario «un archivio vivo» di racconti del passato, da “riusare”. Ma intorno a questa idea Boltanski, da cinque anni, sta realizzando anche un altro utopico e provocatorio progetto: Gli archivi del cuore che presenterà in anteprima all’Hangar. Si tratta di un’immensa collezione di registrazioni dei battiti del cuore del pubblico raccolte in ogni parte del mondo, con cui l’artista crea stranianti partiture sonore per le sue installazioni.
Anche a Milano Boltanski inviterà i visitatori della mostra a registrare le pulsazioni del proprio cuore in una cabina. Chi vorrà potrà portarsene a casa una copia, registrata su un cd.
Dal luglio 2010, poi, gli archivi del cuore saranno conservati nell’isola giapponese di Teshima, nel mare interno di Seto, per la bizzarra volontà di un mecenate locale.

da left-Avvenimenti 11 giugno 2010

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Nuove luci sulla storia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su giugno 23, 2010

Dynys accende l’Archivio di Stato  di video e installazioni. In un dialogo fra  passato e presente

di Simona Maggiorelli

Chiara Dynys Doppio sogno

Percorsi di luce e schermi di videoarte si accendono, inaspettatamente, nei corridoi e sulle scalinate dell’Archivio centrale di Stato a Roma, aprendo l’orizzonte a squarci di realtà quotidiana, di vita metropolitana, come finestre su culture diverse e lontane. Generando improvvise epifanie di senso o comunque una salutare sensazione
di straniamento e di presa
di distanza dal computo razionale dei faldoni che qui sono conservati a migliaia. Affacciandosi nella sala centrale, poi, una grande scala con le ruote, mobile fra i piani di libri, catalizza la nostra attenzione. Sotto, non senza ironia, campeggia la frase eraclitea “Tutto scorre”, scritta in lettere di vetro policromo; quasi a voler demistificare la riverenza che ispira la sterminata raccolta di documenti sulla storia d’Italia qui conservati. La monumentale scala a chiocciola che porta nei depositi, invece, se vista dall’alto, dipana il motto: “Il futuro dell’umanità è una libreria a mo’ di corrimano, come fosse un filo di Arianna per l’uscita dal labirinto. Il classico scripta manent, così rimodulato dall’artista Chiara Dynys, suona come un monito per la nostra memoria corta. Lavorando su continui rovesciamenti di prospettiva, ora zoomando sull’oggi, ora riportando in primo piano il valore del passato, con la mostra Labirinti di memoria, più luce su tutto (fino al 25 settembre) l’artista mantovana compie il piccolo grande miracolo di aprire l’Archivio di Stato alla quotidianità, portando il pubblico degli appassionati di arte contemporanea nelle stanze di questa importante istituzione che ai più – eccezion fatta per i ricercatori e gli addetti ai lavori – può sembrare un universo vagamente kafkiano, fuori dal tempo, abitato silenziosamente solo da tonnellate di scritti. E proprio la presenza pervasiva di quantità enormi di carta e di testimonianze scritte dà a Chiara Dynys lo spunto per una sorta di viaggio alchemico «per esplorare quella sottile linea che idealmente separa passato e presente offrendo – sottolinea il curatore della mostra Fortunato D’Amico – un’opportunità di incontri inediti tra storia e mondo contemporaneo». Così le parole “memoria” e “oblio”, forgiate in acciaio, sono installate sullo scalone d’ingresso dell’Archivio mentre una scultura abitabile, una doppia spirale luminosa, invita il visitatore a un percorso diverso, sognante e meditativo, all’interno di questo ambiente istituzionale. E ancora: tre videoinstallazioni, radunate sotto il titolo Sfoglia la carne in petali, in forma di libri digitali interattivi, rilanciano passi di diario e lettere di persone la cui vicenda personale si è legata a quella collettiva in momenti decisivi di storia culturale, sociale e politica del nostro Paese. In filigrana con questo percorso espositivo, Dynys propone anche una riflessione sul rapporto tra libertà creativa e committenza istituzionale. Un rapporto da sempre non facile per un artista e che è stato radicalmente contestato dalle avanguardie. Ma, nota Dynys nella monografia Labirinti di memoria (Skira), non serve essere antistituzionali per principio preso, «l’arte è il momento forte di quella che una volta si chiamava in modo convenzionale “rivoluzione”. è il momento di rottura concretizzato tramite un’operazione consapevole e, non con una bomba gettata a caso per creare sensazionalismo. L’arte rompe gli schemi per riedificare altri sistemi che guardano al futuro».

Da left-avvenimenti del 18 giugno 2010

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La ricerca schiva di un maestro

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 29, 2010

Una personale di Ettore Spalletti inaugura il nuovo spazio milanese della Gallleria Lia Rumma. Nella sua opera si legge un’esigenza di bellezza, intesa anche come valore civile

di Simona Maggiorelli

Ettore Spalletti

Artista schivo che non ama il clamore mediatico, Ettore Spalletti dagli anni Settanta a oggi continua a dipanare la sua opera come un fluire di variazioni sul tema, sensibili e delicate.

Quasi fosse una partitura ininterrotta, costruita per note geometriche e monocrome. Dopo la sinfonia di colori dispiegata quattro anni fa in una bella personale all’Accademia di Francia a Roma, ora il percorso carsico del pittore e scultore abruzzese riemerge negli spazi della Galleria Lia Rumma a Milano in una mostra che sembra pensata ad hoc per far vivere e “accendere di luce” la nuova struttura espositiva di via Stlicone, ricavata da una fabbrica dismessa e da poco ristrutturata dalla gallerista napoletana in uno stile minimalista che ricorda quello, oggi molto in voga, dell’architetto giapponese Tadao Ando.

Quia Milano,in questo cubo dalle pareti a vetro, con opere dalle tinte chiare, quasi diafane, Spalletti reinventa in termini moderni la pittura tonale di Veronese e Tiepolo. In certo modo la ricrea regalando infinite sfumature e variazioni di timbro all’impasto del colore fatto di gesso e pigmenti e steso per strati successivi. Un procedimento che richiede sapienza artigianale e una perfetta padronanza dei differenti tempi necessari per essiccare gli “ingredienti”.

E alla tradizione antica – in questo caso toscoemiliana – si rifà anche il suo ricorso al disegno. Ogni volta Spalletti lo riporta meticolosamente su carta, legno o pietra, prima di iniziare a dipingere. Ma alla fine di questo lungo lavoro, davanti allo spettatore che vede solo l’opera finita, ci sono solo forme astratte, primarie, suggestive, potenti.

Grazie a un effetto di somma sprezzatura che le fa apparire semplici e naturali. Le figurazioni, echi lontani delle madonne e dei paesaggi urbani di Piero della Francesca, appaiono come sussunte in monocromi vibranti, che non recano traccia del precedente se non nel colore che pare assorbito dalla superficie porosa della pittura. Mentre le vedute teatrali di Veronese sono idealmente trasformate in spazi ritmati da colonne, sculture concave e convesse, bassorilievi.

I silenzi, le pause, le distanze in queste “architetture” di Spalletti sono altrettanto importanti dei pieni nel dare forma a un’idea di bellezza, umana e civile. Un ideale realizzato in opere eleganti ma che nulla hanno a che vedere con l’aurea misura imposta dall’arte classica. Come nota Nicola Spinosa, curatore di questa mostra milanese che resterà aperta fino al 30 settembre, non ha nulla a che vedere con la «divina proporzione». Nel caso di Spalletti parliamo di un ideale di bellezza che nasce prima di tutto come esigenza interiore. Che ha a che fare con la qualità della vita e dei rapporti con gli altri. Anche per questo le sue opere sono, non di rado, delle vere e proprie “sculture abitabili”.

da left-avvenimenti del 28 maggio 2010

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Spalletti, il colore non è superficie

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 29, 2010

All’Accademia di Francia a Roma una personale dell’artista abruzzese

di Simona Maggiorelli

” La bellezza è come una lama. Taglia come taglia una bella donna che attraversa una piazza” dice Ettore Spalletti. E in quel segno, di un’emozione così intensa che spacca, che crea una discontinuità sensibile, nel tessuto quotidiano dell’ordinario, ha iscritto tutta la sua ricerca. Dagli anni Sessanta a ora.

Via via con un fare arte sempre più essenziale,decantato, rigoroso, per arrivare ad opere che abbiano la potenza di una visione. Con i suoi folgoranti monocromi azzurri che sembrano irradiare colore, modificando l’atmosfera, il “tono” dello spazio circostante o come i suoi affreschi che ricordano il modo che aveva Piero della Francesca di far assorbire il colore come fosse calce viva. E ancora le composizioni di colori blu,rosso, oro, che riescono a ritmare lo spazio come se fossero un’alternanza di pieni e vuoti.

Opere spesso difficili da etichettare le opere di Spalletti che qualcuno ha definito pittura-scultura-architettura, per quella capacità che hanno di dare vita a uno spazio d’invenzione, attraverso il movimento continuo di forme colore. Rileggendo la lezione di Malevic e poi di Rothko e per quel che riguarda la scoperta di uno spazio non solo fisico avendo fatto tesoro delle geniali invenzioni di Lucio Fontana.

All’Accademia di Francia il direttore Richard Peduzzi e la curatrice Gabriella Lonardi Bontempo invitano a ripercorrere tutta la parabola artistica di questo appartato maestro abruzzese che si è cercato negli anni, e inutilmente, di assimilare all’arte povera e al minimalismo ( dal quale è infinitamente lontano per uso del colore e, soprattutto, per il “calore” che trasmettono le sue opere).

Nella storica sede romana di Villa Medici, fino al 16 luglio, la mostra Il colore si stende, si asciuga, spessice, riposa propone quadri, sculture, ambienti. Installazioni che si lasciano attraversare e vivere, con un’idea di architettura che Spalletti ha sempre concepito come accoglienza, più che come segno spettacolare.

E ancora una serie di sculture che ricordano le forme concave di vasi antichi, in cui ritorna lo splendore dell’azzurro e un rosa che non esiste in natura e che appare sempre diverso, mutevole, come il colore della pelle sotto il sole.

Un colore che Spalletti, in una lunga intervista contenuta nel catalogo che accompagna la mostra, confessa di non sapere più come sia nato. ” A me-dice- è sempre piaciuto impastare il colore per trovare un colore che non fosse solo superficie, ma che avesse una qualità, una profondità, una risonanza interiore. Allora quel colore mi portava dappertutto anche dentro i sogni dell’immagine figurativa”.

da left-avvenimenti 19 maggio 2006

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