Articoli

Archive for the ‘Arte’ Category

Il macro si fa città museo. Nel segno di Odile Decq

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 28, 2010

Dal 1 giugno il museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia a Roma riapre i  battenti, ridisegnato dall’architetto francese  e con una serie di interessanti mostre che aprono in contemporanea

di Simona Maggiorelli

Macro di Roma

Curve, linee architettoniche sinuose, eleganti. E percorsi che seguono traettorie pendenti che danno al passo una piacevole sensazione di incertezza. Ma anche una grande attenzione ai giochi di luce, come alle pause e alle zona d’ ombra. Si presenta così il nuovo Macro di Roma riletto dall’architetto francese Odile Decq. Quando le donne progettano scelgono un vocabolario diverso da quello rigidamente monumentale. Lo suggerisce la morbidezza di linee che l’archistar anglo-irachena Zaha Hadid ha saputo dare al suo avveniristico MAXXI (che ora apre definitivamente al pubblico) ma lo fa pensare anche il nuovo museo di arte contemporanea di via Reggio Emilia che la Decq ha trasformato in una sorta di pubblico agorà dotandolo di un cortile aperto con fontana e una ampia parete a vetrata su cui scorre l’acqua.

Luce naturale, acqua, trasparenze, certo. Ma poi diversamente dalla Hadid che ha fatto dei colori chiari la propria cifra, la ex ragazza punk rock Odile Decq sceglie lucido basalto della Cambogia come rivestimento del Macro.  E all’interno, proprio nel cuore del museo, crea un rosso auditorium da 150 posti che sembra sollevarsi dal pavimento come un astronave. Così in scintillante nuova veste che ricorda il suo gusto dark per gli abiti neri e il rossetto che spicca sulla pelle chiara, Odile ha presentato ieri il suo Macro. Che già dal 1 giugno non sarà più solo bella scatola vuota, ma cantiere d’arte attivissimo con l’inaugurazione in contemporanea di sette personali di artisti europei e americani e con nuovi percorsi di opere appartenenti alla collezione permanente del museo collocate nei nuovi spazi.

Così se nella piccola galleria s’incontrano, tra le altre, opere-manifesto come Il Teatrino di Lucio Fontana e Sottosopra azzurro in alabastro di Ettore Spalletti, accanto alla Superficie bianca di Enrico Castellani e alla spugna imbevuta di blu Klein (con cui l’artista francese rappresentava il proprio ), nel foyer invece c’è la stele Alfabeto che l’artista Nunzio ha affidato al Macro in comodato. Nella sala grande campeggia la montagna di oggetti in acciaio con cui l’indiano Subodh Gupta ha costruito la sua ironica Offerta per gli dei avidi, ma anche le grandi vele gialle, arancio e bianche dell’immaginario veliero evocato dal greco Kounellis. E il viaggio continua sulle passerelle abitate di opere di Jenny Holzer nel v-tunnel dove è proiettato un celebre incunabolo di videoarte firmato Bruce Nauman e perfino sulla terrazza dove Arthur Duff ha creato ad hoc per questa occasione Synophses, una installazione site specific che “bagna” i visitatori di raggi di luce colorata.

Mario Schifano, Macro

Ma al di là delle operazioni scenografiche e d’effetto la novità più importante del nuovo Macro è la ripresa dell‘attività espositiva temporanea, con una sala dedicata a un lavoro interattivo di Gilberto Zorio e un progetto speciale dedicato alle metamorfosi su parete di Luca Trevisani. E poi ancora una personale dell’artista portoghese Louro e la presentazione di nuove opere degli americani Hashimoto e Aarong Young e dello spagnolo. E non è finita qui. in questo mettere a valore e ricreare ogni angolo spicchio, cantuccio o esterno che sia, il museo romano diretto da Luca Massimo Barbero offre anche una passeggiata fra i triangoli e le losanghe a colori con cui ilmaestro francese Daniel Buren ha ridisegnato una delle passerelle esterne del museo,per quello che viene chiamato il “belvedere” e ch , in questo caso, permette davvero un punto di vista nuovo, da fuori, su una parte della collezione permanente conservata all’interno del Macro. Collezione che, proprio in questi giorni, si è arricchita di un’opera nuova, The innocent del videoartista americano Bill Viola.

dal quotidiano Terra del 28 maggio 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La magia della pittura Rajput

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su Maggio 16, 2010

Al Mao di Torino una delle più grandi collezioni di tempere e miniature indiane dal XVII al XIX secolo

di Simona Maggiorelli

Danzatrici dai lunghi occhi a mandorla, scene erotiche e avventure mitologiche dal Mahabarata. Ma anche gesta dei principi Rajput mescolate a racconti dal complesso pantheon politeista indù.

I cosiddetti Unni bianchi (Rajput significa «figli del re») che nel V e VI secolo emigrarono dall’Asia centrale per stanziarsi sulle colline prehimalayane e nell’India centrale, una volta diventati vassalli del Moghul, nel 1600 divennero raffinati committenti d’arte. Favorendo la fioritura di numerose botteghe di pittura nel Rajasthan.

Una delle più importanti collezioni di arte Rajput è in mostra al Mao, il Museo di arte orientale di Torino fino al 6 giugno. Una collezione che – come sottolinea la curatrice Claudia Ramasso nel catalogo Skira – non ha eguali nei musei italiani».

Stiamo parlando delle 250 opere della collezione che Isabella e Vittorio Ducrot hanno messo insieme soprattutto a partire dagli anni Settanta, quando Indira Gandhi tolse ai principi indiani i loro secolari privilegi costringendoli a trovarsi di che vivere. I Ducrot riuscirono allora ad acquistare a rate interi cicli di miniature e di tempere su carta che uniscono la precisione calligrafica al gusto di una pittura di grandi dimensioni in cui i colori, accesi e piatti, sono stesi per grandi campiture, mentre le figure sono definite da linee nere e nette.Un genere d’arte che riuscì a svilupparsi nei secoli (fino al XIX) in molti stili ma conservando al fondo un’identità precisa e riconoscibile. Anche quando le corti Rajput furono conquistate dalle grandi potenze musulmane. E la pittura Rajput acquisì una patina di eleganza persiana.

dal settimanale left-avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’altra Beirut di Zena

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 12, 2010

di Simona Maggiorelli

Zena el Kahalil

Curiosamente la libanese Zena el Khalil è più conosciuta come pittrice che come scrittrice e regista, nonostante in questi due ambiti abbia mostrato maggior talento. Zena stessa si è  presentata in questa veste sulla scena internazionale dell’arte, dopo essersi specializzata alla School of Visual arts di New York. Perciò ci occupiamo di lei e della sua storia (fortissima e da poco diventata libro)in questa rubrica.

Anche se quando un anno fa vedemmo per la prima volta i suoi collage alla Fondazione Merz di Torino nell’ambito della mostra Speranze e dubbi. Arte giovane tra Italia e Libano non ci avevano colpito troppo favorevolmente. Quelle immagini pop di soldati (uomini e donne) che imbracciano armi e fiori, quei girotondi di “omini” rosa shocking che attraversano strade e cancelli, come i suoi sgargianti collage montabili e smontabili all’occasione, ci parlavano di un modo naif, a tratti sordamente euforico, di esorcizzare la realtà di guerra e distruzione che il Libano ha vissuto quasi ininterrottamente per più di vent’anni.

Un modo, ci pareva, per narcotizzare la realtà più che per rappresentarla. Poi però vedendo il video che Zena ha dedicato a Beirut, dove ha deciso di tornare a vivere alla fine della guerra civile , ma anche leggendo il suo Beirut I love you, da poco uscito in Italia per Donzelli, l’immagine si è fatta più profonda, tridimensionale. E l’interesse per il suo lavoro è cresciuto.

Non solo per il valore che ha di resistenza, per la testimonianza che offre su spaccati di vita giovanile a Beirut, (dove i venti-trentenni sono la maggioranza). Ma anche per come lo racconta. Con linguaggio poetico, vitale. Come se in questo romanzo autobiografico – nato sulla scia del blog che Zena tenne nel 2006 durante i 33 giorni in cui Beirut fu sotto assedio – l’artista fosse riuscita a precipitare la sua urgenza di comunicazione, di dialogo, con quell’Occidente dove è nata, bussando forte al vetro della nostra indifferenza, provando a buttar giù la barriera dei pregiudizi.

Così questo scricciolo di ragazza, sulla pagina e dietro una macchina da presa acquista un’energia straordinaria. E anche quando racconta di storie tragiche come la morte dell’amica Maya ammalata di tumore e   rimasta senza cure in una Beirut bombardata, riesce tuttavia a tessere il suo canto d’amore per la gente di questa capitale del Medioriente dove svettano grattacieli accanto a case crivellate dai colpi, dove ragazze chiuse nel velo passeggiano sul lungomare accanto a coetanee in tute attillate… «E’ stato agrodolce il periodo dopo la fine della guerra civile in Libano – scrive Zena in Beirut I love you -. Un periodo di eccessi. Si era incredibilmente felici, incredibilmente tristi… Facemmo del nostro meglio, quelli che erano felici, per ricostruire il paese, con gioia. Abbiamo creato le Ong e i gruppi di sostegno, organizzato mostre e pubblicato poesie, indetto concorsi di architettura per ricostruire il centro, fornito assistenza a chi soffriva di ansia e depressione per la guerra…». « Tentavamo di riconciliarci con i nostri passati- scrive Zena – di negoziare un’identità nazionale. Siamo stati in piedi notti intere a fare progetti su come ricostruire le nostre vite, nonostante le tensioni provocate dai nostri vicini, gli israeliani, che minacciavano costantemente di destabilizzarci. Nonostante le tensioni legate al vivere sotto una nuova occupazione, questa volta siriana. Siamo stati in piedi notti intere per ricostruire il Libano… perché dopo anni di oppressione e di conflitti si impara che l’unica cosa da fare è reagire e andare avanti». E in quelle notti i giovani di Beirut hanno fatto anche arte, scritto romanzi, creato opere belle e  acerbe. Come il lavoro A’Salaam Alaykum: Peace upon you, con cui  la trentenne Zena racconta la sua generazione che vive senza riuscire a dimenticare la guerra, con la paura che anche oggi  possa ricominciare, ma che più di tutto desidera vivere pienamente, in tempi di pace.

da left-avvenimenti del 4 giugno 2010

Posted in Arte, Letteratura | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Dipingere con la poesia

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 11, 2010

Lacerti di antico persiano innervano la pittura di Forouhar. E’ una delle rivelazioni iraniane della Biennale Donna di Ferrara che si apre il 18 aprile

di Simona Maggiorelli

Parastou Forouhar, Written Room (Berlin_2008)

Segni di un’antica lingua riemergono alla memoria. E diventano arabeschi, tracce liriche evocative che profanano il bianco del pavimento e delle pareti di una stanza. Sono lacerti di quella lingua farsi in cui i poeti persiani componevano i loro versi. E che l’artista iraniana Parastou Forouhar ha ricreato non conoscendone più il significato preciso. «Sono schegge di un linguaggio che ormai ha perso la sua funzione più importante, quella di avere un suo significato, un suo ruolo». Un linguaggio, dunque, che non serve più per comunicare al grado zero con gli altri. Ma che sulla “tela” diventa «ornamento», segno di un vocabolario sconosciuto per la libera espressione dell’artista. E che in chi guarda l’opera finita, curiosamente, crea una risonanza emotiva profonda. Indipendentemente dalla propria nazionalità e lingua madre.

Con queste scritte dalle morbide curve nere, Forouhar compone immagini universali che indirettamente raccontano e continuamente rielaborano la sua storia. Sulla quale ancora si addensa il dolore per la scomparsa di Dariush e Parwane Forouhar, i genitori dell’artista, torturati e uccisi nel 1998 per la loro opposizione al regime e senza che gli assassini siano mai stati puniti. Una sorte che nell’Iran degli ayatollah è toccata a molti intellettuali e artisti dissidenti.

Nella Written room che Forouhar ha realizzato per la Biennale Donna di Ferrara (dal 18 aprile, nel Padiglione di arte contemporanea) non si raccontano direttamente questi fatti ma si sente il sapore emotivo di una cultura che, sgradita al regime, doveva essere cancellata dalla storia. L’esigenza di testimoniare, la necessità di far rivivere in forme nuove una memoria viva del passato è anche quella che ispira molta parte del lavoro di un’altra artista iraniana selezionata per la XIV Biennale Donna, parliamo di Mandana Moghaddam che nel suo Sara’s paradise rievoca la guerra fra Iran e Iraq del 1980-1988. Ottocentomila giovani furono mandati a morire predicando un aldilà pieno di vergini e miele. Moghaddam li ricorda con una fontana paradisiaca da cui sgorga incessantemente acqua rossa come il sangue. Tutt’intorno verdeggiano barili di plastica vuoti, corpi svuotati di ogni linfa vitale.

Ghazel, Urgent

Insieme con le foto di Wanted (urgent) con cui Ghazel cercava marito per ottenere il passaporto francese, insieme col vaso prezioso di Shirin Kakhim da cui escono gambe di donna recise (simboleggiano quelle delle prostitute costrette a vendersi), insieme alle figure velate di Shadi Ghadirian che al posto del volto hanno utensili da cucina, insieme con i manichini dai seni recisi con cui Firouzeh Khosrovani denuncia la violenza psichica e fisica esercitata dai fondamentalisti, sono le immagini dirompenti con cui una nuova generazione di artiste iraniane sta facendo sentire nel mondo la propria voce di protesta.

da left-avvenimenti del 9 aprile 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

L’Iran svelato. Dalle artiste

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 11, 2010

Non rifiutano l’Islam ma il fondamentalismo. Scelgono l’esilio ma non tagliano le radici. Indossano il velo ma rappresentano  una nuova immagine di donna. Il vero volto  del Paese raccontato dalla creatività femminile

di Simona Maggiorelli

Mandana Moghaddam

Il  coraggio della rivolta, di dire no a un potere teocratico e oppressivo erede del regime di Khomeini. L’onda verde, irresistibile, di ragazzi e ragazzi che sono scesi in piazza per protestare contro i brogli elettorali praticati dal governo di Amadinejad. Nelle strade di Teheran, rossetti rossi e ciocche di cappelli che sfuggono ribelli al velo; la sfida delle giovani donne iraniane a una società ancora patriarcale e segregante passa anche attraverso la bellezza e la femminilità. E passa soprattutto attraverso l’arte, la letteratura e la poesia come raccontano ancora oggi, con voce toccante, i versi di Forough Farrokhzad (1935 -1967), «che audacemente decise di abbattere le barriere sociali per non rinunciare alla propria identità femminile», annota Silvia Cirelli nel catalogo della Biennale Donna di Ferrara 2010. A lei è idealmente dedicata questa XIV edizione della rassegna emiliana dedicata all’arte contemporanea iraniana attraverso i lavori di sei artiste appartenenti a generazioni differenti e dai percorsi fra loro diversissimi. Ma che in comune con Farrokhzad hanno la capacità di cogliere e rappresentare le tensioni che attraversano la cultura iraniana divisa tra tradizionalismo ed esigenze di modernizzazione.

Una battaglia politica e ideologica che, troppo spesso, usa il “corpo” delle donne come territorio di guerra. Prova ne è il numero altissimo di donne iraniane, rimaste vedove o senza famiglia, che si vedono ricacciate ai margini della società e costrette alla prostituzione. Prova ne sono le barbariche leggi della sharia che vorrebbero cancellare le donne dalla sfera pubblica e costringerle a una vita domestica di mogli e madri, nonostante le università di Teheran registrino numeri altissimi di studentesse.

Shadi Ghadirian

«Quella che l’Iran sta vivendo è una vera e propria schizofrenia culturale» precisa Silvia Cirelli, ideatrice della Biennale in programma dal 18 aprile al 13 giugno nel Padiglione di arte contemporanea di Ferrara. «La schizofrenia culturale di cui parlo – spiega a left la curatrice della rassegna – ha radici nella quotidianità che molte iraniane sono costrette a vivere, perennemente sospese tra l’obbligo di rispettare le leggi islamiche e il fatto di poter essere se stesse solo nel privato. Le donne iraniane, di fatto, vivono una doppia vita, quella richiesta dall’islam e quella invece scelta da loro. è inevitabile – sostiene Cirelli – che questo continuo “sdoppiamento” a lungo andare provochi degli scompensi esistenziali che portano a fare esperienza diretta dei contrasti dell’Iran odierno. Queste contraddizioni sociali e culturali attuali si leggono molto spesso nell’arte contemporanea iraniana: si critica il proprio Paese ma allo stesso tempo non si rinnega mai la propria appartenenza culturale, si parla di religione, di islam ma allo stesso tempo si evidenziano i limiti che a volte questa religione può avere se viene mal interpretata. Gli artisti sono quindi portavoce della sofisticata realtà iraniana, amata ma allo stesso tempo criticata per le arretratezze sociali». A colpire uno sguardo esterno è anche il complesso e vischioso rapporto che un’ampia fascia di artiste e intellettuali iraniane ha stabilito con la religione. In una vasta gamma di posizioni che trovano espressione nelle opere ma anche nelle scelte e negli stili di vita. Così, per esempio, accanto a donne come l’avvocato e scrittrice Shirin Ebadi che significativamente non indossa il velo, c’è chi al contrario accetta l’hijab perché in Iran come in molti altri Paesi della galassia islamica «il velo non nasconde le donne, ma anzi le rende visibili nella sfera pubblica» come scrive Renata Pepicelli in Femminismo islamico (Carocci). Un libro che racconta un vasto panorama di studi islamisti condotti da studiose con lo scopo di dimostrare che molti precetti misogeni imposti dalla shiarja non trovano fondamento storico nel Corano. «Quasi tutte le artiste di questa Biennale – approfondisce Cirelli – sono credenti e vivono la religione come una parte importante della loro vita. Ciò non toglie che tutte sottolineino che ci si debba allontanare dagli integralismi per abbracciare il vero islam e non quello seguito da fanatici religiosi. Il problema, insomma, sarebbero le tante interpretazioni sbagliate che sono state date dell’islam e che erroneamente considerano la donna inferiore all’uomo». Intanto però il controllo sulla donna e sul modo in cui viene rappresentata l’immagine femminile nella sfera pubblica negli ultimi trent’anni è stato opprimente. «A partire dalla rivoluzione islamica del 1979 c’è stato un controllo rigido sul mantenimento delle leggi islamiche, la salvaguardia della religione è diventata un’ossessione che è penetrata di forza nella quotidianità degli iraniani e soprattutto delle donne. Anche se – racconta Cirelli- non ci sono leggi che vietano la riproduzione del corpo femminile, un organismo di di governo come il Controllo della moralità nei luoghi pubblici sta ostacolando ormai da anni quelle rappresentazioni femminili che a loro avviso offendono l’islam».

Shadi Ghadirian

Un esempio concreto di questa forte censura lo si può vedere nel video documentario che Firouzeh Khosrovani presenta a Ferrara: mostra come i manichini “formosi” siano stati banditi dalle vetrine di Teheran. Le arti visive così come il cinema in Iran, invece, da molti anni si interessano all’identità della donna. E la rappresentano poeticamente. «Ma – ricorda la studiosa -il recente arresto del regista Jafar Panahi, Leone d’oro a Venezia con Il cerchio, dimostra come i vertici del governo stiano continuando a ostacolare la libera espressione cercando di nascondere le facce sconvenienti dell’Iran. Non è un caso che molte opere o mostre di artisti contemporanei iraniani siano censurate perché considerate contro lo Stato…». Per continuare una propria ricerca, senza dover rischiare la libertà e la vita, di fatto molte artiste iraniane hanno scelto la via dell’esilio. «Mandana Moghaddam, Parastou Forouhar e Ghazel vivono ormai da anni all’estero. Ma – sottolinea Cirelli – tutte hanno conservato un fortissimo legame con la propria cultura. L’identità iraniana non viene mai dimenticata o abbandonata. Al contrario viene evocata in gran parte dei loro percorsi artistici».

Ma non solo. Vivissima, dai loro lavori, appare la partecipazione emotiva a ciò che sta succedendo in Iran. «Tutte le artiste della mostra sono estremamente sensibili a quello che sta succedendo in quest’ultimo anno nel loro Paese di origine. Le elezioni e i brogli che si sono riscontrati in seguito sono stati un campanello d’allarme che ha risvegliato chi è da anni stanco della rigida politica del governo. Il movimento che ancora popola le strade di Teheran è partito dai giovani ma si è esteso a più fasce della popolazione, a dimostrazione di come in Iran ci sia ormai un malcontento molto radicato».

da left-avvenimenti del 9 aprile 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

A Parigi i paesaggi fantastici di Turner

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su aprile 2, 2010

Dalla Tate al Grand Palais. Una mostra invita alla riscoperta del maestro del Romanticismo

di Simona Maggiorelli

Wiliam Turner, Snow storm

Fuori dalle regole rigide e asfittiche della pittura di accademia. In fuga dai manierismi leziosi del Rococò. Ma anche dalla chiarezza geometrica, fredda e astratta dell’Illuminismo. La pittura di William Turner (1775-1851) ha rappresentato un importante punto di svolta per una moderna cultura dell’immagine, una volta e per tutte, emancipata dalla mimesis e dal calco neoclassico. Più della pittura visionaria e potente di Friedrich, segnata da uno spiritualismo intriso di umori protestanti. Più delle tumultuose scene Sturm und Drang e degli incubi religiosi di Füssli. Ma anche più della pittura eroica di Géricault, l’arte di Turner con le sue visioni dai contorni indefiniti, con le sue atmosfere cangianti e sempre in movimento, seppe dare forma e colore a quella sensibilità e quella ricerca sul profondo che nell’Ottocento si espresse soprattutto in poesia ma anche in certa filosofia.

E se in Germania il pensiero di Schelling, assieme alla poesia di Novalis, fu paradigmatico nella formazione di un’estetica romantica, in Inghilterra la pubblicazione nel 1798 delle Lyrical ballads di Coleridge e di Wordsworth aprì una nuova stagione artistica, al di là della compartimentazione dei generi.

William Turner Sun setting

Di estrazione sociale modesta (era figlio di un barbiere) ma avendo avuto la possibilità di frequentare la Royal Academy da quando aveva 15 anni, Turner entrò a poco a poco in questo nuovo milieu d’avanguardia che lo incoraggiava a mettere il proprio sentire al centro del lavoro pittorico. Sovvertendo quella tradizione illuministica portata al successo da Hogarth che era schiava del ritratto “fotografico”, dell’aneddotica e del vedutismo: una pittura di genere (di paesaggio e o di interni) di impianto razionale e minuziosamente descrittivo che oltremanica si era sviluppata grazie a una diffusa committenza alto borghese e aristocratica. Ma come racconta la mostra Turner e i suoi pittori, che abbiamo visto anni fa alla Tate di Londra e che ora, fino al 24 maggio, è al Grand Palais di Parigi, Turner non tagliò d’un tratto i ponti con il passato come avevano fatto i suoi colleghi tedeschi e francesi. Maturando una cifra personale originalissima, fra nuovi stimoli romantici e studio della pittura dei maestri del passato a cominciare da Lorrain e Poussin. Così da Didione costruisce Cartagine, che dissolve la struttura classica del paesaggio in una vampata di colori, fino all’ultimo Turner “pre-impressionista” (e quasi astratto), attraverso un centinaio di dipinti e disegni, la mostra parigina permette di seguire le infinite sperimentazioni che gli consentirono di arrivare sulla tela a un’immagine via via sempre più profonda ed emotivamente potente. Anche grazie a una tecnica a olio straordinaria e in continua evoluzione che, come scriveva Hugh Honour in Romanticismo (Einaudi), non era banalmente una tecnica «ma una espressione del suo pensiero d’artista».

da left-avvenimenti del 2 aprile 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , | 3 Comments »

Il realismo carnale di Canevari

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 25, 2010

di Simona Maggiorelli

Una catasta di rotoli di panno lenci può fiorire in un inaspettato concerto di rose grigie e azzurre.

Mentre un’altalena fatta con una camera d’aria e due corde, lasciata a penzolare nel vuoto, apre imprevisti squarci di memoria sulla ferocia razzista di una parte non piccola dei bianchi americani.

Frammenti di realtà che riletti da Paolo Canevari regalano improvvise epifanie di senso.

Più in là, in un’altra sala del Pecci di Prato dove fino al primo agosto è aperta un’importante retrospettiva dedicata all’artista romano, una luccicante lampada da discoteca getta un’inquietante doppia ombra, di attraente giocattolo e di micidiale bomba.

Il talento di Canevari è saper scovare lampi di poesia nella quotidianità, anche quella apparentemente più banale. Ma sta anche nel saper cogliere e tradurre in un’immagine spiazzante, forte, polisemica, le discrasie del nostro tempo. Insinuandosi in quelle faglie della realtà che permettono di aprire gli occhi su orizzonti di senso più ampi e più profondi.

Come quando, ritraendo giovani in coda davanti a un locale, Canevari incatena le loro braccia alla maniera dei carrelli da supermarket. O come quando, nella serie Globes, ironicamente, trasforma l’immagine dell’uomo vitruviano in un manager seduto di spalle su un mappamondo fatto con strisce di battistrada. Metropolitana, demistificante, non di rado politicamente corrosiva, l’opera di Canevari, però, non si accontenta di vivere in margine alla cronaca.

Semmai nel corso degli ultimi due decenni (Canevari, classe 1963, ha esordito negli anni Ottanta) si è sviluppata come una personale e acuta riflessione sull’umano e sul senso della storia. Usando come grimaldello i simboli del potere e del dogma che hanno segnato i secoli.

E che l’artista smaschera denunciando la violenza e il vuoto di umanità che nascondono. Così ecco un Gesù in croce, senza braccia e con un pneumatico come aureola assai poco divina. Ed ecco le vestigia del Colosseo trasfigurate in un teschio dalle orbite vuote oppure incendiate da un fuoco rosso come il sangue dei gladiatori. In una continua sperimentazione di generi e discipline, passando dal disegno al video, dalla scultura all’istallazione (e viceversa), sono nate così anche le sue personali mappature del globo che mettono in discussione le granitiche divisioni nazionali in nome di un nomadismo dei popoli e delle culture ma anche le sue armate di “omini” neri e stilizzati, poi disseminati come impronte vitali in quartieri degradati e in tutta una serie di “non luoghi”.
Da One-night installation: Rocce, che nell’89 segnò il debutto internazionale di Canevari, al video Bouncing skull, con cui nel 2007 partecipò alla Biennale di Venezia, fino a Nobody Knows (2010) da cui la mostra pratese trae il titolo, il curatore Germano Celant ha ricostruito il filo della ricerca di questo poliedrico artista che lavora tra Roma e New York. Un lavoro di storicizzazione e di analisi critica del «realismo carnale» di Canevari che Celant ha distillato anche in una monografia Electa.

dal settimanale Left-Avvenimenti

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Leave a Comment »

La bellezza amara delle creazioni di Paolo Canevari

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 24, 2010

Al museo Pecci di Prato si è aperta il 20 marzo una retrospettiva dedicata al lavoro dell’artista romano che è stato allievo di Nam June Paik.  Con il titolo Nobody knows, sculture, installazioni e video

di Simona Maggiorelli

Paolo Canevarai, rose

Una lupa nera spicca nel cubo bianco del Pecci di Prato. Solitaria, immersa nel silenzio, come se si fosse materializzata da un antico passato. è la ricreazione di doppie vestigia: quelle della fondazione mitica di Roma e quelle nere, ducesche, che nel secolo scorso hanno segnato tristemente la storia italiana. Paolo Canevari, classe 1963, ha conosciuto il fascismo sui libri ma anche attraverso i ricordi del padre (noto scenografo). Che quando Paolo era bambino gli raccontava la ferocia e la stupidità dei rituali con cui Mussolini celebrava il proprio potere. Le parate militaresche, l’esibizione di una vitalità solo fisica, di un coraggio fasullo che si misurava saltando attraverso cerchi di fuoco.

Paolo Canevari

Quei simboli roboanti, quella retorica tronfia e il vuoto assoluto che nascondevano sarebbero diventati poi nella fucina dell’artista romano il loro esatto contrario: il segno di un rifiuto radicale di ogni forma di violenza. In forme nuove, nelle mani di Canevari, quegli strumenti di tronfia propaganda si sono trasformati in brucianti segni di bellezza, in immagini elegiache, poetiche.

Così ecco il Colosseo, dove i gladiatori erano mandati a farsi sbranare dalle belve, mutato in una potente scultura di fuoco. Ecco i pneumatici infuocati con cui i razzisti sudafricani e il Ku Klux Klan uccidevano le persone di colore diventare monumento alla memoria che si staglia contro il cielo del Texas. Le opere dell’artista romano – come racconta la mostra Nobody knows che il Pecci gli dedica da oggi – sono immagini semplici, immediate, ma in cui sembrano essersi sedimentate la storia e la memoria.

Con materiali naturali e poveri (corda, legno, lana, carta) oppure di riciclo (plastica, ferro, gomma) ridanno poeticamente voce e presenza a chi non l’ha avuta nella storia ufficiale riscritta ad hoc dai vincitori. «Canevari crede nella concretezza dell’arte – scrive Germano Celant nel catalogo Electa -. Il suo interesse è più legato all’afflusso degli umori e della memoria  che al concetto e alla teoria dell’arte. A contare è la carne delle cose e delle sue manifestazioni vitali». Ma è vero anche che questa concretezza viva che hanno le sue creazioni non è mai naif. La bellezza amara che Canevari ricava, per sottrazione, dagli oggetti non è mai frutto di un’improvvisazione “surrealista” che gioca con la casualità dell’objet trouvé. Le sue sculture e installazioni, così come i suoi video si presentano come opere polisemiche, aperte al contributo di fantasia di chi le guarda. E non è difficile scorgervi segreti omaggi a maestri dell’avanguardia. Come Nam June Paik nelle opere di videoarte. O come Lucio Fontana e nelle sculture che talora incontrano l’architettura ridisegnando gli spazi intorno, Oppure come Alberto Burri nelle sculture che appaiono come organismi in continua crescita e trasformazione. Nei rinnovati spazi del museo toscano (che prossimamente aprirà una sede anche a Milano), fino al prossimo primo agosto, tutti i sentieri della ricerca di Canevari sono esplorati, senza cadere nella museificazione che talora emanano le retrospettive.

Terra, 20 marzo 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Chi dice donna dice malanno

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 20, 2010

Dalla preistoria ai nostri giorni, la studiosa ripercorre il cammino di una secolare misoginia

di Simona Maggiorelli

Frammenti di fregio da una casa sull’Esquilino in III stile romano, Musei Vaticani

Quando uscì L’ambiguo malanno, condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana era il 1981 e, sul piano del diritto, le donne avevano fatto molte conquiste: nel ’69 era stato abrogato l’articolo 559 del codice penale che puniva l’adulterio come reato, nel ’70 era stata varata la legge sul divorzio, nel ’75 il nuovo codice di famiglia e nel ’78 si legalizzava l’aborto. E anche se si sarebbe dovuto aspettare il 1996 perché la violenza sessuale non fosse più considerato solo «un delitto contro la morale pubblica e il buon costume» il momento storico sembrava fertile per ulteriori passi avanti di emancipazione. «Fu questo il motivo che mi spinse allora a pubblicare un libro dedicato alla storia della condizione femminile non solo per gli addetti ai lavori.

Ripercorrere la storia delle discriminazioni pensavo potesse aiutare un pubblico più vasto a capire» annota Eva Cantarella a incipit della nuova edizione del libro che Feltrinelli manda in libreria il 23 marzo. Ma era difficile immaginare allora che questo libro si sarebbe rivelato ancor più attuale negli anni duemila quando le donne italiane si sono viste proibire l’accesso alle più avanzate tecniche di fecondazione assistita e sono tornate a sentirsi dare delle assassine quando decidono di abortire.

Prof. Cantarella ne L’ambiguo malanno scriveva che il cammino verso l’emancipazione «è tutt’altro che irreversibile». Oggi ne abbiamo tristemente prova?

Ciò che è accaduto alle donne in Italia negli ultimi anni fa riflettere. Perciò ho accettato volentieri di ripubblicare questo libro. Negli anni ’70 sembrava che si fosse imboccata la via, anche sul piano legislativo, per rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di realizzarsi. Al di là del solito ruolo familiare (che oggi peraltro continuano ad avere). Abbiamo raggiunto la parità sul piano formale, ma non quella sostanziale. È avvilente che in un paese in cui le donne sono presenti in tanti ambiti sociali l’immagine di donna che emerge sia quella proposta dai fatti di cronaca e dalla tv.

Eva Cantarella

Che escort e massaggiatrici, insieme a mogli devote, siano l’immaginario femminile di questo governo la dice lunga?

è questo che fa paura. Dispiace vedere questa subalternità delle donne. Perché tante ancora l’ accettano? Qui torna fuori la storia. Ne L’ambiguo malanno e in Passato e presente ho cercato di mettere in luce la differenza che c’era fra la condizione delle donne greche e quella delle romane. In Grecia erano del tutto subalterne. A Roma apparentemente no, ma la loro condizione era molto più pericolosa. Qui sono le radici di molti nostri mali. Se non uscivano dal ruolo di mogli e madri, le donne romane venivano ricompensate con il rispetto personale e sociale. La matrona era celebrata.

Le romane erano cooptate in un sistema sociale maschile, perdendo la propria identità, il proprio “sentire”?

Accade quando le donne accettano di perdere la propria autonomia per entrare, con un gioco di do ut des, in situazioni di potere, per avere visibilità. Accettando di perdere la dignità che viene dal guadagnarsi le cose .

Dare “voce” alle generazioni di donne sconosciute, «annullate come individui, a causa della loro identità sessuale». Così annunciava il progetto del libro. Partendo dalla preistoria analizzava l’ipotesi di Bachofen di una fase antichissima di matriarcato. Oggi che cosa ne pensa?

Negli anni ’70 era molto di moda la teoria matriarcale sostenuta dalle femministe. L’equivoco, a dire il vero, è antico. Nella prefazione alla quarta edizione dell’Origine della famiglia, Engels interpretava un passo dell’Orestea di Eschilo come vittoria del matriarcato. Come la prova, insomma, che ci fosse stato veramente un matriarcato, poi però sopraffatto dal patriarcato. Ne ricavava in chiave progressista che la famiglia borghese non è eterna e immutabile. Era il sogno e l’utopia che qualcosa potesse cambiare con un matriarcato di ritorno. Ma il matriarcato non è mai esistito. E in ogni caso, penso, non sarebbe un sistema migliore, ma l’equivalente del patriarcato.

Quando si passò dalla caccia all’agricoltura «il rapporto uomo donna che sino ad allora aveva registrato il predominio maschile», lei scrive, cominciò a cambiare. In che modo?

L’agricoltura è stata un’invenzione delle donne. Questo sembra accertato. Per quanto si possano verificare le cose accadute nella preistoria. Mentre gli uomini andavano a caccia le donne cominciarono a coltivare piante. A poco a poco la carne non fu più l’unico alimento base. Ma, ancora una volta, questo non significa che le donne così presero potere.

affresco, Creta

Alla società minoica e a Creta lei dedica pagine densissime. L’arte ci racconta in questo caso di donne femminili, libere…

Ci sono stati nella storia momenti in cui le donne hanno avuto libertà e ruoli diversi. A Creta, ma anche nell’antico Egitto, per esempio. Oppure nel mondo etrusco. Nell’antichità ci sono state civiltà in cui le donne, per esempio, erano istruite. Non accadeva in Grecia.

Già in Omero, come lei ci ha ricordato in altre occasioni, si possono leggere le radici di una secolare misoginia.

Anche se curiosamente il mondo omerico è stato talora interpretato come un mondo dove le donne erano molto influenti. (Si è detto perfino che l’Odissea fosse stata scritta da una donna). In realtà il mondo omerico è androcentrico. Le donne non potevano uscire né parlare: quando la povera Penelope si azzarda a parlare, il figlio, che è un ragazzino, le dice: «stai zitta e torna in camera tua». In Omero le donne venivano già divise in due categorie: perbene e non. Ulisse ha una moglie che ha tutte le virtù e poi, secondo una doppia morale, incontra altre donne. Come sono queste altre? Pericolose come Circe oppure gentili e seducenti come Calipso. Ulisse, però, era convinto che stando con lei avrebbe perso se stesso. Le sirene, poi, sono il simbolo della sessualità femminile non perfettamente umana, perché non legata alla procreazione.

E arriviamo al titolo del libro che riprende il durissimo anatema dell’Ippolito euripideo contro le donne.

Ippolito è un personaggio di una tragedia, la Fedra ma le sue parole contengono uno stigma che la gente condivideva, anche se non in forma così estrema. è la forte misoginia che caratterizzò tutta la cultura greca.

Nel concedere alle donne le stesse possibilità degli uomini Platone, secondo studi femministi, fu meno misogino. è davvero così?

Per carità! Basta dire che per Platone se gli esseri umani si comportano male si reincarnano in donne o animali.

Fu anche il filosofo che aprì la strada a una lettura della parola psiche come anima?

Sì è proprio così. Prima di lui la parola psiche in greco significava qualcosa di completamente diverso da anima. La nostra traduzione è sbagliatissima. Pensi a Ulisse quando scende nell’Ade, diciamo che incontra delle anime. Ma non lo sono, sono degli uccelli che stridono, sono fumo, sono ombre.

Platone dice anche che gli omosessuali sono i veri uomini e i più adatti al governo della cosa pubblica.

Lo dice nel Simposio. è un discorso che ha ricadute pesanti sul modo di considerare la donna. Anche se sotto questo riguardo l’influenza negativa di Aristotele è stata più duratura nei secoli.

Lei riporta un dibattito greco “sul mistero della nascita”, da Ippone a Ippocrate. In questo quadro Aristotele formulò la sua feroce visione della donna?

Per lui la donna è materia. Non ha il logos. Ha ruolo nella riproduzione e, per giunta, è solo passivo…

Con il Cristianesimo l’identità e l’immagine della donna subirono un colpo mortale. Lei ricostruisce che la predicazione dei padri della Chiesa vi contribuì fortemente, fin dalla crisi dell’impero. Ce ne sono ancora tracce?

Da laica (ho fatto le scuole dalle suore e mi è bastato) mi sembra di poter dire che la concezione della donna che ha la Chiesa non sia delle più elevate. Il fatto stesso che non possano essere sacerdoti rivela un enorme pregiudizio. Il fatto poi che per dedicarsi meglio alla Chiesa i preti debbano evitare rapporti denota un’idea di superiorità del celibato rispetto allo stato matrimoniale.

La società greca era fondata sulla pederastia, lei ha scritto. Il cittadino per diventare tale doveva passare per questo “imprinting”. E nei seminari cattolici?

Quello che posso dire è che la pedofilia riguarda i bambini, mentre la pederastia greca riguarda adolescenti dai 13 anni ai 17 anni. I maschi greci, va detto, si sposavano a 14 anni le femmine a 12. Oggi si sente dire da alcuni che i bambini siano consensuali. Non è possibile: i bambini non sono in grado di consentire, non hanno la maturità sessuale. Dunque è sempre violenza.

Di fronte allo scandalo uscito sui media fonti ecclesiastiche sostengono che il fenomeno della pedofilia nella Chiesa sarebbe molto più circoscritto di quanto dicano i media perché in parte si tratterebbe di rapporti etero (con minori) in parte di efebofilia.

Ho letto un articolo di recente in cui un esponente del clero diceva: non siamo mica solo noi che lo facciamo nei seminari, lo fanno anche in altri luoghi. E con questo? Vuol dire che è meno grave? Dire efebofilia significa che se ha, mettiamo, 13 anni si può fare? Sono allibita. Non ho parole.

IL LIBRO. SULLE ORME DI CIRCE

mero potrebbe non avercela raccontata giusta su Circe e sui suoi poteri magici. La dea terribile che l’Odissea ci presenta , «la strega pronta a umiliare i viandanti e a sottrarli al mondo umano», forse non era davvero tale, nella materia orale e polisemica del mito alle sue origini. A sostenerlo sono  Maurizio Bettini e Cristina Franco  ne Il mito di Circe, immagini e racconti dalla Grecia a oggi appena uscito per Einaudi. Lo stesso Plutarco ci racconta una diversa storia della maga che incantò Ulisse e tramutò i suoi compagni in porci. è una Circe, la sua, «molto amabile e comprensiva con il rude e arrogante condottiero», annota il filologo classico dell’Università di Siena, che per la casa editrice torinese sta preparando una collana di volumi per conoscere più da vicino i miti che la Grecia antica. Miti che sono stati riletti e rielaborati da pittori e scrittori nel corso di molti secoli successivi. Il caso di Circe è, in questo senso, paradigmatico. Seguirne le avventure nell’iconografia lungo i secoli permette anche di riscontrare quanto sia lunga l’ombra di quella nera  ambivalenza che Omero le attribuì.

Posted in Arte, Filosofia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 Comment »

Modì, da Fattori a Picasso

Pubblicato da: Simona Maggiorelli su marzo 19, 2010

La sua ricerca, fra tradizione e avanguardia, è ripercorsa in una mostra al meonato museo Maga di Gallarate

di Simona Maggiorelli

Nodigliani, Nudo disteso, 1918

Fu un anno denso di eventi quel 1906 in cui Amedeo Modigliani arrivò a Parigi con l’idea di dedicarsi totalmente all’arte. Un anno di separazione e di svolta. Non solo per la vita del provinciale Modì che nella capitale francese poté fondere il suo amore per le linee pure dei maestri del Trecento italiano con una nuova passione per l’Arte Negre conosciuta al Musée de l’Homme. Maschere evocative anche quando appena sbozzate. Fino al punto da sembrare opere astratte. Scultoree figure di donna e idola dal fascino magnetico da cui Modì trasse nuova linfa per le sue flessuose donne dal collo lungo e per i ritratti di amici, artisti, intellettuali e compagni di bevute. Via da una Livorno asfittica e macchiaiola, Modì trovò un suo nuovo respiro scoprendo la forza dei colori inventati di Matisse e le aspre scomposizioni di Picasso che nel 1907, a un anno dalla scomparsa di Cézanne , dipinse un’opera dirompente come Les demoiselles d’Avignon, entrata nella storia come l’inizio del cubismo. A Parigi, come ricostruisce Beatrice Buscaroli nella biografia Ricordi via Roma. Vita e arte di Amedeo Modigliani appena uscita per Il Saggiatore, Modigliani trovò la sua strada sul crinale impervio fra tradizione e avanguardia.

Ma non smise mai di cercare. Spinto dall’urgenza di un “sogno” di bellezza che lo accompagnava fin da ragazzino. Dalla potenza di un’immagine interiore da realizzare in forme e colori. («Io sono ricco e fecondo di germi ormai e ho bisogno dell’opera» scriveva all’amico Oscar Ghiglia). Sostenuto da un’idea tirannica che l’arte fosse al di sopra di ogni cosa e che lo rese “spietato “con chi aveva accanto. (« Noi – scriveva ancora a Ghiglia – abbiamo dei diritti diversi dagli altri, perché abbiamo dei bisogni diversi che ci mettono al di sopra della loro morale»). Un percorso breve e folgorante quello di Modì. Che si interruppe precocemente nel 1920. Nel gennaio di quell’anno l’artista morì di leucemia e la sua giovane compagna, incinta, si gettò dalla finestra. E proprio sul filo di questo drammatico intreccio di tensioni fra biografia e arte si snoda la mostra Il mistico profano, omaggio a Modigliani. Una rassegna che, fino al 19 giugno, raduna nel neonato museo Maga di Gallarate una messe considerevole di documenti, fotografie e lettere autografe a partire da quel fatidico 1906 che segnò l’inizio dell’avventura parigina di Modì. Documenti provenienti da Casa Modigliani e che fanno da tessuto connettivo ai venti dipinti di Modì prestati da musei e collezioni italiane e a una cinquantina di disegni, fra i quali «le fantasie disegnate» ispirate all’amata Commedia dantesca di cui l’artista recitava a memoria interi canti. Proprio alcuni schizzi preparatori ritrovati sono la maggiore novità di questo omaggio a Modì curato da un team guidato da Claudio Strinati. L’importanza di questa scoperta è ricostruita in alcuni saggi contenuti nel catalogo edito da Electa.

daleft-avvenimenti del 19 marzo 2010

Posted in Arte | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »